
Buone notizie dal fronte benzinai: i prezzi dei carburanti calano. Il gasolio si attesta a 2,166 euro al litro, la benzina a 1,790. Sono riduzioni dello zero virgola qualcosa, eppure celebrate con lo stesso entusiasmo con cui si annuncia la fine di un’era glaciale.
Qualcosa scende, ma non abbastanza
Peccato che il Codacons, l’associazione dei consumatori che si diverte a fare quei conti che nessun governo ama vedere, abbia rimesso tutto in prospettiva con la brutalità di un estratto conto in rosso: rispetto a fine febbraio, prima che il conflitto in Iran trasformasse lo Stretto di Hormuz in un collo di bottiglia planetario, gli italiani spendono 150 milioni di euro in più ogni settimana solo per fare il pieno.
Per che si fosse messo in ascolto adesso, meglio ripetere scandendo i concetti: 150 milioni di euro, a settimana, non al mese.
Il gasolio è rincarato del 26%, la benzina del 7, un pieno di diesel costa 23 euro in più rispetto a febbraio, quello di benzina è salito di 5,8 euro.
Piccole cifre se si vive in un appartamento vicino a una fermata della metro, un abbonamento annuale e la colazione al bar pagata col bancomat. Meno minuscole se si lavora con un furgone, si fa il pendolare in provincia o si gestisce un’impresa di trasporti che ha firmato contratti ai prezzi di sei mesi fa.
Va detto, per onestà: il governo è intervenuto tagliando le accise e il provvedimento ha contenuto il danno, ma fra quello e “risolvere il problema” corre un oceano intero. Anzi, uno stretto.
Se piangi, se ridi
Mentre gli automobilisti fanno i conti al distributore con la calcolatrice del telefono, qualcuno conta banconote dal quartier generale di qualche holding con sede in un posto dove le tasse sono un proforma.
I petrolieri e l’intera filiera, raffinatori, broker, trasportatori, grossisti e intermediari di ogni foggia e latitudine, incassano 88 milioni di euro a settimana in più rispetto a due mesi fa. Ancora una volta, è una cifra che merita di essere scritta per esteso, senza abbreviazioni: ottantotto milioni di euro.
Bisogna però fare una distinzione importante, quella che di solito manca nel racconto popolare sul “benzinaio che si arricchisce”, perché il gestore del distributore sotto casa non è nell’elenco dei fortunati.
Il suo margine è fisso tra i 3 e i 5 centesimi al litro, e non si muove di un millimetro con l’andamento dei prezzi. Guadagna la stessa cifra se il gasolio costa un euro o tre, e anzi, quando i prezzi salgono incassa le stesse commissioni ma sopporta clienti molto più incacchiati.
Il grosso della torta se lo spartisce chi sta più su nella catena alimentare energetica: chi controlla le quotazioni Platts, chi gestisce i passaggi dalla raffinazione alla distribuzione e chi siede nei consigli di amministrazione.
A completare il quadro con una certa eleganza, non va dimenticato lo Stato italiano, che incamera ogni settimana 61 milioni in più grazie a Iva e accise, quelle stesse che il governo ha tagliato, ma che su prezzi più alti producono un gettito maggiore.
La matematica non è un’opinione, anche quando è scomoda: i prezzi salgono, le tasse percentuali sul prezzo producono più gettito, e il taglio delle accise riesce solo parzialmente a compensare l’effetto.
Risultato: tutti incassano di più, tranne chi fa il pieno.
Il ministro convoca (e gongola)
Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha raccontato la vicenda con la soddisfazione di chi ha appena chiuso una trattativa estenuante e vuole che si sappia.
Giovedì scorso ha convocato le quattro grandi compagnie petrolifere operative in Italia, che ha “esortato” (termine tecnico ministeriale per qualcosa a metà strada tra chiedere gentilmente e pretendere), una riduzione immediata dei prezzi alla pompa.
E le compagnie hanno risposto. A modo loro, certo, con qualche centesimo in meno al litro, e non con un ritorno ai prezzi di febbraio, ma tant’è: il ministro ha incassato il gesto simbolico e lo ha rilanciato come un segnale di efficacia del sistema Italia.
Ha anche aggiunto, con un orgoglio che potrebbe sembrare insensato ma è perfino comprensibile, che per la prima volta nella storia recente sono i cittadini stranieri a venire in Italia a fare rifornimento, e non viceversa.
I cosiddetti “pendolari del pieno” attraversano il confine per sfruttare prezzi che da noi sono leggermente meno insostenibili che altrove.
In Olanda il gasolio tocca 2,46 euro al litro, in Danimarca 2,35, in Germania 2,28, e improvvisamente, i 2,193 euro delle nostre autostrade sembrano quasi un affare, il che la dice lunga non tanto sull’andamento dei nostri prezzi, ma sul disastro che sta investendo tutta l’Europa.
Urso ha poi espresso preoccupazione per i rifornimenti di carburante al sistema aereo, per l’elio necessario ai chip e per i fertilizzanti agricoli. Lo Stretto di Hormuz, insomma, non è solo un problema di benzina: è la giugulare del commercio mondiale e tenerla chiusa fa male anche a settori che con il petrolio hanno poco o nulla a che fare.
Salvini e il pieno consapevole
Sul tema è intervenuto anche il vicepremier Matteo Salvini, a margine di un gazebo leghista a Milano, luogo tradizionalmente deputato alle grandi riflessioni geopolitiche ed energetiche.
La sua analisi è stata quasi disarmante: se tutti usano la testa non ci saranno razionamenti, emergenze, ritorno alla didattica a distanza e smart working. Basterà, insomma, pensare bene prima di fare il pieno e calibrare i consumi. Pensiero lucidissimo, va detto.
Ha poi aggiunto che bisogna riconsiderare le sanzioni alla Russia, che la guerra deve finire presto, che la diplomazia deve tornare a prevalere sia in Iran che tra Mosca e Kiev, e che alcuni Paesi, inclusi gli americani, si stanno già muovendo in questa direzione.
Concetti con i quali è difficile essere in disaccordo, anche se la loro utilità al distributore in viale Monza, nel momento in cui il contatore segna 100 euro e non accenna a smettere, resta ancora tutta da dimostrare.
A chi gli chiedeva se torneremo a comprare gas russo, ha replicato con un “spero che finisca la guerra il prima possibile, poi sì”, risposta che ha il pregio della sincerità e lo svantaggio di non essere esattamente un piano energetico.
L’Europa a macchia di leopardo
Nel caos generale, vale la pena fare un giro d’Europa per capire che la crisi è uguale per tutti. Secondo un’analisi di “PwC”, Italia, Portogallo, Slovenia, Ungheria e Spagna sono stati i primi Paesi dell’UE a intervenire sui mercati dopo lo scoppio del conflitto il 28 febbraio.
La Romania, che ha il vantaggio non trascurabile di essere uno dei pochi produttori di petrolio d’Europa, ha invece finalizzato un pacchetto di misure solo il 3 aprile, un mese dopo che gli effetti si erano già fatti sentire su ogni stazione di servizio del Paese.
Il petrolio greggio è passato da circa 70 dollari al barile prima della crisi a circa 110 e in Romania, dove il diesel costituisce oltre il 70% dei consumi di carburante, i prezzi alla pompa in alcuni momenti sono aumentati perfino più volte al giorno.
Eppure Bucarest si trova a metà classifica europea per costo dei carburanti: la benzina è a 1,83 euro al litro contro una media UE di 1,91. Meglio di Germania, Francia e Paesi Bassi, dove si sfiorano i 2,33 euro per la verde e i 2,46 per il diesel.
Le posizioni migliori della classifica le occupano Malta, con i prezzi calmierati, e la Slovenia, che ha scelto di intervenire sul meccanismo di formazione dei prezzi.
L’Italia, grazie al taglio delle accise e alla pressione del governo sulle compagnie, è riuscita a essere leggermente più favorevole rispetto ai vicini continentali.
Non è un trionfo, ma per una volta non essere ultimi della fila è già qualcosa.
La crescita slitta al 2027
La questione carburanti è solo la parte visibile di uno shock energetico che rischia di essere molto più lungo e costoso di quanto chiunque voglia ammettere pubblicamente.
Confesercenti e il Centro Europa Ricerche hanno messo insieme le proiezioni e il risultato è quello che gli economisti definiscono “uno scenario avverso” e i comuni mortali chiamano una “sfiga totale”.
La parte più amara è la seguente: anche nell’ipotesi ottimistica di una tregua rapida e di una graduale normalizzazione dei prezzi dell’energia, servirebbero comunque sette-otto mesi per tornare ad una piena stabilità.
Il che significa che il 2026 è già un anno in parte perduto, e la vera ripresa si sposterebbe al 2027.
Nel calendario economico italiano, il prossimo anno ha ormai la funzione che in politica si concede ad un orizzonte abbastanza lontano da sembrare plausibile ma tutto sommato così vicino da non apparire ridicolo.
Nel frattempo, c’è chi aspetta l’elio dal Qatar per fabbricare chip, chi i fertilizzanti per i campi, chi i componenti per le fabbriche, e chi, più banalmente, aspetta che il prezzo alla pompa torni a essere qualcosa che si paga senza trattenere il respiro.
L’unica vera notizia positiva, in questo panorama disastrato, è che in Molise il prezzo del diesel è rimasto invariato.
Non si capisce bene se sia un primato logistico, un caso statistico o una forma silenziosa di resistenza al caos.
Ma in un momento così, ci si aggrappa a quello che c’è.
















