
Gli americani sono un popolo in movimento perenne: il concetto di “on the road” fa parte della loro cultura, celebrato e reso leggendario da centinaia di libri, film e racconti.
Ma malgrado le highway siano trafficate, è difficile scorgere ai lati delle strade rifiuti e mezzi abbandonati.
A parte qualche copertone di truck e i pick-up dei cacciatori che si avventurano nei boschi, il ciglio della strada in genere è pulito e in ordine.
Certo, può capitare di incrociare rimorchi abbandonati che in genere durano poco, perché quando capita la polizia li fa portare via.
Ma in California, da qualche tempo, ai lati delle strade sono comparsi dei piccoli trailer all’apparenza innocui, a volte con la vernice scrostata, le ruote impolverate e l’aria stanca di chi è stato dimenticato.
Una scoperta casuale
Tutto è iniziato su una strada secondaria nella parte orientale della contea di San Diego, nel sud della California, dove spesso l’asfalto si arrende alla sabbia e il traffico è più un’eccezione che una regola.
Un uomo di 44 anni, abituato a muoversi in quelle zone remote tra canyon e sterrati, ha notato sul ciglio della strada un rimorchio all’apparenza lasciato lì da qualcuno.

Spinto dalla curiosità si è fermato, è sceso e si è avvicinato: all’interno non c’erano vecchi materassi o attrezzi dimenticati, ma un sofisticato lettore automatico di targhe alimentato elettricamente e pronto a catturare i dettagli di ogni veicolo che attraversa quel tratto isolato tra la California e l’Arizona.
È bastato poco per scoprire che non si trattava di un caso isolato, ma del tassello di una rete finora tenuta ben nascosta.
Una rete invisibile lungo il confine
Nel giro di pochi mesi, lungo le arterie che costeggiano il confine meridionale – dalla Interstate 8 alla Old Highway 80, passando per i corridoi della contea di Imperial, vicino alle sorgenti termali di Jacumba e ai casinò di Campo – sono comparsi dal nulla più di quaranta dispositivi simili.
Alcuni sono montati in modo evidente, altri sono nascosti dentro roulotte, bidoni da cantiere o attrezzature la cantiere stradale che nessuno guarderebbe per più di una volta.

Il deserto, per antonomasia un luogo isolato, si stava rivelando affollato degli occhi elettronici di una rete silenziosa che non dorme mai e registra tutto.
I lettori automatici di targhe, noti come “ALPR”, esistono da anni. Le pattuglie li usano, i comuni li installano agli incroci, le aziende private li integrano nei parcheggi e nei centri commerciali.
Non è la tecnologia in sé a stupire, ma la misteriosa combinazione tra la collocazione e il silenzio con cui è avvenuta.
I dispositivi sono comparsi dopo che lo Stato ha autorizzato le agenzie federali – tra cui la polizia di frontiera e l’agenzia antidroga – a installarli sulle autostrade statali durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Biden.
Oggi quelle telecamere alimentano database federali mentre la nuova amministrazione spinge su un massiccio programma di espulsioni.
Uno Stato guidato dai democratici e un governo federale su posizioni opposte si ritrovano così collegati da un’infrastruttura che non distingue tra un sospetto trafficante e una nonna diretta al supermercato, perché nel dubbio la tecnologia registra tutto.
Chi guarda e perché?
L’ente statale dei trasporti ha confermato di aver approvato otto permessi per l’installazione di questi dispositivi da parte di agenzie federali.
Tra il 2015 e il 2024 risultano quattordici richieste per “dispositivi di sorveglianza delle forze dell’ordine”, alcune approvate, altre ritirate o mai concretizzate.
Ma l’ente precisa di non gestire le telecamere, di non stabilirne l’uso e soprattutto di non avere alcun accesso ai dati raccolti. In altre parole, concede lo spazio ma non entra nella stanza dei bottoni.
Un rapporto del Dipartimento della Sicurezza Interna del 2020 spiegava che i lettori possono catturare non solo il numero di targa, ma anche marca e modello del veicolo, immatricolazione, coordinate GPS, data e ora dello scatto.
L’immagine può includere l’ambiente circostante, talvolta anche conducenti e passeggeri. E il dato, incrociato con altri archivi pubblici o privati, diventa una mappa dettagliata dei movimenti di milioni di persone ignare.
In California esiste dal 2016 una legge che regola l’uso e la condivisione dei dati delle targhe, vietando alle agenzie statali e locali di trasferirli a enti fuori dallo Stato coinvolti nell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Una coalizione di trenta organizzazioni per i diritti civili sostiene che l’installazione di dispositivi federali lungo il confine aggiri di fatto quelle protezioni, e in modo compatto hanno chiesto al governatore e al dipartimento dei trasporti di revocare i permessi e rimuovere quella che definiscono un’infrastruttura di sorveglianza segreta.
Nell’attesa, sono tante le domande che restano sospese nell’aria secca del deserto: chi controlla ogni unità? Per quanto tempo vengono conservati i dati? Chi può accedere e quali garanzie ci sono contro errori, abusi e scambi impropri?
Le risposte finora sono state scarse, frammentarie o più spesso ancora assenti del tutto.
“Se non hai fatto nulla…”
Tra i residenti c’è chi osserva la vicenda con rassegnazione: un settantenne della zona, intervistato da una televisione locale, si è chiesto perché preoccuparsi se non si ha nulla da nascondere.
Dopotutto, fa notare, condividiamo sui social ogni dettaglio della nostra vita quotidiana.
Per altri è una questione di principio: un’inchiesta dell’Associated Press ha rivelato che i dati raccolti vengono inseriti in programmi di intelligence predittiva che analizzano i modelli di viaggio di milioni di automobilisti per individuare comportamenti ritenuti sospetti da un algoritmo.
E il concetto di “sospetto”, in questo modo, può diventare sorprendentemente elastico. È accaduto ad un’anziana e tranquilla signora residente nell’Imperial Valley, fermata al confine e interrogata per ore sulle sue frequenti visite ai casinò locali.
Nessun reato e nessuna accusa, solo una domanda: perché quei movimenti ripetuti? Alla sua obiezione – sto forse facendo qualcosa di sbagliato? – la risposta sarebbe stata che quei viaggi “sembravano sospetti”.
Volontari sotto osservazione
L’uomo che ha scoperto il primo trailer sospetto non è un teorico della privacy. Durante la settimana si occupa di ripristinare case danneggiate dall’acqua, intervenendo quando le tubature esplodono e i pavimenti si trasformano in piscine improvvisate.
Nei fine settimana, invece, percorre i canyon più remoti per lasciare acqua, cibo e vestiti ai migranti che attraversano il deserto.
Dice di non essere tanto preoccupato per sé quanto per i volontari che partecipano alle consegne: teme che possano essere tracciati, fermati e interrogati per il semplice fatto di percorrere certe strade con una certa frequenza.
Non è un timore astratto: durante il primo mandato del presidente Trump, volontari che lasciavano acqua nel deserto dell’Arizona furono perseguiti con accuse che includevano l’abbandono di proprietà e il favoreggiamento.
Alcune condanne sono poi state annullate, ma il segnale a quel punto era stato lanciato in modo chiaro e forte: attenzione perché vi osserviamo.
Una storia che va oltre il confine
La sorveglianza delle targhe in California non riguarda solo il confine meridionale: ad archiviare i numeri di targa sono scuole, aziende e centri commerciali. Un’indagine del 2025 ha rivelato che alcune forze dell’ordine della California meridionale avevano condiviso dati con agenzie federali per l’immigrazione, in violazione del divieto statale.
Il procuratore generale ha avviato azioni legali e inviato lettere di richiamo a diverse agenzie, eppure, secondo documenti successivi, le condivisioni non si sono mai fermate.
Nel frattempo, i cittadini hanno iniziato a fare ciò che spesso accade quando le informazioni ufficiali scarseggiano: mappare da soli. Fotografia dopo fotografia, coordinata dopo coordinata, hanno tracciato una costellazione di dispositivi lungo le autostrade del sud.
Alcuni sono facili da individuare, altri sono nascosti con fantasia dietro la griglia di un’auto di pattuglia, dentro un rimorchio con il limite di velocità lampeggiante, perfino all’interno di finti cactus.
Una pratica che, a quanto pare, va avanti da anni, solo che ora la situazione politica interna e la tecnologia l’hanno resa più difficile da ignorare.
Qualcuno prova anche a scherzare, chiedendosi a quale capitolo di “1984” è arrivata l’America.
È una battuta, certo, ma come quelle ben riuscite nasconde una verità scomoda e molto, molto preoccupante.
















