martedì 21 Aprile 2026 - 01:16:12

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Il guidatore perfetto non esiste, ma è convinto di esistere

Non conoscendo a fondo gli italiani, c’è una cosa che gli americani sono convinti di fare meglio di chiunque altro al mondo: credere di essere degli ottimi guidatori mentre bevono un caffè, cercano le chiavi nel cassetto portaoggetti, rispondono al telefono e fissano un cartellone pubblicitario sul ciglio dell’autostrada.

E tutto nello stesso istante, possibilmente.

Mercury Insurance”, compagnia assicurativa californiana, ha fatto quello che nessuno voleva fare: ha chiesto a 2.500 automobilisti di prendere fiato e confessare.

Il risultato è un documento che, se non fosse tragico, sarebbe quasi commovente per l’onestà involontaria. L’automobilista americano medio ammette di aver messo in auto 10 comportamenti di distrazione nell’arco dell’ultimo anno.

Ma subito dopo, con la stessa disinvoltura, si è autovalutato più attento della media, cioé degli altri automobilisti che incrocia per strada, una massa di incapaci a cui andrebbe tolta la patente.

Il podio delle scuse

Le distrazioni più gettonate sono quelle che chiunque già archiviato mentalmente sotto la voce “cose normalissime che fa chiunque”, una cartella mentale molto più capiente di quanto si pensi.

In testa c’è il bere una bevanda alla guida, pratica ammessa dal 79% degli intervistati, subito dopo il regolare il navigatore sullo smartphone (69%) e il frugare nell’abitacolo alla ricerca di qualcosa (69% anche qui). Cosa si cerchi rimane un mistero: forse gli occhiali, magari il buon senso, forse entrambi.

Il 66% ha risposto a chiamate in vivavoce e il 61% ha mangiato mentre guidava. Un americano su due, in pratica, considera l’automobile un’estensione della cucina, con il cruscotto al posto del tavolo e il guardrail al posto della credenza.

Il 55% ha dichiarato di essersi semplicemente “distratto”, categoria così vaga che indica una distrazione senza oggetto, una perdita di concentrazione, un momento di pura contemplazione del nulla mentre si è alla guida di un veicolo da una tonnellata e mezza.

Il 54% ha ammesso di fissare spesso qualcosa fuori dal finestrino anziché la strada. Cosa guardassero, il sondaggio non lo specifica, probabilmente un altro automobilista che mangiava.

E poi c’è il 59% che ha letto un innocente messaggino mentre era al volante. Non ha risposto, si badi bene, ma soltanto letto, come se abbassare gli occhi sullo schermo per tre secondi a 130 km/h fosse un peccatuccio innocente.

In questo mondo di incapaci

Il dato più istruttivo, però, è quello che la psicologia chiama un “bias di sovrastima”, o forse un difetto cognitivo largamente diffuso nella specie.

Tra chi ha ammesso venti o più comportamenti distratti nell’ultimo anno, che significa una distrazione ogni 18 giorni, il 69% si è comunque giudicato più attento del guidatore medio.

Una persona su tre, in questo gruppo, è riuscita nell’impresa intellettuale di dire “sì, ho fatto 20 cose sbagliate, ma sono comunque meglio degli altri”.

Solo l’8% del campione totale ha dichiarato di non aver ceduto ad alcuna delle 27 distrazioni elencate nel questionario. Una minoranza così esigua da risultare quasi irrilevante, o forse composta da persone che non guidano, non escono di casa oppure hanno mentito con eleganza.

Lo scarto tra ciò che si fa e ciò che si pensa di fare ha un nome tecnico in psicologia: si chiama “effetto del punto cieco”, e descrive la tendenza a individuare i pregiudizi cognitivi negli altri molto più facilmente che in sé stessi.

Applicato alla guida, produce un risultato che sarebbe affascinante se non fosse pericoloso: un’intera nazione di automobilisti convinta, ciascuno per conto proprio, di essere l’eccezione in un mare di incapaci.

Le diverse attività (alla guida)

La geografia della distrazione ha le sue sfumature, e Mercury Insurance ha avuto la premura di mapparle stato per stato, regalando un ritratto dell’America al volante.

L’Alabama guida la classifica nazionale con il 45% di automobilisti che ammettono comportamenti a rischio, seguono Georgia e Massachusetts al 42%, con West Virginia e Tennessee poco distanziati, intorno al 40%.

Indiana, Illinois e Mississippi si attestano sulla stessa soglia, formando una fascia geografica della distrazione che attraversa il Midwest americano come una faglia.

Le specialità regionali sono degne di nota e meritano un approfondimento: gli automobilisti dell’Alabama prediligono la telefonata con il telefono fisicamente in mano, vecchia scuola, in Georgia, quasi l’80% aggiusta il navigatore mentre l’auto è in movimento, il Massachusetts, culla dell’istruzione americana, sede di Harvard, MIT, primeggia nell’invio di messaggini al volante.

I social? Roba da principianti

C’è poi un’ironia che il sondaggio registra senza commentarla: le distrazioni di cui si parla nelle campagne di sensibilizzazione e nei servizi dei telegiornali, sono tra le meno praticate di tutte.

Solo il 13% scorre i social media mentre guida e il 10% guarda video al volante.

La parte più curiosa è che tutti si siano concentrati per anni sulla distrazione più visibile, mentre quella banale, la mano nel sacchetto delle patatine, gli occhi sul display del navigatore e la mente altrove, andava avanti indisturbata.

Numeri che non mentono

Basterebbe fermarsi qui, con questo ritratto grottesco e riconoscibilissimo dell’automobilista medio, e non solo americano, a dirla tutta. Ma i numeri hanno la cattiva abitudine di irrompere nella realtà cambiando tutto.

Nel solo 2023, gli incidenti causati dalla distrazione alla guida hanno ucciso 3.275 persone e ferito altre 289.310 negli Stati Uniti. Non sono statistiche astratte, ma persone che probabilmente quella mattina si erano svegliate convinte di essere guidatori migliori della media. Che avevano fatto colazione (forse in macchina), avevano aggiustato il navigatore all’ultimo momento e si erano detti che andava bene perché loro sapevano quello che stavano facendo e in più conoscevano la strada a menadito.

Il sondaggio di Mercury Insurance non risolve nulla e probabilmente non cambierà alcuna abitudine. Chi guida distratto continuerà a farlo, e andrà avanti convinto di essere più bravo degli altri.

Ma almeno ha il merito di mettere su carta ciò che tutti fingono di non sapere: la distrazione più pericolosa è la sensazione di avere tutto sotto controllo anche quando non è così. Anzi.

TEXA vola tra le Top 50 Eccellenze dell’Automotive

TEXA
Bruno Vianello con il premio “TOP50 Eccellenze dell’Automotive” - foto © TEXA

In un settore in piena trasformazione, dove software, elettronica e powertrain elettrici stanno ridefinendo il concetto di automobile, c’è chi contribuisce a dettare il ritmo.

È il caso di TEXA, che si è guadagnata un posto tra le “TOP50 Eccellenze dell’Automotive”, confermandosi come una delle realtà più solide e innovative del panorama nazionale.

Il riconoscimento, promosso da Gazzetta Motori, è stato assegnato nel corso di una cerimonia ospitata nella prestigiosa sede di Palazzo Mezzanotte, cuore finanziario di Milano.

Un contesto simbolico, che sottolinea il peso economico e strategico delle aziende premiate, selezionate sulla base di parametri rigorosi: crescita, solidità finanziaria, capacità industriale, propensione all’export e, soprattutto, investimenti in innovazione nel triennio 2022–2024.

Un percorso industriale costruito sull’innovazione

Fondata nel 1992 e guidata da Bruno Vianello, TEXA ha saputo trasformarsi da realtà emergente a punto di riferimento globale nell’aftermarket automotive.

Il cuore dell’azienda è la progettazione e produzione di sistemi diagnostici avanzati, oggi sempre più centrali in un’industria dove il veicolo è diventato una piattaforma software su ruote.

Non si tratta più soltanto di leggere errori, le moderne soluzioni TEXA integrano telediagnosi, aggiornamenti OTA, interfacce cloud e analisi predittiva, permettendo agli operatori di officina di anticipare i guasti e ottimizzare gli interventi.

Un passaggio chiave, soprattutto nell’era dei veicoli connessi e delle architetture elettroniche centralizzate.

Diagnosi evoluta, il nuovo linguaggio dell’aftermarket

Nel mondo contemporaneo dell’automotive, la diagnostica oltre a essere di supporto, diventa una vera infrastruttura tecnologica.

TEXA ha sviluppato strumenti in grado di dialogare con una vasta gamma di centraline elettroniche, coprendo autovetture e motocicli, veicoli industriali e off-highway, macchine agricole e applicazioni marine.

Le tecnologie chiave

Tecnologia Funzione Impatto operativo
Telediagnosi Accesso remoto ai dati del veicolo Riduzione tempi di fermo
Cloud integration Gestione dati centralizzata Maggiore efficienza flotte
Diagnosi predittiva Analisi dati storici e real-time Prevenzione guasti
Interfacce multi-brand Compatibilità estesa Versatilità officina

Questa evoluzione rende evidente come TEXA non sia solo un produttore di hardware, ma un provider di ecosistemi digitali per l’automotive.

Dall’aftermarket all’elettrico, la sfida E-Powertrain

Negli ultimi anni, l’azienda veneta ha accelerato con decisione anche sul fronte dell’elettrificazione.

La business unit E-Powertrain rappresenta una delle scommesse più ambiziose, con lo sviluppo di sistemi avanzati per veicoli elettrici ad alte prestazioni.

Non è un caso che tra i clienti figurino marchi iconici come Lamborghini, a testimonianza di un livello tecnologico capace di soddisfare standard estremamente elevati.

In questo ambito il focus si sposta su inverter ad alta efficienza, gestione termica dei sistemi elettrici, ottimizzazione delle prestazioni del powertrain e integrazione software-hardware avanzata.

Un terreno dove precisione ingegneristica e innovazione si fondono, aprendo nuove prospettive per l’industria italiana.

Una presenza globale

Con circa 1.000 dipendenti, di cui oltre 300 impegnati in Ricerca e Sviluppo, TEXA si distingue anche per la sua struttura organizzativa.

La presenza internazionale è capillare, con filiali dirette in Europa, America, Asia e una rete distributiva globale.

Questo approccio consente all’azienda di adattarsi rapidamente ai diversi mercati, rispondere alle normative locali e sviluppare soluzioni su misura per clienti globali.

Un premio che racconta molto più di un risultato

Essere inseriti tra le Top 50 dell’automotive italiano è il riconoscimento di un modello industriale che funziona, capace di coniugare tradizione e innovazione, radicamento territoriale e visione globale.

In un momento storico in cui il settore automotive affronta sfide epocali – dalla transizione energetica alla digitalizzazione – realtà come TEXA dimostrano che l’Italia può ancora giocare un ruolo da protagonista, nella produzione e nello sviluppo delle tecnologie che definiranno il futuro della mobilità.

Uno sguardo oltre la tecnologia

In un mondo sempre più guidato da algoritmi e piattaforme digitali, resta centrale la capacità di immaginare, progettare e costruire soluzioni concrete.

E forse è proprio questo il vero valore aggiunto di TEXA, non limitarsi a inseguire il cambiamento, ma interpretarlo, anticiparlo e, quando possibile, guidarlo.

Perché, in fondo, il futuro dell’automotive non sarà fatto solo di elettroni e software, ma anche di visione, competenze e coraggio imprenditoriale.

Toyota Hilux, duro a morire, elettrico quanto basta

Hilux
foto © Toyota

Il Toyota Hilux si reinventa senza tradire mezzo secolo di leggenda, quella di un pick-up che strizza l’occhio al futuro tenendo un piede piantato (saldamente) sui terreni a bassa aderenza.

Ventisette milioni di unità vendute in quasi sei decenni, con spedizioni al polo Nord, traversate dell’Antartide, Dakar vinte.

Il Toyota Hilux è una leggenda dei pick-up e nel 2026, con la sua nona generazione, si aggiorna inserendo in gamma per la prima volta la tecnologia mild hybrid 48V.

Hilux
foto © Toyota

Ecco quindi che il motore 2.8 diesel da 204 cv diventa MHEV a 48V e permette la riduzione del 5% dei consumi ma soprattutto aumenta di 8,5 i kW a disposizione e di 65 Nm la coppia grazie al boost elettrico.

E mantiene una profondità di guado di ben 70 centimetri e una capacità di traino di 3.500 kg.

Un nuovo stile Tough and Agile

Toyota chiama Tough and Agile (robusto e agile) la nuova filosofia stilistica del Hilux, e il frontale rinnovato ne è l’espressione più immediata.

Le proporzioni sono migliorate rispetto alla generazione precedente con superfici “tese” e gruppi ottici Full LED sottili, collegati da una fascia centrale con il badge Toyota in evidenza.

Gli stilisti hanno così creato una firma luminosa decisa e immediatamente riconoscibile anche di notte. Inoltre cofano, parafanghi, portellone e sovrafari sono tutti completamente nuovi.

L’area di carico riceve anch’essa aggiornamenti con il portellone che ora integra una maniglia più pratica con luce di stop incorporata.

La retrocamera è stata spostata nella parte inferiore in un alloggiamento dedicato, verniciato in tinta carrozzeria, una soluzione più elegante e più protetta dagli urti.

Hilux
foto © Toyota

La novità più pratica per chi lavora sul campo è il nuovo gradino posteriore integrato, una pedana con portata certificata di 275 kg pensata per chi sale e scende dal cassone in stivali da cantiere, anche più volte al giorno.

Sul fronte dei cerchi, la versione base mantiene i robusti cerchi in acciaio grigio canna di fucile da 17” con pneumatici All-Terrain, mentre le versioni superiori passano a cerchi in lega da 17” (allestimento Icon) e da 18” (Premium e Invincible).

Due le colorazioni inedite – Ash Grey Met e Sulfur Met – pensate per valorizzare i volumi scolpiti della carrozzeria e dare un carattere più contemporaneo a fianco delle tradizionali tinte professionali.

Abitacolo, il salto qualitativo che i professionisti aspettavano

L’interno è l’area dove il cambiamento generazionale si fa sentire di più.

Toyota ha introdotto materiali soft touch, nuove texture e finiture più raffinate che avvicinano l’Hilux al linguaggio stilistico del Land Cruiser .

Un posizionamento che fino a questa generazione sembrava un obiettivo irraggiungibile per un pick-up professionale.

Hilux
foto © Toyota

La nuova plancia è sviluppata orizzontalmente, aumentando la percezione di spazio nell’abitacolo. I comandi AWD e off-road sono stati raggruppati nella console centrale. Il quadro strumenti è interamente digitale con schermo da 7” nelle versioni base, 12,3” in quelle superiori.

Il sistema di infotainment si sdoppia. La versione di accesso monta il Toyota Touch 3 con touchscreen da 9” e Apple CarPlay/Android Auto wireless.

Le versioni Icon, Premium e Invincible ricevono invece il più evoluto Toyota Smart Connect con schermo da 12,3”, navigatore cloud integrato con quattro anni di aggiornamenti live gratuiti e aggiornamenti OTA.

Tra le novità di comfort più apprezzabili ci sono il caricatore wireless (dall’Icon in su), il vano refrigerato per portaoggetti (Premium e Invincible), i sedili anteriori riscaldati (Icon, Premium, Invincible) e i sedili posteriori riscaldati, esclusiva dell’Invincible. Il volante è in pelle e riscaldato dall’Icon in poi.

Il sistema Mild Hybrid 48V

Per la prima volta nella storia del modello, l’Hilux abbandona la motorizzazione puramente termica.

Lo fa abbracciando un sistema mild hybrid 48 volt, abbinato al motore diesel 2.8 D-4D da 204 CV (500 Nm di coppia tra 1.600 e 2.800 giri/min) e cambio automatico a 6 rapporti.

Hilux
foto © Toyota

Il sistema ibrido è composto da tre elementi: un motogeneratore ISG, una batteria 48V posizionata sotto i sedili posteriori e un convertitore DC-DC.

Il boost elettrico nelle fasi di spunto aggiunge fino a 8,5 kW e 65 Nm. La partenza risulta più fluida quando si è carichi o si trainano i fatidici 3.500 kg.

Il veciolo è stato progettato senza compromettere la capacità di guado da 700 mm. La batteria e i componenti elettrici sono posizionati in alto e protetti dalle infiltrazioni d’acqua.

Il minimo scende a 600 giri/min, migliorando la manovrabilità in situazioni critiche. I consumi WLTP dichiarati sono circa 10 l/100 km per Hilux e Icon, 10,1 per Premium e Invincible.

Sul piano della sicurezza…

Il pacchetto Toyota T-Mate integra l’ultima evoluzione del Toyota Safety Sense su tutta la gamma.

Di serie Hilux dispone di pre-collision system con rilevamento pedoni e ciclisti, mantenimento attivo della corsia (LTA), cruise control adattivo intelligente (IACC), riconoscimento segnaletica, abbaglianti automatici, monitoraggio conducente (DMC), assistenza all’uscita sicura (SEA) e l’Emergency Driving Stop System (EDSS), che arresta il veicolo in modo sicuro se il conducente cessa di rispondere ai comandi.

Hilux
foto © Toyota

L’intero pacchetto è predisposto per aggiornamenti OTA.

Il Blind Spot Monitor è di serie su tutta la gamma. Il Panoramic View Monitor a 360° con Multi Terrain Monitor (quattro telecamere) è esclusivo dell’Invincible.

Quattro versioni, un’unica motorizzazione

Il nuovo Hilux è disponibile esclusivamente in carrozzeria Double Cab e la gamma si articola in quattro allestimenti offerti da circa 51mila euro della versione base fino agli oltre 66 mila dell’Invincible (prezzi IVA esclusa).

In fase di lancio è attiva una promozione che abbassa il prezzo di accesso a meno di 40mila euro con in omaggio spoiler e protezione cassone.

Toyota propone una rata a partire da 299 euro al mese per 48 mesi (con anticipo di 4.200 euro.

Dimensioni e masse

HILUX ICON PREMIUM
Lunghezza (mm) 5.320 5.320 5.320
Larghezza (mm) 1.855 1.885 1.885
Altezza max (mm) 1.865 1.865 1.865
Passo (mm) 3.085 3.085 3.085
Altezza da terra (mm) 310 310 310
Angolo di attacco (°) 29 29 29
Angolo di uscita (°) 24 24 24
Capacità serbatoio (l) 80 80 80
Massa in ordine marcia (kg) 2.250 2.260 2.265
Portata utile (kg) 960 990 985
Rimorchiabile con freni (kg) 3.500 3.500 3.500

Un cambio epocale

C’è qualcosa di quasi paradossale nell’Hilux di nona generazione.

Più diventa raffinato (e lo è, innegabilmente, come mai è stato prima) più sembra giusto chiedersi se il suo cliente storico lo seguirà su questa strada.

Hilux
foto © Toyota

L’edile che lo usa per portare cemento, il guardaparco che ci attraversa fiumi, l’agricoltore che lo parcheggia nel fango: questi acquirenti vogliono davvero il caricabatterie wireless e il volante riscaldato?

La risposta, probabilmente, è sì. Perché le aspettative crescono insieme agli standard.

E perché un pick-up che promette di durare quindici anni (con Toyota Relax Plus fino a 250mila km) deve invecchiare bene anche dentro.

Il mild hybrid 48V non è un capriccio verde: è un sistema che migliora le partenze cariche, riduce i consumi e abbassa il regime al minimo a 600 giri, rendendo le manovre lente in off-road più controllabili. Funzionale, non ornamentale.

Alla fine, forse, il vero messaggio del nuovo Hilux è questo: la leggenda non si conserva rimanendo ferma.

Si conserva continuando a essere l’opzione migliore per chi ha davvero bisogno di arrivare ovunque, anche se adesso lo fa con una firma luminosa LED che illumina strade che non hanno un nome in mezzo alla natura.

Hilux
foto © Toyota

Leapmotor B10 REEV, senza ricariche e senza pensieri

B10
Abbiamo provato su strada la Leapmotor B10 REEV Hybrid tra percorsi urbani, statali e autostrada - foto © Leapmotor

C’è un modo semplice per capire se una tecnologia funziona davvero, basta metterla alla prova in condizioni di “vita reale”.

È quello che abbiamo fatto con la Leapmotor B10 REEV Hybrid, partendo da Milano per arrivare fino al lago d’Orta, attraversando città e percorrendo tangenziali, autostrade e statali.

Un viaggio completo, con tutti gli aspetti e le caratteristiche che ogni automobilista affronta quotidianamente. E soprattutto il contesto ideale per verificare se la promessa della REEV – guida elettrica senza ansia da autonomia – funziona davvero.

Traffico urbano e modalità EV+

I primi chilometri a bordo della B10 li percorriamo in città tra semafori, rotatorie e traffico tipico milanese.

In questo contesto il nuovo SUV di Leapmotor mette in mostra subito la sua natura silenziosa e fluida.

In modalità EV+, l’auto sfrutta al massimo la batteria da 18,8 kWh, garantendo una guida 100% elettrica.

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foto © Leapmotor

La risposta dell’acceleratore è progressiva e piacevole nel traffico e il sistema One Pedal Driving permette di gestire gran parte delle decelerazioni senza usare il freno, migliorando comfort ed efficienza.

La visibilità a bordo è ottima, la posizione di guida alta è molto valida e comoda. Un unico piccolo neo: per regolare gli specchietti retrovisori esterni è necessario agire prima sul grande schermo centrale e quindi sul volante, un’operazione non molto agevole.

Anche se è vero che la regolazione avviene a vettura ferma e una sola volta.

Complessivamente la guida è rilassata, quasi ovattata, che rende anche il traffico cittadino meno stressante.

Tangenziali e statali

Lasciamo la città e tra tangenziali intasate e statali con frequenti limiti di velocità piuttosto vincolanti ci dirigiamo verso nord-ovest.

È in questo scenario che emerge uno degli aspetti più interessanti della B10 REEV, la gestione automatica dell’energia.

Passando alla modalità EV, il sistema mantiene la trazione elettrica, attivando il range extender solo quando necessario.

Il passaggio non è percepibile, almeno per noi che guidiamo l’auto soltanto da poche decine di minuti.

Certo è che non ci sono né cambi di marcia, né vibrazioni evidenti. Il 1.5 litri lavora in sottofondo, producendo energia senza mai intervenire direttamente sulla trazione e senza assolutamente farsi sentire nell’abitacolo.

B10
foto © Leapmotor

La dinamica è equilibrata per un SUV di questo segmento, con un assetto confortevole, una buona gestione delle masse e uno sterzo preciso, forse solo un minimo troppo leggero.

Ma non è un’auto sportiva (e nemmeno lo vuole essere) per cui va benissimo così. Anzi, la B10 punta a un equilibrio che privilegia comfort e prevedibilità.

La prova della verità in autostrada

Entrando in autostrada, si passa alla modalità Fuel, pensata per i lunghi trasferimenti.

Qui il range extender lavora in modo più continuo, mantenendo la carica della batteria e garantendo un’autonomia complessiva che può arrivare fino a 900 km.

È il momento in cui la B10 REEV mostra un altro aspetto del suo carattere, diventando un’auto elettrica che non obbliga a pianificare ogni sosta.

A velocità costante entro i limiti, l’insonorizzazione è buona, il sistema ACC gestisce le distanze e il mantenimento di corsia interviene in modo progressivo, forse solo un “pelo” troppo… muscoloso.

Il motore termico continua a non dare fastidio, lo si percepisce solo in alcune fasi.

Il consumo dichiarato di circa 16 km/l a batteria scarica sembra coerente con un utilizzo reale autostradale.

Guida rilassata sul lago d’Orta

L’ultimo tratto, più panoramico e ricco di curve, è quello che porta al lago d’Orta e poi lo costeggia.

Qui la modalità EV+ torna protagonista, con silenzio, coppia immediata e una guida che si adatta perfettamente al contesto rilassato del paesaggio.

B10
foto © Leapmotor

È forse questo il momento in cui si comprende davvero la tecnologia REEV, che non è solo una soluzione di compromesso, ma il miglior modo per scegliere quando essere elettrici e quando semplicemente non pensarci.

Interni e vita a bordo

Durante il tragitto, in tutte le sue fasi, l’abitacolo della B10 conferma quanto dichiarato dalla casa.

Lo spazio è davvero ampio per tutti i passeggeri, i sedili sono comodi oltre che riscaldabili e ventilati nell’allestimento top di gamma, l’infotainment da 14,6” è fluido e reattivo.

Il sistema basato su LEAP OS 4.0 Plus, con chipset Qualcomm 8155, si comporta come uno smartphone, ed è rapido, intuitivo e aggiornabile nel tempo.

Apple CarPlay e Android Auto (wireless) completano un ecosistema digitale ormai indispensabile.

Il viaggio come misura della tecnologia

Il viaggio di ritorno verso Milano avviene senza alcuna preoccupazione per l’autonomia, pur continuando in modalità elettrica.

Ed è proprio questo il punto chiave, poiché la B10 REEV elimina completamente una delle principali barriere psicologiche all’elettrico.

B10
foto © Leapmotor

Non serve pianificare, non serve cercare colonnine, non serve cambiare abitudini. Si guida e basta.

Insomma, la Leapmotor B10 REEV Hybrid è un’auto pensata per funzionare nel mondo reale, nel traffico delle grandi città, sulle strade statali, in autostrada e tra le curve di montagna o che costeggiano le rive di laghi e mari.

In ogni condizione la nostra B10 ha dimostrato di essere un’auto non rivoluzionaria, ma che può essere utilizzata senza compromessi e senza timori di restare a piedi senza carburante o energia.

E forse è proprio questa la sua rivoluzione.

B10
foto © Leapmotor

Manuale, divertente e accessibile, debutta Lancia Ypsilon Turbo 100

Ypsilon
Debutta la nuova Lancia Ypsilon Turbo 100 con motore a benzina da 101 CV e cambio manuale - foto © Lancia

Lancia ha scelto come simbolico palcoscenico di lancio della nuova Ypsilon Turbo 100 i giorni che precedono la Milano Design Week.

Sempre più crocevia globale di estetica e innovazione, la settimana milanese è spalla ideale per una novità che non è un semplice aggiornamento di gamma o una motorizzazione in più.

La nuova Ypsilon è il completamento di un’offerta con prodotti tra loro molto diversi. A fianco della versione BEV e della ibrida, ecco che arriva un benzina “come una volta” con cambio manuale che permette al brand di raggiungere anche un target non interessato (per diversi motivi) alle versioni elettriche o elettrificate.

Il ritorno del cambio manuale

La scelta di introdurre una versione benzina con cambio manuale non è nostalgica ma strategica.

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Il cambio manuale di Ypsilon è a sei marce – foto © Lancia

Come ha sottolineato il CEO di Lancia Roberta Zerbi durante la presentazione, “per Ypsilon è un ulteriore passo verso i clienti, offre una libertà in più, quella di scegliere come guidare. Accanto all’innovazione e all’elettrificazione, c’è ancora chi cerca il piacere di guidare in un certo modo”.

I dati presentati dal brand a supoorto di questa scelta parlano chiaro.

In Italia, nel segmento delle compatte, le motorizzazioni non elettrificate mantengono quote molto rilevanti.

Probabilmente non per resistenza al cambiamento, ma per una questione di coerenza con l’uso reale dell’auto.

La Ypsilon Turbo 100 intercetta esattamente questa domanda: semplicità, immediatezza, costo contenuto e sotto controllo.

Un convincente tre cilindri

Sotto il cofano i tecnici Lancia hanno sistemato un propulsore tutt’altro che “entry level”.

Architettura 3 cilindri turbo benzina
Cilindrata 1.199 cm³
Potenza 101 CV (74 kW) @ 5.500 giri/min
Coppia 205 Nm @ 1.750 giri/min
Cambio Manuale 6 marce
0-100 km/h 10,2 s
Velocità max 194 km/h

In pratica, si tratta di una scelta che predilige l’essenzialità e i costi contenuti per il cliente, ma al tempo stesso offre un prodotto di elevata tecnologia. Il turbocompressore a geometria variabile ha una risposta pronta già ai bassi regimi, l’iniezione diretta a 350 bar consente una miglior atomizzazione del carburante, il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione significa efficienza termica superiore.

Inoltre, la distribuzione a catena garantisce una maggiore affidabilità nel tempo e la riduzione degli attriti interni impatta sui consumi che sobo dichiarati dalla Lancia tra i 5,2–5,4 l/100 km (WLTP).

Ypsilon
foto © Lancia

Il risultato dovrebbe essere un powertrain che coniuga elasticità e fruibilità urbana a una piacevole brillantezza fuori città.

I progettisti Lancia hanno lavorato molto anche sull’affidabilità, con oltre 30mila ore di test al banco e 3 milioni di km su prototipi. Un investimento da segmento superiore.

Tre anime, una sola identità

Con l’arrivo della Turbo 100, la gamma Ypsilon si completa con un equilibrio tra consumi e praticità (garantito dall’allestimento ibrido), il piacere della mobilità urbana a zero emissioni (grazie alla versione BEV) e il divertimento di una guida diretta e accessibile, da oggi grazie alla turbo benzina manuale.

Ypsilon
foto © Lancia

Tre opzioni, tre filosofie, ma una sola identità progettuale – ha affermato Zerbi – perché vogliamo portare sul mercato un prodotto bello, tecnologico, ma allo stesso tempo umano e accessibile”.

Prezzi e posizionamento

Come affermato dal CEO del brand, anche per quanto riguarda i prezzi la chiave è l’accessibilità.

La nuova versione viene offerta a un prezzo di 3mila euro inferiore all’ibrido e in questa fase viene proposta con una “promo lancio” a 15.950 € con finanziamento.

Si tratta di un posizionamento che abbassa sensibilmente la soglia d’ingresso nel mondo Lancia, senza sacrificare contenuti.

Ypsilon
foto © Lancia

A partire dal 10 maggio – ha concluso Zerbi – la nostra campagna di lancio racconterà proprio questo, la libertà di scegliere il proprio percorso. Una comunicazione coerente con il concept dell’auto, che non vuole imporre tecnologia, ma offrirla”.

Il valore della semplicità

In un settore che corre verso elettrificazione, ADAS sempre più invasivi e automazione diffusa, la Ypsilon Turbo 100 compie un gesto controcorrente.

Ypsilon
foto © Lancia

Con questo modello Lancia non rifiuta l’innovazione, ma offre una vettura che rimette il guidatore al centro, senza nostalgia ma con consapevolezza.

È un po’ come chi sceglie un vinile invece dello streaming, o una moka invece di una macchina automatica.

Non lo fa per complicarsi la vita, ma per viverla in un modo diverso e tutto sommato – nel caso della nuova Ypsilon – meno costoso ma ugualmente piacevole.

E forse è proprio qui la questione di fondo: il futuro dell’auto non sarà fatto solo di tecnologia, ma anche e soprattutto di scelte personali.

Ypsilon
foto © Lancia

L’elettrico accessibile per Scopelliti, Country Manager Leapmotor

Scopelliti
Federico Scopelliti racconta la crescita di Leapmotor in Italia, la strategia industriale e il ruolo della B10 REEV Hybrid nella diffusione dell’elettrico - foto © Leapmotor

Crescita rapidissima, prezzi aggressivi e una visione chiara, quella di democratizzare l’elettrico.
Abbiamo chiacchierato con
Federico Scopelliti, Country Manager Leapmotor Italia, a proposito dei nodi chiave del mercato, sulla strategia industriale di leapmotor e sul ruolo della nuova B10 REEV Hybrid.

Leapmotor cresce veloce con basi industriali solide

Leapmotor è un brand giovane ma già globale. Qual è il segreto di questa crescita?

Siamo nati solo dieci anni fa, ma oggi siamo presenti in oltre 40 mercati e cinque continenti. È una crescita molto rapida, ma non improvvisata.

Abbiamo iniziato a vendere da circa cinque anni e da allora i volumi sono cresciuti in modo esponenziale, fino a sfiorare le 600ila immatricolazioni globali nel 2025.

Un dato che colpisce è quello del primo trimestre 2026 con oltre 110mila unità vendute.

Il caso Italia con numeri da top player

L’Italia sembra un mercato particolarmente ricettivo. Perché?

Nel primo trimestre 2026 abbiamo superato le 11mila immatricolazioni, con una quota vicina al 30% nel mercato elettrico. A marzo abbiamo raggiunto il nostro record con oltre 5.500 unità.

Sono numeri che portano Leapmotor fino alla quinta posizione assoluta nel mercato totale, un risultato tutt’altro che scontato per un brand focalizzato quasi esclusivamente sull’elettrico.

Protagonista di questa crescita è la city car T03, ma contribuiscono al nostro successo anche il SUV C10 e ora la nuova B10 REEV consoliderà la presenza Leapmotor nel segmento C-SUV.

Il prezzo non è più un problema

Il tema prezzo resta centrale nella diffusione dell’elettrico. Come lo affrontate?

In effetti, in Italia il vero limite alla diffusione dell’elettrico è sempre stato il prezzo. Noi ribaltiamo questa logica. Le nostre auto costano meno delle equivalenti termiche. Il prezzo diventa una leva, non una barriera.

È un’affermazione forte, me ne rendo conto, ma coerente con il posizionamento della Leapmotor B10 REEV Hybrid, proposta sotto i 30mila euro di listino e con promozioni ancora più aggressive.

Integrazione verticale, la vera arma segreta

Quanto conta la vostra struttura industriale in questa strategia?

Molto. Siamo una tech company, non solo un costruttore. Produciamo internamente fino al 70% dei componenti.

Scopelliti
Scopelliti durante la conferenza stampa di presentazione della B10 REEV – foto © Leapmotor

Questo significa due cose: costi più bassi e controllo totale sulla qualità. Un esempio concreto può essere il sistema AVAS (il suono obbligatorio sotto i 30 km/h), inizialmente criticato dai clienti.

I nostri tecnici lo hanno modificato e migliorato in appena tre mesi, proprio grazie alla produzione interna.

Il ruolo di Stellantis per fornire credibilità

Quanto pesa la partnership con Stellantis nella crescita di Leapmotor?

È fondamentale. Stellantis detiene circa il 19% della società e attraverso Leapmotor International gestisce la distribuzione fuori dalla Cina. Questo ci garantisce una rete solida, logistica efficiente e credibilità immediata.

Tra i vantaggi più concreti abbiamo una rete vendita già consolidata, la disponibilità dei ricambi, assistenza capillare e un importante adattamento dei prodotti al gusto europeo.

Non a caso la messa a punto dei modelli avviene in Italia, presso il centro tecnico di Balocco.

La risposta per chi non è ancora pronto all’elettrico puro

Parliamo del nuovo prodotto ora: dove si inserisce la nuova B10 REEV nella vostra strategia?

È un modello chiave e rappresenta un ulteriore.. salto per noi. È pensata per chi vuole l’elettrico, ma non è ancora pronto a rinunciare completamente alla flessibilità.

La tecnologia Range Extender consente una guida sempre elettrica, autonomia fino a 900 km e nessuna ansia da ricarica.

Un equilibrio che la rende particolarmente adatta al mercato italiano, ancora in ritardo nella diffusione dell’infrastruttura.

La tecnologia accessibile è una promessa o realtà?

Ha parlato di democratizzazione della tecnologia. Che cosa significa davvero per Leapmotor?

Significa portare contenuti di alto livello – mi riferisco agli ADAS, alla connettività, agli aggiornamenti OTA – su auto accessibili.

Non vogliamo che l’innovazione sia un lusso. Ma offriamo un approccio che si riflette nell’equipaggiamento della B10.

Un equipaggiamento davvero completo, con infotainment avanzato, sistemi di assistenza completi, gestione intelligente dell’energia, integrazione smartphone totale.

Un nuovo equilibrio per il mercato europeo?

Quanto affermato da Federico Scopelliti mette in evidenza un punto fondamentale.

Leapmotor non sta semplicemente entrando nel mercato europeo, ma sta cercando di ridefinirne le regole.

Con modelli come la B10 REEV Hybrid, il brand propone una soluzione concreta a un problema molto sentito dagli automobilisti italiani: rendere l’elettrico praticabile oggi, non domani.

E forse è proprio questa sarà la chiave del suo successo. Non la tecnologia fine a sé stessa, ma la capacità di inserirla nel quotidiano delle persone, senza frizioni.

Perché, come spesso accade nell’automotive, non vince chi innova di più ma chi rende l’innovazione utilizzabile.

Scopelliti
foto © Leapmotor

Concessionarie: la vera rivoluzione non è l’auto ma chi la vende

È in atto la trasformazione più profonda che il settore abbia vissuto negli ultimi anni: le concessionarie italiane stanno attraversando una fase di ridefinizione in cui il vantaggio competitivo non si gioca più soltanto sui marchi rappresentati o le offerte commerciali, ma sulla capacità di ripensare il proprio funzionamento interno.

Al centro di questo passaggio c’è una leva spesso evocata ma oggi decisiva: il capitale umano.

A fotografare questo momento è la ricerca “HR 2026 – Le priorità delle concessionarie italiane” del Centro Studi di “Methodos Consulting”, che fotografa in modo efficace un comparto sospeso tra pressioni esterne e criticità interne sempre più evidenti.

Il risultato è un sistema che deve cambiare velocemente, ma si scontra con un mercato del lavoro immobile e con una crescente difficoltà nel trovare e trattenere le competenze giuste.

Trovare le persone giuste

Il dato più emblematico riguarda proprio la selezione del personale: per il 64% delle concessionarie rappresenta oggi la principale area critica.

Non per mancanza di candidati, ma perché è sempre più complesso intercettare profili adeguati ad un settore che si sta trasformando a ritmo accelerato.

La tradizionale figura del venditore o del tecnico non basta più: servono professionisti capaci di muoversi tra piattaforme digitali, sistemi di assistenza alla guida, soluzioni di mobilità elettrica e relazioni con clienti sempre più informati.

Vince la prudenza

In questo panorama già complicato si inserisce anche il fenomeno del “job hugging”, una tendenza che sta modificando gli equilibri del mercato del lavoro.

Sempre più lavoratori scelgono di rimanere nel proprio ruolo, anche in assenza di reale soddisfazione, spinti da un clima di incertezza economica che rende il cambiamento rischioso.

Un atteggiamento prudente che, però, rallenta il ricambio e complica ulteriormente le strategie di crescita delle aziende.

Le concessionarie si trovano di fronte ad un bivio: da un lato la necessità urgente di innovare, dall’altro una forza lavoro meno propensa a mettersi in gioco.

Di colpo non basta più cercare nuovi talenti, occorre valorizzare e sviluppare quelli già presenti, puntando sulla qualità delle competenze più che sulla quantità delle risorse.

Come sottolinea Silvia Guidolin, responsabile HR di Methodos Consulting, “In una fase come questa la capacità di ascolto diventa cruciale: i segnali arrivano soprattutto dai reparti più sotto pressione, come il post-vendita, dove si concentrano carichi di lavoro, aspettative dei clienti e complessità operative.

È lì che si misura davvero la solidità di un’organizzazione”.

Strutture sotto pressione

Il cambiamento, però, non riguarda solo le persone. A essere messo in discussione è l’intero impianto organizzativo delle concessionarie.

Il 36% degli operatori ammette la necessità di intervenire sulla propria struttura interna, segno che i modelli tradizionali non sono più adeguati a sostenere la complessità attuale.

Negli ultimi anni, il business si è stratificato: alla vendita si sono affiancati servizi finanziari, gestione multi-brand, piattaforme digitali, formule di noleggio e nuove modalità di relazione con il cliente.

Un’evoluzione che ha reso più articolati i processi, spesso senza un aggiornamento dell’organizzazione.

Il risultato è una macchina che rischia di perdere efficienza, con ruoli poco definiti e difficoltà nel prendere decisioni rapide.

Ma la revisione organizzativa non può essere solo tecnica, richiede una lettura attenta delle competenze interne e, soprattutto, la capacità di individuare le figure in grado di guidare la transizione.

Non sempre queste risorse arrivano dall’esterno: spesso si trovano già in azienda, ma devono essere riconosciute e valorizzate.

Dromo Faffa, CEO di Methodos Consulting, lo sintetizza in modo netto: “Le concessionarie sono chiamate a un salto di qualità nella governance. I processi del passato non reggono più l’impatto della trasformazione in atto.

La vera sfida è costruire un ecosistema aziendale più evoluto, dove efficienza e attenzione alle persone procedano insieme”.

Il fattore umano come leva strategica

Se la tecnologia accelera, è il fattore umano a determinare la riuscita del cambiamento. Non sorprende che il benessere dei dipendenti emerga come una delle priorità più rilevanti per il 2026.

Il 50% delle concessionarie indica proprio nella soddisfazione interna l’obiettivo principale, un segnale che evidenzia una crescente consapevolezza: senza coinvolgimento, non c’è trasformazione possibile.

A questo si affiancano le competenze: il 43% degli operatori punta sullo sviluppo di skill critiche, mentre il 29% considera strategico l’inserimento di nuove figure di leadership. Numeri che raccontano un settore impegnato a costruire basi solide per affrontare il futuro.

La direzione è quella del “reskilling”, ovvero l’aggiornamento continuo delle competenze.

Le aree chiave sono ormai chiare: mobilità elettrica, sistemi di assistenza avanzata alla guida, gestione dei dati, strumenti digitali per la relazione con il cliente.

Ambiti che richiedono investimenti strutturati e una visione di lungo periodo.

Sempre più concessionarie stanno introducendo programmi di formazione specialistica, affiancati da iniziative di coaching e analisi del clima aziendale.

Non si tratta solo di migliorare le performance, ma di creare un ambiente in cui le persone possano crescere e sentirsi coinvolte.

Dal prodotto all’esperienza

A cambiare è anche il rapporto con il cliente. L’acquirente di oggi arriva in concessionaria dopo aver già raccolto informazioni, confrontato offerte e maturato aspettative precise.

Il ruolo del venditore si trasforma in quello di consulente, capace di accompagnare il cliente in un percorso complesso che include tecnologia, servizi e formule di utilizzo dell’auto.

Questo passaggio impone un ulteriore salto culturale: dalla logica del prodotto all’esperienza: le concessionarie non vendono più soltanto veicoli, ma soluzioni di mobilità, e per farlo devono integrare competenze tecniche e relazionali in modo sempre più fluido.

Una sfida che ridisegna il settore

La trasformazione in atto richiede tempo, investimenti e una capacità di adattamento che non tutte le realtà riusciranno a sviluppare con la stessa rapidità.

Tuttavia, la direzione è ormai tracciata.

Le concessionarie che sapranno leggere in anticipo i cambiamenti, investire sulle persone e ripensare i propri modelli organizzativi avranno un vantaggio competitivo significativo, le altre rischiano invece di restare indietro, schiacciate tra innovazione e rigidità.

La ricerca di Methodos Consulting rappresenta una sorta di mappa per orientarsi in una fase complessa.

In un mercato dove l’incertezza è diventata la norma, la capacità di ascoltare, formare e guidare il cambiamento non è più un’opzione, ma la condizione necessaria per continuare a essere rilevanti.

Leapmotor B10 REEV, la (quasi) BEV che non ti lascia mai scarico

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La versione REEV Hybrid della Leapmotor B10 REEV Hybrid è un SUV compatto che unisce guida elettrica e autonomia estesa fino a 900 km - foto © Leapmotor

La transizione verso l’elettrico passa anche da strade non radicali, ma ugualmente intelligenti.

È proprio in questo ambito che si inserisce la nuova Leapmotor B10 REEV Hybrid, un SUV compatto che prova a risolvere uno dei principali limiti percepiti delle auto elettriche: l’ansia da autonomia.

Dopo il debutto della versione full electric, il marchio cinese nell’orbita Stellantis rilancia con una variante Range Extender Electric Vehicle (REEV).

Un ibrido che non è solo un ibrido

Parliamoci chiaro, la trazione è sempre elettrica e non esiste alcun collegamento meccanico tra il motore termico e le ruote.

Il piccolo 1.5 litri a benzina lavora esclusivamente come generatore da 50 kW, producendo energia quando la batteria da 18,8 kWh lo richiede.

B10
foto © Leapmotor

Il risultato è un sistema che unisce la fluidità e la coppia immediata di un EV , la flessibilità di un’auto a benzina e la semplicità d’uso di un ibrido intelligente.

Con 86 km di autonomia in “puro elettrico” e fino a 900 km complessivi, la B10 REEV elimina di fatto la dipendenza dalle colonnine nei lunghi viaggi.

Scheda tecnica

Motore elettrico 160 kW (218 CV)
0–100 km/h 7,5 s
Batteria 18,8 kWh
Autonomia elettrica 86 km
Autonomia totale fino a 900 km
Generatore 1.5 benzina – 50 kW
Consumo (batteria scarica) ~16 km/l
Emissioni CO₂ ~55 g/km

Quattro modalità, una sola filosofia

La gestione energetica è uno degli aspetti più raffinati del progetto.

Il sistema propone quattro modalità che vanno dall’EV+ (massima priorità all’elettrico) all’EV (principalmente elettrico ma con supporto termico), da Fuel (ottimizzata per lunghi viaggi) al Power+ (massime prestazioni e risposta immediata).

La cosa interessante è che, al di là della possibilità di selezione manuale, il sistema è fortemente automatizzato.

L’auto decide da sola quando attivare il range extender in base allo stato di carica e alle condizioni di guida.

Design fatto di dinamismo e pulizia formale

Dal punto di vista stilistico, la B10 gioca la carta della modernità pulita.

B10
foto © Leapmotor

Le superfici sono tese ma non aggressive, con un equilibrio interessante tra linee fluide, dettagli tech (per esempio le maniglie a scomparsa) e una firma luminosa posteriore continua.

Il risultato è un SUV compatto che offre molto più di quanto potrebbe sembrare per il suo posizionamento di prezzo.

Ma è salendo a bordo che si riceve la sorpresa più grande, con molto spazio a disposizione.

Con un passo di 2.735 mm, la B10 offre uno degli abitacoli più generosi del segmento, anche per i passeggeri posteriori. Il tetto panoramico “amplifica” ulteriormente la sensazione di luminosità e spazio.

Sul fronte tecnologico chi acquisterà la B10 avrà a disposizione un display centrale da 14,6” 2.5K, il sistema operativo LEAP OS 4.0 Plus, chipset Qualcomm 8155 e aggiornamenti OTA continui.

Senza naturalmente dimenticare Apple CarPlay e Android Auto (wireless), mentre la funzione One Pedal Driving migliora l’efficienza e la guida urbana.

Interessante anche l’integrazione con l’app dedicata che permette l’apertura remota, il pre-condizionamento dell’abitacolo, la gestione della ricarica e molte altre funzioni.

Sicurezza e struttura da segmento superiore

La B10 REEV punta molto sulla sicurezza, con 7 airbag, 17 sistemi ADAS, miglioramenti su ACC e mantenimento corsia e struttura ad alta rigidità torsionale.

Il risultato è un comportamento prevedibile e una maggiore stabilità anche nelle fasi dinamiche più complesse.

La leva strategica dei prezzi

Uno degli elementi più interessanti è il posizionamento.

Offerto i due allestimenti, B10 ha un prezzo di 29.900 € nella versione Life e 31.400 € in quella Design, ma con le promozioni di lancio gli importi scendono rispettivamente a 24.900 € e 26.400 €.

Si tratta di cifre che collocano la B10 REEV a cavallo – come costi – tra i segmenti B e C, ma con un offerta decisamente superiore, rendendola una delle proposte più accessibili per entrare nel mondo dell’elettrificazione avanzata.

B10
foto © Leapmotor

Ma a chi si rivolge davvero questa versione della B10?

La risposta è meno banale di quanto sembri perché non è pensata per gli “early adopter” dell’elettrico puro, ma per chi proviene da un SUV compatto tradizionale, vive in contesti urbani ma viaggia spesso e vuole elettrico senza cambiare abitudini.

In altre parole, è un prodotto di transizione intelligente, non un esercizio tecnologico.

Il compromesso che non sembra un compromesso

La Leapmotor B10 REEV Hybrid non prova a stupire con numeri estremi o soluzioni esotiche. Fa qualcosa di più sottile, cioè rende l’elettrico normale.

Non impone nuove abitudini, non richiede pianificazioni ossessive, non costringe a cambiare stile di vita. E proprio per questo potrebbe rivelarsi una delle proposte più significative del mercato europeo nei prossimi anni.

Perché forse per chi è ancora un po’ titubante nei confronti dei BEV questa auto non completamente elettrica potrebbe essere la soluzione per permettere a tutti di avvicinarsi all’elettrico puro senza accorgersene.

B10
foto © Leapmotor

Benvenuti nel futuro (si prega di abbassare il coperchio)

Sissignori: il domani è arrivato e chi non sa cosa mettersi farà bene a darsi una regolata. Perché l’auto non sarà mai più il pezzo di lamiera sagomata più o meno bene che serviva per andare da A a B.

L’auto di oggi, e anche quella di dopodomani, è e sarà sempre più un computer su ruote che guarda, impara, suggerisce, frena, rallenta, scruta chi c’è nei dintorni e sorveglia perfino chi guida. Ma questo già lo sappiamo, sono cose che stiamo imparando giorno per giorno.

Quello che ancora mancava all’appello era un dettaglio difficile da risolvere, almeno finché i soliti cinesi non hanno deciso che anche per quello bisognava trovare una soluzione.

Lasciando in pace la natura

Per essere ancora più chiari: c’erano ormai poche cose che non era possibile fare in macchina, e fra queste figuravano i bisognini, quelle necessità impellenti che, in mancanza di autogrill nei dintorni, bisognava sbrigare in modo artigianale, usando la fantasia e il tronco di un albero dietro cui nascondersi.

Magari d’inverno, in autostrada e mentre i Tir sfrecciano a tre metri di distanza.

Bene, anche quell’epoca è finita. O almeno, potrebbe essere finita. Dipende da quanti optional si è disposti a spuntare dall’elenco al momento dell’acquisto.

Il lusso ridefinito

C’è chi considera il lusso automobilistico un massaggio lombare mentre si percorre l’Autosole, chi un impianto audio da sala concerto incastrato tra i poggiatesta, e chi una toilette da viaggio nascosta sotto il sedile del passeggero.

Seres”, marchio automobilistico cinese che produce i veicoli “Aito” in partnership con “Huawei”, ha depositato e ottenuto il brevetto CN224104011U per quello che viene pudicamente definito un “WC integrato nel veicolo”. Data di deposito: 22 aprile 2025, data di approvazione, 10 aprile 2026. Stato attuale: attivo, con tutta la dignità che merita.

L’idea è tecnicamente rivoluzionaria: un corpo WC montato su un sistema di binari scorrevoli, nascosto sotto il sedile del passeggero anteriore.

Quando la natura chiama, e a volte chiama a voce alta, basta estrarre il cassetto e liberarsi del filino (o del gomitolo, dipende dai casi), e alla fine farlo rientrare come se niente fosse. Si intende il cassetto, non il resto.

Una sfida ingegneristica non richiesta

Dietro l’irresistibile comicità della proposta si nasconde un lavoro tecnico tutt’altro che superficiale. Gli inventori, che vale la pena citare a imperitura memoria (Wang Pengcheng, Zheng Yaokai, Ye Xiaojun, Lin Zhenting e Feng Tao), cinque ingegneri che evidentemente non avevano altri progetti da seguire, hanno dovuto confrontarsi con un vincolo strutturale per nulla banale: nei veicoli elettrici moderni, lo spazio sotto il pianale è già interamente occupato dal pacco batterie.

E trovare posto per una toilette funzionante senza smontare l’architettura dell’auto è, oggettivamente, un rompicapo ingegneristico degno di rispetto, o quantomeno di una pacca sulla spalla.

La classificazione IPC del brevetto è B60R15/04, categoria “attrezzature sanitarie per veicoli”, voce che fino a ieri evocava forse un porta-fazzoletti, e da oggi assume connotati molto più ambiziosi. Quasi epici.

Da segnalare anche il precedente: la “Polestone” aveva già tentato un approccio simile, proponendo un anello WC da riporre nella console centrale e dotato di sacchetti monouso. Un po’ la versione da campeggio-estremo della stessa idea, ma con un retrogusto umiliante.

Seres ha voluto fate un salto di qualità puntando all’integrazione totale e all’invisibilità assoluta del dispositivo quando non in uso.

Niente sacchetti e nulla di visibile: solo un cassetto che scorre e una certa dose di fiducia nell’ingegneria cinese.

Le domande senza risposta

Naturalmente, tra il brevetto e la produzione in serie si frappongono ostacoli che gli ingegneri definiscono “sfide tecniche”. Ad esempio: dove vanno i tubi di scarico in un telaio già saturo? Dove finiscono le acque reflue? La tenuta stagna reggerà anni di utilizzo, tornanti di montagna, temperature polari e caldo africano? E soprattutto: chi pulisce?

Perché se c’è una domanda che il brevetto non affronta, ed è comprensibile che non lo faccia, è proprio quella della manutenzione ordinaria. Un conto è progettare un meccanismo scorrevole impermeabile agli odori in condizioni di laboratorio, un altro è immaginare lo stesso meccanismo dopo due anni, tre bambini con l’intestino in disordine, il caldo d’agosto e un viaggio di ritorno dalle vacanze da Bagnara Calabra a Milano.

Poi c’è la questione psicologica, che il documento tecnico affronta con un understatement encomiabile: “l’accettazione psicologica potrebbe rivelarsi ancora più impegnativa”. Traduzione libera da fronzoli: convincere qualcuno a usare il bagno nella propria “Aito M9” mentre il passeggero posteriore guarda un video su YouTube richiederà un lavoro di marketing di proporzioni bibliche, forse un rebranding completo del concetto di intimità, e quasi certamente un buon profumatore d’ambiente a portata di mano.

Per questo motivo, l’azienda prevede di proporre il sistema come optional personalizzato e non come dotazione di serie. Una scelta saggia e, in un certo senso, rassicurante. Non tutti sono pronti, e qualcuno forse non lo sarà mai.

Idee creative per salvare i conti

Vale la pena notare che questa notizia arriva mentre le vendite dell’Aito M9, SUV di punta del marchio, registrano un calo del 44,2% rispetto all’anno precedente, con poco più di 11.000 unità consegnate nell’ultimo periodo.

Huawei e Seres stanno preparando una versione aggiornata del modello per rilanciare la domanda e se il bagno a scomparsa sarà tra le novità ufficiali, diventa interessante scoprire se farà la differenza.

Al contrario, se resterà confinato nel cassetto dei brevetti, pazienza: l’idea è già abbastanza memorabile così.

Il dato di fatto è che l’industria automobilistica cinese continua a macinare innovazioni ad un ritmo che lascia il resto del mondo a guardare fra ammirazione e disorientamento: e considerare l’idea geniale o grottesca dipende dalla distanza a cui si trova la toilette più vicina, e da quanto si è bevuto nelle ultime due ore.

Ma almeno, la prossima volta che qualcuno si lamenterà per la troppa tecnologia inutile delle auto, basterà citare il cesso da auto per mettere tutti a tacere.

Sulle strade italiane le auto di HERE che fotografano tutto

Fra maggio e giugno c’è un nuovo ospite pronto ad aggirarsi sulle strade della Penisola: è silenzioso, carico di sensori, antenne e telecamere, e non è lì per godersi il paesaggio né per fare un giro turistico tra le rotonde abusive e i cantieri eterni.

È un veicolo di “HERE Technologies”, colosso olandese della mappatura digitale, e l’obiettivo è trasformare l’Italia intera in un modello tridimensionale ad alta precisione.

Il mondo visto dall’algoritmo

Il progetto è ambizioso quanto lascia intuire: “mappatura 3D”. Non basta più sapere dove finisce una strada, bisogna sapere l’altezza del cordolo, l’inclinazione dell’asfalto e se il cartello di divieto di sosta è ancora al suo posto o se nel frattempo qualcuno lo ha eliminato.

I veicoli, rigorosamente brandizzati con il logo HERE così che nessuno possa fingere di non averli notati, percorreranno arterie principali e vie cittadine raccogliendo dati con grande precisione: rileveranno segnaletica orizzontale e verticale, punti di interesse come esercizi commerciali, stazioni di servizio e ristoranti, mettendo in atto un censimento capillare del territorio.

A cosa serve sapere tutto?

Un’operazione utile alla guida autonoma, principalmente: le auto del futuro, quelle che teoricamente dovrebbero portarci al lavoro mentre leggiamo il giornale o guardiamo il finestrino, hanno bisogno di mappe molto più ricche di quelle che bastano a un essere umano.

Vogliono sapere dov’è ogni striscia pedonale, ogni segnale e ogni ingresso di parcheggio sotterraneo. Ma non solo: i dati serviranno anche a sviluppare servizi per ridurre la congestione del traffico e migliorare la mobilità urbana.

La privacy? Ci hanno pensato

Sul fronte della privacy, HERE si affretta a rassicurare tutti con dovizia di dettagli tecnici. Le immagini acquisite sono inizialmente archiviate a bordo dei veicoli, poi trasferite in forma criptata verso strutture sicure.

A quel punto entrano in gioco algoritmi di ultima generazione che individuano e oscurano volti e targhe prima di qualsiasi pubblicazione.

Il processo è sistematico e rigoroso: nessuna nonna affacciata al balcone finirà su una mappa pubblica senza il volto pixelato, e nessun SUV in doppia fila verrà immortalato con la targa ben leggibile.

Il pulsante della speranza

E nel caso (raro, giurano) in cui qualcosa sfugga all’algoritmo e un volto o una targa rimanga visibile, HERE ha predisposto una procedura di segnalazione.

Basta accedere all’immagine online e cliccare su “Segnala immagine” in basso a sinistra sulla mappa.

Il gemello digitale

Nel frattempo, se nelle prossime settimane capiterà di incrociare per strada un’auto dall’aria vagamente fantascientifica, coperta di strumentazione e con il logo HERE bene in vista, niente paura: sta solo costruendo il gemello digitale del quartiere, centimetro per centimetro, curva per curva, dosso artificiale per dosso artificiale.

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