
Sessant’anni di carcasse recuperate, vulcanizzate e rimesse su strada. Eppure, fino a qualche mese fa, nessuno aveva mai scritto le regole per misurare quanto tutto questo valesse davvero in termini ambientali.
Gli pneumatici ricostruiti, quelli che evitano la produzione di milioni di nuove gomme ogni anno e risparmiano materie prime, erano rimasti fuori dai meccanismi ufficiali di certificazione. Non per mancanza di meriti, ma per assenza di strumenti.
Ora quello strumento esiste.
Le regole prima delle regole
Per ottenere una certificazione “EPD”, la Environmental Product Declaration, ovvero la “carta d’identità ambientale” di un prodotto riconosciuta a livello internazionale, bisogna prima passare per uno studio “LCA”, l’analisi del ciclo di vita.
E per fare uno studio LCA valido, serve una “PRC”: le Product Category Rules, il documento che stabilisce come, cosa e con quali criteri si misura una specifica categoria di prodotto.
Una catena logica semplice, ma per gli pneumatici ricostruiti l’anello iniziale mancava: nessuna PCR, LCA conforme ed EPD possibile. Un settore intero circolare per definizione rimasto senza voce certificata.
Chi ha rotto il ghiaccio
A colmare il vuoto ci ha pensato “BR Pneumatici”, azienda con sede in Italia attiva nella ricostruzione di pneumatici dal 1963, in collaborazione con “Ollum”, società di consulenza ESG specializzata in LCA e parte del Gruppo TÜV Austria.
Il progetto: sviluppare da zero la prima PCR al mondo dedicata agli pneumatici ricostruiti, seguendo l’iter ufficiale del programma EPD Italy, gestito da ICMQ.
Non si tratta di una certificazione di prodotto, ma di un documento metodologico che ora rende possibile la certificazione per chiunque nel settore voglia percorrere quella strada.
Sei mesi di lavoro
Il percorso ha richiesto circa sei-sette mesi e si è articolato in modo preciso. Ollum ha studiato nel dettaglio il processo industriale della ricostruzione, dalla selezione delle carcasse al trattamento della superficie, dalla stesura del battistrada alla vulcanizzazione, per tradurlo in un linguaggio compatibile con la metodologia LCA.
Poi è arrivato il benchmark: analisi delle norme esistenti, confronto con le PCR già pubblicate in altri settori, mappatura delle lacune.
La bozza della PCR è stata quindi pubblicata sul portale di EPD Italy, aperta alla consultazione pubblica per un mese intero, e sottoposta al vaglio di un PCR Committee composto da esperti del settore e professionisti LCA.
Dopo una raccolta strutturata di commenti, il documento è passato alla revisione critica indipendente di tre esperti, e solo allora è stato approvato e pubblicato, con validità quinquennale.
Il valore reale
Il punto più interessante non è che BR Pneumatici abbia ottenuto qualcosa per sé ma, avendo promosso e finanziato lo sviluppo di una PCR di categoria e non di prodotto, ha di fatto aperto una porta per l’intero comparto.
Ogni azienda che opera nella ricostruzione di pneumatici può avvalersi di questo documento per sviluppare i propri studi LCA e ottenere la propria certificazione EPD.
La domanda di dati verificati e confrontabili non viene più solo dai consumatori più sensibili, ma arriva dalle catene di fornitura, dai bandi pubblici, dalla tassonomia europea.
Avere o non avere una EPD sta diventando, in certi contesti, una questione di accesso al mercato.
La ricostruzione, spiegata bene
Vale la pena ricordarlo: uno pneumatico ricostruito non è uno pneumatico rattoppato. È un prodotto che nasce da una carcassa selezionata, la struttura portante dello pneumatico originale, quella che non si deteriora nelle stesse condizioni del battistrada, sulla quale viene riapplicato uno strato di gomma nuova attraverso un processo industriale controllato.
Il risultato è uno pneumatico con prestazioni conformi agli standard, venduto a un prezzo inferiore rispetto al nuovo e con un impatto ambientale significativamente ridotto.
Meno materie prime estratte, meno energia consumata nella produzione e meno scarti: l’economia circolare applicata a un oggetto che ognuno porta sotto la propria auto.
Una prima volta che vale doppio
Che una “prima volta” in campo normativo-ambientale arrivi da un’azienda italiana fondata oltre sessant’anni fa, e non da un grande gruppo multinazionale, racconta qualcosa di interessante su come si muove a volte l’innovazione.
















