
Sei centesimi al litro. È la cifra rimasta in tasca agli automobilisti italiani dopo che il Governo aveva annunciato un taglio delle accise da 24,4 centesimi.
Da qualche parte, lungo il percorso che va da Roma ai distributori, 18 centesimi hanno cambiato strada. Nessuno li ha visti passare, ma c’è una certezza: qualcuno li ha incassati.
Il risparmio che non risparmia
Il 18 marzo il Governo Meloni ha varato un taglio delle accise di 20 centesimi al litro che, sommato all’IVA, avrebbe dovuto tradursi in 24,4 centesimi di sconto effettivo alla pompa.
Una misura annunciata come risposta alla fiammata dei prezzi seguita alle tensioni tra Stati Uniti e Iran, con il Brent che aveva sfiorato i 115 dollari al barile prima di tornare intorno ai 100. Sulla carta, una risposta rapida ad un’emergenza reale.
Nella pratica, il “Codacons” ha calcolato che per il gasolio il risparmio effettivo rispetto al giorno precedente al decreto si è fermato intorno a 6 centesimi al litro.
I restanti 18 hanno preso strade diverse, probabilmente più confortevoli di quella che percorrono ogni giorno gli automobilisti italiani.
Ma come riesce il mercato a trasformare uno sconto teorico del 24% in un beneficio reale del 2,5%?
La risposta sta in un dato sepolto nelle rilevazioni quotidiane del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che monitora oltre 92mila prezzi al giorno incrociando stazioni di servizio, tipo di carburante e modalità di erogazione.
Il 18 marzo, giorno del varo del decreto, e il 19, giorno della sua entrata in vigore, si sono registrate in totale 41.593 variazioni di prezzo.
Fin qui nulla di strano: la norma era diventata operativa e i listini si adeguavano.
Ma il dettaglio che fa riflettere è che 23.226 di quelle variazioni erano aumenti.
Più della metà dei gestori aveva alzato i prezzi proprio nell’imminenza dello sconto, per poi abbassarli il giorno successivo sotto la pressione del Ministero.
Chiunque abbia mai comprato un capo d’abbigliamento durante i saldi di gennaio conosce bene il meccanismo: si porta il cartellino da 80 a 120 euro, si annuncia il 30% di sconto, si vende a 84 e si incassa pure la soddisfazione del cliente felice di aver fatto un affare.
Applicato alla benzina, con milioni di automobilisti come clienti e nessun cartellino fisico da confrontare, il meccanismo funziona ancora meglio.
Chi non specula resta a secco
L’effetto più curioso di tutta questa faccenda è che nei giorni scorsi, in molti distributori disseminati lungo le strade italiane è comparso il cartello “benzina esaurita” o “carburante esaurito”.
Il fenomeno si è esteso a macchia d’olio da nord a sud, con segnalazioni da molte zone del Paese.
Qualcuno ha temuto scenari da crisi energetica anni ‘70, con il ritorno di iatture come le domeniche a piedi e le targhe alterne, altri hanno semplicemente perso mezz’ora girando a vuoto in cerca di una pompa rifornita.
Eppure la benzina non sta finendo, ad andare in riserva è piuttosto la pazienza degli automobilisti e, giusto in alcuni distributori, il carburante fisicamente disponibile, ma per ragioni molto diverse da una carenza.
In pratica, i pochi gestori che avevano applicato lo sconto per intero si erano ritrovati con prezzi sensibilmente più bassi della media locale.
E in un mercato in cui esistono app dedicate al confronto dei prezzi e in cui la differenza tra un distributore e l’altro può superare anche i 10 cent al litro, gli automobilisti si sono riversati su quegli impianti fino a svuotarli nel giro di poche ore.
Ma gli approvvigionamenti avvengono solitamente su base settimanale, quindi chi è arrivato dopo ha trovato il cartello.
Per dirla come va detta, il meccanismo ha prodotto un effetto tragicomico: i distributori che avevano alzato i prezzi prima del decreto, e applicavano uno sconto apparente, erano pieni. Quelli che avevano ridotto realmente i listini erano a secco.
Daniela Maroni, vicepresidente nazionale di FIGISC, la Federazione italiana gestori impianti stradali carburanti, ha confermato che la mancanza di carburante in alcuni impianti derivava proprio da questa concentrazione della domanda su chi praticava prezzi più bassi.
Luca Vazzoler di Assopetroli Assoenergia ha parlato di “disordini di carattere logistico”: quando i prezzi cambiano di continuo, qualche stazione vende più benzina di quanto preventivato e resta senza prima del rifornimento successivo.
Nessuna cospirazione, solo le conseguenze prevedibili di un mercato gestito all’italiana.
“Mister Prezzi” e la multa da 2.000 euro
Il Governo aveva promesso controlli seriali e serrati. Esiste, nei meandri della burocrazia italiana, una figura istituzionale chiamata “Mister Prezzi”, che dovrebbe vigilare sull’andamento dei carburanti e garantire che i tagli arrivino effettivamente ai consumatori.
La Guardia di Finanza è intervenuta e ha multato diversi gestori, non per aver speculato sui prezzi, sia chiaro, ma per non aver trasmesso i listini al portale ministeriale, un obbligo settimanale che sussiste indipendentemente dalle variazioni.
La sanzione prevista arriva fino a 2.000 euro.
Per essere ancora più chiari: un gestore che nei giorni del decreto vendeva qualche migliaio di litri al giorno con un margine maggiorato di 10 centesimi incassava in pochi giorni un multiplo della cifra.
E la multa per la mancata comunicazione dei prezzi aveva lo stesso potere deterrente di un cartello “vietato parcheggiare” in una piazza dove sanno tutti che i vigili non passano mai.
Il problema non è la buona volontà degli ispettori ma riguarda il modo in cui il taglio delle accise viene tecnicamente applicato: in Italia la riduzione agisce a monte, quando si forma il prezzo alla fonte, e non al momento del pagamento, come invece avviene in altri Paesi europei.
Un dettaglio che lascia a compagnie petrolifere e gestori un margine di manovra decisamente ampio, mentre l’onere del controllo ricade su un’autorità che opera in un mercato libero senza un parametro univoco di riferimento al di là del prezzo medio nazionale, che è per definizione una media, quindi sempre compatibile con estremi molto distanti tra loro.
È come cercare di arbitrare una partita in cui il regolamento dice che la squadra vincente è quella che fa più gol in media, ma senza specificare in quante partite.
Il Ministero esulta, il Codacons fa i conti
Il 26 marzo il Mimit ha diffuso un comunicato in cui annunciava che, a quasi un mese dall’inizio della guerra del Golfo, l’Italia registrava la crescita più contenuta dei prezzi dei carburanti tra i principali Paesi europei, con prezzi medi di benzina e gasolio inferiori a quelli di Francia e Germania.
I dati provengono dal “Weekly Oil Bulletin” della Commissione UE, una fonte autorevole, e sono probabilmente corretti.
Ma nello stesso periodo il Codacons pubblicava i propri calcoli, appena un po’ diversi: in appena sette giorni dal varo della misura, il beneficio per i consumatori era stato letteralmente mangiato dai rincari dei listini, con una spesa superiore di oltre 9 euro a pieno per il gasolio rispetto a quello che sarebbe dovuto costare applicando integralmente il taglio.
Il gasolio, peraltro, nei due giorni successivi al decreto era già risalito di 16 centesimi, erodendo quasi per intero i 20 di riduzione.
Quindi, l’Italia può avere i prezzi più competitivi d’Europa rispetto ma i consumatori possono comunque aver perso quasi tutto il beneficio del taglio: entrambe le cose sono vere contemporaneamente, e questa è forse la parte più deprimente di tutta la vicenda.
La Slovenia e il confine che nessuno vuole guardare
A pochi chilometri dal confine nordest, mentre l’Italia dibatteva su chi avesse applicato lo sconto e chi no, la Slovenia diventava il primo Paese UE a introdurre limiti al rifornimento di carburante, portando il razionamento nella gestione della crisi energetica, con l’obiettivo di stabilizzare la distribuzione e proteggere le riserve in un momento in cui le tensioni internazionali rendono imprevedibile l’andamento del greggio.
Non è una notizia che il Governo italiano abbia commentato con entusiasmo: ammettere che un vicino di casa nell’UE ha già ritenuto necessario razionare il carburante non si concilia facilmente con i comunicati che celebrano i prezzi più bassi del continente.
Eppure il precedente esiste, e vale la pena tenerlo presente mentre si discute di sconti temporanei e controlli insufficienti.
La misura italiana scadrà a breve, e quando accadrà, il rischio è di ritrovarsi di nuovo al punto di partenza, probabilmente con prezzi più alti di prima, senza che nel frattempo sia cambiato nulla nel modo in cui il mercato dei carburanti funziona in questo Paese.
Il meccanismo dei saldi sarà pronto per il prossimo ciclo, le compagnie petrolifere anche, e probabilmente “Mister Prezzi” sta già preparando i moduli per le prossime sanzioni da 2.000 euro.
Quei miseri 6 centesimi di risparmio sul gasolio, nel frattempo, li ricorderemo con un po’ d’affetto e nostalgia.















