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L’eleganza del ritardo e altre virtù dell’industria automobilistica europea

Nel lobbying industriale è in voga da anni un’illusione ottica abbastanza comune: se si chiede spesso di rallentare, prima o poi il rallentamento viene scambiato per saggezza.

Una tecnica che l’Acea, l’associazione dei costruttori europei di automobili, ha perfezionato fino a farne un’arte. La prova più recente è arrivata lo scorso marzo, quando l’Acea ha inviato ai ministri dell’Ambiente europei una letterina riservata in cui chiede, con dovizia di argomenti e sobrietà di toni, di fare un po’ meno di quanto concordato, più lentamente dei tempi previsti e più che altro con meno conseguenze di quanto stabilito.

La lettera era destinata a restare nell’intimità delle anticamere di Bruxelles, lontana da occhi indiscreti e da qualsiasi fastidiosa notizia sul clima.

Peccato che “Transport & Environment”, la federazione europea per i trasporti e l’ambiente, l’abbia intercettata e resa pubblica, rovinando la suspense di un negoziato a bassa voce.

Anche la scelta dei tempi non è casuale: mentre le vendite di auto elettriche toccano nuovi record nell’UE, l’industria ne approfitta per chiedere di abbassare ulteriormente gli obiettivi.

Un po’ come entrare in galleria e rallentare proprio quando si comincia a intravedere la luce.

Tre anni? Non bastano, ne vogliamo cinque

Il nocciolo della questione è aritmetico, o almeno vuole sembrarlo: il regolamento attuale prevede di calcolare il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni su una media triennale, dal 2030 al 2032.

L’Acea chiede di portarla a cinque anni, dal 2028 al 2032, giusto due anni in più, per “dare agli OEM (Original Equipment Manufacturer, ndr) più margine per accelerare la riduzione delle emissioni negli anni precedenti al 2030”.

Tradotto per noi poveri inquinati: se nei primi anni ci permettete di andare piano, promettiamo di recuperare dopo. Un ragionamento che è la stessa logica degli studenti che puntano tutto sull’ultima interrogazione del quadrimestre.

Sempre meglio che studiare tutto l’anno.

La motivazione ufficiale è che il mercato delle auto elettriche non sta crescendo abbastanza in fretta e per evitare le sanzioni le vendite di veicoli a batteria dovrebbero triplicare nei prossimi quattro anni, obiettivo che gli stessi costruttori definiscono del tutto irreale.

Un argomento non privo di fondamento, se non fosse che l’industria automobilistica ha trascorso buona parte degli ultimi vent’anni a fare lobby contro ogni incentivo all’elettrico, ogni disincentivo al termico e ogni misura verso quella transizione che oggi lamenta di non riuscire a seguire.

Sul tavolo ci sono anche richieste più tecniche ma ugualmente rivelatrici: abbassare dal 100% al 90% la soglia di conformità per evitare penalità, introdurre super-crediti per i veicoli elettrici più piccoli ed efficienti, mantenere aperta la possibilità di accordi di pooling tra produttori.

Tutto nella direzione di fare meno e più lentamente, con meno rischi per chi produce e più impegno per chi ha il vizio di respirare.

L’obiettivo si restringe un po’ per volta

Se si segue la traiettoria delle ambizioni europee sulla CO2, il panorama è sconfortante. Si era partiti con un taglio del 100% delle emissioni entro il 2035, data in cui dal Vecchio continente sarebbero dovute sparire auto a benzina o diesel.

Poi, lo scorso dicembre, la Commissione UE aveva inserito un pannolone contenitivo portando l’obiettivo al 90%. Una concessione accolta dalla lobby come un primo passo nella giusta direzione.

Ora l’Acea chiede di scendere all’80%, con un sistema di crediti che ha la raffinatezza di una scatola cinese: 10% d’ufficio e senza condizioni, 5% per i carburanti meno inquinanti della benzina standard e magari altri 5% per i materiali a basse emissioni di carbonio.

In pratica, un meccanismo in cui fare meno del minimo può comunque essere spacciato come un successo clamoroso.

I crediti legati ai carburanti permetterebbero ai costruttori di vendere meno veicoli elettrici in cambio di risparmi di emissioni che, secondo T&E, di fatto non esisterebbero.

È una partita contabile più che politica industriale: si spostano i numeri fin quando non tornano, e tanti cari saluti a quello che succede nell’atmosfera.

Secondo le stime dell’organizzazione, se queste richieste venissero accolte, nel 2035 le auto elettriche potrebbero rappresentare appena il 52% del mercato invece del 100% previsto, e le vendite di veicoli a batteria potrebbero restare inchiodate all’attuale 21% per tutto il resto del decennio, invece di raggiungere il 57% che le norme vigenti renderebbero possibile entro il 2030.

74 miliardi di euro per stare fermi

Il numero che T&E spiattella con più vigore sono 74 miliardi di euro: la cifra aggiuntiva che l’UE spenderebbe in importazioni di petrolio tra il 2026 e il 2035 se le richieste dei costruttori venissero accolte.

Non è una cifra buttata lì a casaccio, ma l’equivalente di qualche anno di bilancio di un paese medio europeo speso per comprare greggio che le auto elettriche non avrebbero bruciato.

Cifra a cui si aggiungono 2,4 gigatonnellate di CO2 in più tra il 2026 e il 2050: oltre cinque anni di emissioni dell’intero parco auto europeo attuale, materializzate nell’atmosfera per permettere all’industria qualche anno in più di respiro, anche a costo di toglierlo alla gente.

Il tutto mentre, come ricorda Andrea Boraschi, Direttore di T&E Italia, milioni di cittadini pagano la benzina fino a 2 euro al litro e hanno un disperato bisogno di uscire dall’era degli idrocarburi perché ogni ritardo nella transizione significa restare più a lungo ostaggio dei capricci del mercato petrolifero, dei torcicolli geopolitici e delle stravaganze dell’OPEC.

Le auto elettriche più accessibili arriveranno prima se i costruttori sono incentivati a produrle, e molto più tardi se possono continuare a vendere termici senza conseguenze.

I furgoni, i plug-in e il carburante magico

La lettera Acea non si ferma alle automobili. I veicoli commerciali leggeri vengono descritti come un caso ancora più urgente: le vendite complessive nel 2025 sono calate di quasi il 9%, e i furgoni elettrici e ibridi plug-in rappresentano appena il 10% del totale delle immatricolazioni.

I costruttori chiedono target ridotti al 35% entro il 2030 e all’80% fino al 2035, con maggiore flessibilità nel calcolo degli obiettivi per i periodi 2025-2029 e 2030-2034.

Il mantra è sempre lo stesso, ma declinato su misure catastali diverse: un po’ meno, più tardi e con maggiori margini di manovra.

Ma il capitolo che svela più di tutto riguarda i cosiddetti carburanti “carbon neutral”. L’Acea chiede che i veicoli alimentati con queste soluzioni siano considerati a zero emissioni, aprendo la possibilità di continuare a vendere motori a combustione interna senza cambiarne la natura, a patto che il combustibile sia prodotto in modo sostenibile.

È la via d’uscita che una parte dell’industria insegue da anni: non abbandonare il motore termico, ma cambiare quello che ci si mette dentro.

Una strategia che sposta il problema dalla produzione dell’auto a quello del carburante, senza necessariamente risolverlo perché i carburanti sintetici esistono, ma la loro disponibilità di massa resta un’utopia più che una realtà industriale.

Parallelamente, l’Acea chiede ancora di congelare l’aggiornamento per gli ibridi plug-in dello “utility factor”, il parametro che stima quanta strada percorrono davvero in modalità elettrica.

La ragione è ormai abbastanza conosciuta: se si misura quanto effettivamente inquinano i plug-in invece di affidarsi alle cifre ufficiali, molti sembrano improvvisamente meno fantastici di come sono spacciati. Allora meglio non aggiornare il parametro e tenere la misura imprecisa, che concede numeri più confortanti.

La Germania batte un cinque

A completare il quadro, il governo tedesco ha fatto propria la posizione di Acea, schierandosi a favore del prolungamento delle vendite di ibridi plug-in e di un approccio più flessibile agli obiettivi sulle emissioni.

Una scelta che è un endorsement politico a una strategia industriale di cui Berlino, non a caso, è uno degli azionisti di riferimento.

Il problema, avverte T&E, è che questa posizione rischia di allargare il divario con la Cina, già avanti nella corsa all’elettrico con una filiera produttiva più matura, costi più bassi e una quota di mercato internazionale in crescita costante.

Così, la bizzarria di tutta questa vicenda diventa una crudeltà dalla perfezione geometrica: i costruttori europei chiedono più tempo per adeguarsi a un mercato che, nel frattempo, si sta spostando verso produttori che quel tempo non l’hanno mai chiesto e neanche vogliono farlo.

T&E ha invitato i legislatori europei a mantenere gli obiettivi attuali, rafforzare la domanda di veicoli elettrici ed escludere gli ibridi plug-in dalla proposta di regolamento per la decarbonizzazione delle flotte aziendali.

Entrambi i dossier sono attualmente sul tavolo del Parlamento UE e dei governi degli Stati membri.

La lettera era riservata, ma la posta in gioco è pubblica, e i ministri dell’Ambiente europei si troveranno presto a decidere se e cosa rimandare. Ma senza dimenticarsi di spiegarlo alla gente, magari.

La Panda elettrificata, o come rendere vintage il futuro

Mentre l’industria automobilistica mondiale gareggia a chi lancia il SUV elettrico più imponente, più costoso e più infarcito di schermi touch, uno spin-off del Politecnico di Torino ha avuto l’audacia di farsi una domanda diversa: e se invece di costruire auto nuove ci limitassimo a non buttare via quelle vecchie?

La risposta è arrivata sotto le mentite spoglie di un’utilitaria dei favolosi anni ’80, riadattata infilando un motore elettrico al posto bicilindrico, piazzando quattro pannelli solari sul tetto e lasciando intatta l’aria di chi non ha più nulla da dimostrare. A modo suo, è una delle cose più originali vista nel settore da un po’.

Giugiaro non sapeva di aver disegnato un’elettrica

La Fiat Panda nasce nel 1980 dalla magica matita di Giorgetto Giugiaro con un’ambizione modesta: essere semplice, robusta, economica e adatta a chiunque, come da buona tradizione delle utilitarie di mamma Fiat.

Niente fronzoli, brividi e superfluo: sedili trasformabili, interni lavabili, plastica ovunque e dimensioni da formichina urbana per un progetto talmente onesto da diventare, quasi suo malgrado, immortale.

Per decenni la Panda è stata l’auto delle prime esperienze di guida, delle vacanze stretti in cinque con i bagagli che sbordavano dai finestrini, dei tragitti casa-lavoro con l’allegra rassegnazione di chi non si aspetta emozioni ma sa che arriverà a destinazione.

È stata l’auto che ha accompagnato le famiglie italiane dalla montagna al mare e dai piccoli paesi alle periferie urbane, senza mai lamentarsi e chiedere troppo.

Una vita nuova

Oggi quella stessa auto, con le forme squadrate e il volante a quattro razze, torna in strada. Solo che stavolta è davvero silenziosa. “ElectroFit Systems”, startup innovativa nata dal Politecnico di Torino, insieme a “Nova Energia” l’ha trasformata in un veicolo completamente elettrico attraverso un sistema di retrofit industrializzato. Il progetto si chiama “Panda NE” e l’assenza totale del tubo di scarico è l’unico dettaglio estetico che tradisce la nuova natura.

Il veicolo più sostenibile è quello che non si deve produrre

Il principio di Panda NE è di quelli che fanno sembrare ovvio ciò che non lo è per nulla: l’auto più ecologica non è quella nuovissima con la batteria da 100 kWh, il display da 25” e la verniciatura in tinta speciale iridescente.

È quella che esiste già e continua a girare. Costruire un’automobile nuova ha un costo ambientale enorme, convertire quella vecchia, no. O almeno molto meno.

Il principio, seguendo una locuzione oggi molto trendy, è l’economia circolare, ma questa volta applicata all’automotive, settore che di circolare storicamente ha sempre avuto molto poco, a parte le ruote e il volante.

Prolungare il ciclo di vita di un veicolo esistente significa sottrarlo alla rottamazione, evitare per intero l’impatto produttivo di un’auto nuova e restituire all’utente qualcosa che conosce e già ama, semplicemente con un cuore diverso.

Una visione controcorrente in un mercato che per sopravvivere ha bisogno che i consumatori comprino qualcosa di nuovo ogni tot anni.

Dal garage dell’artigiano alla catena industriale

Il retrofit, la conversione di un veicolo termico alla trazione elettrica, non è un’invenzione fresca di conio. Esisteva già come pratica artigianale, affidata a qualche meccanico visionario con troppo tempo libero e un percentuale di rischio messa in conto.

Il risultato era spesso affascinante, a volte funzionante ma raramente omologato. La novità di Panda NE è averlo trasformato in un processo industriale: un sistema modulare di conversione, una rete di officine qualificate distribuite sul territorio, un metodo replicabile su larga scala.

Poi c’è la questione burocratica, che in Italia non è mai un dettaglio trascurabile. Panda NE ha ottenuto l’omologazione del sistema di riqualificazione dal Ministero dei Trasporti, prima e unica in Italia, dopo aver superato prove certificative equivalenti a quelle previste per i veicoli di nuova produzione: sicurezza elettrica e della batteria (UN ECE R100), erogazione della potenza (UN ECE R85), compatibilità elettromagnetica (UN ECE R10), comportamento in frenata (UN ECE R13H).

Non un timbro di cortesia, insomma, ma una verifica tecnica completa. L’effetto pratico si legge sul libretto di circolazione aggiornato: esenzione dalla tassa di circolazione e accesso illimitato alle ZTL a qualsiasi ora del giorno. E per chi vive in una città con restrizioni sempre più stringenti, è tanta roba.

Vintage fuori, software-defined dentro

Va ammesso: salire su una Panda NE è un’esperienza un po’ spiazzante, nel senso migliore. Gli interni sono quelli di sempre: strumentazione analogica, grandi pulsanti sulla plancia centrale, leve per l’aria, volante essenziale senza paddle né tasti multimediali.

Tutto fa tenerezza, quella genuina sensazione che nasce dalle cose fatte senza sovrastrutture.

L’unica concessione alla contemporaneità è uno smartphone agganciato a una staffa, che funge da sistema di infotainment, e una piccola leva del cambio con due posizioni: una avanti e una indietro.

Una semplicità che, in un’epoca di interfacce sempre più complesse, quasi fa ridere per quanto sia efficace.

Eppure, sotto quella scorza retrò, gira un software-defined vehicle. Il sistema di controllo è generato automaticamente da modelli dinamici testati a banco, con funzionalità che non ci si aspetta da un’auto nata quasi 50 anni fa: frenata rigenerativa modulabile, guida one-pedal, una reattività nella trazione che gli ingegneri paragonano a quella di una 4×4 leggera.

“Oggi si parla molto di veicoli software-defined – ha spiegato Stefano Carabelli, responsabile del progetto – significa rendere l’auto configurabile e adattabile all’utente.

Noi lo facciamo attraverso modelli dinamici, test su banco e sistemi di simulazione avanzati”. Detto con la Panda come soggetto, suona quasi dadaista, ma funziona.

Il tutto è gestibile anche da remoto grazie al sistema telematico “AutoPI-NE”, basato su piattaforma open source “Raspberry Pi” e “Node-RED”, pensato per la condivisione del veicolo a livello familiare, condominiale o aziendale, senza passare da piattaforme proprietarie che costano quasi quanto l’auto stessa.

I numeri che contano

Le prestazioni non sono da supercar, e neanche dovrebbero esserlo, perché ora come allora nessuno compra una Panda per fare i 130 in autostrada.

La Panda NE raggiunge i 90 km/h al massimo, ne percorre oltre 110 con una ricarica a cui servono circa 4,5 ore attaccati ad una normalissima presa domestica Schuko da 16 ampere. Costo dell’operazione: circa tre euro.

Per chi usa l’auto per fare ciò che le auto dovrebbero fare, andare al lavoro, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola e girare per commissioni, sono numeri più che sufficienti.

Tra gli optional più interessanti spicca il pannello solare flessibile sviluppato in esclusiva da “Solbian”, azienda piemontese con una consolidata esperienza nel fotovoltaico nautico: celle “SunPower Maxeon IBC” con un’efficienza del 24,5%, fissaggio magnetico ad alta tenuta installabile su cofano e tetto senza toccare la carrozzeria, 290 watt complessivi e finitura in nero opaco per non stridere con l’estetica originale. Contributo dichiarato: fino a 15 km di autonomia aggiuntiva al giorno, completamente gratuiti, sole permettendo.

Non cambierà la vita, ma è il tipo di dettaglio intelligente che fa capire quanto il progetto sia stato pensato fino in fondo.

C’è poi la batteria ausiliaria “VoltaB”, una sorta di grossa powerbank definita con autoironia “tanica elettrica”, che permette di ricaricare la Panda NE in caso di emergenza o di usarla come generatore per alimentare dispositivi esterni.

Utile al lavoro, nel tempo libero e in tutti quei frangenti in cui un generatore a benzina farebbe rumore e puzza.

Quanto costa rinascere elettrica

La Panda NE è disponibile in quattro configurazioni. Si parte da 15mila euro IVA inclusa per la versione “Essenziale”, con meccanica revisionata e interni rimessi a posto.

La “Nuova”, a 18.000 euro, offre meccanica e interni completamente rinnovati insieme alla carrozzeria sistemata.

La “Speciale” prevede restauro completo e personalizzazioni realizzate con “Officine Gentile”, a prezzo da concordare a seconda delle richieste.

Esiste infine una versione “Commerciale” da due posti, con 1.000 litri di volume di carico e una portata di 400 kg, al prezzo della versione base.

Rispetto a un’auto elettrica nuova di fascia entry-level, che difficilmente scende sotto i 25-30.000 euro, il vantaggio è di acquistare qualcosa che ha già una storia, un carattere e spesso un posto nel cuore di chi la guida.

Il kit retrofit è disponibile anche su Panda di prima generazione già in possesso del cliente, che può contattare Nova Energia direttamente attraverso il sito ufficiale.

Portarsi l’auto da casa come dal sarto, ma con meno spilli e più kW.

Torino torna a fare cose

Il progetto è interamente piemontese: ricerca, sviluppo, omologazione, produzione, officine e partner tecnologici. In un momento in cui il futuro dell’industria automobilistica italiana suscita qualche legittima preoccupazione, c’è qualcosa di confortante nell’idea che una startup universitaria torinese stia brevettando kit di conversione, ottenendo omologazioni ministeriali e rimettendo su strada un simbolo nazionale in versione elettrica.

“Se inventiamo qualcosa ma non la portiamo sul mercato, non è vera innovazione”, ha detto Carabelli durante la presentazione.

Una frase che, in un settore abituato a concept car destinate a non vedere mai una concessionaria, suona come una call to action.

“Non tutto ciò che appartiene al passato deve essere accantonato – ha aggiunto l’assessora alla Mobilità di Torino Chiara Foglietta – possiamo recuperare e trasformare ciò che abbiamo, dando nuova vita a oggetti che fanno parte della nostra storia”.

Parole che potrebbero sembrare retoriche, se dietro non ci fosse un veicolo omologato, pronto per la strada e disponibile all’acquisto.

L’idea è di estendere il modello ad altre piattaforme e ampliare la rete di officine, creando un sistema capace di riqualificare migliaia di veicoli ancora in circolazione innescando una piccola rivoluzione silenziosa, alla velocità massima di 90 km/h.

La Panda non è mai stata un’auto eccitante e neanche Giugiaro probabilmente si sarebbe mai aspettato che il suo progetto più semplice diventasse una risposta alla transizione energetica.

Ma certe idee nascono già giuste, ci vuole solo un po’ di tempo e qualcuno che abbia la pazienza di accorgersene.

La guida autonoma Tesla convince l’Europa, ma il volante non si molla

Per iniziare questa storia serve prima un piccolo sforzo mentale: immaginare un esaminatore di guida che osserva un candidato per 18 mesi, percorre con lui un milione e 600mila km, coinvolge 13mila passeggeri, simula 4.000 situazioni di pericolo e solo alla fine annuisce, ma con riserva.

È questo, molto in sintesi, ciò che è accaduto nei Paesi Bassi, dove l’autorità stradale “RDW” (Rijksdienst voor het Wegverkeer), ha concesso a Tesla il primo via libera europeo al suo sistema di guida autonoma supervisionata, il “Full Self-Driving Supervised“.

Non è un traguardo arrivato per simpatia verso Elon Musk, che da queste parti ultimamente non gode di grande popolarità, ma il frutto di una due diligence che farebbe impallidire un notaio svizzero.

Il risultato è un’approvazione “provvisoria”, perché in Europa anche un “sì” ha dietro un asterisco.

Autonomo, ma con riserva

Attenzione al lessico, perché “Full Self-Driving” suona come un’auto che fa tutto da sola e in effetti sterzare, frenare e accelerare lo fa davvero.

Ma la parola chiave è quella che viene dopo: “Supervised”. Significa che il conducente deve restare vigile, presente e reattivo, le mani non devono essere obbligatoriamente sul volante ma pronte a tornarci in un istante. Un po’ come avere un copilota molto bravo di cui però è meglio non fidarsi troppo.

A tenere in allerta chi siede al posto di guida ci pensano telecamere interne che tracciano i movimenti oculari con una precisione che molti capi ufficio si sognano.

Se il sistema rileva distrazione avvisa, e se persiste, si spegne. Chi sperava di sfruttare l’autostrada per recuperare il sonno arretrato dovrà attendere ancora un po’.

Leggere il giornale al volante, precisa l’RDW con un tocco di lieve umorismo nordeuropeo, “non è consentito, né possibile”. Dettaglio che suona come un’ovvietà, eppure era necessario scriverlo nel comunicato ufficiale.

La versione europea e quella americana

Ma c’è un passaggio che rischia di perdersi tra le righe dei comunicati entusiasti, e invece merita attenzione: il software approvato in Olanda non è lo stesso che circola negli Stati Uniti.

Le normative europee sono “significativamente più restrittive”, ha dichiarato l’RDW, e Tesla ha dovuto adattare il sistema in modo sostanziale per ottenere l’omologazione.

Negli USA, nel frattempo, l’FSD è già alle prese con cause legali dei consumatori e indagini federali a seguito di incidenti e presunte violazioni del codice della strada.

L’Europa, insomma, non ha importato il prodotto americano: ha preteso una versione corretta, rivista e certificata secondo standard propri, una distinzione che vale la pena ricordare ogni volta che qualcuno evoca il Far West della guida autonoma d’oltreoceano come termine di paragone.

400 requisiti normativi

Ma i numeri del processo di approvazione sono impressionanti. L’RDW ha impiegato oltre un anno e mezzo a valutare la tecnologia: più di un milione e seicentomila chilometri percorsi su strade urbane e autostrade europee in condizioni meteo variabili e situazioni di emergenza diverse per rispondere a circa 400 requisiti normativi.

Il tutto per arrivare alla conclusione che il sistema, se usato correttamente, “contribuisce positivamente alla sicurezza stradale”. Una frase che, nel lessico burocratico europeo, equivale a un applauso scrosciante.

Tesla ha accolto la notizia con entusiasmo misurato sui social, con la promessa di implementare il sistema “a breve” nei Paesi Bassi e di portarlo “presto” in altri Paesi europei. Musk in persona ha aggiunto che l’indagine è stata “estremamente rigorosa”.

E il resto d’Europa?

L’RDW presenterà ora alla Commissione UE una richiesta affinché l’omologazione venga estesa a tutti gli Stati membri. Seguirà un voto a maggioranza dei Paesi dell’Unione, uno di quei processi che, conoscendo Bruxelles, potrebbe richiedere tempi variabili tra “qualche mese” e “quando saremo tutti su Marte”.

Se la maggioranza non si trovasse, ogni singolo Stato potrà comunque decidere autonomamente se aprire o meno le proprie strade all’FSD. Tesla punta a un’approvazione europea entro l’estate ma i regolatori UE, notoriamente, hanno i propri ritmi.

Nel frattempo, nei Paesi Bassi circolano circa 100mila Tesla tra Model 3 e Model Y: sono le auto elettriche più vendute del Paese, il che rende l’Olanda un terreno di lancio tutt’altro che simbolico.

In Italia, Francia e Germania si aspetta e si osserva, con lo stesso misto di curiosità e diffidenza che ha accompagnato l’arrivo di ogni innovazione, dall’e-commerce alla moneta unica, passando per gli smartphone.

Per Tesla è sopravvivenza commerciale

Dietro la notizia tecnologica si nasconde una storia finanziaria che non va sottovalutata. Una parte significativa della valutazione da 1.000 miliardi di dollari di Tesla si regge sulla scommessa che il software di guida autonoma e i robotaxi diventeranno una delle principali fonti di reddito dell’azienda, superando perfino la vendita di automobili in senso tradizionale. È un azzardo forse un po’ ambizioso, e per ora resta tale.

Nel frattempo, le vendite di Tesla in Europa hanno attraversato un periodo difficile. Complice una gamma di modelli non più giovanissima e, soprattutto, le prese di posizione politiche sempre più rumorose di Musk che lo hanno trasformato, agli occhi di una fetta crescente di consumatori europei, da visionario della mobilità a personaggio scomodo da evitare.

A febbraio, le vendite sono tornate a crescere per la prima volta in oltre un anno e l’approvazione olandese arriva come aria fresca in un momento in cui Tesla ha bisogno di buone notizie europee.

Cosa cambia

Poco, almeno nell’immediato: il sistema sarà disponibile a breve nei Paesi Bassi per chi possiede un veicolo compatibile, come optional già installato su milioni di auto in tutto il mondo. Ma è meglio non aspettarsi di incrociare per strada Tesla che scivolano silenziose senza nessuno al posto di guida: l’autista ci sarà, sveglio, con gli occhi sulla strada e le mani a portata di volante. La guida autonoma totale, quella in cui si può davvero fare altro mentre si va da A a B, resta un orizzonte regolatorio e tecnologico ancora lontano.

Quel che cambia è qualcosa di più sottile: il precedente, perché per la prima volta, un’autorità europea ha validato questa tecnologia dopo un esame serio, documentato, lungo mesi e condotto secondo standard propri e non importati.

È un piccolo passo per un’automobile, e un valico leggermente più grande per quella lenta, metodica e infallibilmente cauta macchina che è la burocrazia europea, qualcosa che a modo suo va avanti allo stesso modo: senza mai togliere le mani dal volante.

Suzuki e Vitara, dove non osano le prese di corrente

Suzuki
Suzuki e Vitara, test drive sui passi alpini e in una cava: elettrica, 4x4 e vera fuoristrada - foto © Auto Tecnica

Tra passaggi sul fango e sulla neve e ripidi saliscendi e guadi, Auto Tecnica ha provato la Suzuki e Vitara, nella versione a trazione integrale, la prima BEV del brand giapponese.

Piccolo spoiler: la nuova SUV compatta ha dimostrato di non avere nulla da invidiare ai fuoristrada tradizionali, anzi…

Il giorno del test è stato insolitamente caldo per la primavera, il cielo terso e le cime che circondano Sauze d’Oulx – località in alta val di Susa, da dove siamo partiti per il test – ancora imbiancate.

Suzuki
foto © Auto Tecnica

Proprio di fronte ai 2.823 metri del monte Chaberton, sentinella silenziosa con le mura del forte che lo sovrasta ben visibili anche da valle, ci mettiamo al volante curiosi di scoprire se questo SUV 100% elettrico può davvero competere con i veri fuoristrada Suzuki.

Altro piccolo spoiler: fango, guadi, percorsi infidi sono il suo terreno preferito.

Da Sauze a Beaulard il primo contatto con l’asfalto

Il percorso inizia dolcemente, scendendo sulla statale verso Beaulard, piccola località sulla strada verso Bardonecchia, da dove ci inerpichiamo su una stradina che è poco più di un sentiero.

Sulla SS335 l’e Vitara risponde con la “correttezza” che ci si aspetta da un veicolo costruito su una piattaforma nativa BEV.

La HEARTECT-e (questo il nome che Suzuki ha imposto alla piattaforma) ha la struttura integrata con le batterie, e quindi il peso è distribuito omogeneamente nella parte inferiore dell’auto, permettendo un baricentro decisamente basso.

Suzuki
foto © Auto Tecnica

Lo si percepisce nelle curve, con quella sensazione rassicurante di un veicolo che non è facile staccare dalla strada.

La batteria da 61 kWh integrata nella piattaforma è al litio ferro-fosfato con cicli di vita lunghi, maggiore stabilità termica in condizioni estreme e senza degrado accelerato. In questo aprile caldissimo non possiamo provarlo, ma in caso di temperature molto fredde, questo aspetto conta molto.

L’accelerazione è molto piacevole (come ci si aspetta da quasi tutti i modelli BEV) e il silenzio a bordo è elevato, quasi irreale non fosse per la musica diffusa dall’impianto audio Infinity by Harman da 6 speaker più subwoofer. Per sentire il sibilo del motore e i rumori della strada dobbiamo abbassare i finestrini…

Entra in scena l’ALLGRIP-e

Lasciata Beaulard, la strada sale decisa verso la cresta che domina la vallata, con pendenze e strade sterrate che non perdonano esitazioni o sbagli.

È qui che il sistema di trazione integrale ALLGRIP-e – due motori elettrici eAxle, uno per asse – smette di essere un nome un po’ astruso da brochure tecnica e diventa un compagno affidabile lungo il percorso.

Suzuki
foto © Auto Tecnica

Il motore anteriore da 128 kW – 193 Nm e quello posteriore da 47,6 kW – 114 Nm lavorano in sinergia con una reattività impossibile da replicare per qualsiasi trasmissione meccanica tradizionale.

La ridistribuzione della coppia è istantanea, gestita in millisecondi dall’elettronica, senza i ritardi tipici dei differenziali idraulici o dei viscosi.

In cima, con tratti al sole di sterrato compatto alternati con altri in ombra, ghiacciati o fangosi, la e Vitara si muove con una disinvoltura che sorprende e rassicura chi è al volante.

Suzuki
foto © Auto Tecnica

Nella discesa verso Oulx dal Cotolivier la storia non cambia nonostante ripide pendenze, stretta curve e qualche tratto umido dove le foglie bagnate rendono viscido il terreno.

È qui che entra in gioco l’Hill Descent Control, un sistema che interviene ruota per ruota sui freni per mantenere una velocità costante attorno ai 7 km/h. Si può quasi lasciare che sia la vettura a gestire la discesa.

Una funzione che i conducenti meno esperti di fuoristrada apprezzeranno sicuramente, e che i più esperti riconosceranno come utile.

Verso Sestriere l’asfalto torna protagonista

Dal fondovalle di Oulx, la risalita verso Sestriere dopo aver superato Cesana offre uno scenario completamente diverso.

Qui troviamo asfalto pulito, curve ben profilate, rettilinei che invitano ad accelerare.

Suzuki
foto © Auto Tecnica

E qui osiamo qualcosa di più in termini di velocità, scoprendo che la e Vitara dimostra il carattere di una berlina ben progettata anche per una guida sportiva.

I 135 kW totali (184 CV) e i 307 Nm di coppia complessivi della versione 4WD garantiscono un’erogazione sempre pronta, con una spinta morbida ma continua, quella che solo i motori elettrici sanno offrire.

La velocità massima è dichiarata limitata a 150 km/h – coerente con la vocazione del veicolo, non abbiamo provato a raggiungerla – ma non è il picco velocistico a fare la differenza.

Sulla e Vitara si apprezza la precisione dello sterzo elettrico e la tenuta di un avantreno che, con i pneumatici 225/50 R19 dell’allestimento Top, comunica a chi è al volante il limite di aderenza senza mai sorprendere.

Il Cruise Control Adattivo (ACC) con riduzione automatica della velocità in curva si rivela una soluzione intelligente per le curve perché scala la velocità autonomamente, senza interventi bruschi.

Combinato con il Lane Keep Assist e il Driver Monitoring System (quelli che in Suzuki chiamano spiritosamente “Guidadritto” e “Guardalastrada”) la e Vitara offre un livello di assistenza alla guida che garantisce una sicurezza reale, non solo teorica.

Suzuki
foto © Auto Tecnica

Da Sestriere torniamo verso Oulx passando nella strada del fondo valle Argentera e solo ora ci viene in mente di guardare quanta energia residua abbiamo nelle batterie.

Nonostante accelerate violente e salite offroad impegnative affrontate “su di giri”, la garanzia di quasi 300 chilometri ancora a disposizione ci permette di percorrere la strada che scende fluida verso Cesana godendoci il paesaggio, senza l’ansia di domandarci dove sia una colonnina di ricarica.

Guadi, salite ripide e discese verticali nella cava di Oulx

È di fianco all’autostrada del Frejus, pochi chilometri a valle di Oulx che arriva il momento della verità per la nostra e Vitara.

Una cava a cielo aperto offre difficoltà che nessun road test può offrire. Terra, ghiaietto, qualche pietraia, rampe con pendenze superiori al 30% da affrontare in salita e discesa, anche un guado… un piccolo torrentello da percorrere per un centinaio di metri in circa 30/40 centimetri d’acqua.

Insomma, uno scenario che normalmente si associa a fuoristrada certificati, non certo a una compatta vettura elettrica di segmento C.

Suzuki
foto © Auto Tecnica

Ma la e Vitara non si spaventa e non fa neppure spaventare chi la guida. È qui che le caratteristiche progettuali della vettura entrano in scena e utilizzando le dotazioni di bordo affrontare salite e discese diventa un divertimento.

Il Trail – rilevato lo slittamento di una ruota – applica la forza frenante su quella specifica ruota e ridistribuisce la coppia all’opposta, simulando il comportamento di un differenziale a slittamento limitato.

Sulla rampa di terra l’e VITARA sale con regolarità, senza quel nervosismo che ci si aspetterebbe quando si accelera un po’ troppo per timore di non farcela.

Al contrario, scendere quasi in verticale non fa paura, con il sistema che riduce la velocità in modo automatico.

Il test probabilmente più significativo è quello del passaggio nel guado, non dimentichiamo che stiamo guidando una vettura elettrica nell’acqua!

La batteria integrata nella struttura del pianale e il sistema di protezione dall’alto voltaggio sono una garanzia e l’architettura HEARTECT-e è stata progettata proprio per questo, con la protezione degli accumulatori come requisito fondante.

Il passaggio avviene sempre in modalità Trail, al passo, e la e VITARA si dimostra indifferente all’acqua.

Ah dimenticavamo… L’Hill Hold Control impedisce l’arretramento della vettura permettendo senza ansie ripartenze in salita su fondo instabile: utile, preciso, silenzioso nel suo intervento.

Scheda tecnica

2WD Single Motor 4WD Dual Motor ALLGRIP-e
Potenza massima 128 kW 135 kW (184 CV)
Coppia massima 193 Nm 307 Nm
Batteria 61 kWh LFP 61 kWh LFP
Autonomia WLTP combinata 426 km 395 km
Autonomia WLTP città 581 km 526 km
Consumo WLTP combinato 151 Wh/km 166 Wh/km
Ricarica DC (10→80%) 45 min 45 min
Ricarica AC 11 kW (10→80%) ~5,5 ore ~5,5 ore
Velocità massima 150 km/h 150 km/h
Peso in ordine di marcia 1.760 kg 1.860 kg
Raggio di sterzata 5,2 m 5,2 m
Listino (chiavi in mano) 36.900 € da 36.900 € Cool / 38.900 € Top

Gli interni? Un salotto tecnologico

L’abitacolo merita una menzione separata, con il doppio schermo – 10,25” per la strumentazione digitale e 10,1” per l’infotainment – configura un cockpit piacevole e leggibile.

In pratica non è troppo piccolo per le tendenze odierne e neppure inutilmente grande e distraente.

L’illuminazione ambientale in 12 colori crea un ambiente che mescola tecnologia e cura dei dettagli senza scadere nell’effetto “albero di Natale” che qualche volta abbiamo incontrato.

I sedili posteriori scorrevoli di 160 mm con frazionamento 40:20:40 sono un dettaglio non comune in questa categoria e trasformano la gestione del bagagliaio da dramma e praticità.

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foto © Auto Tecnica

Infine, la garanzia “10 e lode” (fino a 10 anni o 250mila km per chi acquista e Vitara entro l’anno e effettua regolarmente la manutenzione – è una sorta di sigillo della Susuki, la dimostrazione di credere nel proprio prodotto.

Prove su strada, montagna e cava superate!

Torniamo al punto di partenza a fine mattinata con l’indicatore di carica della batteria ancora in posizione non ansiogena.

Fino a oggi elettrico e fuoristrada sono stati due concetti tenuti a rispettosa distanza.

Il primo sembrava essere frutto dell’efficienza e della mobilità urbana sostenibile, il secondo il custode di una tradizione meccanica fatta di differenziali, riduttori e capacità di guida sopra la media.

Oggi, grazie alla e Vitara la storia cambia: Suzuki la rilegge con il rispetto di chi conosce la guida offroad e su percorsi a bassa aderenza.

Non si tratta di un colpo di scena o di una rivoluzione. Ma con la discrezione tipicamente Suzuki di chi sa di dover fare le cose passo a passo.

E così abbiamo un’auto elettrica che affronta il fango senza drammi, percorre i guadi senza paura, gestisce discese quasi verticali con la stessa serenità di un percorso urbano.

Il monte Chaberton osserva dall’alto, impassibile come sempre.

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Il prezzo scende di un soffio e ci dicono che va meglio

Buone notizie dal fronte benzinai: i prezzi dei carburanti calano. Il gasolio si attesta a 2,166 euro al litro, la benzina a 1,790. Sono riduzioni dello zero virgola qualcosa, eppure celebrate con lo stesso entusiasmo con cui si annuncia la fine di un’era glaciale.

Qualcosa scende, ma non abbastanza

Peccato che il Codacons, l’associazione dei consumatori che si diverte a fare quei conti che nessun governo ama vedere, abbia rimesso tutto in prospettiva con la brutalità di un estratto conto in rosso: rispetto a fine febbraio, prima che il conflitto in Iran trasformasse lo Stretto di Hormuz in un collo di bottiglia planetario, gli italiani spendono 150 milioni di euro in più ogni settimana solo per fare il pieno.

Per che si fosse messo in ascolto adesso, meglio ripetere scandendo i concetti: 150 milioni di euro, a settimana, non al mese.

Il gasolio è rincarato del 26%, la benzina del 7, un pieno di diesel costa 23 euro in più rispetto a febbraio, quello di benzina è salito di 5,8 euro.

Piccole cifre se si vive in un appartamento vicino a una fermata della metro, un abbonamento annuale e la colazione al bar pagata col bancomat. Meno minuscole se si lavora con un furgone, si fa il pendolare in provincia o si gestisce un’impresa di trasporti che ha firmato contratti ai prezzi di sei mesi fa.

Va detto, per onestà: il governo è intervenuto tagliando le accise e il provvedimento ha contenuto il danno, ma fra quello e “risolvere il problema” corre un oceano intero. Anzi, uno stretto.

Se piangi, se ridi

Mentre gli automobilisti fanno i conti al distributore con la calcolatrice del telefono, qualcuno conta banconote dal quartier generale di qualche holding con sede in un posto dove le tasse sono un proforma.

I petrolieri e l’intera filiera, raffinatori, broker, trasportatori, grossisti e intermediari di ogni foggia e latitudine, incassano 88 milioni di euro a settimana in più rispetto a due mesi fa. Ancora una volta, è una cifra che merita di essere scritta per esteso, senza abbreviazioni: ottantotto milioni di euro.

Bisogna però fare una distinzione importante, quella che di solito manca nel racconto popolare sul “benzinaio che si arricchisce”, perché il gestore del distributore sotto casa non è nell’elenco dei fortunati.

Il suo margine è fisso tra i 3 e i 5 centesimi al litro, e non si muove di un millimetro con l’andamento dei prezzi. Guadagna la stessa cifra se il gasolio costa un euro o tre, e anzi, quando i prezzi salgono incassa le stesse commissioni ma sopporta clienti molto più incacchiati.

Il grosso della torta se lo spartisce chi sta più su nella catena alimentare energetica: chi controlla le quotazioni Platts, chi gestisce i passaggi dalla raffinazione alla distribuzione e chi siede nei consigli di amministrazione.

A completare il quadro con una certa eleganza, non va dimenticato lo Stato italiano, che incamera ogni settimana 61 milioni in più grazie a Iva e accise, quelle stesse che il governo ha tagliato, ma che su prezzi più alti producono un gettito maggiore.

La matematica non è un’opinione, anche quando è scomoda: i prezzi salgono, le tasse percentuali sul prezzo producono più gettito, e il taglio delle accise riesce solo parzialmente a compensare l’effetto.

Risultato: tutti incassano di più, tranne chi fa il pieno.

Il ministro convoca (e gongola)

Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha raccontato la vicenda con la soddisfazione di chi ha appena chiuso una trattativa estenuante e vuole che si sappia.

Giovedì scorso ha convocato le quattro grandi compagnie petrolifere operative in Italia, che ha “esortato” (termine tecnico ministeriale per qualcosa a metà strada tra chiedere gentilmente e pretendere), una riduzione immediata dei prezzi alla pompa.

E le compagnie hanno risposto. A modo loro, certo, con qualche centesimo in meno al litro, e non con un ritorno ai prezzi di febbraio, ma tant’è: il ministro ha incassato il gesto simbolico e lo ha rilanciato come un segnale di efficacia del sistema Italia.

Ha anche aggiunto, con un orgoglio che potrebbe sembrare insensato ma è perfino comprensibile, che per la prima volta nella storia recente sono i cittadini stranieri a venire in Italia a fare rifornimento, e non viceversa.

I cosiddetti “pendolari del pieno” attraversano il confine per sfruttare prezzi che da noi sono leggermente meno insostenibili che altrove.

In Olanda il gasolio tocca 2,46 euro al litro, in Danimarca 2,35, in Germania 2,28, e improvvisamente, i 2,193 euro delle nostre autostrade sembrano quasi un affare, il che la dice lunga non tanto sull’andamento dei nostri prezzi, ma sul disastro che sta investendo tutta l’Europa.

Urso ha poi espresso preoccupazione per i rifornimenti di carburante al sistema aereo, per l’elio necessario ai chip e per i fertilizzanti agricoli. Lo Stretto di Hormuz, insomma, non è solo un problema di benzina: è la giugulare del commercio mondiale e tenerla chiusa fa male anche a settori che con il petrolio hanno poco o nulla a che fare.

Salvini e il pieno consapevole

Sul tema è intervenuto anche il vicepremier Matteo Salvini, a margine di un gazebo leghista a Milano, luogo tradizionalmente deputato alle grandi riflessioni geopolitiche ed energetiche.

La sua analisi è stata quasi disarmante: se tutti usano la testa non ci saranno razionamenti, emergenze, ritorno alla didattica a distanza e smart working. Basterà, insomma, pensare bene prima di fare il pieno e calibrare i consumi. Pensiero lucidissimo, va detto.

Ha poi aggiunto che bisogna riconsiderare le sanzioni alla Russia, che la guerra deve finire presto, che la diplomazia deve tornare a prevalere sia in Iran che tra Mosca e Kiev, e che alcuni Paesi, inclusi gli americani, si stanno già muovendo in questa direzione.

Concetti con i quali è difficile essere in disaccordo, anche se la loro utilità al distributore in viale Monza, nel momento in cui il contatore segna 100 euro e non accenna a smettere, resta ancora tutta da dimostrare.

A chi gli chiedeva se torneremo a comprare gas russo, ha replicato con un “spero che finisca la guerra il prima possibile, poi sì”, risposta che ha il pregio della sincerità e lo svantaggio di non essere esattamente un piano energetico.

L’Europa a macchia di leopardo

Nel caos generale, vale la pena fare un giro d’Europa per capire che la crisi è uguale per tutti. Secondo un’analisi di “PwC”, Italia, Portogallo, Slovenia, Ungheria e Spagna sono stati i primi Paesi dell’UE a intervenire sui mercati dopo lo scoppio del conflitto il 28 febbraio.

La Romania, che ha il vantaggio non trascurabile di essere uno dei pochi produttori di petrolio d’Europa, ha invece finalizzato un pacchetto di misure solo il 3 aprile, un mese dopo che gli effetti si erano già fatti sentire su ogni stazione di servizio del Paese.

Il petrolio greggio è passato da circa 70 dollari al barile prima della crisi a circa 110 e in Romania, dove il diesel costituisce oltre il 70% dei consumi di carburante, i prezzi alla pompa in alcuni momenti sono aumentati perfino più volte al giorno.

Eppure Bucarest si trova a metà classifica europea per costo dei carburanti: la benzina è a 1,83 euro al litro contro una media UE di 1,91. Meglio di Germania, Francia e Paesi Bassi, dove si sfiorano i 2,33 euro per la verde e i 2,46 per il diesel.

Le posizioni migliori della classifica le occupano Malta, con i prezzi calmierati, e la Slovenia, che ha scelto di intervenire sul meccanismo di formazione dei prezzi.

L’Italia, grazie al taglio delle accise e alla pressione del governo sulle compagnie, è riuscita a essere leggermente più favorevole rispetto ai vicini continentali.

Non è un trionfo, ma per una volta non essere ultimi della fila è già qualcosa.

La crescita slitta al 2027

La questione carburanti è solo la parte visibile di uno shock energetico che rischia di essere molto più lungo e costoso di quanto chiunque voglia ammettere pubblicamente.

Confesercenti e il Centro Europa Ricerche hanno messo insieme le proiezioni e il risultato è quello che gli economisti definiscono “uno scenario avverso” e i comuni mortali chiamano una “sfiga totale”.

La parte più amara è la seguente: anche nell’ipotesi ottimistica di una tregua rapida e di una graduale normalizzazione dei prezzi dell’energia, servirebbero comunque sette-otto mesi per tornare ad una piena stabilità.

Il che significa che il 2026 è già un anno in parte perduto, e la vera ripresa si sposterebbe al 2027.

Nel calendario economico italiano, il prossimo anno ha ormai la funzione che in politica si concede ad un orizzonte abbastanza lontano da sembrare plausibile ma tutto sommato così vicino da non apparire ridicolo.

Nel frattempo, c’è chi aspetta l’elio dal Qatar per fabbricare chip, chi i fertilizzanti per i campi, chi i componenti per le fabbriche, e chi, più banalmente, aspetta che il prezzo alla pompa torni a essere qualcosa che si paga senza trattenere il respiro.

L’unica vera notizia positiva, in questo panorama disastrato, è che in Molise il prezzo del diesel è rimasto invariato.

Non si capisce bene se sia un primato logistico, un caso statistico o una forma silenziosa di resistenza al caos.

Ma in un momento così, ci si aggrappa a quello che c’è.

Suzuki e Vitara, il SUV elettrico che ama le basse aderenze

Suzuki
Suzuki e Vitara è il 4x4 compatto alla conquista del mercato dei SUV elettrici - foto © Suzuki

La nuova Suzuki e Vitara (si scrive proprio così: e-spazio-Vitara) si presenta come una sorta di anomalia – molto interessante – nel panorama automotive contemporaneo.

In un ambiente troppo spesso dominato da slogan sulla sostenibilità e prodotti costosi e di grandi dimensioni, Suzuki propone un SUV compatto, 100% elettrico e a trazione integrale.

Progettato per non rinunciare a reali capacità off-road, tipiche del marchio giapponese, è un modello strategico per Suzuki, in quanto segna l’ingresso del brand nel mondo BEV, senza rinnegare la filosofia costruttiva fatta di leggerezza, efficienza e semplicità ingegneristica.

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Non a caso, come durante la presentazione del modello ha sottolineato Mirko Dall’Agnola (direttore divisione automobili di Suzuki Italia) “la e Vitara prima di essere un’auto elettrica è un SUV, è un 4×4 vero. Non sostituisce l’attuale Vitara ibrida: si affianca, ampliando l’offerta tecnologica senza snaturare l’identità Suzuki”.

Una dichiarazione che sintetizza la strategia della casa, fatta di evoluzioni più che rivoluzioni.

Prudenza strategica e redditività strutturale

Prima di parlare del nuovo modello, vale la pena approfondire brevemente il posizionamento di Suzuki.

Nel panorama mondiale è stabilmente tra i costruttori con maggiore redditività operativa, grazie a una gestione estremamente attenta dei costi e a una gamma focalizzata sui segmenti compatti.

Lo ha messo in evidenza Massimo Nalli, presidente e CEO Suzuki Italia, affermando che “Suzuki è presente in 170 Paesi ed è tra le aziende più prudenti del settore. La nostra profittabilità deriva da una maniacale attenzione all’efficienza industriale e alla coerenza del prodotto rispetto al mercato”.

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Questa prudenza si traduce anche nel privilegiare aree in cui il posizionamento del marchio risulta più coerente con il proprio DNA.

L’Europa rappresenta un caso particolare, in quanto normative stringenti sulle emissioni hanno portato alla revisione della gamma con l’uscita di scena di modelli importanti e di volumi come Jimny e Ignis.

Il mercato italiano resta comunque uno dei più “fedeli” al brand. Spiega Nalli: “L’Italia è il Paese europeo che meglio interpreta il concetto di auto compatta con alto valore tecnologico. Qui continuiamo a essere il mercato numero uno per Suzuki nel continente”.

Il primo passo elettrico di Suzuki

La nuova e Vitara nasce sulla piattaforma BEV HEARTECT-e.

Una piattaforma progettata per ospitare batterie integrate nel pianale e garantire elevata rigidità strutturale, riduzione delle vibrazioni e migliore distribuzione delle masse.

Il concept stilistico unisce linee scolpite e proporzioni adeguate, con un passo di 2.700 mm e sbalzi ridotti per migliorare angoli di attacco e uscita.

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foto © Suzuki

I fari Matrix LED con firma luminosa a tre punti e il cofano alto enfatizzano la percezione di solidità, mentre la linea di cintura alta richiama la tradizione dei SUV Suzuki.

Essenziale per la e Vitara è il sistema ALLGRIP-e, evoluzione elettrica della lunga esperienza Suzuki nel campo della trazione integrale.

Versione Potenza Coppia Autonomia WLTP
2WD single motor anteriore 128 kW 193 Nm fino a 426 km
4WD ALLGRIP-e dual motor (ant. + post.) 135 kW (184 CV) 307 Nm fino a 395 km

Due motori per una gestione perfetta della trazione

La versione 4WD (la prima a essere commercializzata in Italia) dispone di un motore anteriore da 174 CV e di uno posteriore da 65 CV, gestiti elettronicamente per ottimizzare la distribuzione della coppia.

I 65 cavalli al posteriore – ha sottolineato Dall’Agnola – non sono un semplice supporto, ma garantiscono una reale capacità off-road”.

La versione a due ruote motrici utilizzerà invece un singolo motore anteriore capace di erogare 128 kW e 193 Nm di coppia – una configurazione pensata per privilegiare efficienza energetica e autonomia – e che può raggiungere i 426 km nel ciclo WLTP.

Tornando alla versione integrale, variante più interessante dal punto di vista ingegneristico, essa adotta due eAxle indipendenti, uno per ciascun asse.

Il sistema sviluppa una potenza complessiva di 135 kW, equivalenti a 184 cavalli, con una coppia massima di 307 Nm e un’autonomia dichiarata fino a 395 km nel ciclo WLTP.

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Il motore anteriore rappresenta l’elemento principale della trazione, mentre quello posteriore contribuisce in modo determinante alla gestione della motricità su fondi a bassa aderenza.

La modalità Trail consente di simulare il comportamento di un differenziale autobloccante attraverso il controllo elettronico della coppia, intervenendo sulle ruote con minore aderenza per trasferire trazione a quelle con maggiore grip.

Si tratta di una soluzione tecnica che dimostra come Suzuki abbia voluto mantenere una reale vocazione off-road, evitando di limitarsi a una semplice configurazione dual motor orientata alle prestazioni su asfalto.

Batteria da 61 kWh e gestione termica evoluta

La batteria agli ioni di litio con chimica litio-ferro-fosfato da 61 kWh opera a una tensione nominale di 381 volt e rappresenta una scelta precisa in termini di sicurezza e durabilità.

Questa tecnologia garantisce una maggiore stabilità termica rispetto alle batterie NMC tradizionali, riducendo il rischio di degrado precoce e migliorando la costanza delle prestazioni nel tempo.

In condizioni di ricarica rapida in corrente continua, il passaggio dal 10 all’80% della capacità richiede circa 45 minuti, mentre una ricarica completa in corrente alternata trifase a 11 kW si attesta intorno alle cinque ore e mezza.

Utilizzando una presa domestica monofase da 7 kW il tempo si estende fino a circa nove ore.

La presenza della pompa di calore contribuisce a mantenere efficiente il sistema anche in condizioni climatiche sfavorevoli, limitando l’assorbimento energetico dei sistemi di climatizzazione e preservando l’autonomia complessiva del veicolo.

Interni tecnologici e spazio modulabile

L’abitacolo della e Vitara è stato progettato con l’obiettivo di coniugare ergonomia e tecnologia, naturalmente mantenendo un’impostazione razionale coerente con la tradizione Suzuki.

Infatti, il guidatore si trova di fronte a una strumentazione digitale da 10,25 pollici abbinata a un display centrale da 10,1 pollici dedicato al sistema di infotainment, quest’ultimo abbinabile in modalità wireless con Apple CarPlay e Android Auto.

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La modularità interna rappresenta uno degli aspetti più interessanti del progetto.

I sedili posteriori sono scorrevoli (ben 16 centimetri) e garantiscono così a scelta più spazio per i passeggeri oppure per i bagagli.

L’illuminazione ambientale configurabile in dodici tonalità contribuisce a migliorare la qualità percepita, mentre il sistema audio Infinity con subwoofer offre una resa acustica superiore rispetto alla media del segmento.

La presenza del tetto panoramico enfatizza la luminosità dell’abitacolo, mentre la ricarica wireless per smartphone e la presenza di tutorial interattivi integrati nel sistema multimediale testimoniano la volontà di rendere la tecnologia facilmente accessibile anche a utenti meno esperti.

ADAS e sicurezza

Per quanto riguarda la sicurezza, e Vitara integra una suite completa di sistemi di assistenza alla guida basati su radar millimetrico e telecamere ad alta risoluzione.

Il sistema Dual Sensor Brake Support II è in grado di rilevare veicoli, ciclisti e pedoni, intervenendo automaticamente in caso di rischio di collisione.

Il cruise control adattivo con funzione predittiva gestisce la velocità anche in presenza di curve, mentre il sistema di mantenimento attivo della corsia lavora in sinergia con il Lane Departure Prevention per garantire maggiore stabilità nei trasferimenti autostradali.

Il monitoraggio dell’angolo cieco e il Driver Monitoring System contribuiscono a migliorare il livello complessivo di sicurezza attiva, mentre i fari Adaptive High Beam regolano automaticamente il fascio luminoso per evitare l’abbagliamento di chi guida i veicoli provenienti in senso opposto.

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Particolarmente rilevante per un SUV con ambizioni fuoristradistiche è la presenza dell’Hill Descent Control, che permette di affrontare discese impegnative mantenendo una velocità costante di circa 7 km/h senza necessità di intervenire sul pedale del freno.

Il 4×4 elettrico accessibile

Dal punto di vista commerciale, la e Vitara si colloca in una fascia di prezzo particolarmente interessante per un SUV elettrico dotato di trazione integrale.

La versione ALLGRIP-e nell’allestimento Top viene proposta a 38.900 euro, mentre l’allestimento Cool scende a 36.900 euro.

La variante a trazione anteriore ha lo stesso prezzo dell’allestimento Cool.

Si tratta di importi sensibilmente inferiori rispetto alla maggior parte dei SUV elettrici a trazione integrale oggi disponibili sul mercato europeo, spesso caratterizzati da prezzi superiori ai 50mila euro.

La possibilità di completare l’acquisto sulla piattaforma online Smart Buy rappresenta inoltre un ulteriore passo verso la digitalizzazione del processo commerciale, consentendo al cliente di configurare e prenotare il veicolo direttamente via web.

Elettrificazione senza perdere identità

Suzuki continua a investire su diverse soluzioni energetiche, mantenendo una strategia multi-tecnologica che va oltre il solo elettrico.

Ha migliorato l’efficienza dei motori termici raggiungendo valori vicini al 40%, impensabili solo qualche anno fa, e lavora nella ricerca per alimentazioni alternative come carburanti sintetici, biometano e idrogeno.

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Un approccio pragmatico, coerente con la filosofia aziendale di miglioramento continuo.

Non vediamo un’unica soluzione per la mobilità sostenibile – ha osservato Nalli – ma un percorso fatto di tecnologie complementari”.

La e Vitara rappresenta un passaggio importante nella trasformazione e rinnovamento Suzuki.

Si tratta di un’elettrica che non cerca di imitare i grandi SUV premium, ma resta fedele al concetto di compattezza intelligente.

Un veicolo che dimostra come l’elettrificazione possa convivere con leggerezza progettuale, accessibilità economica e reale capacità fuoristradistica.

In un mercato spesso dominato da complessità tecnologica e prezzi crescenti, Suzuki sceglie una strada coerente con la propria storia, cioè fare auto semplici da usare, efficienti e concrete.

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L’Ape in festa tra i borghi della Riviera Ligure

Un piccolo e caratteristico borgo ligure sta per diventare l’epicentro di una passione che attraversa generazioni e confini.

Il 18 e 19 aprile, Vallebona, 1200 abitanti nell’entroterra di Imperia, si trasformerà in una vivace capitale europea delle tre ruote ospitando “EuroApe”, il raduno internazionale dedicato alla storica Ape Piaggio.

Un appuntamento che assume un significato ancora più speciale nell’anno in cui questo iconico veicolo festeggia 80 anni di storia e l’Ape Club d’Italia celebra due decenni di attività.

Per un intero fine settimana, il borgo della Riviera dei Fiori si riempirà di appassionati, collezionisti e curiosi provenienti da tutta Italia e da diversi Paesi europei, con le vie del centro riempite dal suono caratteristico dell’Ape si intreccerà e dai profumi dei prodotti locali.

Un sabato da sapori e tradizione

La giornata di sabato 18, sarà dedicata a un programma ricco e accessibile a tutti, senza biglietto d’ingresso.

Tra piazze e vicoli si susseguiranno degustazioni, musica, visite guidate e iniziative pensate per valorizzare le eccellenze del territorio.

Tra gli appuntamenti più attesi l’apertura della mostra dedicata ai vent’anni dell’Ape Club d’Italia negli spazi del Palazzo Comunale e, nel tardo pomeriggio, l’Ape-ritivo: dalle 18:30 prodotti tipici e la musica della banda locale accompagneranno uno dei momenti più conviviali della manifestazione.

Per rendere più semplice la partecipazione, saranno attive navette gratuite da Bordighera dalle 10 alle 22, con partenza dal piazzale della stazione e fermate intermedie, fino al cuore dell’Ape Village allestito a Vallebona.

Lo spettacolo della parata

Domenica 19 aprile sarà invece il momento più spettacolare, con la ApeParade: una sfilata di decine di Ape lungo le strade panoramiche della Riviera.

Il corteo partirà alle 10 da Vallebona e raggiungerà Seborga, 286 abitanti e lo status di Principato (mai riconosciuto), per poi proseguire verso Camporosso, tappa finale dedicata al pranzo.

Dal dopoguerra a icona del design

Ma EuroApe è soprattutto un viaggio nella storia di un mezzo che ha accompagnato l’Italia nella sua trasformazione.

L’Ape Piaggio nasce nel 1948, in un Paese ancora segnato dalle difficoltà del dopoguerra.

In una realtà complicata in cui i trasporti erano inefficienti e costosi, tra grandi camion di derivazione militare e mezzi commerciali poco accessibili, mancava una soluzione agile ed economica per il lavoro quotidiano.

L’intuizione di Enrico Piaggio e Corradino D’Ascanio fu di adattare la “Vespa” trasformandola in un piccolo veicolo da trasporto: una struttura semplice, con due ruote posteriori a sostenere un cassone e una parte anteriore derivata direttamente dallo scooter.

Le prime versioni vennero persino presentate con nomi come “VespaCar” o “TriVespa” e vendute a circa 170.000 lire, una cifra relativamente contenuta per l’epoca.

Un mezzo che ha cambiato il lavoro quotidiano

Con il tempo, il progetto si evolve e dalla terza serie l’Ape assume una struttura autonoma rispetto alla Vespa, pur mantenendo molti elementi in comune, come il manubrio e il cambio manuale.

La diffusione in compenso è rapidissima: diventa il mezzo ideale per artigiani, commercianti e piccoli imprenditori, contribuendo ad ampliare il raggio d’azione delle attività e diventando un simbolo della ripresa economica italiana.

Oggi, a distanza di quasi ottant’anni, l’Ape continua a essere prodotta anche fuori dall’Italia e a vivere nuove forme, come quella del celebre Ape “Calessino”, utilizzato in molti Paesi asiatici come mezzo di trasporto pubblico.

Ma il suo legame con l’immaginario collettivo italiano resta fortissimo: un oggetto semplice e ingegnoso che racconta lavoro, quotidianità e capacità di adattamento.

Un evento per tutti

EuroApe 2026 si ritaglia uno spazio in questa lunga storia, trasformando un raduno in un racconto collettivo fatto di memoria e movimento.

L’invito è aperto a tutti: cittadini, famiglie, appassionati e curiosi, e per chi possiede un’Ape, partecipare significa entrare a far parte di una comunità internazionale, condividere la strada e fare la propria parte per tenere viva una tradizione che continua a viaggiare.

UFI, la certezza di viaggiare a pieni polmoni

Non si vede, non si sente e raramente finisce al centro dell’attenzione quando si parla di auto. Eppure, ogni volta che saliamo a bordo di un veicolo, un dettaglio invisibile lavora costantemente per proteggere la nostra salute: il filtro dell’aria dell’abitacolo.

In un’epoca in cui l’inquinamento urbano e la qualità dell’aria sono temi sempre più urgenti, il filtro assume un ruolo tutt’altro che secondario, trasformandosi da semplice accessorio tecnico ad alleato del benessere quotidiano.

È su questo concetto che si muove “UFI”, gruppo globale attivo nelle soluzioni di filtrazione, nella gestione termica e nelle tecnologie legate all’idrogeno verde, che ha scelto di investire con decisione nello sviluppo di sistemi avanzati per la purificazione dell’aria all’interno dei veicoli, proponendo una gamma che abbraccia tutte le categorie: dalle autovetture ai veicoli commerciali, dai mezzi pesanti fino agli autobus e alle applicazioni off-road.

Un componente sottovalutato

A differenza di altri filtri presenti nel veicolo, il filtro abitacolo non incide direttamente sulle prestazioni meccaniche, ed è forse il motivo per cui viene spesso trascurato.

In realtà, il suo compito è fondamentale: garantire che l’aria respirata dai passeggeri sia il più possibile pulita, trattenendo polveri sottili, pollini, allergeni, batteri, muffe e sostanze inquinanti.

La crescente complessità dell’ambiente urbano e l’aumento delle fonti di contaminazione rendono però necessario un salto di qualità tecnologico: non basta più un filtro tradizionale, servono soluzioni evolute, capaci di affrontare un’ampia gamma di agenti nocivi con livelli di efficienza sempre più elevati.

Ricerca e innovazione

Con oltre cinquant’anni di esperienza nel settore e una forte presenza nel primo equipaggiamento, UFI ha costruito il proprio know-how attraverso un approccio fortemente orientato alla ricerca.

Nei suoi “UFI Innovation Center”, l’azienda ha sviluppato sei diverse tipologie di media filtranti ad alte prestazioni, riunite sotto il nome “FormulaUFI”, e prodotte interamente in-house.

Il controllo diretto della tecnologia consente non solo di garantire standard qualitativi elevati, ma anche di rispondere alle nuove esigenze del mercato, il risultato è una gamma di prodotti che combina tecnologie di nuova generazione.

ARGENTIUM®: la filtrazione diventa attiva

Tra le innovazioni più significative spicca ARGENTIUM®, un filtro abitacolo progettato per andare oltre la semplice barriera fisica. La sua struttura si basa sulla tecnologia “FormulaUFI.Stratiflex”, che integra tre strati funzionali (antimicrobico, adsorbente e strutturale) in un unico sistema ad alta efficienza.

Il vero elemento distintivo è l’utilizzo del biocida “Biomaster silver”: particelle d’argento incorporate nel materiale non tessuto che impediscono la proliferazione dei batteri fino al 99%.

In questo modo, il filtro non si limita a trattenere i contaminanti, ma contribuisce a neutralizzarli.

Le prestazioni non si fermano qui. ARGENTIUM® è in grado di bloccare pollini, polveri sottili (comprese quelle generate dall’usura di pneumatici e freni) e una vasta gamma di agenti inquinanti, e allo stesso tempo contrasta la formazione di muffe e funghi e riduce la presenza di gas nocivi come ossidi di azoto (NOx) e biossido di zolfo (SO₂).

Grazie alla presenza del carbone attivo, il filtro raggiunge un’efficienza superiore al 98,5% sulle particelle di 2,5 micron, contribuendo anche all’eliminazione degli odori sgradevoli, il tutto con una durata operativa che può arrivare a 12 mesi, mantenendo costante l’efficacia antibatterica per l’intero ciclo di vita.

La sfida dell’elettrico: aria ancora più pulita

La transizione verso la mobilità elettrica sta ridefinendo l’intero ecosistema automotive, introducendo nuovi standard anche in ambiti meno evidenti come la qualità dell’aria interna.

I veicoli elettrici, infatti, richiedono soluzioni di filtrazione ancora più avanzate, in grado di garantire un ambiente abitacolo altamente controllato.

Per rispondere a questa evoluzione, UFI ha sviluppato filtri “HEPA” (High Efficiency Particulate Air), già utilizzati nei settori medico e sanitario.

Si tratta di sistemi che rappresentano uno dei livelli più elevati di filtrazione disponibili: con un’efficienza del 99,975% su particelle inferiori a 0,3 micron, sono in grado di intercettare anche i contaminanti più piccoli, fino a mille volte più sottili di un capello umano.

Ciò significa che, oltre alle polveri sottili e al particolato atmosferico, i filtri HEPA riescono a trattenere gran parte dei biocontaminanti presenti nell’aria, inclusi batteri, virus e spore.

Inizialmente destinati al primo equipaggiamento, sono oggi disponibili anche nel mercato aftermarket, come dimostra la recente introduzione per Tesla Model Y.

Copertura quasi totale del parco circolante

L’impegno di UFI si riflette anche nell’ampiezza della gamma: negli ultimi due anni, l’azienda ha introdotto 36 nuovi codici prodotto, rafforzando l’offerta per il segmento off-road, che oggi include 16 filtri antipolline dedicati.

Nel complesso, il catalogo conta 772 codici: 637 destinati a auto e veicoli commerciali leggeri, 80 per camion e autobus e 55 per applicazioni off-highway.

Una proposta che consente di coprire circa il 95% del parco veicoli europeo.

Accanto ai prodotti più avanzati, l’offerta comprende anche soluzioni tradizionali ma efficaci: circa 400 filtri antipolline in tessuto non tessuto, capaci di trattenere oltre il 90% delle particelle superiori a 2,5 micron, e 210 filtri a carbone attivo, in grado di intercettare particelle ancora più piccole (tra 0,01 e 2 micron) e neutralizzare gli odori.

Un gruppo globale tra industria e spazio

Fondata nel 1971, UFI è una realtà internazionale con applicazioni che spaziano ben oltre l’automotive.

Le sue tecnologie trovano impiego anche nei settori aerospaziale, nautico e industriale, fino a contesti altamente specialistici come le scuderie di Formula 1 e il veicolo spaziale europeo “ExoMars”.

Con 22 siti produttivi, oltre 4.300 dipendenti distribuiti in 21 paesi e tre centri di ricerca che coinvolgono più di 270 tecnici, l’azienda investe oltre il 5% del proprio fatturato in ricerca e sviluppo.

Un impegno che ha portato al deposito di oltre 350 brevetti.

Numeri che raccontano una leadership consolidata, ma soprattutto la visione di un futuro in cui la qualità dell’aria diventa un parametro fondamentale di sicurezza.

Da rifiuto a risorsa, la nuova rotta delle batterie

Mettere ordine in un settore sempre più strategico, trasformando un obbligo normativo in una leva di sostenibilità. È la prospettiva che “Exide Technologies Srl”, tra i protagonisti nelle soluzioni di accumulo energetico per automotive e industria, e il “Consorzio ERP Italia”, punto di riferimento nella gestione dei rifiuti tecnologici e delle batterie esauste, danno il via a una collaborazione destinata a incidere sull’intero ciclo di vita del prodotto.

L’accordo si inserisce in uno scenario in cui la gestione del fine vita delle batterie sta diventando un tema centrale per l’industria, non solo per ragioni ambientali ma anche economiche: recuperare materiali, ottimizzare i flussi e garantire trasparenza lungo la filiera non è più un’opzione, ma una necessità sempre più impellente.

Dalla raccolta al riciclo

Il cuore della partnership è la creazione di un sistema strutturato che accompagni le batterie dalla fase di raccolta fino al trattamento e al riciclo finale. Non si tratta di gestire un rifiuto, ma di reinserire nel ciclo produttivo materiali di valore, riducendo sprechi e dipendenza da nuove risorse.

La sinergia tra le due realtà gioca un ruolo fondamentale: da un lato il know-how tecnologico e industriale di Exide, dall’altro il consolidato framework di conformità e gestione sviluppato da ERP Italia.

L’obiettivo è semplificare le operazioni per i produttori, assicurando al tempo stesso il rispetto delle normative e una gestione efficiente dei flussi.

Normative in evoluzione

Il progetto prende forma in un quadro regolatorio sempre più articolato. L’introduzione di nuovi obblighi di tracciabilità, insieme a strumenti come il Registro Nazionale dei Produttori (RENAP), impone alle aziende una gestione più rigorosa e trasparente dei propri prodotti anche dopo l’immissione sul mercato.

A questo si aggiunge una crescente attenzione alla qualità dei trattamenti e alla rendicontazione, elementi che richiedono sistemi affidabili e dati accurati.

La collaborazione tra Exide e ERP Italia nasce proprio per rispondere a queste esigenze, offrendo un modello operativo capace di coprire l’intera filiera e di preparare gli operatori alle sfide future.

Governance e operatività

Uno degli elementi distintivi dell’accordo è la capacità di coniugare solidità organizzativa e concretezza operativa.

Non solo regole e adempimenti, ma anche strumenti pratici per rendere più efficiente la gestione lungo tutta la catena del valore.

L’intento è quello di creare un sistema che funzioni davvero nella quotidianità delle imprese, facilitando i passaggi operativi, migliorando la tracciabilità e rendendo più fluido il rapporto tra produttori, consorzi e operatori, in un approccio che punta a generare benefici tangibili per clienti e filiera, oggi e nel medio-lungo periodo.

Responsabilità ambientale, sostenibilità economica

“Come produttori – spiega Roberto Brembilla, Managing Director e Plant Manager Italy di Exide Technologies Srl – continueremo a sostenere economicamente le attività di raccolta e trattamento delle batterie esauste, in base alle quantità immesse sul mercato. L’adesione a un sistema collettivo consente di gestire queste quote in modo trasparente, garantendo una copertura efficace su tutto il territorio nazionale e mantenendo un equilibrio tra responsabilità ambientale e sostenibilità del sistema”.

Il modello proposto si fonda proprio su questo equilibrio: da un lato l’impegno ambientale, dall’altro la necessità di mantenere un sistema economicamente sostenibile, in grado di funzionare nel tempo senza creare squilibri tra gli attori coinvolti.

Una filiera più tracciabile

Per ERP Italia, la priorità è costruire basi solide su cui far crescere l’intero sistema. “L’ingresso di Exide – sottolinea Alberto Canni Ferrari, Country Manager Italia del Consorzio ERP Italia – risponde all’esigenza di rendere la gestione delle batterie a fine vita sempre più strutturata, conforme e tracciabile. La compliance è il punto di partenza: solo con processi chiari e dati affidabili è possibile semplificare gli adempimenti e supportare tutta la filiera”.

Su queste fondamenta, il consorzio punta a rafforzare la raccolta, rendendola più capillare ed efficace, e a migliorare la canalizzazione dei flussi.

Un percorso che valorizza la collaborazione tra produttori e operatori, trasformando l’adesione a un sistema collettivo in un processo operativo concreto.

Verso un’economia circolare

La collaborazione tra Exide Technologies Srl e ERP Italia è destinata a evolversi nel tempo per rafforzare ulteriormente il modello di gestione e adattarlo ai cambiamenti normativi e di mercato.

Al centro resta la volontà di sviluppare sistemi sempre più efficaci per il recupero e la valorizzazione delle batterie a fine vita.

In gioco non c’è soltanto il rispetto delle regole, ma la costruzione di un ecosistema in cui responsabilità condivisa ed efficienza operativa diventano leve per la crescita.

Un passaggio fondamentale per trasformare un rifiuto complesso in una risorsa strategica, e dare concretezza ai principi dell’economia circolare.

Hormuz, il buco nero che svuota i serbatoi del mondo

Fate pure con comodo: inserite il bancomat nell’apposita fessura, selezionate il tipo di carburante e fissate il display che scorre.

Il numerino che sale verso cifre impensabili fino ad una manciata di giorni fa non è un malfunzionamento del self-service.

È la guerra in Medio Oriente che entra nel serbatoio con la stessa faccia tosta con cui fa a spallate nelle bollette, nei mutui e nei menu dei ristoranti.

Il responsabile di tutto questo ha il nome di un posto che quasi nessuno sa esattamente si trovi: lo stretto di Hormuz, 60 km di lunghezza per circa 30 di larghezza nel punto più stretto, per un braccio di mare da dove passa un quarto del commercio mondiale del petrolio.

Fatih Birol, direttore esecutivo della “IEA” (International Energy Agency), lo ha detto con la franchezza di chi non ha più niente da perdere a essere pessimista: “Il destino dell’economia mondiale è appeso a quella via d’acqua”.

Nel frattempo, da Amsterdam a Palermo, gli automobilisti europei stanno scoprendo sulla propria pelle cosa significa dipendere da un angolo di mare dal destino complicato, dove un tempo dettavano legge i pirati e fino all’altro ieri transitavano in media 140 navi mercantili al giorno.

Birol ha anche aggiunto che siamo davanti alla “più grande crisi energetica della storia”, più grave delle tre precedenti messe insieme.

Chi paga di più, chi respira ancora

I dati della Commissione UE aggiornati al 6 aprile fotografano un continente che come viaggia a velocità diverse.

In cima alla classifica dei dolori c’è l’Olanda, con il diesel a 2,58 euro al litro e la benzina a 2,36, segue la Danimarca, tallonata da Germania e Finlandia, con il gasolio che in entrambi i Paesi supera i 2,40 euro.

Francia e Grecia hanno valicato i 2 euro su entrambi i carburanti, una soglia psicologica che in molti Paesi ha già scatenato proteste e richieste di interventi dall’alto.

In fondo alla graduatoria, solitaria in mezzo al Mediterraneo, c’è Malta, dove un litro di diesel è fermo a 1,21 euro al litro e la benzina a 1,34.

Prezzi che sembrano usciti da una cartolina del passato, figlia di una politica di sussidi statali che l’arcipelago ha scelto di mantenere a costo di tensioni sui conti pubblici.

Il secondo posto tra i Paesi meno cari spetta all’Ungheria, con il diesel a 1,67 euro, quasi un euro al litro in meno rispetto all’Olanda.

L’Italia è sotto la media continentale, con la benzina a 1,77 euro e il diesel a 2,09, risultato che deve molto al taglio di 25 centesimi sulle accise introdotto dal governo in risposta alla crisi e prorogato fino al 1° maggio.

Senza quello, il gasolio sfiorerebbe i 2,34 euro.

Tuttavia, le associazioni dei trasportatori fanno notare che per le flotte aziendali, soggette ad accisa già ridotta sul cosiddetto gasolio commerciale, il beneficio è praticamente nullo.

Sapore salato

Il tempismo sa essere crudele, come spesso accade con le crisi energetiche.

Le recenti vacanze pasquali hanno beccato gli italiani con i prezzi ai massimi stagionali mentre i portafogli erano già provati da mesi di rincari.

Sulla rete autostradale il diesel ha toccato i 2,14 euro al litro, e i conti si fanno presto: secondo “Assoutenti”, un viaggio Milano-Catania in auto costa oggi 312 euro di sola benzina, senza considerare i pedaggi.

Rispetto alla Pasqua 2025, i rincari su percorsi lunghi come Torino-Palermo superano gli 80 euro, il che significa oltre 160 eurini di differenza fra andata e ritorno rispetto a dodici mesi fa. Una cifra che per molte famiglie equivale a una settimana di spesa.

Il Codacons ha elaborato un calcolo ancora più impressionante: la “maxi-stangata” sul periodo festivo ammonterebbe complessivamente a 1,3 miliardi di euro a livello nazionale.

Il gasolio costa il 30% in più rispetto a dodici mesi fa, quasi 49 centesimi in più ad ogni litro, pari a circa 24 euro da aggiungere al pieno.

Per contrastare eventuali speculazioni, il governo ha intensificato i controlli tramite la Guardia di Finanza, con verifiche su oltre 1.900 impianti di distribuzione, 104 soggetti denunciati e sequestri di carburante.

Bruxelles tra freni e frenate

La Commissione UE cammina su un equilibrio sottile, e se da un lato non si oppone ai tagli delle accise nazionali, dall’altro li considera misure temporanee da monitorare con attenzione, avvisando che non dovrebbero diventare strutturali né incentivare consumi di combustibili fossili.

Il commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis ha riconosciuto davanti al Parlamento UE che “esiste una tensione” tra il sollievo immediato e gli obiettivi climatici a lungo termine.

Ha evocato il rischio concreto di “stagflazione”, termine tecnico per spiegare cosa accade quando la crescita frena e l’inflazione sale, una delle combinazioni più difficili da gestire per qualsiasi banca centrale.

Non è un caso che le previsioni elaborate lo scorso autunno, PIL europeo a +1,4%, inflazione al 2,1% per quest’anno, vanno riviste al ribasso in modo pesante. Nello scenario più ottimistico, la crescita potrebbe perdere tra 0,2 e 0,4 punti percentuali.

Dombrovskis ha aggiunto un dettaglio che pesa come un’incudine sugli zebedei: i 27 Paesi affrontano questa crisi con un margine fiscale “più limitato” rispetto al 2022 a causa di deficit più elevati, tassi di interesse alti e la necessità crescente di investire nella difesa.

Nel frattempo cinque Paesi (Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria) hanno scritto una lettera chiedendo a Bruxelles uno strumento europeo per tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche.

La missiva ricorda che un meccanismo simile fu attivato nel 2022 con il “contributo di solidarietà” europeo, ma stavolta si chiede qualcosa di più robusto giuridicamente e mirato verso le grandi multinazionali del petrolio, compresi soprattutto i profitti realizzati fuori dai confini europei.

Il principio, che sulla carta non fa una piega, è che se le compagnie petrolifere guadagnano miliardi grazie alla crisi, una parte di quei denari deve tornare ai cittadini che la crisi la subiscono.

Ma nelle stesse ore in cui la lettera veniva recapitata, la Commissione respingeva l’ipotesi di sospendere il Patto di Stabilità per dare ai governi maggiore spazio di manovra.

Il freno a mano di Birol

La proposta più inattesa arriva dal direttore dell’Iea in persona, e ha il sapore di quelle pensate scomode che funzionano proprio perché nessuno vuole sentirle.

Birol chiede ai tedeschi, anche se il ragionamento vale per tutta Europa, di introdurre un limite di velocità sulle autostrade.

Abbassare di soli 10 km/h la velocità massima, spiega, può ridurre il consumo nazionale di petrolio fino al 6%. In Germania, portare il tetto a 120 km/h farebbe risparmiare oltre 3 miliardi di litri di carburante all’anno.

Peccato che chiedere ai tedeschi un limite in autostrada è come domandare agli italiani di evitare commenti sulle partite della Nazionale: tecnicamente possibile, politicamente suicida.

L’Italia è chiamata in causa quanto Berlino, forse di più: i nostri limiti autostradali, 130 km/h sulla maggior parte delle tratte, sono tra i più permissivi del continente.

Spagna, Portogallo e Svizzera sanzionano già oltre i 120 km/h, i Paesi Bassi si fermano a 100.

Birol è però esplicito anche su un altro punto.

Le accise tagliate sono un cerotto su una ferita che rischia di farsi profonda, e la sua alternativa preferita è un sistema di trasferimenti diretti alle fasce più deboli, svincolati dal consumo energetico: aiuta chi ha bisogno, evitando chi guida un SUV da 300 CV.

Il cherosene che non c’è

A complicare ulteriormente il quadro, se mai ce ne fosse bisogno, un altro squarcio questa volta aperto in cielo.

“Aci Europe”, l’associazione degli aeroporti europei, ha allertato la Commissione: se lo stretto di Hormuz non riapre in modo stabile entro tre settimane, gli aeroporti del continente andranno incontro a una carenza “sistemica” di carburante per aerei.

L’ultimo carico di cherosene diretto in Europa è arrivato il 9 aprile e le riserve si stanno esaurendo rapidamente.

Il commissario all’Energia Dan Jorgensen non esclude nulla.

Dal razionamento dei carburanti, sul modello di quanto già introdotto dalla Slovenia, con 50 litri al giorno per i privati e 200 per le imprese, fino a una modifica temporanea delle norme europee per importare jet-fuel dagli Stati Uniti, che applicano standard tecnici diversi.

“Non siamo ancora arrivati a quel punto”, ha precisato Jorgensen, ma l’espressione “tutte le opzioni sono sul tavolo” non è mai un messaggio rassicurante.

Intanto, in Egitto si spengono i lampioni alle ore stabilite, in Corea del Sud i dipendenti pubblici lasciano l’auto a casa e nelle Filippine la settimana lavorativa si è accorciata a quattro giorni.

Le raffinerie che non ci sono più

L’Italia, in questo scenario, parte da una posizione migliore di quanto molti si aspettino.

Le raffinerie nazionali, tra cui quelle di Sarroch in Sardegna e Priolo in Sicilia, mantengono una capacità produttiva che Francia, Germania e Regno Unito hanno in parte smantellato negli anni scorsi, inseguendo logiche di mercato che oggi fischiano come un boomerang.

Perché chi dipende dall’importazione di prodotti già raffinati è di gran lunga più vulnerabile di chi può ancora trasformare il greggio in proprio.

Qualche grattacapo in più potrebbe invece arrivare dal GPL, per cui l’Italia dipende per l’80% dall’import: il prezzo del prodotto algerino è quasi raddoppiato in pochi giorni, passando da 525 a 850 dollari a tonnellata.

La benzina entra in campagna elettorale

Negli Stati Uniti, intanto, benzina e diesel sono aumentati rispettivamente del 40% e del 53% dall’inizio del conflitto e il caro-carburanti è già uno dei più affollati campi di battaglia in vista delle elezioni di midterm.

Il prezzo alla pompa ha raggiunto i 4,16 dollari al gallone, avvicinandosi pericolosamente al picco storico di 5,10 dollari toccato nel giugno 2022, un confronto che i democratici sventolano come un’arma e i repubblicani non riescono a scrollarsi di dosso.

L’ultima apparizione pubblica di una candidata democratica in Pennsylvania è stata davanti ad una pompa di benzina, in quello che è ormai diventato il set simbolico della protesta economica americana.

Il vicepresidente Vance ha assicurato che i prezzi “scenderanno”, con la sicurezza di chi sa che promettere non costa nulla, almeno finché non si va alle urne.

I siti di scommesse danno già la Camera come persa per i repubblicani e anche il Senato vacilla in modo pericoloso.

I rincari intanto si registrano ovunque: i fertilizzanti agricoli sono aumentati del 33%, i tassi dei mutui a 30 anni sono saliti da 6,05 a 6,50 punti, le compagnie aeree hanno aumentato i supplementi per i bagagli tra i 4 e i 10 dollari.

Una costellazione di aumenti apparentemente scollegati, ma che raccontano tutti la stessa storia: quando uno stretto largo 30 km si chiude il conto lo pagano tutti. Alla pompa, in aeroporto, al supermercato, e prima o poi alle urne.

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