martedì 21 Aprile 2026 - 02:57:11

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Robotica umanoide: Schaeffler con Leju Robotics in Cina

©Schaeffler

Schaeffler, Motion Technology Company, ha avviato una partnership con Leju Robotics Technology Co., Ltd., una delle principali aziende tecnologiche cinesi nel campo della robotica umanoide.

Si tratta della prima collaborazione con una società cinese, che si aggiunge alle partnership già esistenti con produttori affermati in Europa e negli Stati Uniti, e rappresenta un passo importante per Schaeffler nell’ampliare la propria presenza nell’ecosistema globale della robotica umanoide.

L’obiettivo della cooperazione è promuovere l’impiego di robot umanoidi in applicazioni industriali, come

  • l’ispezione intelligente degli impianti,
  • il supporto al funzionamento delle attrezzature,
  • la logistica,
  • la collaborazione uomo‑robot.

Entro il 2035, Schaeffler prevede di integrare un numero medio di robot umanoidi nell’ordine delle diverse migliaia all’interno dei propri processi produttivi

Klaus Rosenfeld, CEO di Schaeffler AG:

“Oltre al suo core business tradizionale, Schaeffler si sta concentrando in modo mirato su nuove aree di crescita, tra cui la robotica umanoide”.

“Con Leju Robotics, acquisiamo un partner forte e innovativo in uno dei mercati a più rapida crescita per i robot umanoidi”.

“Grazie alle nostre otto famiglie di prodotti e a decenni di eccellenza produttiva e capacità innovativa, siamo posizionati in modo eccellente in questo ambito”.

“La collaborazione dimostra che ci siamo affermati come un partner affidabile e solido nell’ecosistema globale della robotica umanoide.”

Zhendong Ke, Vice President di Leju Robotics:

“Schaeffler dispone di una profonda competenza nella produzione di apparecchiature ad alta tecnologia e nell’automazione industriale, mentre Leju Robotics apporta know-how nella ricerca e sviluppo e nell’industrializzazione su larga scala dei robot umanoidi”.

“Questa cooperazione unirà i punti di forza di entrambe le parti e si concentrerà su scenari di applicazione industriale, raccolta dei dati, iterazione dei modelli e avanzamento tecnologico della prossima generazione”.

“Grazie alla nostra forza innovativa congiunta lungo l’intera catena del valore industriale, contribuiamo alla costruzione di un ecosistema aperto e reciprocamente vantaggioso per i robot umanoidi.”

Partnership tecnologica di riferimento nel settore della robotica umanoide

Schaeffler fornisce componenti chiave per i robot umanoidi.

Il portafoglio spazia dai cuscinetti volventi, agli attuatori e agli ingranaggi di precisione, fino a motori, sensori, sistemi di gestione termica e sistemi di gestione della batteria.

In questo modo, Schaeffler soddisfa tutte le esigenze relative ad attuatori, sensori, motion control e gestione dell’energia.

A ciò si aggiunge un’approfondita competenza in dodici tecnologie produttive fondamentali – dalla lavorazione dei metalli alla produzione additiva.

Questa combinazione crea le condizioni ideali per integrare processi industriali consolidati con la robotica più avanzata e sviluppare soluzioni pronte per la produzione in serie.

Dr. Yilin Zhang, Regional CEO Greater China:

“La robotica umanoide è una delle aree di business strategiche di Schaeffler e presenta un enorme potenziale di mercato, in particolare in Cina”.

“La firma di questo accordo di cooperazione strategica rappresenta un passo importante dopo la creazione di una società dedicata alla robotica umanoide direttamente sul territorio”.

“Attraverso partnership aperte e collaborative, puntiamo a rafforzare ulteriormente la nostra presenza all’interno dell’ecosistema industriale cinese”.

“Insieme a partner di eccellenza come Leju Robotics, siamo pronti a contribuire attivamente allo sviluppo dell’industria dei robot umanoidi.”

Cupra Raval, l’elettrica che si è dimenticata di essere buona

“Rebel rebel”, cantava David Bowie nel 1974, un brano epico diventato un inno alla libertà e al bisogno di contrapporre l’individualità al tentativo di omologazione imperante.

Guarda caso, oltre mezzo secolo dopo, concetti ancora così attuali che calzare alla perfezione con la “Raval”, nuova compatta 100% elettrica di casa Cupra e modello che nasce con il preciso mandato di non assomigliare a nessun’altra.

Anche il nome non è casuale: “El Raval” è il quartiere più creativo e scomodo di Barcellona, crocevia di arte di strada, musica alternativa e architettura stratificata.

Dedicare un’auto a un posto del genere significa mettere sul tavolo un’idea che la dice lunga prima ancora di salirci a bordo.

Una silhouette da casco

Nel segmento B elettrico l’omologazione stilistica, accidenti, è la norma: tre volumi smussati, fari a goccia e fiancate che potrebbero andar bene ovunque.

La Raval arriva come uno schiaffo affettuoso a tutto questo: lunga 4,046 metri, larga 1,784 e alta 1,518 (con un passo di 2,60 m) ha proporzioni da berlina compatta ma un taglio malandrino che strizza l’occhio alla voglia di correre.

La linea si ispira dichiaratamente al profilo di un casco integrale, con il montante A molto inclinato e arretrato e il tetto che scende fino ad incontrare lo spoiler posteriore pronunciato che cattura i flussi aerodinamici.

Il frontale ruota intorno al triangolo Cupra portato all’estremo: cofano a muso di squalo, venature pronunciate, muscolatura evidente, fari Matrix LED con cerimonia di accensione e più in basso le prese d’aria con funzione di “outwash” aerodinamico che indirizzano i flussi verso la fiancata, migliorando il coefficiente di penetrazione senza rinunciare a un millimetro di carattere.

Sul fianco, linee pulite e maniglie a scomparsa con illuminazione integrata, soluzione utile tanto all’estetica quanto al CX.

Nel posteriore, la firma luminosa percorre tutta la larghezza della vettura: il logo Cupra illuminato e senza cornice amplifica visivamente la sensazione di larghezza, mentre il diffusore e gli effetti luminosi tridimensionali completano una coda che non si dimentica facilmente.

La palette colori conta sette opzioni, e la palma di più originale spetta all’esclusiva “Plasma Iridescent”, una finitura cangiante che, a seconda dell’angolo della luce, vira dal ciano al blu, all’indaco ad un rosato.

Presenti anche le opache “Manganese” e “Century Bronze”, per chi preferisce una ribellione in tono minore.

I cerchi si scelgono tra otto varianti (uno da 17”, due da 18” e cinque da 19”) e il tetto può vestirsi di “Manhattan Grey” o “Midnight Black” per un effetto bicolore che separa visivamente la parte superiore.

L’abitacolo come installazione sensoriale

Lo spazio è sorprendentemente generoso: la posizione di guida è rialzata, le sedute avvolgono con decisione da pista e il cruscotto è parzialmente realizzato con stampa tridimensionale, una scelta che apre le porte a geometrie impossibili per lo stampaggio tradizionale, con una trama zigrinata che ricorda la pelle di un rettile.

Al centro della plancia uno schermo da 12,9” con sistema operativo Android e una densità di 200 DPI, affiancato da un Digital Cockpit sospeso da 10,25” completamente configurabile.

Il volante integra paddle per la frenata rigenerativa e tasti fisici per i cinque driving mode: Range, Individual, Performance, Profile e Cupra, quest’ultimo in posizione privilegiata, come si conviene.

La console centrale a doppio piano libera un ampio spazio portaoggetti e le due prese USB-C posteriori con ventola di areazione dedicata non sono esattamente scontate in un segmento così popolare.

La vera sorpresa è il sistema di illuminazione, che rinuncia agli strip LED tradizionali per proiettori integrati nel cruscotto che disegnano grafiche animate e personalizzabili direttamente sui pannelli delle portiere anteriori, con sette pattern fra cui scegliere.

La Smart Light di nuova generazione, incorporata nel cruscotto, funge da linguaggio visivo tra auto e conducente: cambia animazione al rilevamento dell’angolo cieco, all’attivazione della funzione e-launch e al cambio di modalità di guida.

Spazio da vendere

Il bagagliaio vale 441 litri, numero impressionante per il segmento B, con doppio fondo modulare regolabile su due livelli, ganci e luce di cortesia, tutto merito di una piattaforma che libera completamente il retrotreno.

Gli allestimenti interni si articolano su quattro pacchetti: “Pulse”, con tessuto 100% riciclato, “Immersive”, sedili sportivi avvolgenti con il 73% di microfibra riciclata, regolabili elettricamente con memoria e per finire “Feel”, che abbina pelle vegana di alta qualità agli stessi sedili sportivi.

Il pacchetto “Ahead”, vertice assoluto, porta a bordo i sedili “Cup Bucket” con rivestimento in tessuto tridimensionale prodotto con tecnologia 3D Knitting in cui ogni rivestimento viene realizzato su ordinazione, in materiale 100% riciclato, riducendo quasi a zero lo scarto di produzione. Una prima assoluta nel mondo dell’auto.

Non è l’unico primato: Raval è anche il primo modello Cupra a montare Android come sistema operativo nativo, con accesso diretto a oltre 130 app attraverso il Group Store, anche se (giustamente), YouTube e Spotify sono disponibili solo quando il veicolo è fermo.

La navigazione è gestita da un motore di ricerca globale e da un assistente vocale aggiornato, la connettività si affida alla ricarica wireless da 15 W e a porte USB-C ad alta potenza per un totale di 90 W distribuiti tra anteriore e posteriore.

L’impianto audio “Sennheiser Sound System” con tecnologia AMBEO conta 12 altoparlanti e 475 W, calibrato su misura per le specificità acustiche dell’abitacolo della Raval che, abbinato alle proiezioni luminose sulle portiere e all’illuminazione ambientale, genera un’esperienza multisensoriale che ormai non ha più molto da spartire con l’antico concetto di autoradio.

Il suono motore interno si ispira alla Formula E e nelle modalità Performance e Cupra cambia in base a velocità, coppia e accelerazione: una forma di feedback che trasforma ogni curva presa bene in un momento cinematografico.

La gestione della ricarica passa dall’app “MyCupra”, con e-Route Planner e funzione Plug & Charge integrata: niente tessere né applicazioni fisiche separate per oltre un milione di punti di ricarica pubblici distribuiti in 28 paesi europei.

La tecnologia Vehicle-to-Load (V2L) permette di alimentare dispositivi esterni come laptop, e-bike e qualsiasi cosa sia dotato di spina, direttamente dall’energia immagazzinata nelle batterie.

Sul fronte sicurezza: 7 airbag (incluso quello centrale anti-collisione laterale tra occupanti), “Travel Assist” capace di reagire a semafori e segnali di stop anche in assenza di segnaletica orizzontale, “Emergency Assist” che frena progressivamente e sposta la vettura sulla corsia di emergenza in caso di malore del conducente.

Il “Pre-Crash Assist” opzionale reagisce anche agli impatti laterali chiudendo finestrini e tetto, accendendo le luci d’emergenza e pretensionando le cinture anteriori prima dell’urto.

Due batterie

La Raval nasce sulla piattaforma “MEB+” del Gruppo Volkswagen, la stessa destinata a sorreggere la ID.Polo e la Skoda Epiq, anch’esse in arrivo nel 2026, ma con un’impostazione tecnica separata dalle cugine: assetto ribassato di 15 mm, carreggiate allargate di 10, sterzo progressivo, taratura sportiva delle sospensioni e telaio irrigidito del 15% rispetto alla generazione precedente.

Trazione e motore sono anteriori in tutte le varianti.

La principale novità tecnica riguarda la batteria di tipo cell-to-pack (tecnologia PowerCo): le celle non vengono più confezionate in moduli separati eliminando peso e lo spazio occupato per aumentare la densità energetica di circa il 10%.

Due tagli disponibili: 37 kWh in chimica LFP (litio ferro fosfato), più stabile alle temperature estreme e meno soggetta al degrado nei cicli di ricarica rapida, e 52 kWh in chimica NMC. Quattro invece i livelli di potenza: 85 kW (116 CV), 99 kW (135 CV), 155 kW (211 CV) e 166 kW (226 CV) per la versione VZ.

Le versioni con batteria da 37 kWh supportano la ricarica in corrente alternata fino a 11 kW, mentre in corrente continua si arriva a 50 kW per il motore da 85 kW e a 88 kW per quello da 99 kW, con una finestra dal 10 all’80% in circa 23 minuti.

Le varianti Endurance e VZ con pacco da 52 kWh salgono a 105 kW in DC, dal 10 all’80% in 24 minuti.

Autonomia dichiarata: circa 300 km per le versioni con batteria piccola, 450 km per la Endurance e 400 km per la VZ, che paga qualche km in meno sull’altare delle prestazioni.

La VZ è la versione che Cupra ha costruito per i veri “Rebel”, chi sulla propria auto non ama i compromessi: “Dynamic Chassis Control Sport” con ammortizzatori adattivi tarati con il 5% di rigidità aggiuntiva rispetto al DCC standard, differenziale elettronico a slittamento limitato VAQ che distribuisce la coppia tra le ruote anteriori in tempo reale tramite sensori dedicati, pneumatici allargati da 235 mm su cerchi da 19”, modalità ESC disinseribile, avantreno con maggiore camber negativo e centro di rollio più alto per una risposta dell’assale anteriore più diretta.

La funzione e-launch, sviluppata internamente da Cupra, coordina una sequenza di animazioni luminose, suoni e grafica nell’abitacolo per trasformare ogni partenza da fermo in una piccola cerimonia.

Il sistema frenante “one box” unisce servofreno e moduli ESC in un blocco unico, ottimizzando la sensibilità del pedale e massimizzando il recupero di energia in frenata. Freni a disco su tutte e quattro le ruote, ancora una volta senza compromessi.

Launch Edition a giugno, il resto in autunno

Il lancio commerciale è programmato per la prossima estate: le prime ad arrivare nelle concessionarie, indicativamente a giugno, saranno le tre “Launch Edition”, tutte equipaggiate con la batteria da 52 kWh NMC. In autunno la gamma si completerà con le versioni a batteria LFP da 37 kWh (motori da 116 e 135 CV) e con le Endurance e VZ in allestimento standard.

I prezzi vanno dai 29.950 ai 33.950 euro della Launch Edition e della Launch Edition Plus, ambedue con batteria da 52 kWh da 211 CV (155 kW) e 450 km di autonomia.

Si sale a 39.950 euro per la Launch Edition VZ, con lo stesso taglio di batteria ma 226 CV (166 kW) e 400 km di autonomia, e dotazioni da prima della classe.

DENZA arriva in Europa e l’eleganza accelera a 1.500 kW

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DENZA Z9GT è un’auto pensata per unire performance estreme e innovazione tecnologica a un design ispirato alla seta - foto © DENZA

Il debutto internazionale di DENZA avviene tra super ibrido, tri-motore e ricarica ultra-fast.

Il brand premium del Gruppo BYD ha annunciato il suo ingresso nel mercato premium europeo parlando di “Technology Drives Elegance”, una sintesi tra ingegneria avanzata, design sofisticato e una nuova idea di lusso tecnologico.

DENZA – nato nel 2010 dalla collaborazione tra BYD e Daimler – entra nel panorama europeo con due modelli, la Z9GT e la monovolume premium D9 DM-i.

Entro la fine dell’anno DENZA sarà presente in oltre 30 Paesi europei con più di 150 punti vendita, sostenuta da una rete di ricarica ad altissima potenza che promette tempi di rifornimento finora impensabili.

Z9GT, l’elettrico nell’era delle hypercar

La DENZA Z9GT vuole rappresentare l’emblema della nuova filosofia del marchio.

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foto © DENZA

Si tratta di un’auto pensata per unire performance estreme, architettura elettronica avanzata e un design ispirato alla seta.

La piattaforma e3 (e-cube) introduce un’architettura tri-motore con controllo dinamico integrato, abilitando livelli di gestione della dinamica veicolo tipici di hypercar di fascia superiore.

Caratteristiche tecniche della DENZA Z9GT

Z9GT EV Z9GT DM-i
Potenza massima 1.156 CV 776 CV
0-100 km/h 2,7 s 3,6 s
Autonomia WLTP oltre 600 km 805 km combinati
Batteria 122,49 kWh Blade Battery 2.0 63,82 kWh
Ricarica fino a 1.500 kW FLASH Charging
Trazione tri-motore AWD tri-motore AWD

Il cuore del sistema è la seconda generazione della Blade Battery con architettura Cell-to-Body (CTB), soluzione che integra la batteria nella struttura del veicolo migliorando rigidità torsionale (+32%) e sicurezza negli impatti.

Il sistema Vehicle Motion Control coordina in tempo reale freni, sospensioni pneumatiche DiSus-A e sterzo posteriore indipendente, consentendo manovre avanzate come il crab-walking o un raggio di sterzata inferiore a molte city car.

L’interfaccia uomo-macchina propone un head-up display in realtà aumentata da 50”, display centrale flottante da 17,3” e sistema audio Devialet da 20 altoparlanti con Dolby Atmos.

La ricarica ultrarapida FLASH Charging

Uno degli elementi più innovativi introdotti da DENZA è il sistema FLASH Charging, capace di raggiungere potenze fino a 1.500 kW.

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Gli interni di DENZA Z9GT – foto © DENZA

La promessa dichiarata è sintetizzata nello slogan: “Pronta in 5 minuti, completa in 9, con il freddo aggiungine 3”.

Parametro Valore
10–70% 5 minuti
10–97% 9 minuti
20–97% a -30°C 12 minuti
Stazioni previste 6.000 globali
Stazioni europee 3.000

La tecnologia sfrutta numerose innovazioni dell’architettura e dell’interfaccia.

Il risultato è una riduzione significativa della resistenza interna e della generazione di calore, migliorando durata e sicurezza anche in condizioni estreme.

D9 DM-i, il monovolume premium diventa lounge

Se la Z9GT interpreta il lato prestazionale del brand, la D9 DM-i rappresenta la declinazione luxury orientata al comfort e alla mobilità executive.

Il concetto “777” sintetizza la capacità di trasporto, con 7 passeggeri adulti, 7 trolley e 7 zaini.

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Su D9 DM-i tecnologia, FLASH Charging e super ibrido rivoluzionano il concetto di premium – foto © DENZA

Il powertrain Super Hybrid DM-i combina un motore benzina 1.5 turbo con due unità elettriche, per una potenza complessiva di 353 CV e trazione integrale.

Specifiche tecniche della D9 DM-i

Autonomia EV WLTP 210 km
Autonomia totale 950 km
Batteria 58,5 kWh Blade
Potenza sistema 353 CV
0-100 km/h 8,6 s
Bagagliaio max 2.310 litri

Particolarmente sofisticata la seconda fila con sedili Air Spa a gravità zero, dotati di massaggio a 16 punti, ventilazione e riscaldamento.

Il comfort è di alto livello, con tetto panoramico da 1,1 m², frigorifero intelligente -6°C – 50°C, infotainment DiLink con aggiornamenti OTA, 6 zone di riconoscimento vocale, sistema audio Devialet a 16 altoparlanti e ricarica wireless da 50W.

Piattaforma e3 e DM-i, due visioni complementari

DENZA propone sia veicoli completamente elettrici sia powertrain Super Hybrid DM-i.

Il sistema DM-i utilizza il motore termico prevalentemente come generatore, massimizzando efficienza e autonomia senza rinunciare alla possibilità di viaggiare a zero emissioni nei contesti urbani.

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foto © DENZA

L’integrazione con architetture tri-motore e CTB consente di mantenere rigidità strutturale elevata anche nei modelli ibridi plug-in, un risultato ingegneristico complesso per via delle esigenze di raffreddamento e packaging.

Un nuovo brand premium tecnologico tra Europa e Cina

L’ingresso di DENZA nel mercato europeo conferma come la competizione nel segmento premium si stia spostando sempre più sul terreno dell’innovazione tecnologica.

L’elevata integrazione tra software, powertrain e architettura veicolo dimostra una maturità industriale significativa da parte del Gruppo BYD, con oltre 120mila ingegneri impegnati nello sviluppo di nuove soluzioni energetiche.

L’idea di lusso evolve, da presenza di materiali pregiati e finiture raffinate a capacità computazionale, densità energetica e velocità di ricarica.

In questo scenario, la mobilità premium tende a trasformarsi in un ecosistema digitale in cui la tecnologia diventa invisibile ma centrale nell’esperienza quotidiana.

DENZA interpreta questa trasformazione con una visione che fonde ingegneria e cultura del progetto, suggerendo un futuro in cui eleganza e innovazione saranno parti della stessa equazione.

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foto © DENZA

Il sorpasso del noleggio cambia il mercato dell’auto

Il mercato automobilistico italiano cambia, in modo lento ma costante. Nei primi tre mesi di quest’anno, un’auto su tre immatricolata nel nostro Paese è stata destinata al noleggio, una quota che sfiora il 34% e che testimonia una mutazione epocale: il possesso perde importanza e l’auto diventa sempre più un servizio.

A certificare il passaggio è l’analisi condotta da “Aniasa” e “Dataforce”, che fotografa un settore in crescita ma tutt’altro che uniforme.

Anche se dietro i numeri positivi, si nasconde una dinamica più complessa, fatta di accelerazioni e rallentamenti.

Crescita a due velocità

Nel primi tre mesi dell’anno sono stati immatricolati circa 179mila veicoli destinati al noleggio, con un incremento di oltre 16mila unità rispetto allo stesso periodo del 2025. In termini percentuali, la crescita si attesta intorno al 10%, un risultato che supera anche quello dell’intero mercato automobilistico nazionale, fermo all’8,2%.

A spingere il comparto sono soprattutto le autovetture, che registrano un aumento del 12,3%, mentre i veicoli commerciali leggeri imboccano una direzione opposta e chiudono il trimestre in calo dell’11,3%.

Ma la vera differenza non è tanto la tipologia di veicolo quanto la formula di utilizzo, perché il noleggio si muove su due binari divergenti: da una parte c’è il breve termine, che vive una fase di espansione quasi euforica, dall’altra il lungo, un po’ in affanno.

Boom del breve termine e ombre sul lungo

Il noleggio a breve termine è il vero protagonista di questo inizio 2026: le immatricolazioni di auto in questo segmento registrano un balzo superiore al 50%, sostenute da una combinazione di fattori favorevoli.

L’avvicinarsi delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina ha spinto gli operatori a rinnovare in anticipo le flotte e una Pasqua caduta presto ha anticipato i flussi turistici, generando una domanda più intensa già nei primi mesi dell’anno.

Diversa la situazione del lungo termine, che segna una lieve contrazione., anche se fermarsi al dato rischia di essere fuorviante.

Il confronto con il 2025 è infatti condizionato da un’anomalia: dodici mesi fa il settore aveva registrato performance eccezionali, con crescite mensili fuori scala legate anche a grandi commesse e dinamiche straordinarie.

Se si guarda a un orizzonte più ampio, il quadro cambia. I volumi attuali restano superiori a quelli del 2024, segno che il comparto mantiene una base solida.

Eppure, non mancano le criticità: l’incertezza normativa e un sistema fiscale poco favorevole continuano a pesare sulle decisioni delle aziende, molte delle quali preferiscono rinviare il rinnovo delle flotte in attesa di regole più chiare.

L’irruzione dei cinesi

Se c’è un elemento che più di altri racconta il nuovo volto del mercato, è la crescita dei brand cinesi. Nel giro di pochi mesi, sono passati da presenza marginale a protagonisti, conquistando spazio non solo tra i privati ma anche, e soprattutto, nelle flotte aziendali.

Nel primo trimestre del 2026, in Italia sono state immatricolate circa 490.000 automobili, e ben 60.000 di queste erano di marchi cinesi, un numero raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con una quota di mercato pari al 12,4%.

Nel noleggio, l’ascesa è ancora più evidente. Nel lungo termine le immatricolazioni di auto cinesi sono triplicate e anche nel breve termine la crescita è significativa: oltre 10.800 unità targate nei primi tre mesi dell’anno, con un incremento del 60% e una quota che arriva al 18%.

Il diesel ai minimi, avanzano le ibride

Parallelamente, si consolida una tendenza già in atto da tempo: il progressivo abbandono del diesel.

Quest’anno la quota di auto a gasolio tra i privati tocca il minimo storico del 12,2%, ma il fenomeno riguarda in modo sempre più evidente anche il noleggio.

Nel lungo termine il diesel riesce ormai a malapena a rappresentare poco più di un quinto delle immatricolazioni, fermandosi al 22,6%.

Ancora più drastico il dato nel breve termine, dove appena il 10,4% delle auto è alimentato a gasolio.

A guadagnare terreno sono invece le ibride plug-in, protagoniste di una crescita impetuosa. Le immatricolazioni più che raddoppiano, con un incremento superiore al 120%, e la quota di mercato raggiunge livelli mai toccati prima, avvicinandosi al 18%. Una spinta che non è solo tecnologica, ma anche fiscale: si tratta di motorizzazioni risultano particolarmente vantaggiose per le auto aziendali, influenzando in modo decisivo le scelte delle imprese.

Le elettriche pure, al contrario, continuano a incontrare difficoltà: nel noleggio a lungo termine registrano una flessione significativa e restano al di sotto della media del mercato complessivo.

Le preferenze degli automobilisti

Anche le classifiche dei modelli più noleggiati raccontano un mercato in evoluzione. Nel lungo termine, la Fiat Panda continua a mantenere il primato, confermandosi una scelta solida e trasversale, tuttavia il leggero calo è compensato dal successo della nuova Grande Panda, che entra ai vertici e contribuisce a mantenere stabili i volumi complessivi del marchio.

Accanto alle due protagoniste i modelli di fascia più alta come Volkswagen Tiguan, BMW X1 e Peugeot 3008, tutti con numeri significativi.

Nel breve termine, invece, lo scenario cambia radicalmente. Emerge con forza la Jeep Avenger, che conquista la vetta grazie a una crescita impressionante, seguita da modelli molto diffusi come Fiat Panda e Renault Captur, mentre Grande Panda e Nissan Qashqai completano una top five estremamente compatta, con differenze minime tra una posizione e l’altra.

Il nodo dei commerciali

Se il comparto delle auto mostra segnali di vitalità, quello dei veicoli commerciali leggeri appare più in difficoltà. Il calo delle immatricolazioni riguarda sia il lungo sia il breve termine e incide anche sul peso complessivo del segmento all’interno del mercato.

Si tratta di un dato che riflette probabilmente le incertezze economiche e operative di molte imprese, che tendono a rimandare gli investimenti nei mezzi da lavoro.

Un settore sempre più centrale

Nel complesso, il noleggio si conferma come uno dei pilastri della mobilità italiana contemporanea. Raggiungere una quota del 34% delle immatricolazioni significa essere ormai un protagonista non più alternativo ma complementare all’acquisto tradizionale.

Eppure, il settore resta attraversato da tensioni e contraddizioni. Cresce grazie alla spinta del turismo, dell’innovazione e dei nuovi modelli di consumo, ma allo stesso tempo sconta limiti normativi e fiscali che ne frenano il pieno sviluppo.

Il risultato è un mercato in piena trasformazione, dove la direzione è ormai tracciata, ma la velocità dipenderà dalle scelte politiche e industriali dei prossimi mesi. Come sempre.

Con l’E-DIAG CHARGER di TEXA ricarica e diagnosi evoluta

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TEXA E-DIAG CHARGER permette la ricarica e la diagnosi dei veicoli elettrici in officina - foto © TEXA

Il settore dell’autoriparazione sta attraversando una delle trasformazioni più significative della propria storia recente.

Lo fa trainato dalla diffusione di tutti i veicoli elettrici, ma il vero cambiamento riguarda quelli a batteria (BEV) e ibridi plug-in (PHEV).

L’evoluzione tecnologica dei powertrain ad alta tensione impone alle officine un aggiornamento continuo delle competenze e delle attrezzature, affinché possano operare in sicurezza e con standard qualitativi elevati anche su sistemi complessi come batterie di trazione, inverter, convertitori e circuiti di ricarica.

In questo contesto, TEXA introduce E-DIAG CHARGER, un dispositivo mobile che integra funzionalità di ricarica e diagnostica evoluta, progettato per rispondere alle esigenze operative delle officine moderne che si confrontano quotidianamente con veicoli elettrificati di ultima generazione.

Il sistema consente di effettuare la ricarica sia in corrente alternata sia in corrente continua, con tensioni operative fino a 1000 V.

Viene proposto in tre configurazioni di potenza – 22 kW, 30 kW e 60 kW quest’ultima in arrivo nella seconda parte dell’anno – per adattarsi alle diverse disponibilità energetiche degli impianti elettrici delle officine.

Al momento il dispositivo funziona solo con veicoli BEV e PHEV, ma con i futuri aggiornamenti la diagnosi sarà possibile anche sulle full hybrid.

L’obiettivo è ottimizzare i tempi di lavorazione e rendere più efficiente la gestione dei veicoli durante le fasi di manutenzione, riparazione o verifica dello stato della batteria.

L’importanza della salute della batteria

Uno degli elementi distintivi di E-DIAG CHARGER è la presenza di una funzione diagnostica integrata, sviluppata direttamente da TEXA.

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L’E-DIAG CHARGER di TEXA – foto © TEXA

Questa funzione consente di monitorare in modo preciso lo stato di salute della batteria di trazione (SoH – State of Health) e il funzionamento dell’intero sistema di ricarica.

Al termine dell’analisi, l’operatore può generare due tipologie di report certificati: un certificato personalizzato con intestazione dell’officina e un certificato accreditato da ente terzo approvato CARA, che fornisce un set di informazioni più ampio e utilizzabile anche in contesti di compravendita del veicolo o valutazione del valore residuo.

Ricarica AC e DC per una gestione flessibile in officina

E-DIAG CHARGER permette la ricarica dei veicoli elettrici utilizzando connettori standard Type 2 per la corrente alternata e CCS2 Combo per la ricarica in corrente continua.

La possibilità di operare in entrambe le modalità consente di adattare la strategia di ricarica in base al tipo di veicolo e alle esigenze operative dell’officina.

Le diverse configurazioni di potenza disponibili permettono di scegliere la soluzione più adatta alla capacità dell’impianto elettrico, con correnti nominali che prevedono l’utilizzo di cavi di alimentazione industriali rispettivamente da 32 A, 63 A o 125 A.

La misura dell’energia erogata è certificata MID (Measuring Instruments Directive) secondo la Direttiva europea 2014/32/UE, garantendo precisione nella contabilizzazione dell’energia e trasparenza nei confronti del cliente.

La gestione intelligente della potenza rappresenta un ulteriore punto di forza del sistema.

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foto © TEXA

E-DIAG CHARGER è in grado di regolare automaticamente l’energia disponibile sui due rami di ricarica, evitando sovraccarichi dell’impianto elettrico e prevenendo distacchi improvvisi dovuti al superamento delle soglie di prelievo.

La possibilità di ricaricare simultaneamente due veicoli – uno in AC e uno in DC – contribuisce a migliorare l’organizzazione del lavoro in officina, aumentando la produttività e riducendo i tempi di fermo dei veicoli.

Diagnosi integrata e monitoraggio del sistema batteria

L’aspetto diagnostico rappresenta uno dei principali elementi innovativi del dispositivo.

Grazie alla comunicazione con il veicolo tramite interfaccia TEXA NAVIGATOR NANO SERVICE collegata alla presa OBD, l’operatore può accedere ai parametri forniti dalle centraline elettroniche, inclusi quelli gestiti dal Battery Management System (BMS).

Questo consente di monitorare valori fondamentali come la tensione complessiva del pacco batterie, la tensione delle singole celle, la temperatura dei moduli, le correnti di carica e scarica, la resistenza interna, lo stato di bilanciamento delle celle, i parametri di sicurezza del sistema HV…

L’analisi integrata durante il processo di ricarica permette di individuare eventuali anomalie funzionali del sistema di accumulo energetico e di valutare la reale efficienza della batteria nel tempo.

Stato di salute della batteria: un parametro sempre più strategico

La determinazione dello stato di salute della batteria rappresenta un elemento chiave nella gestione dei veicoli elettrificati, poiché influisce direttamente sull’autonomia, sulle prestazioni e sul valore commerciale del mezzo.

La funzione SoH sviluppata da TEXA elabora i dati acquisiti dalle centraline del veicolo con un processo di analisi in cloud, restituendo una valutazione percentuale dello stato della batteria.

Questa informazione è particolarmente utile sia per l’autoriparatore sia per il cliente finale, poiché permette di avere un’indicazione oggettiva sulla capacità residua del sistema di accumulo rispetto alle condizioni originarie.

La disponibilità del servizio anche all’interno del software diagnostico IDC6 consente di integrare la verifica dello stato batteria all’interno delle normali procedure di manutenzione.

Ergonomia e interfaccia operatore

E-DIAG CHARGER è dotato di display multitouch a colori da 10 pollici, progettato per garantire una visualizzazione chiara delle informazioni operative e facilitare l’interazione con il sistema.

La tecnologia glove-touch consente l’utilizzo del dispositivo anche indossando guanti da lavoro, migliorando l’ergonomia nelle condizioni tipiche dell’ambiente officina.

L’interfaccia grafica è stata sviluppata per offrire una navigazione intuitiva tra le diverse funzioni di ricarica e diagnosi, riducendo il tempo necessario per la configurazione delle operazioni e minimizzando il rischio di errore.

TEXA on Track

Fondata nel 1992, TEXA è oggi uno dei principali riferimenti internazionali nello sviluppo di soluzioni per la diagnosi multimarca, la manutenzione degli impianti di climatizzazione, l’analisi delle emissioni e la telediagnosi.

TEXA
TEXA ON TRACK, un progetto itinerante di formazione TEXA E-DIAG CHARGER permette la ricarica e la diagnosi dei veicoli elettrici in officina – foto © TEXA

L’azienda investe costantemente in ricerca e sviluppo, con oltre 300 ingegneri impegnati nella progettazione di nuove tecnologie per la mobilità del futuro, inclusi sistemi dedicati ai powertrain elettrificati.

Tra le numerose iniziative che ha avviato nel tempo, vale la pena segnalare TEXA ON TRACK che ha recentemente festeggiato tre anni di attività confermandosi un’iniziativa di grande interesse per il settore dell’autoriparazione.

Il progetto è nato con l’obiettivo di portare direttamente presso le officine italiane le soluzioni tecnologiche sviluppate dall’azienda, offrendo dimostrazioni pratiche e momenti di confronto tecnico con specialisti del settore.

Il servizio si basa su un format itinerante che prevede la visita di un tecnico TEXA a bordo di un veicolo allestito come showroom mobile, equipaggiato con le principali attrezzature dedicate alla diagnosi elettronica, alla calibrazione dei sistemi ADAS e alla manutenzione dei veicoli di nuova generazione.

Dal lancio del progetto sono stati percorsi oltre 180mila chilometri, visitati circa 1.200 centri di riparazione e incontrati più di 2mila professionisti del comparto automotive, tra meccanici e carrozzieri.

Un laboratorio mobile per la formazione tecnica

TEXA ON TRACK rappresenta una vera e propria piattaforma di aggiornamento professionale sul campo.

Con essa gli operatori possono approfondire le caratteristiche delle tecnologie più recenti sviluppate dall’azienda.

Le sessioni dimostrative consentono ai professionisti di comprendere concretamente il funzionamento delle attrezzature, valutandone l’integrazione nei processi di lavoro dell’officina.

Supporto concreto in un mercato in evoluzione

L’evoluzione dei sistemi elettronici di bordo, l’introduzione di funzionalità di assistenza alla guida sempre più sofisticate e la diffusione delle motorizzazioni elettrificate rendono indispensabile un aggiornamento continuo delle competenze tecniche.

Attraverso TEXA ON TRACK, l’azienda rafforza il proprio ruolo di partner tecnologico per gli autoriparatori, offrendo un servizio che consente di conoscere da vicino le soluzioni disponibili e di individuare quelle più adatte alle specifiche esigenze operative.

Il contatto diretto con i tecnici TEXA rappresenta inoltre un’opportunità per raccogliere feedback dal mercato e sviluppare strumenti sempre più in linea con le necessità reali delle officine.

Un impegno costante nella ricerca e sviluppo

Con una presenza consolidata a livello internazionale e una rete di distribuzione capillare, TEXA continua a investire nello sviluppo di tecnologie avanzate per la diagnosi e la manutenzione dei veicoli moderni.

L’attenzione verso l’elettrificazione e i sistemi di assistenza alla guida conferma la volontà dell’azienda di anticipare le evoluzioni del settore automotive, supportando i professionisti dell’autoriparazione nel percorso di transizione verso la mobilità del futuro.

Arrive entra a far parte della European Tech Alliance

arrive

Entrando a far parte dell’EUTA, Arrive sosterrà politiche che favoriscono soluzioni basate sui dati e consentono alle aziende di crescere in modo efficace.

La piattaforma globale leader nella mobilità si affianca a Spotify, Stripe, Revolut e altre realtà del panorama tecnologico europeo che supportano la strategia tecnologica e le politiche digitali dell’UE.

Con una presenza in oltre 90 Paesi e un team di 4.000 dipendenti, Arrive mette a disposizione una solida esperienza nelle infrastrutture intelligenti e nel futuro della mobilità urbana.

Cameron Clayton, CEO di Arrive:

“Secondo Arrive, una mobilità migliore rende le città più vivibili e le economie più efficienti”.

“Entrare nella European Tech Alliance ci consente di contribuire alla creazione di un contesto favorevole all’innovazione, capace di valorizzare soluzioni basate sui dati e di supportare la crescita delle aziende tecnologiche europee”.

“Siamo lieti di collaborare con la European Tech Alliance e i suoi membri per promuovere ecosistemi di mobilità urbana più intelligenti, connessi e sostenibili”.

Victoria de Posson, Segretaria Generale di EUTA:

“Siamo lieti di accogliere Arrive nella European Tech Alliance”.

“In qualità di piattaforma globale della mobilità che opera su larga scala e contribuisce a migliorare la mobilità quotidiana nelle città, Arrive apporta competenze preziose al nostro lavoro su innovazione digitale, infrastrutture intelligenti e futuro della mobilità urbana”.

Il traffico urbano visto dall’algoritmo

MIT
Il MIT mappa le emissioni auto in tempo reale: una rivoluzione "data-driven" per la mobilità urbana

Il Massachusetts Institute of Technology rivoluziona la mappatura dell’inquinamento urbano con dati, computer vision e modelli matematici.

Per gli esperti del MIT la mobilità sostenibile non è più soltanto una questione di motorizzazioni alternative o normative sempre più severe.

Per loro, oggi la vera rivoluzione passa dalla qualità dei dati. Un nuovo studio del MIT Senseable City Lab pubblicato su Nature Sustainability dimostra come sia possibile mappare le emissioni urbane con una precisione senza precedenti, sfruttando infrastrutture già esistenti come telecamere del traffico e dati anonimizzati provenienti dagli smartphone.

Il risultato è un salto metodologico che interessa direttamente ingegneri automotive, urban planner e policy maker.

Per la prima volta è possibile comprendere dove, quando e perché un veicolo inquina realmente, non in laboratorio ma nella complessità del traffico reale.

Secondo i ricercatori, un calo del traffico pari a circa il 10% può generare una riduzione delle emissioni compresa tra il 16% e il 22%, dimostrando che piccoli cambiamenti nella mobilità urbana possono produrre effetti amplificati sul piano ambientale.

Manhattan come banco prova digitale

Il team del MIT ha costruito un modello ad alta risoluzione.
Ci è riuscito utilizzando immagini provenienti da
331 telecamere stradali e dati di localizzazione anonimizzati di oltre 1,75 milioni di smartphone.

Attraverso algoritmi di computer vision, i veicoli sono stati classificati in 12 categorie differenti, permettendo di stimare le emissioni con granularità fino al singolo tratto stradale e alla singola ora del giorno.

A differenza dei modelli tradizionali basati su medie aggregate, questo approccio considera parametri dinamici fondamentali come i cicli stop-and-go, la densità del traffico, i tempi semaforici, la composizione reale del parco veicoli e la variabilità oraria dei flussi.

Il risultato è una vera e propria mappa termica dell’inquinamento urbano, capace di mettere in evidenza hotspot emissivi spesso invisibili ai metodi convenzionali.

Questo modello consente di estrapolare mappe di emissioni estremamente dettagliate, fino al livello della singola strada e dell’ora del giorno.

Il nodo della misurazione

Per il mondo automotive il tema non è nuovo. La distanza tra emissioni dichiarate e valori reali è oggetto di dibattito da anni, come segnalatoda numerose analisi tecniche.

I cicli di omologazione, pur evoluti dal NEDC al WLTP, non riescono a replicare completamente la complessità del traffico urbano reale, dove accelerazioni, frenate e variazioni di velocità incidono significativamente sull’efficienza energetica e sulle emissioni di CO₂ e NOx.

Il nuovo approccio MIT supera questa criticità introducendo una logica data-driven multi-sorgente, che integra numerose fonti.

telecamere urbane classificazione veicoli e flussi
dati smartphone anonimizzati dinamica degli spostamenti
fattori di emissione conversione traffico → inquinamento
AI e computer vision riconoscimento automatico categorie
modelli matematici interpolazione spazio-temporale

Il ruolo delle tecnologie digitali nell’automotive

Dal punto di vista tecnologico, lo studio rappresenta un caso applicativo emblematico di convergenza tra numerosi fattori.

Tra tutti vale la pena indicare l’intelligenza artificiale, la sensor fusion, i big data analytics, modelli di emissione veicolare e la smart mobility.

Il sistema sfrutta tecniche di machine learning supervisionato per classificare i veicoli, evitando qualsiasi identificazione individuale e rispettando i requisiti di privacy.

L’approccio richiama le logiche dei sistemi ADAS e dei veicoli connessi, dove telecamere e sensori vengono utilizzati per comprendere l’ambiente circostante.

In questo caso, però, il “driver” è la città stessa.

La possibilità di estendere il modello ad altre metropoli è concreta, grazie alla diffusione globale di infrastrutture di monitoraggio già esistenti, dalle telecamere urbane alle dashcam.

Perché le emissioni non sono uguali ovunque

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la forte variabilità locale delle emissioni.

Non tutte le strade rispondono allo stesso modo a politiche di riduzione del traffico.

Alcuni corridoi urbani mostrano riduzioni molto superiori alla media, mettendo in risalto come interventi mirati possano essere più efficaci rispetto a restrizioni generalizzate.

In altre parole, la sostenibilità urbana potrebbe diventare sempre più chirurgica, basata su dati puntuali anziché su medie statistiche.

Questo paradigma apre scenari innovativi, dall’eco-routing dinamico alla gestione adattiva dei semafori, da zone a traffico limitato basate su emissioni reali a pricing dinamico della mobilità e ancora all’ottimizzazione delle flotte condivise.

Verso la città “misurabile”

Il valore industriale di questa ricerca è evidente.

L’automotive sta evolvendo da prodotto meccanico a nodo di una rete digitale complessa, in cui il veicolo diventa un sensore mobile.

La possibilità di integrare dati reali di emissione nei sistemi di gestione urbana potrebbe influenzare la progettazione dei motori, le strategie di elettrificazione, lo sviluppo dei software di bordo, i sistemi di navigazione eco-adattiva e le normative ambientali future.

In prospettiva, la distinzione tra veicolo e infrastruttura tenderà a ridursi, mentre aumenterà il ruolo degli algoritmi nella gestione della mobilità.

Il dato come nuova infrastruttura

La vera innovazione dello studio MIT è culturale perché per decenni il dibattito sulle emissioni si è basato su modelli teorici e test standardizzati.

Oggi invece emerge la possibilità di osservare il fenomeno nella sua complessità reale.

Se nello scorso secolo sono state costruite le strade, in questo costruiremo i modelli digitali delle strade.

E forse la sostenibilità del futuro non passerà soltanto da nuove motorizzazioni, ma dalla capacità di comprendere con precisione matematica ciò che accade tra un semaforo e l’altro, tra una frenata e una ripartenza, perché in fin dei conti solo ciò che viene misurato può essere migliorato.MIT

Nigeria, il capolinea delle auto che il mondo non vuole più

A est di Cotonou, la città più popolosa del Benin, uno dei Paesi più poveri al mondo, c’è un posto che le guide turistiche evitano di citare e di cui non esistono foto.

Perfino “Google Maps” si limita a dare l’immagine di una distesa anonima e immensa di tetti in lamiera.

Secondo calcoli abbastanza attendibili, è uno dei più grandi depositi di auto del mondo, dove ogni giorno sostano non meno di 20mila vetture.

C’è di tutto, dalle berline tedesche con lo stemma ancora lucido ai monovolume giapponesi con i sedili consumati fino all’osso, per arrivare ai pickup americani che hanno sul cofano adesivi di highway che non rivedranno mai più.

Sono tutte ferme, in vendita e con un solo dettaglio in comune: da qualche parte, nel resto del mondo più ricco, qualcuno aveva deciso che non valevano più niente.

Ma si sbagliava di grosso.

Sul parabrezza campeggia lo stesso foglio: “Transit Niamey”. Niamey è la capitale del Niger, un altro dei posti più miseri del pianeta, con una frontiera politicamente sigillata da mesi.

Ma non è una destinazione credibile per un carico di 12mila berline usate e nessuno, al porto, negli uffici doganali e nelle stanze ministeriali, fa finta di crederci.

Quel timbro è una sorta di convenzione, un codice tra chi vende, chi compra, chi controlla e chi al momento giusto si gira dall’altra parte per non guardare.

Serve a pagare dazi forfettari tre o quattro volte inferiori a quelli ordinari, in una farsa di finta burocrazia talmente consolidata da essere diventata una prassi.

La Nigeria, che in silenzio compra tutto

Il vero destinatario di questo traffico colossale ha 200 milioni di abitanti, si chiama Nigeria ed è il mercato automobilistico più grande del continente africano.

Circa l’85% dei veicoli che transitano per i piazzali di Cotonou finisce lì, acquistato da concessionari nigeriani che attraversano il confine, caricano le macchine sui loro camion e scompaiono in nuvole di polvere verso Lagos o Kano.

Sulla carta esiste una legge che vieta l’importazione via terra di veicoli con più di 12 anni di anzianità. Una Toyota Corolla del 2003 con 250mila km non dovrebbe passare, ma come per magia il dettaglio si perde in qualche angolo imprecisato tra un confine e l’altro, cancellato da una corruzione che è una voce di costo incorporata nel prezzo finale del veicolo almeno quanto il carburante necessario per il trasporto.

Se il Benin, 11 milioni di abitanti, è la porta, il mercato di Zone-al-Madina, vicino al porto, è il corridoio: 300mila veicoli all’anno, 25mila al mese, numeri che fanno di un angolo silenzioso dell’Africa occidentale uno degli snodi logistici più attivi del commercio globale.

Anche se non compare mai in nessun rapporto del Forum di Davos e non c’è economista che lo citi nei report più illuminati.

Amsterdam, il ritratto di quello che spediamo

Per capire cosa arriva a Cotonou, è meglio prima dare un’occhiata a cosa parte dall’Europa. Alla fine del 2019 le autorità olandesi hanno messo in piedi un’approfondita ispezione nel porto di Amsterdam, da cui ogni settimana salpano decine di navi cargo cariche di automobili dirette in Africa.

E i dati raccolti non lasciavano molto spazio alla fantasia: l’età media dei veicoli era di 15 anni, il chilometraggio medio superava i 200mila chilometri e il 93% rientrava in classe Euro 3 o addirittura inferiore.

Alcuni veicoli erano guasti e non marcianti e a quasi tutti era stato rimosso il convertitore catalitico, il dispositivo che abbatte le emissioni di ossidi di azoto e altri gas tossici.

La ragione è un altro mercato, altrettanto ricco: contengono platino, rodio e palladio e il loro valore può superare i cento dollari al pezzo.

La maggior parte degli importatori di Cotonou sono pronti a giurare sulla testa della mamma che i convertitori arrivano intatti e le guardie sorvegliano le spedizioni fino ai piazzali, altri – che forse la mamma se la sono giocata anni prima – ammettono che quasi tutti i convertitori sono rimossi dopo l’acquisto e rivenduti ai meccanici, chiudendo il cerchio e il portafoglio.

Chi respira e chi no

Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha dedicato al fenomeno di Cotonou un rapporto corposo, pubblicato nel 2021, e le conclusioni ancora una volta non sono nulla di piacevole.

I veicoli esportati verso i paesi in via di sviluppo sono vecchi, energeticamente inefficienti e spesso pericolosi. Combinati con la bassa qualità dei carburanti in circolazione nell’Africa occidentale, contribuiscono in modo pesante all’inquinamento atmosferico nelle città.

Ma c’è di peggio, perché i più esposti non sono gli automobilisti, ma i bambini che vanno a scuola a piedi lungo le arterie trafficate e i venditori ambulanti che ci lavorano ogni giorno.

La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale aveva provato a intervenire nel 2020, approvando una direttiva che imponeva agli importatori di rispettare almeno lo standard Euro 4 (vetture prodotte dal 2006 in poi), ma nei piazzali di Cotonou la norma è rimasta esattamente dove era nata: sulla carta.

In compenso, il ministero dei Trasporti del Benin, interpellato più volte, non ha mai risposto: out of office.

Una berlina di quindici anni fa a Cotonou si vende intorno ai 2.300 dollari, più o meno dodici volte meno di un’auto nuova in un paese dove lo stipendio medio supera di poco i 100 dollari al mese.

Detto in modo ancora più chiaro: inutile cercare altri modi, perché un’altra alternativa non esiste.

Un commercio senza nome

Quello che transita per Cotonou non è un mercato grigio o un traffico illegale nel senso stretto del termine, ma un sistema che esiste e resiste perché zeppo di zone d’ombra utili a tutti.

Le norme doganali abbassano i costi rendendo le auto idonee e i controlli inesistenti garantiscono un flusso di mazzette distribuite fra migliaia di importatori, meccanici, intermediari, doganieri e funzionari.

La corruzione non è un ostacolo, ma il lubrificante senza cui il meccanismo si incepperebbe.

Le Nazioni Unite hanno calcolato che tra il 2015 e il 2020 oltre 5,5 di veicoli usati sono stati esportati verso i paesi in via di sviluppo e di questi più di un quarto ha raggiunto l’Africa.

Partono dall’Europa, per lo più Olanda, Belgio e Germania, o ancora da Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti.

Salgono su navi che nessuno fotografa, sbarcano in porti che nessuno controlla e portano sulle fiancate la polvere di posti che nessuno sa dove siano.

L’IA sta imparando a guidare nel posto più caotico del mondo

Quattro sedie da ufficio allineate sul ciglio di una strada a Bangalore, troppo ordinate per essere state abbandonate di fretta, troppo sporgenti sulla carreggiata per un’utilità pratica. Ma nessuno le nota: le auto le scartano, gli scooter ci passano accanto e i pedoni le ignorano. Sono lì, e questo basta.

È questo dettaglio, non la mucca che blocca il traffico qualche metro dopo, gli scooter che sorpassano in contromano o i bambini che attraversano senza guardare, il particolare che racconta perché Bangalore, capitale dello stato di Karnataka, in India, sia diventata la palestra più ambita al mondo per addestrare alla guida l’intelligenza artificiale.

Non perché sia un posto pericoloso, ma per l’imprevedibilità di quel che può succedere sulla strada.

La città che batte ogni algoritmo

Per cominciare, bisogna capire cos’è Bangalore per spiegare cosa ci fa, in mezzo al traffico, un prototipo a guida autonoma sviluppato dalla start-up locale “Minus Zero”.

La metropoli conta 13 milioni di abitanti ma nessun semaforo visibile nelle zone di perifera, una segnaletica orizzontale che compare e sparisce a discrezione della pioggia, e una concezione della precedenza che cercando di essere generosi, si può definire fantasiosa.

Ogni incrocio è una trattativa tra decine di veicoli che avanzano per millimetri senza guardarsi o suonare, togliendo la traffico la definizione di scorrevole in favore di un’altra caratteristica: l’amalgama, un blog primordiale di lamiere e gas di scarico.

Il risultato è che Bangalore detiene un primato poco invidiabile: secondo i report internazionali sulla mobilità urbana è la città più congestionata del pianeta, con un surplus di tempo speso in auto pari al 71% rispetto a una percorrenza libera.

Vuol dire che se un tragitto potrebbe durare teoricamente un’ora, nella realtà ne richiede quasi due. È questo l’habitat che Minus Zero ha scelto di mettere alla prova il suo prototipo: se sopravvive qui, può farcela ovunque.

Il caos che fa curriculum

In un video che circola su “YouTube”, si vede un’auto avanzare in quella che, avvertono i commenti sotto il filmato, è “una delle strade meno trafficate di Bangalore”, giusto per calibrare le aspettative.

Nello stesso istante due scooter sorpassano contemporaneamente da lati opposti, un furgone in direzione contraria entra nell’incrocio e lo blocca parzialmente, un bambino attraversa, ma nessuno suona il clacson.

Il prototipo, guidato dall’IA e con un umano seduto al volante solo per le emergenze, si fa strada centimetro per centimetro, fin quando arriva una mucca che, non per mancanza di educazione, non è abituata a segnalare la svolta con la freccia.

Lukas Wuttke, fondatore di “tracebloc”, azienda che aiuta le imprese a sviluppare e testare modelli di IA in sicurezza, tenta di dare una spiegazione alla logica: “Non diciamo a un’IA cosa dovrebbe o non dovrebbe imparare, le forniamo un set di dati da cui il modello deve ricavare da solo le regole del gioco. Ma siamo a Bangalore e vuol dire che poi ci sono le eccezioni, e le eccezioni alle eccezioni”.

Semplice? Per niente. Un taxi a guida autonoma addestrata per mesi su strade americane ha fatto cilecca la notte di Halloween: non riconosceva i bambini mascherati come esseri umani. Non li aveva mai visti e neanche risultavano sul database. Punto.

Il problema è che un’intelligenza artificiale non porta con sé niente della capacità di un bambino di immagazzinare dati ed esperienze: se mi sono fatto male cadendo da un’altezza di un metro, probabilmente non è una buona idea buttarmi da cinque. Tutto questo, all’intelligenza artificiale non può succedere, va nutrita con varianti, casistiche, ripetizioni e feedback.

Halloween, le mucche e il problema dell’ignoto

La storia dei bambini mascherati da Halloween è diventata quasi leggenda del settore, e vale la pena raccontarla per intero. Un sistema di guida autonoma sviluppato negli Stati Uniti era stato addestrato per mesi su migliaia di ore di video del traffico reale e funzionava egregiamente.

Poi è arrivata la notte del 31 ottobre, e il sistema ha smesso di colpo di riconoscere i pedoni, ma non tutti, solo quelli in costume. Cappucci, maschere, mantelli e trucchi che alteravano i tratti somatici per l’IA erano oggetti non identificati e per questo insignificanti.

Il settore chiama questo fenomeno “apprendimento fuori distribuzione”: cosa succede quando il mondo reale presenta scenari che il dataset di addestramento non aveva contemplato? La risposta, nella migliore delle ipotesi, è un comportamento imprevedibile e nella peggiore un incidente.

L’obiettivo dei sistemi più avanzati è costruire modelli capaci di gestire l’ignoto attraverso quantità sufficienti di dati per riuscire ad improvvisare.

È in questo che Bangalore guadagna valore come campo di addestramento: su un singolo isolato di periferia, in poche centinaia di metri, un’IA può imbattersi in più situazioni anomale di quante ne accumulerebbe in migliaia di km su un’autostrada tedesca.

Bambini che giocano, segnaletica inesistente, veicoli parcheggiati in doppia fila su entrambi i lati, incroci regolati esclusivamente dalla volontà di chi arriva e quattro sedie da ufficio sul ciglio della strada, allineate con cura.

Elementi che sono un dato e una riga in più sul curriculum.

Le regole e il coraggio di infrangerle

C’è un aspetto della guida autonoma che non viene quasi mai affrontato nelle presentazioni entusiastiche delle case automobilistiche, e che invece è al centro del lavoro di chi questi sistemi li costruisce: l’IA deve imparare non solo le regole, ma anche quando è lecito o necessario violarle.

Wuttke fa l’esempio della linea bianca di mezzeria: “All’IA non viene mai detto che non deve attraversarla, tuttavia, attraverso l’addestramento, impara che nella maggior parte dei casi non deve farlo, mentre in certi casi può”.

Un’auto in doppia fila che blocca la corsia, un pedone al centro della carreggiata, un camion fermo in curva: una serie di situazioni in cui il guidatore umano sconfina senza pensarci due volte, e in cui l’IA deve sapere fare altrettanto.

È questo a distinguere un buon sistema da uno che si limita a seguire istruzioni, ed è probabilmente il motivo per cui strade come quelle di Bangalore, dove le regole esistono ma l’applicazione è lasciata alla fantasia della gente, siano così preziose per addestrare i sistemi.

Il futuro arriva, ma non ha fretta

Eppure Wuttke non ha dubbi: la guida autonoma è una questione di quando arriverà, non di se: “Nei prossimi cinque o sei anni il nostro panorama urbano cambierà completamente. Molti non si rendono ancora conto della portata del cambiamento: la guida autonoma non è l’ennesima app per smartphone, ma una delle trasformazioni più profonde che abbiano mai investito la mobilità umana”.

In India la faccenda è un po’ diversa. Gagandeep Reehal, cofondatore di Minus Zero, è il primo ad ammetterlo: entro i prossimi dieci anni, nel suo Paese, non si vedranno auto a guida autonoma nel traffico ordinario. Il motivo è economico, e non serve a niente nasconderlo: assumere un autista costa molto meno che acquistare un veicolo autonomo.

La tecnologia può essere pronta ma il mercato no, e non lo sarà fin quando il costo dell’automazione non scenderà sotto quello del lavoro umano.

Nel frattempo, Minus Zero ha avviato una collaborazione con “Ashok Leyland”, uno dei principali produttori indiani di veicoli commerciali, per sviluppare camion a guida autonoma destinati a porti, fabbriche e aree industriali. Ambienti chiusi con percorsi prevedibili e nessuna mucca in giro: un modo per portare la tecnologia sul mercato senza aspettare che le strade di Bangalore diventino, ammesso che mai possa accadere, più ordinate.

Stellantis, mezzo secolo di crash test

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A Orbassano 50 anni di auto distrutte per la sicurezza - foto © Stellantis

A pochi chilometri da Torino esiste un luogo dove le automobili vengono distrutte per salvare vite reali.

È il Centro Sicurezza di Stellantis a Orbassano, una delle strutture più avanzate al mondo per lo sviluppo della sicurezza passiva e attiva.

Questo centro nel 2026 celebra mezzo secolo di attività tra crash test, simulazioni virtuali e ingegneria strutturale evoluta.

Un traguardo simbolico, ma anche estremamente concreto.

Sono infatti oltre 24mila i crash test effettuati dal 1976 a oggi, con una capacità attuale che può raggiungere fino a 1.000 prove l’anno tra test fisici e simulazioni digitali.

Dalla deformazione programmata delle scocche degli anni Settanta alla simulazione predittiva basata su modelli digital twin e analisi multi-body, la celebrazione di questo anniversario è anche la fotografia di una trasformazione tecnologica radicale.

Un laboratorio globale per la sicurezza automotive

Fondato appunto nel 1976, il Centro Sicurezza Stellantis si sviluppa oggi su una superficie di circa 110mila m² e impiega oltre 100 specialisti, al lavoro su test fisici integrati con ingegneria virtuale avanzata.

L’infrastruttura comprende quattro piste di prova con altrettanti punti di impatto, capaci di simulare scenari complessi come per esempio impatti frontali, urti laterali dinamici, ribaltamenti, impatti con pedoni, test di resistenza del tetto e verifiche sui sistemi di ritenuta.

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foto © Stellantis

Grazie a queste capacità, i veicoli possono essere validati secondo oltre 175 standard di sicurezza internazionali, un requisito fondamentale per l’omologazione globale dei modelli.

La nuova frontiera dell’ingegneria

Il valore tecnologico del centro non si limita alla spettacolarità delle prove distruttive.

L’aspetto più innovativo è l’integrazione tra test fisici e simulazione virtuale ad alta fedeltà.

Il laboratorio utilizza sistemi avanzati di acquisizione dati, tra cui 13 telecamere mobili computerizzate orientate sul punto d’impatto, riprese ad alta velocità del sottoscocca, fino a cinque telecamere installabili a bordo veicolo, sensori accelerometrici multi-assiali, modelli FEM per simulazioni strutturali.

Queste tecnologie consentono di replicare digitalmente qualsiasi scenario di incidente, riducendo tempi di sviluppo e costi di validazione senza compromettere la precisione ingegneristica.

Un approccio che conferma come la sicurezza moderna non sia più soltanto un problema di resistenza dei materiali, ma un sistema complesso.

Questo sistema interessa diversi aspetti, come la progettazione strutturale multi-materiale, il comportamento dinamico delle masse, la calibrazione degli airbag multi-stage, gli algoritmi ADAS di prevenzione incidente e l’interazione tra elettronica e meccanica.

Il Centro Sicurezza di Orbassano in sintesi

anno di fondazione 1976
superficie 110.000 m²
crash test totali oltre 24.000
test annui fino a 1.000
piste di prova 4
punti di impatto 4
standard certificabili oltre 175
personale oltre 100 tecnici
tecnologie chiave simulazione virtuale, high speed imaging, FEM

Un ecosistema globale di competenze

Il Centro Sicurezza di Orbassano non opera in modo isolato, ma fa parte di una rete internazionale che include strutture Stellantis analoghe a Belchamps (Francia), Chelsea Michigan (USA) e Betim (Brasile).

Questa distribuzione consente di adattare lo sviluppo dei veicoli alle diverse normative regionali e agli scenari reali di utilizzo.

È un aspetto molto importante in un contesto in cui la sicurezza deve confrontarsi con nuove variabili, come architetture elettriche ad alta tensione, batterie strutturali, ADAS obbligatori, cybersecurity del veicolo, guida assistita di livello crescente.

La sicurezza come processo continuo

La storia del centro Stellantis dimostra come la sicurezza automotive non sia mai un traguardo definitivo, ma un processo evolutivo.

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foto © Stellantis

Se negli anni Settanta l’obiettivo principale era preservare l’abitacolo durante un impatto, oggi la sfida consiste nell’evitare l’incidente attraverso sensori, radar, lidar e sistemi di assistenza alla guida.

In questo scenario, il crash test resta un momento fondamentale di verifica empirica, ma viene sempre più affiancato da modelli matematici e simulazioni predittive.

L’ingegneria invisibile che salva vite

Il paradosso della sicurezza automobilistica è che il suo successo si misura in ciò che non accade, ossia incidenti evitati e vite salvate senza clamore.

Da cinquant’anni, il Centro Sicurezza di Orbassano lavora proprio su questo confine sottile tra fisica e responsabilità sociale.

Ogni deformazione controllata della scocca, ogni millisecondo guadagnato nell’apertura di un airbag, ogni algoritmo che anticipa un impatto rappresenta un passo verso un’idea di mobilità più consapevole.

In un’epoca in cui l’automobile si trasforma in piattaforma software-defined, la sicurezza continua a restare una disciplina profondamente ingegneristica, dove la complessità non è un limite, ma lo strumento per proteggere l’essenziale: la vita umana.

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foto © Stellantis

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