martedì 12 Maggio 2026 - 10:35:45

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Hormuz, il buco nero che svuota i serbatoi del mondo

Fate pure con comodo: inserite il bancomat nell’apposita fessura, selezionate il tipo di carburante e fissate il display che scorre.

Il numerino che sale verso cifre impensabili fino ad una manciata di giorni fa non è un malfunzionamento del self-service.

È la guerra in Medio Oriente che entra nel serbatoio con la stessa faccia tosta con cui fa a spallate nelle bollette, nei mutui e nei menu dei ristoranti.

Il responsabile di tutto questo ha il nome di un posto che quasi nessuno sa esattamente si trovi: lo stretto di Hormuz, 60 km di lunghezza per circa 30 di larghezza nel punto più stretto, per un braccio di mare da dove passa un quarto del commercio mondiale del petrolio.

Fatih Birol, direttore esecutivo della “IEA” (International Energy Agency), lo ha detto con la franchezza di chi non ha più niente da perdere a essere pessimista: “Il destino dell’economia mondiale è appeso a quella via d’acqua”.

Nel frattempo, da Amsterdam a Palermo, gli automobilisti europei stanno scoprendo sulla propria pelle cosa significa dipendere da un angolo di mare dal destino complicato, dove un tempo dettavano legge i pirati e fino all’altro ieri transitavano in media 140 navi mercantili al giorno.

Birol ha anche aggiunto che siamo davanti alla “più grande crisi energetica della storia”, più grave delle tre precedenti messe insieme.

Chi paga di più, chi respira ancora

I dati della Commissione UE aggiornati al 6 aprile fotografano un continente che come viaggia a velocità diverse.

In cima alla classifica dei dolori c’è l’Olanda, con il diesel a 2,58 euro al litro e la benzina a 2,36, segue la Danimarca, tallonata da Germania e Finlandia, con il gasolio che in entrambi i Paesi supera i 2,40 euro.

Francia e Grecia hanno valicato i 2 euro su entrambi i carburanti, una soglia psicologica che in molti Paesi ha già scatenato proteste e richieste di interventi dall’alto.

In fondo alla graduatoria, solitaria in mezzo al Mediterraneo, c’è Malta, dove un litro di diesel è fermo a 1,21 euro al litro e la benzina a 1,34.

Prezzi che sembrano usciti da una cartolina del passato, figlia di una politica di sussidi statali che l’arcipelago ha scelto di mantenere a costo di tensioni sui conti pubblici.

Il secondo posto tra i Paesi meno cari spetta all’Ungheria, con il diesel a 1,67 euro, quasi un euro al litro in meno rispetto all’Olanda.

L’Italia è sotto la media continentale, con la benzina a 1,77 euro e il diesel a 2,09, risultato che deve molto al taglio di 25 centesimi sulle accise introdotto dal governo in risposta alla crisi e prorogato fino al 1° maggio.

Senza quello, il gasolio sfiorerebbe i 2,34 euro.

Tuttavia, le associazioni dei trasportatori fanno notare che per le flotte aziendali, soggette ad accisa già ridotta sul cosiddetto gasolio commerciale, il beneficio è praticamente nullo.

Sapore salato

Il tempismo sa essere crudele, come spesso accade con le crisi energetiche.

Le recenti vacanze pasquali hanno beccato gli italiani con i prezzi ai massimi stagionali mentre i portafogli erano già provati da mesi di rincari.

Sulla rete autostradale il diesel ha toccato i 2,14 euro al litro, e i conti si fanno presto: secondo “Assoutenti”, un viaggio Milano-Catania in auto costa oggi 312 euro di sola benzina, senza considerare i pedaggi.

Rispetto alla Pasqua 2025, i rincari su percorsi lunghi come Torino-Palermo superano gli 80 euro, il che significa oltre 160 eurini di differenza fra andata e ritorno rispetto a dodici mesi fa. Una cifra che per molte famiglie equivale a una settimana di spesa.

Il Codacons ha elaborato un calcolo ancora più impressionante: la “maxi-stangata” sul periodo festivo ammonterebbe complessivamente a 1,3 miliardi di euro a livello nazionale.

Il gasolio costa il 30% in più rispetto a dodici mesi fa, quasi 49 centesimi in più ad ogni litro, pari a circa 24 euro da aggiungere al pieno.

Per contrastare eventuali speculazioni, il governo ha intensificato i controlli tramite la Guardia di Finanza, con verifiche su oltre 1.900 impianti di distribuzione, 104 soggetti denunciati e sequestri di carburante.

Bruxelles tra freni e frenate

La Commissione UE cammina su un equilibrio sottile, e se da un lato non si oppone ai tagli delle accise nazionali, dall’altro li considera misure temporanee da monitorare con attenzione, avvisando che non dovrebbero diventare strutturali né incentivare consumi di combustibili fossili.

Il commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis ha riconosciuto davanti al Parlamento UE che “esiste una tensione” tra il sollievo immediato e gli obiettivi climatici a lungo termine.

Ha evocato il rischio concreto di “stagflazione”, termine tecnico per spiegare cosa accade quando la crescita frena e l’inflazione sale, una delle combinazioni più difficili da gestire per qualsiasi banca centrale.

Non è un caso che le previsioni elaborate lo scorso autunno, PIL europeo a +1,4%, inflazione al 2,1% per quest’anno, vanno riviste al ribasso in modo pesante. Nello scenario più ottimistico, la crescita potrebbe perdere tra 0,2 e 0,4 punti percentuali.

Dombrovskis ha aggiunto un dettaglio che pesa come un’incudine sugli zebedei: i 27 Paesi affrontano questa crisi con un margine fiscale “più limitato” rispetto al 2022 a causa di deficit più elevati, tassi di interesse alti e la necessità crescente di investire nella difesa.

Nel frattempo cinque Paesi (Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria) hanno scritto una lettera chiedendo a Bruxelles uno strumento europeo per tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche.

La missiva ricorda che un meccanismo simile fu attivato nel 2022 con il “contributo di solidarietà” europeo, ma stavolta si chiede qualcosa di più robusto giuridicamente e mirato verso le grandi multinazionali del petrolio, compresi soprattutto i profitti realizzati fuori dai confini europei.

Il principio, che sulla carta non fa una piega, è che se le compagnie petrolifere guadagnano miliardi grazie alla crisi, una parte di quei denari deve tornare ai cittadini che la crisi la subiscono.

Ma nelle stesse ore in cui la lettera veniva recapitata, la Commissione respingeva l’ipotesi di sospendere il Patto di Stabilità per dare ai governi maggiore spazio di manovra.

Il freno a mano di Birol

La proposta più inattesa arriva dal direttore dell’Iea in persona, e ha il sapore di quelle pensate scomode che funzionano proprio perché nessuno vuole sentirle.

Birol chiede ai tedeschi, anche se il ragionamento vale per tutta Europa, di introdurre un limite di velocità sulle autostrade.

Abbassare di soli 10 km/h la velocità massima, spiega, può ridurre il consumo nazionale di petrolio fino al 6%. In Germania, portare il tetto a 120 km/h farebbe risparmiare oltre 3 miliardi di litri di carburante all’anno.

Peccato che chiedere ai tedeschi un limite in autostrada è come domandare agli italiani di evitare commenti sulle partite della Nazionale: tecnicamente possibile, politicamente suicida.

L’Italia è chiamata in causa quanto Berlino, forse di più: i nostri limiti autostradali, 130 km/h sulla maggior parte delle tratte, sono tra i più permissivi del continente.

Spagna, Portogallo e Svizzera sanzionano già oltre i 120 km/h, i Paesi Bassi si fermano a 100.

Birol è però esplicito anche su un altro punto.

Le accise tagliate sono un cerotto su una ferita che rischia di farsi profonda, e la sua alternativa preferita è un sistema di trasferimenti diretti alle fasce più deboli, svincolati dal consumo energetico: aiuta chi ha bisogno, evitando chi guida un SUV da 300 CV.

Il cherosene che non c’è

A complicare ulteriormente il quadro, se mai ce ne fosse bisogno, un altro squarcio questa volta aperto in cielo.

“Aci Europe”, l’associazione degli aeroporti europei, ha allertato la Commissione: se lo stretto di Hormuz non riapre in modo stabile entro tre settimane, gli aeroporti del continente andranno incontro a una carenza “sistemica” di carburante per aerei.

L’ultimo carico di cherosene diretto in Europa è arrivato il 9 aprile e le riserve si stanno esaurendo rapidamente.

Il commissario all’Energia Dan Jorgensen non esclude nulla.

Dal razionamento dei carburanti, sul modello di quanto già introdotto dalla Slovenia, con 50 litri al giorno per i privati e 200 per le imprese, fino a una modifica temporanea delle norme europee per importare jet-fuel dagli Stati Uniti, che applicano standard tecnici diversi.

“Non siamo ancora arrivati a quel punto”, ha precisato Jorgensen, ma l’espressione “tutte le opzioni sono sul tavolo” non è mai un messaggio rassicurante.

Intanto, in Egitto si spengono i lampioni alle ore stabilite, in Corea del Sud i dipendenti pubblici lasciano l’auto a casa e nelle Filippine la settimana lavorativa si è accorciata a quattro giorni.

Le raffinerie che non ci sono più

L’Italia, in questo scenario, parte da una posizione migliore di quanto molti si aspettino.

Le raffinerie nazionali, tra cui quelle di Sarroch in Sardegna e Priolo in Sicilia, mantengono una capacità produttiva che Francia, Germania e Regno Unito hanno in parte smantellato negli anni scorsi, inseguendo logiche di mercato che oggi fischiano come un boomerang.

Perché chi dipende dall’importazione di prodotti già raffinati è di gran lunga più vulnerabile di chi può ancora trasformare il greggio in proprio.

Qualche grattacapo in più potrebbe invece arrivare dal GPL, per cui l’Italia dipende per l’80% dall’import: il prezzo del prodotto algerino è quasi raddoppiato in pochi giorni, passando da 525 a 850 dollari a tonnellata.

La benzina entra in campagna elettorale

Negli Stati Uniti, intanto, benzina e diesel sono aumentati rispettivamente del 40% e del 53% dall’inizio del conflitto e il caro-carburanti è già uno dei più affollati campi di battaglia in vista delle elezioni di midterm.

Il prezzo alla pompa ha raggiunto i 4,16 dollari al gallone, avvicinandosi pericolosamente al picco storico di 5,10 dollari toccato nel giugno 2022, un confronto che i democratici sventolano come un’arma e i repubblicani non riescono a scrollarsi di dosso.

L’ultima apparizione pubblica di una candidata democratica in Pennsylvania è stata davanti ad una pompa di benzina, in quello che è ormai diventato il set simbolico della protesta economica americana.

Il vicepresidente Vance ha assicurato che i prezzi “scenderanno”, con la sicurezza di chi sa che promettere non costa nulla, almeno finché non si va alle urne.

I siti di scommesse danno già la Camera come persa per i repubblicani e anche il Senato vacilla in modo pericoloso.

I rincari intanto si registrano ovunque: i fertilizzanti agricoli sono aumentati del 33%, i tassi dei mutui a 30 anni sono saliti da 6,05 a 6,50 punti, le compagnie aeree hanno aumentato i supplementi per i bagagli tra i 4 e i 10 dollari.

Una costellazione di aumenti apparentemente scollegati, ma che raccontano tutti la stessa storia: quando uno stretto largo 30 km si chiude il conto lo pagano tutti. Alla pompa, in aeroporto, al supermercato, e prima o poi alle urne.