
Non sono bastati i processi, le multe, i risarcimenti e le class action del primo “Dieselgate”, lo scandalo esploso nel 2015, all’indomani dell’accusa lanciata dall’EPA (United States Environmental Protection Agency) al gruppo Volkswagen, colpevole di aver intenzionalmente taroccato i motori diesel TDI di 11 milioni di veicoli con centraline che si attivavano solo durante i controlli.
Agli albori dello scandalo
A svelare il bluff era stata una ricerca dell’ICCT (International Council on Clean Transportation), organizzazione indipendente che quasi casualmente aveva chiesto alla West Virginia University una mano per verificare e validare le emissioni di alcuni modelli diesel del gruppo Volkswagen venduti negli Stati Uniti.
I risultati dei test furono sufficienti per scoperchiare un nuovo vaso di Pandora: i livelli degli ossidi di azoto superavano di 40 volte i limiti previsti dalla legge, ma più che altro non si avvicinavano neanche a quelli fatti registrare nel corso dell’omologazione.
I software che alteravano i dati
In pratica, attraverso alcuni indicatori precisi, il sistema era in grado di capire quando la vettura si trovava in una probabile fase di test, attivando in automatico i sistemi di controllo delle emissioni.
Al contrario, in condizioni di utilizzo normale gli stessi sistemi si disattivavano per non incidere su consumi e prestazioni che avrebbero infastidito la clientela.
Un meccanismo diabolico per accontentare tutti, tanto la legge quanto gli automobilisti, prendendosi gioco di entrambi, e alla faccia anche dell’ambiente.
Danni miliardari
Un trucchetto che nel 2022 si è trasformato in un multe, sanzioni, richiami e indennizzi per un conto totale che si mormora abbia raggiunto i 35 miliardi di euro, tralasciando di quantificare l’incalcolabile danno d’immagine.
La new wave dell’elettrificazione
Ma anche un giro di boa dell’automotive, che di fronte ad una macchia destinata a infangare storie ultracentenarie di colossi delle quattro ruote, era corsa ai ripari accelerando la corsa verso l’elettrificazione, fino ad allora vista come strada di un futuro che prima o poi sarebbe arrivato, ma senza fretta.
Al macero finisce anche il vecchio sistema di omologazione NEDC (New European Driving Cycle), così vetusto, superato e aggirabile a piacere dal dover lasciare il posto all’attuale “WLTP” (Worldwide Harmonized Light Vehicles Test Procedure), decisamente più vicino alla realtà e distante dai test nel chiuso di laboratori asettici.
Da allora, il Dieselgate sembrava una storia finita, un peccato veniale da mandare in archivio e soprattutto un monito da tenere a mente, ma non è andata esattamente così.
Cinque marchi a giudizio a Londra
Proprio in queste ore, davanti all’Alta Corte di Londra sta per iniziare il processo definito epocale che sul banco degli imputati vede cinque potenti marchi automobilistici: Ford, Nissan, Mercedes, Peugeot-Citroën e Renault.
Un nuovo effetto domino
Ma questa, spiegano gli avvocati strofinandosi le mani, non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno che in base all’esito del processo potrebbe coinvolgere anche Jaguar Land Rover, FCA-Suzuki, Volvo, Hyundai-Kia, Vauxhall-Opel, Mazda e Toyota, su cui pendono altri ricorsi.
A parte qualche nome, il drappello quasi al completo di storici marchi che per anni si è diviso il mercato automobilistico europeo prima dello tsunami cinese.
Tre mesi di tempo
Tanto per cominciare, nei tre mesi previsti per la prima parte del processo, i vertici e i responsabili tecnici dei cinque marchi citati in giudizio – che va detto, respingono le accuse con forza – dovranno spiegare nei minimi dettagli il funzionamento del software in grado di aggirare i controlli sulle emissioni di NOx piazzati ad arte sulle proprie vetture. L’ennesimo tentativo di spacciare per nuove tecnologie ormai superate grazie a programmi che avevano il compito di superare i controlli, per poi continuare ad ammorbare l’aria felicemente.
Una class-action monstre
Non sarà semplice venirne fuori, perché ad ogni nuovo giro di giostra le cose sembrano complicarsi e le cifre gonfiarsi, visto che questa volta una class-action formata da 1,8 milioni di automobilisti inglese chiede e pretende giustizia, ma soprattutto vuole indietro denaro contante.
La seconda parte del processo, prevista fra un anno esatto, servirà per quantificare il danno e stabilire i rimborsi, dando un’altra dolorosa spallata a bilanci resi già tremolanti dalle ingombranti ombre cinesi che veleggiano sui cieli d’Europa.
















