lunedì 20 Aprile 2026 - 23:29:56

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Omoda 5 SHS-H, la new wave dell’ibrido

“Omoda & Jaecoo”, per cominciare dal doppio nome che non significa due marchi ma un solo brand equamente diviso in due “car-line” parallele, creato all’interno del colosso “Chery” con l’idea precisa di distinguere i target di destinazione: il primo più lanciato verso l’avanguardia dello stile, il secondo dalle forme classicheggianti.

Un tasso di crescita vertiginoso

Un percorso binario perfettamente digerito dai 55 mercati in cui è presente e soprattutto dai 600mila pezzi venduti dopo due soli anni di attività in Occidente.

Una crescita esponenziale dovuta anche ad una peculiarità che fra i brand cinesi è pressoché unica: la scelta di privilegiare l’offerta sulle soluzioni ibride e non sull’elettrico puro che in gamma c’è, esiste, ma non è spinto come succede in casa d’altri.

SHS, la nuova dimensione dell’ibrido

A dimostrazione dell’anima doppia arriva in Italia la Omoda 5 SHS-H che ha proprio nella sigla una delle novità più significative: la tecnologia Super Hybrid Solution che finora era riservata a modelli di fascia più alta come Omoda 7 e Jaecoo 7.

In realtà, SHS non vuol essere soltanto una trovata di marketing per distinguere un ibrido dalla pletora in circolazione, ma una sorta di brand che copre le due declinazioni dell’accoppiata termico-elettrico, disponibile tanto per l’ibrido puro quanto sulla versione plug-in.

In pratica, secondo la definizione dei vertici italiani di Omoda & Jaecoo, significa l’ingresso in una nuova era per la mobilità ibrida.

Performance, efficienza, percorrenza

Una tecnologia creata per superare i difetti congeniti di tutte le altre motorizzazioni esistenti, come consumi ed emissioni alti per i motori termici, le scarse prestazioni degli HEV (l’ibrido tradizionale), l’efficienza latitante dei PHEV (i plug-in) e l’autonomia limitata dei BEV (gli elettrici puri).

La via alternativa, ormai pronta da servire, è quella dei Super Power, sistemi ibridi capaci di donare in un colpo solo performance, efficienza e percorrenza.

Ciò che promette il nuovo SHS, testato sulla strada per più di 100mila km in 16 diversi Paesi fino a dimostrare un’autonomia che secondo quanto dichiarato supera senza problemi la soglia (anche psicologica) dei 1.000 km.

Un benzina e due unità elettriche

Il merito va al 1.5 TGDi, motore turbo benzina a ciclo Miller con 143 CV appositamente progettato per la tecnologia SHS, insieme al lavoro di due unità elettriche da 204 CV alimentate da una batteria da 1,8 kWh, a cui aggiungere il cambio automatico DHT 150, altrettanto esclusivo, e le sospensioni indipendenti sulle quattro ruote.

Tradotto nei numeri come sempre più attesi significa da 0 a 100 in 7,9” e 175 km/h di velocità massima.

Finezze che rappresentano il succo del nuovo Omoda 5 SHS-H, crossover di segmento C full hybrid realizzato sulla piattaforma T1X, una delle più note all’interno del gruppo Chery, utilizzata dal 2022 per SUV e crossover da 5 a 7 posti.

Scolpita dal vento

Su una lunghezza di 4,4 metri, una larghezza di 1,83 e un’altezza di 1,59, si sviluppa un look aggressivo con un frontale è deciso e affilato, che culmina nella griglia “Seamles Grille” con fari LED Sharp Blade DRL a falce, anticipazione di un’immagine laterale che alterna superfici scolpite a concavi e convessi di grande impatto, con il colpo finale di un posteriore altrettanto rastremato da cui emergono con forza la fascia che racchiude i gruppi ottici tridimensionali e lo spoiler integrato.

Il mondo messo al silenzio

La stessa cura applicata agli interni, dove uno dei vanti del nuovo Omoda 5 è l’insonorizzazione dell’abitacolo, con il rumore del mondo esterno contenuto a 63,4 dB raggiunto grazie a vetri acustici a doppio strato e i silenziatori inseriti nel cruscotto.

A dominare la scena è il doppio display da 12,3” compatibile con Apple CarPlay e Android Auto, e la piastra wireless dotata di una fessura laterale che dissipa il calore eccessivo sprigionato dagli smartphone in fase di ricarica.

Completano il quadro del confort plastiche, tessuti ed ecopelle di buona qualità e certificata come atossica per gli animali, a cui aggiungere i 35 fra vani e pertugi vari e i 442 litri del bagagliaio, ampliabili fino a 1.142 abbattendo i sedili posteriori.

Il grande lavoro degli ADAS

Notevole anche il salto di qualità dei 20 sistemi ADAS di bordo raggiunto dalla terza generazione della “Bosch. Multifunctional Camera EVO”, forte di un aumento del +333% di potenza di elaborazione dell’IA che si traduce in una pronta reattività dei sistemi.

Tra le chicche anche i sette airbag disseminati lungo l’abitacolo, dotati di un temporizzatore che in caso di incidente non esauriscono il loro compito appena usciti, ma al contrario li tiene gonfi per sei secondi in più a scanso di urti in seconda battuta, in effetti non così rari.

Predilige la città, anche se…

Se l’immagine è sportiva e la trazione anteriore, l’assetto è volutamente morbido e lo sterzo morbido e piacevole perché la missione non è correre, ma rendere confortevole il viaggio agli occupanti.

Tutto cambia declinando la modalità “Sport” (una delle tre, insieme a “Normal” ed “Eco”), che rende tutto di colpo più rigido, ma sempre senza esagerare perché vale quanto detto qualche riga fa.

Prezzi per aggredire il mercato

In compenso, ad essere semplificata al massimo è la gamma, limitata due sole versioni: “Pure” e “Premium”.

La prima (con doppio display 12,3”, Apple CarPlay e Android Auto wireless, climatizzatore bi-zona, sistemi ADAS avanzati e cerchi da 17”) a 28.500 euro, la seconda (che aggiunge cerchi da 18”, interni in ecopelle, sedili riscaldati e ventilati, impianto audio Sony, tetto apribile, ricarica wireless e telecamere a 540° con effetto auto trasparente), a 31.500.

La garanzia, al pari di tutti i modelli Omoda & Jaecoo, è di 7 anni o 150mila km, portata a 8 (o 160mila km), per i componenti ad alto voltaggio.

XPENG, la sostenibilità diventa sistema

XPENG
Per XPENG rating AAA, sostenibilità e intelligenza artificiale nella mobilità del futuro - foto © XPENG

Nel panorama automotive globale, sempre più affollato di promesse “green”, c’è chi prova a trasformare la sostenibilità in una vera architettura industriale.

È il caso di XPENG, che nel suo Report ESG 2025 mette in fila numeri, processi e strategie che raccontano un cambio di paradigma. Il risultato è il mantenimento, per il terzo anno consecutivo, del rating MSCI ESG AAA, un riconoscimento che la colloca tra i costruttori più virtuosi al mondo.

Dietro questa sigla si nasconde una trasformazione che tocca ogni aspetto dell’automobile: dalla progettazione alla produzione, dall’intelligenza artificiale alla gestione delle risorse.

Il ciclo di vita come unità di misura

Il primo elemento distintivo dell’approccio XPENG è la visione “end-to-end” delle emissioni.

Non basta più ridurre l’impatto allo scarico (tema già superato dall’elettrificazione), ma serve intervenire lungo l’intero ciclo di vita del veicolo.

Per farlo, il costruttore cinese ha sviluppato un sistema proprietario di product carbon footprint accounting, che consente di tracciare e ottimizzare l’impronta carbonica dalla produzione allo smaltimento.

I risultati stimati per il 2025 sono significativi.

Riduzione emissioni complessive Oltre 6 milioni di tonnellate
Target riduzione per veicolo (2027 vs 2023) -9%
Riduzione intensità carbonica operativa -38%
Obiettivo neutralità carbonica 2050

Questo approccio implica interventi su diversi livelli, come il miglioramento dell’efficienza energetica dei powertrain elettrici, l’ottimizzazione delle architetture E/E (Electrical/Electronic), la riduzione delle emissioni nei processi industriali e l’uso crescente di materiali a basso impatto.

Dalla guida autonoma alla governance algoritmica

Se la sostenibilità ambientale è ormai un terreno consolidato, è sull’intelligenza artificiale che XPENG gioca una partita ancora più complessa.

L’azienda introduce infatti un framework di governance dell’IA che copre l’intero ciclo di vita degli algoritmi.

Non si tratta solo di ADAS o guida autonoma, ma di un ecosistema più ampio che XPENG definisce “physical AI”, una convergenza tra mobilità, robotica e sistemi intelligenti integrati.

Gli elementi chiave del framework includono validazione e approvazione di tutti i modelli IA, inclusi quelli di terze parti, monitoraggio continuo delle performance e dei rischi, gestione della sicurezza dei dati e conformità normativa (incluso GDPR), sviluppo etico e trasparente degli algoritmi.

In un settore dove l’IA è sempre più centrale (basti pensare alla fusione tra sensori, software e capacità predittive) XPENG introduce un modello che potrebbe diventare benchmark per l’intera industria.

Economia circolare, dalla batteria all’alluminio

Altro pilastro del report è l’adozione di una logica di economia circolare, applicata in modo concreto e industriale.

Uno dei casi più interessanti riguarda l’alluminio. Grazie a un programma di riciclo avanzato, XPENG riesce a riutilizzare completamente gli scarti di produzione, riducendo del 40% l’uso di materiale primario per veicolo.

Parallelamente, l’azienda lavora sulla gestione delle batterie a fine vita, con soluzioni che spaziano dal riciclo al riutilizzo in applicazioni di seconda vita.

Anche il tema idrico viene affrontato con numeri concreti: oltre il 50% dell’acqua utilizzata viene recuperata e riutilizzata per un risparmio totale nel 2025 di oltre 280mila tonnellate.

Un approccio che dimostra come la sostenibilità industriale non sia solo una questione di energia, ma di gestione integrata delle risorse.

Quando l’IA previene l’incidente

Sul fronte tecnico, XPENG continua a sviluppare sistemi avanzati di sicurezza attiva e passiva, integrando intelligenza artificiale e ingegneria strutturale.

I sistemi ADAS – tra cui l’Automatic Emergency Braking (AEB) e l’Automatic Emergency Steering (AES) – hanno contribuito, secondo dati interni, a evitare oltre 376mila potenziali collisioni.

A questi si affianca una piattaforma di sicurezza passiva che include una struttura della scocca ad altissima resistenza, la protezione multilivello degli occupanti e un’architettura di sicurezza della batteria a tre livelli.

Non meno importante è il tema della cybersecurity. XPENG adotta un approccio “privacy by design”, integrando la protezione dei dati fin dalle prime fasi di sviluppo.

Sostenibilità come ecosistema

La sostenibilità, per XPENG, non si esaurisce entro i confini aziendali.

Il coinvolgimento della supply chain è un elemento centrale, con tutti i fornitori chiamati a sottoscrivere standard etici e ambientali stringenti.

Nel 2025 sono state oltre 800 le sessioni di formazione ESG per i fornitori, più del 97% dei dipendenti sono stati coinvolti in programmi formativi ed sono stati rafforzati i sistemi di audit e controllo

Parallelamente, l’azienda investe nel sociale attraverso la propria fondazione, con interventi concreti in situazioni di emergenza e un totale di 34,88 milioni di RMB destinati a iniziative benefiche.

Un nuovo paradigma industriale

Quello che emerge dal Report ESG 2025 è una visione industriale coerente, con l’automobile come nodo di un sistema complesso, dove energia, dati, materiali e intelligenza convergono.

XPENG sembra voler andare oltre il concetto di “costruttore di veicoli elettrici”, posizionandosi come player tecnologico della mobilità intelligente, capace di integrare hardware, software e sostenibilità in un’unica piattaforma.

In un momento storico in cui l’industria automotive è chiamata a reinventarsi (tra transizione energetica, rivoluzione digitale e nuove esigenze normative) il modello XPENG suggerisce una direzione possibile, non più innovazioni isolate, ma un ecosistema integrato.

In pratica, per XPENG la sostenibilità non è più un obiettivo da raggiungere, ma un sistema da progettare.

Smart torna alle origini con la Concept #2

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Con la Concept #2 torna la due posti elettrica di Smart con l'intenzione di rivoluzionare la mobilità urbana - foto © Smart

C’è un momento, nella storia di ogni marchio, in cui guardare indietro diventa un modo per andare davvero avanti.

È esattamente ciò che sta facendo Smart con la nuova Concept #2.

Un ritorno alle radici della mitica due posti urbana, reinterpretata però attraverso il linguaggio e la tecnologia della mobilità elettrica contemporanea.

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foto © Smart

Presentata in anteprima con alcuni bozzetti ufficiali, la Concept #2 è il chiaro segnale della volontà del brand di riappropriarsi della propria identità.

Un’icona reinventata, design e filosofia

La nuova Concept #2 si inserisce nel percorso stilistico inaugurato con la filosofia “Love, Pure, Unexpected”, sviluppata dal team globale di design di Mercedes-Benz.

Il risultato è un oggetto che va oltre la semplice city car con le proporzioni compatte, elemento chiave della storica Fortwo, che vengono preservate ma reinterpretate con un approccio più sofisticato.

La carrozzeria bicolore – bianco opaco e dettagli oro caldo – la rende più… fashion, con richiami al mondo del lusso e dell’accessorio.

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foto © Smart

Non è un caso che compaiano dettagli come inserti in pelle visibili anche all’esterno, fibbie e finiture che evocano l’alta pelletteria, superfici pulite e minimaliste, prive di eccessi.

Non solo praticità urbana, ma identità personale su quattro ruote.

Architettura elettrica e prospettive tecnologiche

Sebbene i dettagli tecnici completi non siano ancora stati svelati, è chiaro che la futura smart #2 nascerà su una piattaforma 100% elettrica di nuova generazione.

Una scelta coerente con la strategia globale del marchio.

Considerando l’evoluzione recente della gamma smart, sviluppata in collaborazione con Geely, è plausibile ipotizzare alcune caratteristiche chiave.

Architettura Piattaforma EV dedicata
Trazione Posteriore o integrale
Batteria Moduli ad alta densità energetica
Autonomia Oltre 350 km WLTP (stimata)
Ricarica Fast charge DC ad alta potenza

La sfida sarà mantenere dimensioni ultra-compatte senza sacrificare autonomia e abitabilità, un equilibrio che rappresenta il vero banco di prova per qualsiasi city car elettrica.

Perfetta non solo per la città

La Concept #2 nasce in un contesto strategico più ampio.

Il debutto è previsto durante il Global Brand Event “Change of Perspectives”, seguito dalla presenza ad Auto Beijing 2026, uno degli appuntamenti più importanti del panorama automotive globale.

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foto © Smart

Qui Smart presenterà anche la #6 EHD, una fastback premium destinata al mercato cinese.

Due modelli agli antipodi per segmento e utilizzo, ma uniti dal comune obiettivo di espandere radicalmente il posizionamento del brand.

Il messaggio è che Smart non vuole più essere solo sinonimo di microcar urbana, ma un player globale nella mobilità elettrica premium.

Due posti, nostalgia o necessità?

Il vero punto, però, è un altro. In un mercato che spinge verso SUV elettrici sempre più grandi e pesanti, ha ancora senso una due posti ultra-compatta?

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foto © Smart

La risposta, sorprendentemente, è sì. Le città europee – sempre più congestionate e regolamentate – stanno tornando a essere il terreno ideale per soluzioni di mobilità leggere, intelligenti e sostenibili.

In questo scenario, una nuova smart #2 potrebbe rappresentare non un ritorno nostalgico, ma una risposta concreta alle esigenze future.

L’essenziale come lusso contemporaneo

La Concept #2 ribalta la narrativa dominante dell’automobile moderna, fatta di dimensioni crescenti e complessità tecnologica spesso fine a sé stessa.

Con lei tutto torna all’essenziale: spazio, identità, mobilità urbana. In fondo il lusso contemporaneo non è avere di più, ma avere esattamente ciò che serve. Né un centimetro in più, né uno in meno.

Se Smart riuscirà a tradurre questa visione in un prodotto di serie convincente, potremmo assistere al ritorno di un’icona e – perché o? – alla rinascita di un’intera filosofia automobilistica.

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foto © Smart

Nissan Juke elettrico, il ribelle con la scossa

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Il Nissan Juke 100% elettrico arriverà nel 2027 - foto © Nissan

Il crossover che ha osato rompere gli schemi nel 2010 torna oggi a far parlare di sé ma questa volta… in silenzio

Perché il nuovo Nissan Juke 100% elettrico segna un passaggio importante. Da un lato evoluzione di un modello iconico, dall’altro trasformazione radicale di un’intera filosofia progettuale.

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foto © Nissan

Il Juke di terza generazione si inserisce con decisione nel cuore della strategia europea del marchio giapponese, strategia sempre più elettrica, sempre più competitiva.

Il Juke con lo stesso carattere e una nuova anima

Quando nel 2010 il Nissan JUKE fece il suo debutto, pochi avrebbero scommesso sul suo successo.

Linee anticonvenzionali, proporzioni fuori dagli schemi, un design divisivo ma inconfondibile. Oggi, con oltre 1,5 milioni di unità vendute in Europa, quel coraggio si elettrifica.

Juke
foto © Nissan

La terza generazione conserva l’identità visiva distintiva (gruppi ottici separati, silhouette compatta e postura dinamica) ma sotto la carrozzeria cambia tutto.

Piattaforma CMF-EV, base tecnica della rivoluzione

Il nuovo Juke elettrico nasce sulla piattaforma CMF-EV, la stessa architettura modulare sviluppata dall’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi per i veicoli a zero emissioni.

Si tratta di una base progettata specificamente per l’elettrico, non semplicemente adattata.

Vantaggi ingegneristici della CMF-EV

Batteria integrata nel pianale Baricentro basso, maggiore stabilità
Architettura flat-floor Più spazio interno e comfort
Modularità Scalabilità su più segmenti
Gestione termica avanzata Migliore efficienza e durata batterie

Questo significa che il Juke elettrico è un progetto nativo EV, con vantaggi concreti in termini di dinamica, abitabilità ed efficienza energetica.

L’auto che dialoga con la rete

Tra le innovazioni più interessanti spicca la tecnologia Vehicle-to-Grid (V2G), già vista sulla nuova Nissan Leaf e ora disponibile anche sul Juke.

In pratica, il veicolo non è solo un “consumatore” di energia, ma diventa parte attiva dell’ecosistema elettrico.

In pratica, con il V2G è possibile restituire energia alla rete nei momenti di picco, ottimizzare i costi energetici domestici, integrare le fonti rinnovabili e possibilità di utilizzo come “batteria domestica”.

Una funzione che trasforma l’auto in un asset energetico, non più solo un mezzo di trasporto.

Per Nissan elettrico sì, ma senza dogmi

Nonostante la spinta verso il full electric, Nissan continua a mantenere un approccio pragmatico.

Accanto ai modelli a zero emissioni – come Nissan Ariya, Townstar e la Micra – resta centrale la tecnologia e-POWER.

Una soluzione ibrida in cui il motore termico non muove le ruote, ma genera energia per il motore elettrico.

Juke
foto © Nissan

Il risultato sono sensazioni di guida da EV senza necessità di ricarica. Modelli come Nissan Qashqai e-POWER e X-Trail e-POWER dimostrano come Nissan voglia accompagnare gradualmente i clienti verso l’elettrificazione completa.

Sunderland al centro del progetto

Il nuovo Juke elettrico sarà prodotto nello stabilimento Nissan di Sunderland, nel Regno Unito.

Una scelta strategica perché Sunderland è già il cuore produttivo della Leaf e rappresenta uno dei pilastri del progetto EV36Zero, l’iniziativa che integra produzione di veicoli elettrici, batterie e fonti rinnovabili in un ecosistema industriale sostenibile.

Un esempio concreto di come l’Europa non sia solo mercato, ma centro di innovazione e produzione.

Lancio e posizionamento

Il debutto commerciale è previsto per la primavera del 2027.

Il nuovo Juke elettrico si posizionerà nel segmento dei B-SUV BEV, uno dei più competitivi e in rapida crescita.

In Nissan affermano che questo modello offrirà un’autonomia superiore ai 400 km, la ricarica rapida DC, un sistema infotainment evoluto connesso e ADAS di ultima generazione.

Più di un’auto il simbolo di transizione

Il Juke elettrico oltre a essere un nuovo modello è anche un simbolo.

Emblema di un’industria che cambia, di un’Europa che accelera, di un marchio che prova a restare fedele alla propria identità mentre abbraccia il futuro.

Se il primo Juke aveva rotto le regole del design, il nuovo rompe quelle della mobilità tradizionale, senza rinunciare alla sua anima irriverente.

Juke
foto © Nissan

Honda HR-V, il SUV compatto che pensa in grande

Honda
Honda HR-V 2026: prova su strada, tecnologia e recensione completa del SUV ibrido Honda - foto © Auto Tecnica

Nel panorama sempre più affollato dei SUV compatti, la Honda HR-V si muove con una filosofia precisa.

Non vuole stupire con eccessi stilistici o prestazioni estreme, ma intende convincere i clienti con intelligenza progettuale, efficienza e una concretezza “ingegneristica”.

Una vettura che riflette perfettamente il DNA della Honda, dove ogni soluzione ha una ragione tecnica ben precisa.

La terza generazione HR-V – disponibile in Europa esclusivamente con tecnologia full hybrid e:HEV – rappresenta una sintesi avanzata tra razionalità e innovazione.

Ma sotto un approccio che sembra minimalista si nasconde molto più di quanto si possa immaginare a prima vista.

Interni essenziali con la massima funzionalità

L’approccio Honda all’ergonomia è sempre stato estremamente pragmatico, e sulla HR-V si raggiunge una maturità progettuale notevole.

L’abitacolo è pulito, quasi essenziale, ma ogni comando è esattamente dove ci si aspetta.

La plancia orizzontale migliora la percezione dello spazio, mentre il sistema di ventilazione “Air Diffusion System” evita il fastidioso getto diretto sui passeggeri. Un dettaglio che dimostra quanto Honda lavori sul comfort reale, non solo percepito.

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foto © Auto Tecnica

I sedili anteriori offrono un ottimo compromesso tra sostegno e morbidezza, mentre al posteriore la seduta ribaltabile consente configurazioni estremamente versatili, rendendo la HR-V quasi una piccola monovolume travestita da SUV.

La qualità dei materiali è buona, con plastiche morbide nelle zone più esposte e assemblaggi precisi. Non si punta al lusso, ma alla solidità nel tempo.

Per il telaio equilibrio prima di tutto

La HR-V nasce su una piattaforma evoluta dedicata ai modelli ibridi compatti del marchio. La struttura è stata irrigidita rispetto alla generazione precedente, con un uso più esteso di acciai ad alta resistenza.

Il layout delle sospensioni è tradizionale ma raffinato con all’anteriore MacPherson e al posteriore un ponte torcente ottimizzato.

Honda ha lavorato molto sulla cinematica delle sospensioni per migliorare comfort e stabilità, soprattutto in fase di trasferimento di carico.

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foto © Auto Tecnica

Interessante la posizione del serbatoio (sotto i sedili anteriori), soluzione che contribuisce ad abbassare il baricentro, migliorare la distribuzione dei pesi e liberare spazio per i sedili posteriori.

Un’impostazione che deriva direttamente dall’esperienza maturata con Jazz e CR-V.

Il full hybrid secondo Honda

Il sistema e:HEV alla base del motore benzina 1.5 i-VTEC ciclo Atkinson installato sulla HR-V è una delle interpretazioni più sofisticate dell’ibrido full.

Il sistema è composto oltre che dal motore principale, da altri due motori elettrici (uno di trazione, uno generatore) e una trasmissione a rapporto fisso, cioè senza cambio tradizionale.

Questo aspetto lascia un po’ interdetto chi non lo conosce, soprattutto nelle accelerazioni più violente, con il motore che sembra “urlare” in una marcia sempre troppo bassa.

In città l’auto viaggia principalmente in elettrico, in accelerazione il termico genera energia per il motore elettrico mentre in autostrada il motore termico si collega direttamente alle ruote.

Questo approccio “multi-mode” consente di ottimizzare sempre l’efficienza.

La potenza combinata è di 131 CV, la coppia elettrica è immediata e corposa e i consumi medi si attestano tra i 5,6 e i 5,7 litri ogni centro chilometri.

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foto © Auto Tecnica

Nella nostra prova, in cui abbiamo percorso oltre 1.200 chilometri, abbiamo consumato 5,6 l/100 km, cioè quasi 18 km con un litro: davvero niente male.

In generale, la guida è fluida, lineare e sorprendentemente silenziosa.

Precisione più che spettacolo

La HR-V non cerca di impressionare con effetti speciali. A bordo la qualità si misura in accoppiamenti precisi, assenza di vibrazioni e una generale solidità.

Le portiere si chiudono con un suono pieno, i comandi hanno una resistenza calibrata, e tutto trasmette quella sensazione tipicamente giapponese di affidabilità nel lungo periodo.

Un aspetto interessante è la riduzione delle tolleranze produttive, che contribuisce anche a migliorare l’isolamento acustico.

Aprendo il cofano si nota subito l’organizzazione estremamente razionale con cablaggi ordinati, componenti ben accessibili e un layout pensato per la manutenzione.

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foto © Auto Tecnica

Il sottoscocca è parzialmente carenato per migliorare aerodinamica, efficienza energetica e silenziosità.

Particolare attenzione è stata dedicata all’insonorizzazione del gruppo termico, fondamentale per un sistema ibrido dove i passaggi tra modalità devono risultare impercettibili.

La forza della normalità (ben fatta)

Alla guida, la HR-V sorprende per l’equilibrio e pur non essendo un SUV sportivo ha uno sterzo preciso, il rollio è contenuto e il comfort è elevato.

In città si apprezzano le partenze in elettrico, la silenziosità e la fluidità assoluta. Nel misto la gestione elettronica della coppia rende la guida intuitiva, in autostrada il sistema ibrido si stabilizza in modo efficiente.

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foto © Auto Tecnica

L’assenza di un cambio tradizionale elimina strappi e cambi marcia percepibili, offrendo una progressione continua. Anche se – come già detto – può non essere del tutto piacevole a chi non è abituato.

Una tecnologia discreta

La Honda HR-V è un’auto che non urla per farsi notare, non rincorre mode, non cerca di stupire con numeri estremi, e proprio per questo riesce a distinguersi.

È un SUV pensato per chi apprezza l’ingegneria intelligente, cerca efficienza reale e vuole un’auto concreta e affidabile.

In un’epoca in cui l’automobile è sempre più… spettacolo, la HR-V resta profondamente auto, qualità spesso dimenticata.

Scheda tecnica essenziale

Motore 1.5 i-VTEC + elettrico
Sistema Full Hybrid e:HEV
Potenza 131 CV
Coppia 253 Nm (elettrico)
Trasmissione Automatizzata a rapporto fisso
Trazione Anteriore
Consumi medi 5,4–5,6 l/100 km
Emissioni CO₂ ~122 g/km
Lunghezza 4.340 mm
Bagagliaio 335-1.289 litri

Baker, California, dove è il sole a pagare la ricarica

Baker, Contea di San Bernardino, California: poco più di 700 abitanti in mezzo al nulla, una manciata di motel polverosi, un termometro gigante che è il monumento più alto della città e il sole implacabile del deserto del Mojave.

Non è esattamente il posto dove ci si aspetta di trovare un’infrastruttura tecnologica d’avanguardia, eppure è proprio lì, all’uscita Rasor Road della Interstate 15, la strada che porta da Los Angeles a Las Vegas, nel weekend battuta da pendolari, famiglie con SUV elettrico e qualche giocatore d’azzardo, che la startup americana “PowerStation Charging” ha deciso di piantare la sua bandierina.

Il risultato è una stazione di ricarica rapida che funziona senza alcun allaccio alla rete elettrica pubblica: zero cavi, solo sole, batterie e un software intelligente per distribuire equamente l’energia.

Come funziona

L’impianto non è modesto: 1.080 pannelli fotovoltaici coprono una superficie notevole e generano fino a 640 kilowatt di potenza di picco nelle ore di pieno irraggiamento.

Ma la vera trovata è il sistema di accumulo a batterie da 3,4 megawattora che sta dietro a tutto, una riserva silenziosa che permette alle quattro colonnine di rimanere operative H 24. Senza quella, la stazione funzionerebbe come un ristorante aperto solo a pranzo.

La potenza complessiva disponibile è di 360 kilowatt condivisi tra tutti i veicoli connessi, e il software di gestione distribuisce l’energia in modo dinamico: chi è solo ottiene tutto quello che il sistema ha da offrire e la ricarica procede alla massima velocità possibile, ma se arrivano altri automobilisti la torta si divide equamente.

Attualmente i connettori installati seguono lo standard CCS1, ma entro l’estate del 2026 ne verranno aggiunti altri sei in formato NACS, quello adottato da Tesla e ormai standard per gran parte del mercato nordamericano, portando la potenza complessiva condivisibile fino a 600 kilowatt.

Non serve scaricare nulla, registrarsi o avere una tessera, un abbonamento e un account su una piattaforma: si arriva, si attacca il cavo e si aspetta.

Il trucco della gratuità

Fino al prossimo 31 maggio, ricaricare è completamente gratuito, la PowerStation lo presenta come una mossa per dimostrare l’affidabilità del sistema, raccogliere dati utili sull’utilizzo e più che altro costruirsi una reputazione.

Ma è anche un modo efficace per convincere gli automobilisti a fare una deviazione in mezzo al nulla, documentare l’esperienza sui social e diffondere la voce gratuitamente.

Lo youtuber Scott Allison, per dirne uno, ha ricaricato la sua Kia EV9 e pubblicato un video che circola online.

Dal 1° giugno, le tariffe atterreranno nell’intervallo tra 0,30 e 0,45 dollari per kilowattora, con variazioni in base all’intensità del sole disponibile in quel momento e alla domanda, più o meno in linea con le ricariche rapide convenzionali che si trovano lungo le autostrade americane, solo con la differenza che l’energia arriva dal cielo anziché da una centrale a gas.

Il prezzo dinamico, più c’è sole disponibile e meno si paga, è anche un piccolo incentivo a ricaricare nelle ore centrali della giornata, quando i pannelli rendono di più e la domanda è distribuita in modo più razionale.

Il bunker sotto la sabbia

Aspettare che la batteria si ricarichi in piedi sotto il sole del deserto è un’esperienza che diventa insopportabile dopo i primi cinque minuti.

PowerStation lo sa, e ha in programma qualcosa di insolito per ovviare al problema: un bunker sotterraneo di circa 740 mq che ospiterà una lounge climatizzata e servizi igienici, trasformando la sosta tecnica in una pausa di civiltà.

Il progetto è in fase di completamento e promette di rendere l’attesa, che con una ricarica rapida si aggira attorno ai venti, venticinque minuti per passare dal 20 all’80%, decisamente più sopportabile di quanto il paesaggio circostante lasci immaginare.

Non è un caso isolato

Baker è solo il punto di partenza di un progetto molto più ampio. PowerStation ha già pianificato una seconda installazione vicino a Barstow, sempre lungo la I-15, entro la fine del 2026, e altre due il prossimo anno: una sulla Interstate 10, che taglia orizzontalmente il Sud della California verso l’Arizona, e una sulla Interstate 8, che scende verso il confine col Messico.

Sono tutti corridoi deserti percorsi da centinaia di migliaia di veicoli ogni anno, luoghi dove fermarsi a ricaricare senza una stazione nelle vicinanze è stato a lungo un problema per chi ha scelto l’elettrico.

PowerStation non è l’unica a muoversi in questa direzione. Tesla ha inaugurato alla fine del 2025 il suo Supercharger più grande di sempre a Lost Hills, in California: 11 megawatt di pannelli fotovoltaici, che fungono anche da tettoia per ombreggiare, abbinati a 10 unità Megapack per un totale di 39 megawattora di accumulo, capaci di ricaricare fino a 164 veicoli contemporaneamente.

La differenza rispetto a Baker è che Tesla mantiene un collegamento di riserva alla rete elettrica tradizionale, mentre PowerStation ha scelto di fare a meno anche di quello, una scommessa che se reggesse nel tempo potrebbe cambiare il modo in cui si progettano le infrastrutture di ricarica in tutto il mondo.

Il deserto come risorsa

Il deserto, l’ostacolo più ostico e leggendario per chi viaggiava prima dell’era dei motori, dove i pionieri americani si perdevano e morivano di sete, diventa la risorsa energetica più affidabile del continente.

Il Mojave non ha acqua potabile, non ha ombra naturale e quasi nulla d’interessante da vedere al di là dell’orizzonte piatto. Ha però circa 330 giorni di sole all’anno, un’intensità di irraggiamento tra le più alte degli Stati Uniti e un costo del terreno accettabile.

Il costo iniziale di una stazione come quella di Baker non è trascurabile: per fare un paragone domestico, un impianto solare residenziale negli Stati Uniti costa in media tra i 15 e 25.000 dollari al lordo degli incentivi, e i crediti d’imposta federali possono ridurre la cifra di un terzo.

Proporzionato alle dimensioni di un impianto commerciale da 640 kilowatt con quasi tre ore e mezza di accumulo, l’investimento iniziale è considerevole, ma il punto di pareggio arriva in modo molto diverso rispetto a una stazione tradizionale che paga una bolletta ogni mese.

Che si tratti di una rivoluzione o di un esperimento ben riuscito lo dirà il tempo e soprattutto i dati di utilizzo che PowerStation raccoglierà durante il periodo gratuito.

GWM (Great Wall Motor) sbarca in Italia

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GWM arriva in Italia: strategie, tecnologia e un primo SUV - foto © GWM

Il 2026 segna un nuovo capitolo nel panorama automotive di Great Wall Motor (GWM) che avvia ufficialmente le sue attività nel nostro Paese.

Non si tratta di un semplice ingresso commerciale, ma di una mossa strategica che riflette l’ambizione del gruppo di diventare protagonista nella mobilità globale, tra elettrificazione, software e architetture intelligenti.

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Dopo aver consolidato una presenza in oltre 170 mercati e superato quota 1,32 milioni di veicoli venduti nel 2025, il costruttore cinese punta ora su un mercato esigente e tecnicamente maturo come quello italiano.

E lo fa con un approccio tutt’altro che improvvisato.

Una struttura industriale completa (e integrata)

Fondata nel 1990 a Baoding, GWM è oggi uno dei pochi costruttori globali a gestire internamente l’intera catena del valore automotive.

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Dalla progettazione alle batterie, dai motori alle trasmissioni, fino alle tecnologie energetiche avanzate, tutto è sviluppato in-house.

Questo approccio si traduce in un vantaggio competitivo concreto, soprattutto in un’epoca in cui l’integrazione tra hardware e software è diventata cruciale.

Piattaforme e architetture

Tipologia Applicazione Caratteristiche tecniche
Monoscocca SUV urbani e compatti Leggerezza, rigidità torsionale, efficienza
Body-on-frame Fuoristrada e pick-up (TANK, POER) Telaio a longheroni, resistenza estrema, off-road avanzato

A queste si affiancano sistemi modulari pensati per adattarsi a più propulsioni, una scelta che consente a GWM di coprire l’intero spettro tecnologico: ICE, HEV, PHEV e BEV.

Batterie e innovazione, il ruolo di SVOLT

Uno degli elementi chiave dell’ecosistema GWM è SVOLT, divisione specializzata nello sviluppo di accumulatori di nuova generazione.

Le tecnologie attualmente in sviluppo e produzione includono celle NMX senza cobalto (più sostenibili e meno dipendenti da materie prime critiche), batterie LFP ad alta sicurezza e lunga durata, soluzioni semi-solide e allo stato solido, destinate a incrementare densità energetica e stabilità termica.

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Un approccio che guarda chiaramente al medio-lungo termine, dove autonomia, sicurezza e sostenibilità saranno i veri driver competitivi.

La rivoluzione Hi4 Hybrid power

Tra le innovazioni più interessanti c’è il sistema ibrido proprietario Hi4, declinato in numerose varianti, come un motore termico turbo (benzina o diesel), due motori elettrici (uno per asse), trazione integrale intelligente, gestione dinamica della coppia.

Il risultato è un sistema capace di offrire oltre 100 km in modalità elettrica (ciclo WLTP, in attesa di omologazione ufficiale), fino a 9 modalità di guida, efficienza ottimizzata grazie alla trasmissione DHT – Dedicated Hybrid Transmission.

Per l’off-road, la variante Hi4-T aggiunge fino a tre differenziali bloccabili, un riduttore meccanico e un sistema 4×4 tradizionale ad alta resistenza.

Si tratta di una soluzione che unisce all’efficienza dell’elettrico la robustezza della meccanica pura.

Software-defined vehicle, il Coffee OS 3.0

Se l’hardware è fondamentale, il software lo è ancora di più. GWM lo sa bene, e ha sviluppato internamente il proprio ecosistema digitale, chiamato Coffee OS 3.0.

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Questo sistema rappresenta il cervello dell’auto e introduce un’architettura centralizzata, capace di gestire infotainment e interfacce utente, aggiornamenti OTA (over-the-air), intelligenza artificiale adattiva e riconoscimento vocale avanzato.

Insieme con i sistemi di assistenza Coffee Pilot e Coffee Pilot Ultra, consente funzionalità di guida semi-autonoma di livello L2++, sfruttando sensori LiDAR, telecamere multiple e processori ad alte prestazioni.

Il risultato è una vettura che evolve nel tempo, migliorando con l’utilizzo quotidiano.

Arriva in Italia la ORA 5

Il primo modello a inaugurare la presenza italiana sarà la GWM ORA 5, un SUV compatto pensato per il cuore del mercato europeo.

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È disponibile in diverse configurazioni, dalla Hybrid (HEV) scelta principale per l’Italia all’ICE per mercati più tradizionali fino alla BEV per la mobilità full electric.

La ORA 5 avrà una taratura specifica per le strade europee, sistemi ADAS avanzati e connettività completa.

Entro la fine del 2026 arriveranno anche Jolion MAX e H7, ampliando la gamma verso famiglie e appassionati di outdoor.

Rete, assistenza e garanzia, la sfida della credibilità

GWM entrerà in Italia con una filiale diretta, una rete di concessionari ufficiali e un sistema logistico strutturato.

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Elementi chiave saranno magazzini ricambi in Europa e Italia, formazione tecnica certificata, garanzia fino a 7 anni – 150mila km e servizi connessi avanzati.

Un pacchetto pensato per abbattere una delle principali barriere all’ingresso per i nuovi brand, ossia la fiducia.

Strategia “Go With More”

Il payoff scelto da GWM – Go With More – oltre a utilizzare le stesse iniziali del marchio, sintetizza bene la sua ambizione: offrire più tecnologia, più scelta e più valore.

A partire da metà 2026, GWM prevede il lancio di almeno sette nuovi modelli in Europa, coprendo tutti i principali segmenti di volume.

Una nuova partita nel mercato europeo

L’arrivo di GWM in Italia è un segnale chiaro di come stia cambiando la geografia dell’automobile globale.

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Non più semplice esportazione, ma integrazione: progettazione in Europa, produzione globale, software proprietario e un’offerta multi-energia che riflette la complessità del presente.

In un mercato sempre più competitivo e in trasformazione, la vera sfida non sarà solo vendere auto, ma costruire ecosistemi credibili e duraturi.

E forse è proprio qui che si giocherà la partita più interessante, oltre che tra elettrico e termico, anche tra visioni diverse di mobilità.

Alcune consolidate e altre, come quella di GWM, ancora tutte da scoprire.

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Aixam Easy, la minicar che semplifica la città

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Easy è la nuova minicar elettrica e diesel di Aixam, ottima soluzione tra tecnologia e comfort urbano - foto © Aixam

La mobilità urbana cambia pelle, e lo fa con un approccio concreto grazie ad Aixam.

Con il lancio della nuova gamma Easy, il costruttore di minicar rinnova profondamente la propria offerta entry level, introducendo una piattaforma di prodotto più moderna, più tecnologica e soprattutto più centrata sull’utente.

Non è solo un aggiornamento, ma un ripensamento completo del concetto di minicar.

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Easy prende il posto della storica denominazione Minauto e si propone come nuovo riferimento del segmento, con una doppia anima – elettrica e termica – e l’intenzione di portare comfort e contenuti tipici di categorie superiori in un formato compatto, accessibile e perfetto per la città.

La funzionalità incontra lo stile

Il primo impatto con Aixam Easy è visivo.

Il frontale completamente ridisegnato introduce fari LED a filo carrozzeria, soluzione sia estetica sia funzionale, con un miglioramento dell’efficienza luminosa e della durata rispetto alle tradizionali lampade alogene.

Ma è nell’ergonomia che si percepisce il salto generazionale. Il cofano sollevabile facilita le operazioni di manutenzione, dettaglio tutt’altro che secondario in un segmento dove la semplicità d’uso è cruciale.

All’interno troviamo configurazioni inedite per la categoria come per esempio i sedili monoscocca “Baquet” in TEP Nabuk, tre bocchette di aerazione integrate, un ampio deflettore sotto parabrezza e il supporto centrale per smartphone.

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Una dotazione che punta a migliorare l’esperienza quotidiana, rendendo la guida più intuitiva e sicura.

Una delle novità più interessanti è l’introduzione delle pellicole “Aixam SKIN”, un sistema di personalizzazione degli interni che avvicina l’esperienza d’acquisto a quella del mondo automotive tradizionale.

La possibilità di configurare l’abitacolo contribuisce a creare un legame più forte tra utente e veicolo, trasformando la minicar da mezzo funzionale a oggetto identitario.

Due allestimenti e doppia anima, elettrica o diesel

La gamma si articola su due livelli: la Easy Access, essenziale, pratica, pensata per chi cerca il massimo della semplicità; e la Easy Chic, più completa, con dotazioni premium per il segmento come cerchi in lega da 14”, finiture interne coordinate, sistema audio Bluetooth e luce 3° stop LED.

Entrambi gli allestimenti sono disponibili in versione elettrica o termica.

Alle dotazioni si aggiunge un pacchetto optional focalizzato sul comfort reale, per esempio l’aria condizionata (anche sulla versione elettrica) e sedile riscaldato, elementi raramente presenti in questo segmento.

Semplicità evoluta di tecnologia e powertrain

Dal punto di vista tecnico, Aixam Easy si posiziona in equilibrio tra innovazione e praticità.

La versione elettrica ha batterie LFP da 5 kWh o 7,5 kWh, un’autonomia WMTC di 75 km o 113 km, il selettore rotativo DNR di serie e la disponibilità della climatizzazione.

Le batterie LFP (litio-ferro-fosfato) rappresentano una scelta precisa per avere maggiore durata ciclica, stabilità termica e costi contenuti rispetto alle tradizionali NMC.

La versione termica è dotata di un motore diesel Kubota Euro 5+ (senza FAP e nessuna necessità di AdBlue) con consumi di 4,3 litri per 100 km, un serbatoio di 16 litri.

Una configurazione volutamente semplice, che punta su affidabilità e costi di gestione ridotti, mantenendo un approccio pragmatico per chi non è ancora pronto all’elettrico.

Scheda tecnica

Elettrica Easy Termica Easy
Batteria – Motore LFP 5 o 7,5 kWh Diesel Kubota Euro 5+
Autonomia – Consumi 75 – 113 km 4,3 L/100 km
Trasmissione Selettore rotativo DNR Automatica
Climatizzazione Optional Non disponibile
Emissioni Zero allo scarico Ridotte, senza AdBlue

Prezzi e formule per una reale accessibilità

Il posizionamento di acquisto è uno degli elementi più interessanti della gamma, che prevede un costa a partire da 10.499 € per la versione elettrica Access fino a 13.499 € per le versioni Chic.

Inoltre, Aixam affianca all’offerta una strategia finanziaria articolata, sviluppata con Agos che prevede un finanziamento classico, la formula della maxi-rata, un TCM con valore futuro garantito (Just Aixam) e il noleggio a lungo termine.

Un’offerta completa che rende la minicar non solo accessibile all’acquisto, ma anche flessibile nel tempo.

Una nuova idea di mobilità urbana

Tom Faget, direttore generale Aixam Mega Italia, nel descrivere il progetto, afferma che “Easy nasce dall’ascolto dei clienti, e si vede. Questa nuova gamma non cerca di reinventare la minicar, ma di evolverla nel modo più intelligente possibile.

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Tom Faget, direttore generale Aixam Mega Italia – foto © Aixam

Cioè migliorando comfort, introducendo tecnologia utile (non superflua) e mantenendo quella semplicità operativa che è sempre stata il cuore del segmento.

Entry level non è un compromesso

Aixam Easy rappresenta qualcosa di più di un aggiornamento di gamma.

È la dimostrazione che anche il segmento più accessibile della mobilità può evolversi senza perdere la propria identità.

In un’epoca in cui l’auto tende a diventare sempre più complessa e costosa, Easy va in direzione opposta. Semplifica, ma senza rinunciare, e riduce ma senza togliere valore.

La libertà di movimento, oggi non passa solo dalla potenza o dall’autonomia, ma dalla capacità di adattarsi alla vita reale.

Una città più vivibile non ha bisogno di auto più grandi, ma di soluzioni più intelligenti.

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foto © Aixam

Automechanika Francoforte, presentata l’edizione più internazionale di sempre

2024 Automechanika Frankfurt

Automechanika esce dai confini o, per meglio dire, li annulla. La grande fiera biennale dell’aftermarket di Francoforte introdurrà infatti grandi novità per l’edizione 2026, in calendario dall’8 al 12 settembre, trasformandosi in un evento multidisciplinare e dal respiro sempre più globale, come ha spiegato Olaf Mußhoff, Direttore dell’ente organizzatore Messe Frankfurt nella conferenza stampa svoltasi a Milano qualche giorno fa.

Temi come la transizione elettrica, la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, la sostenibilità e le nuove forme di mobilità hanno determinato una rapida evoluzione degli scenari dell’industria automobilistica. Così come la connettività avanzata e il nuovo principio progettuale deli software-defined vehicles (SDV), i veicoli concepiti intorno al software, che impongono una riflessione profonda e una nuova capacitò di adattamento.

Automechanika 2026 – La cartina (foto: Messe Frankfurt)

Anche per questo, Automechanika Francoforte 2026 propone una formula rinnovata offrendosi non soltanto come spazio espositivo e area convegni ma come opportunità di networking tra aziende e operatori storici e nuovi e come catalizzatore di nuove iniziative per fare del settore aftermarket un componente sempre meglio integrato dell’ecosistema auto.

Il tutto grazie, anche alla nuova partnership con VDIK, l’Associazione dei costruttori internazionali di veicoli a motore operanti in Germania, sempre allo scopo di consolidare e  migliorare i servizi e prepararsi alle evoluzioni future. Il tutto, alla luce di un mercato in crescita in cui il mantenimento e l’aggiornamento dei veicoli, più che la loro sostituzione, stanno diventando anche un potenziale nuovo modello di business per i costruttori stessi.

(foto: Messe Frankfurt)

La sfida dei SDV

A proposto dell’evoluzione tecnolgica dei veicoli, Olaf Mußhoff ha presentato anche il nuovissimo forum “HighTech4Mobility” in cui Aziende di software, OEM, fornitori di primo livello ed esperti del settore sono stati invitati a discutere le strategie, le innovazioni e i nuovi modelli di business che contano per l’aftermarket. Questa “metterà in luce domande quali: a che punto è lo sviluppo delle tecnologie dei veicoli definiti dal software? Quali strategie sono state concepite per una gestione efficace del ciclo di vita? E qual è lo stato dell’arte per quanto riguarda i sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS), la guida autonoma, la gestione dei dati, la sicurezza informatica e l’intrattenimento a bordo dei veicoli?”

Non si tratta, naturalmente, dell’unico nuovo format ospitato nell’area espositiva, anzi, il programma prevede un’interessante parte dinamica all’aperto. Qui i visitatori troveranno la “pit lane Automechanika”, un’area di 200 metri sotto i portici del padiglione 4 destinata agli appassionati di sport motoristici che potranno incotnr<re e vedere i nazione personaggi del mondo degli sport motoristici.

2024 Automechanika Frankfurt

Al settore del fuoristrada è invece dedicato il nuovo “Experience Park”, mentre il modo dei veicoli elettrici avrà una sua ampia area dedicata nell’Agora, dove sarà allestito il “Future Mobility Park”. Spazio anche alle auto classiche e da collezione, grazie alla
collaborazione tra gli organizzatori della fiera, la FIVA (Fédération Internationale des
Véhicules Anciens), e la Classic Alliance promossa da Bosch, DAT, Eucon e ROWE per creare una rete di esperti di auto classiche di tutti i settori e dimostrare le opportunità offerte da questo segmento soprattutto a le officine e rivenditori.

Olaf Musshoff (foto: Messe Frankfurt)

Partecipazione in crescita

Forte dei risultati del 2024, in cui ha annoverato oltre 4.100 espositori da 76 Paesi e  registrato 107.000 visitatori da 152 Paesi, Automechanika Frankfurt annuncia per l’edizione 2026 un ampliamento della parte espositiva con circa 4.500 espositori da 80 Paesi. Come ha ribadito ancora Olaf Mußhoff, “Non sarà l’edizione più grande di tutti i tempi, ma sicuramente sarà quella più internazionale”. Le novità e gli aggiornamenti si possono consultare sul sito ufficiale.

Quando l’endurance incontra la tecnologia pura

Magneti Marelli Parts & Services
foto © Magneti Marelli Parts & Services

Nel motorsport di oggi, dove ogni millisecondo è il risultato di una somma quasi maniacale di dettagli, le partnership non sono semplici operazioni di immagine.

È in questo contesto che si inserisce il rinnovo per il 2026 tra Antonio Giovinazzi e Magneti Marelli Parts & Services.

Un binomio che racconta molto più di una collaborazione, racconta una visione condivisa della performance.

Un ambassador che parla la lingua della tecnica

Campione del mondo in carica nel FIA World Endurance Championship, Giovinazzi rappresenta oggi una figura perfettamente allineata con i valori dell’aftermarket evoluto.

Precisione, costanza, affidabilità, aspetti che nel paddock si traducono in dati, simulazioni, materiali e strategie.

Nel 2026 il pilota pugliese sarà ancora al volante della Ferrari 499P numero 51, punta di diamante della Ferrari nella categoria Hypercar.

Una vettura che non è solo un’auto da corsa, ma un laboratorio viaggiante di tecnologie ibride avanzate.

Hypercar, il laboratorio tecnologico più estremo

La 499P rappresenta uno dei vertici ingegneristici attuali.

Il sistema powertrain è ibrido (V6 biturbo + ERS) con alta efficienza energetica e boost in accelerazione.

Il recupero dell’energia avviene con il sistema ERS anteriore che permette l’ottimizzazione dei consumi e la gestione trazione.

L’aerodinamica attiva e ottimizzata CFD garantisce stabilità alle alte velocità.

Infine – ma non ultimo – il controllo avanzato dell’elettronica assicura la gestione integrata di powertrain e dinamica,

È proprio in quest’ultimo aspetto che il legame di Ferrari con Magneti Marelli diventa evidente.

La capacità di trasferire know-how dalla pista al prodotto aftermarket, migliorando qualità, affidabilità e prestazioni dei componenti destinati al grande pubblico.

High performance starts from the box

Lo slogan dell’azienda non è casuale. Nel motorsport endurance, ogni componente deve garantire prestazioni elevate per ore, se non giorni interi.

Questo approccio si riflette direttamente nello sviluppo dei ricambi automotive.

Magneti Marelli Parts & Services lavora su sistemi di accensione avanzati, componenti elettronici di gestione motore, soluzioni per illuminazione intelligente, ammortizzatori e sistemi sospensivi evoluti.

Il denominatore comune di tutti questi sistemi è la resistenza nel tempo e la coerenza delle prestazioni, esattamente come richiesto in una gara di durata.

WEC: il mondiale più tecnico del motorsport

Il FIA World Endurance Championship è oggi uno dei campionati più complessi dal punto di vista ingegneristico.

Infatti, non conta solo la velocità pura, ma anche la gestione energetica, strategie di gara multi-stint, un’affidabilità estrema e adattabilità a condizioni variabili.

Eventi come la 24 Ore di Le Mans rappresentano una vera prova di resistenza per uomini e macchine.

Nel 2026, il calendario WEC include appuntamenti storici come Imola, Spa, Fuji e Bahrain, confermando una dimensione globale sempre più competitiva, con ben 14 costruttori coinvolti.

Giovinazzi: costanza, talento e visione

Reduce da un 2025 straordinario, con vittorie a Imola e Spa e il titolo mondiale conquistato, Giovinazzi incarna perfettamente il concetto di performance sostenibile.

Non solo velocità, ma continuità… insomma, un profilo che si sposa perfettamente con un’azienda che opera in un settore dove l’affidabilità è tutto: l’aftermarket.

Il rinnovo tra Giovinazzi e Magneti Marelli Parts & Services oltre a essere una conferma, è anche un rafforzamento.

In un’epoca in cui l’automotive vive una trasformazione radicale (elettrificazione, digitalizzazione, sostenibilità) il motorsport continua a essere un acceleratore tecnologico.

E proprio da queste collaborazioni nasce il futuro dell’auto.

La velocità come linguaggio universale

C’è qualcosa di profondamente affascinante nell’endurance perché non è solo una sfida contro gli avversari, ma contro il tempo, la fatica e i limiti della tecnologia.

In questo scenario, la figura di Giovinazzi e il ruolo di Magneti Marelli raccontano la storia di un’automotive che evolve, impara e si perfeziona.

Perché alla fine, che si tratti di una hypercar lanciata a Le Mans o di un’auto su strada, il principio resta lo stesso: la vera performance nasce sempre dai dettagli invisibili.

In Europa spariranno i caselli (in teoria)

In Germania l’autostrada è gratis e in Svizzera costa 40 franchi l’anno, mentre in Italia, se si ha la sfiga di percorrere certi tratti, viene il dubbio che stiano asfaltando la carreggiata in tempo reale, chilometro per chilometro.

Eppure anche questo sistema collaudato, assai redditizio e per certi versi kafkiano, potrebbe avere i giorni contati: la Commissione UE ha deciso che è ora di cambiare tutto, con quella particolare forma di ottimismo che consiste nel fissare una scadenza e sperare che nessuno cambi idea.

Una vignetta per domarli tutti

Il progetto si chiama “Smart Mobility 2031” e punta nientemeno ad abolire i caselli fisici su tutta la rete autostradale europea, sostituendoli con una vignetta digitale unica acquistabile online.

Niente più adesivi da incollare storti sul parabrezza, niente monete da scovare nel portaoggetti mentre i clacson dietro sfiorano il concetto di orchestra sinfonica: si inserisce la targa su un portale, si paga e si viaggia.

Il costo ipotizzato per l’abbonamento annuale è di circa 150 euro, con formule più corte disponibili (1 giorno, 10 giorni, 1 mese) per chi l’autostrada la frequenta con lo stesso entusiasmo con cui va dal dentista.

Le ciminiere stradali secondo Ursula

A spingere il progetto è Ursula von der Leyen in persona, che dei caselli ha dato una definizione memorabile: “fabbriche di inquinamento”.

L’accusa non è campata in aria: le file di auto che si trascinano lentamente verso le barriere autostradali sono tra le fonti di emissioni più inutili che esistano.

Eliminare le code, nella logica della Commissione, significa anche tagliare una fetta non trascurabile di CO2 prodotta senza che nessuno abbia percorso un solo km in più.

Chi ce l’ha già e chi dovrà inventarla

Il modello a cui si ispira il progetto europeo non è una novità: chi ha attraversato Svizzera, Austria o Slovenia sa già di cosa si tratta.

La vignetta autostradale esiste in Europa da decenni, prima come adesivo cartaceo, appiccicato di traverso sul parabrezza da chi non aveva letto le istruzioni, e poi in versione digitale, associata direttamente alla targa del veicolo e verificata da telecamere disseminate lungo le autostrade.

In Austria si sceglie tra taglio annuale, mensile o da dieci giorni, la Svizzera ha un forfait fisso annuale che vale per tutto il territorio, Slovenia, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca e Ungheria adottano soluzioni analoghe.

Per questi Paesi la transizione sarà relativamente indolore: aggiornare un portale è un’operazione molto meno traumatica che smontare centinaia di caselli in cemento armato.

Il nodo italiano tra concessionari e contratti

Per Italia, Francia, Spagna, Grecia e Portogallo il discorso è ben diverso. In questi Paesi funziona ancora la logica del tassametro: si paga per i km percorsi, con caselli a intervalli regolari e tariffe che variano in modo talvolta misterioso da un tratto all’altro.

In Italia in particolare, le eccezioni al sistema tradizionale si contano sulle dita di una mano: la Pedemontana Lombarda funziona già senza barriere fisiche, ma è un caso isolato in un Paese dove la rete autostradale è gestita da una costellazione di concessionari privati con contratti firmati quando l’euro non esisteva ancora.

Convincerli a smantellare l’infrastruttura su cui guadagnano, e rinegoziare le condizioni entro il 2031, è esattamente il tipo di operazione che qualcuno chiama “sfida” e i pragmatici definiscono una secchiata di roba di quella impronunciabile color marrone.

Quanto costerà, davvero

La tabella di marcia ufficiale prevede l’approvazione definitiva del pacchetto legislativo tra il 2027 e il 2028, seguita da cinque anni di transizione per lo smantellamento fisico e l’adeguamento tecnologico.

Per l’Italia, le stime indicano una tariffa annuale orientativa di 130 euro, calibrata per ricalcare gli attuali introiti da pedaggi: significa che lo Stato non ha la minima intenzione di rimetterci, e che chi sperava in un risparmio farà bene a rivedere le aspettative.

Rimarranno probabilmente dei supplementi per i tratti speciali (tunnel, valichi alpini, ponti) che il nuovo sistema dovrà integrare senza aggiungere ulteriore confusione a un quadro già abbastanza delirante.

I vantaggi concreti

I Paesi che hanno già adottato sistemi analoghi registrano risparmi gestionali intorno al 40% rispetto ai modelli tradizionali: meno strutture da costruire e mantenere, meno personale, meno guasti notturni ai caselli.

La circolazione diventa più fluida, le emissioni si riducono e sparisce lo stress di non trovare il bancomat tenendo il piede sul freno.

Le entrate restano ai singoli Stati, vincolate per legge alla manutenzione della rete e allo sviluppo di infrastrutture sostenibili, un impegno che suona benissimo nei comunicati ufficiali ma che andrà verificato con attenzione negli anni successivi.

Privacy, Germania e tempo

Restano però alcune questioni aperte. La prima è la privacy: un sistema fondato sul riconoscimento automatico delle targhe traccia gli spostamenti di milioni di persone, e la gestione di queste informazioni richiederà garanzie solide e una sorveglianza indipendente che in Europa non sempre arriva puntuale.

La seconda è la Germania: il Paese che ha sempre garantito l’accesso gratuito alle proprie autostrade dovrà per la prima volta introdurre un abbonamento per i veicoli privati, e chi conosce il rapporto dei tedeschi con le loro autostrade sa che non sarà una battaglia breve.

La terza questione, la più pratica di tutte, è il tempo: tra iter parlamentari europei, recepimenti nazionali, ricorsi dei concessionari e ripensamenti politici, il margine per qualche slittamento è incorporato in qualsiasi progetto comunitario con scadenza a cinque anni.

Così il 2031 diventa un orizzonte ragionevole sulla carta, ma nella pratica, chi ha vissuto abbastanza a lungo sa che le fabbriche di inquinamento potrebbero restare aperte qualche stagione in più del previsto. E ora chi lo dice a Ursula?

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