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Le Rosse che hanno fatto la storia del rock

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Ogni anno, il 18 febbraio, il marchio Ferrari svela una mostra particolare, di quelle uniche e difficili da ripetere. È un modo per ricordare il compleanno di Enzo Ferrari con un sorriso anche se non c’è più da tanto tempo, e quest’anno avrebbe compiuto 128 anni.

La mostra, ospitata come di consueto al Museo Enzo Ferrari, ha un titolo che racconta già molto della straordinaria esclusività delle vetture raccolte sotto lo stesso tetto: “The Greatest Hits – Music Legends and their Ferraris”.

Visitabile fino al 16 febbraio del prossimo anno, quando lascerà spazio ad altre idee, non è una semplice esposizione, ma una partitura a più voci dove le Rosse di Maranello dialogano con le leggende della musica internazionale, molt delle quali hanno scritto la lunga storia del rock.

Il filo rosso tra palco e pista

Le Ferrari e la musica condividono una stessa tensione creativa, un sottile equilibrio tra disciplina e istinto, rigore tecnico e libertà espressiva. In entrambi i mondi l’innovazione è una necessità quotidiana e la performance un rito collettivo, che si tratti di un concerto sold out o di un’accelerazione su un rettilineo, c’è sempre un momento culminante in cui il pubblico trattiene il fiato.

Il percorso espositivo è pensato come un’esperienza immersiva: le vetture sono affiancate da fotografie e da contenuti audio originali che aggiungono il contesto umano, artistico e tecnico di ogni scelta.

A cucire insieme le storie è una serie di podcast realizzati da “Chora Media” con la voce inconfondibile di Federico Buffa, alle prese con racconti che intrecciano biografie, aneddoti e dettagli meccanici con la stessa naturalezza con cui un jazzista improvvisa su uno standard.

Le storie non mancano, come ad esempio quella di Miles Davis che, atterrato a Ginevra per un festival, rifiutò una Ferrari nera chiedendola rossa.

Le Ferrari dei miti

Tra i pezzi più preziosi spicca la 250 GTO del 1962 di Nick Mason, batterista dei leggendari “Pink Floyd”, una delle sole 36 prodotte. Negli anni Ottanta, mentre la band preparava il monumentale tour di “A Momentary Lapse of Reason”, quell’auto diventò la garanzia per ottenere i finanziamenti necessari alla tournée. In altre parole: senza la GTO, non ci sarebbe stato lo spettacolo.

Accanto a lei, la 330 GT 2+2 blu scura acquistata nel 1965 da John Lennon nel pieno della Beatlemania.

Nel 1985, Mick Jagger, frontman dei “The Rolling Stones”, arriva a Maranello per ritirare la sua GTO V8 biturbo da 400 CV: è l’incontro tra il rock ribelle e l’ingegneria estrema.

C’è poi la F40 di Luciano Pavarotti, modenese come la Ferrari: con i suoi 324 km/h di velocità massima, sembrava voler competere con gli acuti portati del tenore nei più grandi stadi del mondo.

E ancora la 275 GTB4 del 1966 di Miles Davis, 3.285 cc di pura energia jazzistica su quattro ruote.

Il viaggio prosegue con la Mondial Spider appartenuta a Madonna, la 288 GTO di Mick Jagger, la 250 GT Lusso del direttore d’orchestra Herbert von Karajan, la 250 GT 2+2 di Maria Callas e la 250 LM di Cher.

Non manca la one-off SP12 EC realizzata nel 2012 per Eric Clapton attraverso il programma “Special Projects”: un esemplare unico, come certi riff di chitarra che restano nella storia. Tra le star contemporanee brillano la 512 TR della superstar colombiana J Balvin e la nuovissima SF90 XX di Swizz Beatz, lasciata in mostra ancora prima del ritiro ufficiale.

Alcune vetture torneranno ai legittimi proprietari e saranno sostituite da altri capolavori, con una rotazione che ricorda una delle più celebri frasi pronunciate dal Drake: “La migliore Ferrari è la prossima”.

Modena, tra Motor Valley e jazz

L’inaugurazione di “The Greatest Hits” anticipa un altro debutto: dal 13 al 18 luglio Ferrari sarà premium sponsor della prima edizione italiana di “Jazz Open Modena”, costola del celebre “Jazzopen Stuttgart”.

Per la prima volta il festival tedesco varca i confini nazionali e approda nella città della Ghirlandina, animando Piazza Roma, il Baluardo e il Giardino Ducale con un cartellone che spazia dal jazz classico alle contaminazioni elettroniche. In programma artisti come Gregory Porter, Diana Krall, Moby, Jamie Cullum, Joss Stone, Jean-Michel Jarre, Luca Carboni, Parov Stelar e Meute.

Vredestein reinventa l’all-season

Nel panorama sempre più competitivo degli pneumatici quattro stagioni, il nuovo “Vredestein Quatrac Pro 2” si prepara ad un ruolo da protagonista. Il debutto europeo è previsto per la prossima estate, ma il progetto racconta l’incontro tra ingegneria evoluta e identità stilistica in un prodotto capace di distinguersi a colpo d’occhio.

Sviluppato e prodotto in Europa da “Apollo Tyres Ltd”, il nuovo modello rappresenta un’evoluzione profonda della gamma all-season del marchio. Non si tratta di un semplice aggiornamento, bensì di una piattaforma completamente ripensata che punta a ridefinire gli standard della categoria in termini di prestazioni e percezione premium.

“Passage”: quando il fianco diventa narrazione

A fare la differenza è il design del fianco, realizzato in collaborazione con “Italdesign”, partner storico del brand da oltre venticinque anni. Il concept creativo si chiama “Passage” e ruota attorno all’idea delle stagioni che si susseguono e del tempo che scorre.

La superficie laterale dello pneumatico diventa una tela dinamica, attraversata da un gioco calibrato di pieni e vuoti. Le linee fluide evocano elementi naturali come il vento, l’acqua e la neve, suggerendo visivamente la versatilità del prodotto.

Non è un esercizio di stile ma una traduzione grafica delle sue qualità quattro stagioni, con il risultato di un’identità forte e immediatamente riconoscibile, che consolida il posizionamento premium di Vredestein in un mercato dove l’estetica sta assumendo un peso sempre più rilevante.

Tecnologia al servizio delle prestazioni

Dietro il tratto distintivo del fianco si cela un importante lavoro tecnico: il Quatrac Pro 2 adotta una struttura completamente rinnovata, materiali innovativi e un disegno direzionale del battistrada progettato per offrire maggiore aderenza e stabilità su fondo asciutto, bagnato e innevato.

Lo scopo è garantire un comportamento equilibrato in tutte le condizioni climatiche, mantenendo elevati standard di controllo e sicurezza.

Il nuovo pneumatico è destinato a un’ampia platea di veicoli: dalle berline alle hatchback ad alte prestazioni, dai SUV alle auto sportive di fascia superiore.

Particolare attenzione è stata riservata anche alla compatibilità con vetture ibride ed elettriche, che richiedono bassa rumorosità, ridotta resistenza al rotolamento e una struttura robusta in grado di gestire peso e coppia elevati.

Forma e funzione, senza compromessi

La scelta di puntare su un design così caratterizzante non nasce per caso, secondo una ricerca commissionata da Apollo Tyres una parte significativa degli automobilisti europei percepisce gli pneumatici tradizionali come esteticamente anonimi e desideri soluzioni più distintive.

In un contesto in cui l’auto è sempre più espressione di personalità, anche lo pneumatico diventa parte integrante dell’immagine complessiva del veicolo.

Il fianco del Quatrac Pro 2 risponde proprio a questa esigenza, trasformandosi in elemento estetico capace di dialogare con cerchi e carrozzeria.

La collaborazione con Italdesign, iniziata alla fine degli anni Novanta e rafforzata da progetti iconici nel corso degli anni, trova raggiunge un nuovo punto di maturità.

Una tradizione che guarda avanti

Vredestein è tra i marchi pionieri nel segmento quattro stagioni fin dai primi anni ’90 e oggi può vantare una delle gamme all-season più ampie e articolate del mercato europeo.

Con il Quatrac Pro 2, il brand rafforza la leadership puntando su un equilibrio ancora più sofisticato tra prestazioni e stile.

Castrol fotografa un’Italia distratta sul controllo dell’olio

L’auto si lava, si lucida e si parcheggia con cura, ma quando si tratta di sollevare il cofano e controllare il livello dell’olio, l’astina continua ad essere un mistero insondabile per molti automobilisti.

È quanto emerge da un sondaggio nazionale commissionato da “Castrol”, che fotografa un’Italia al volante distratta proprio sull’ABC della manutenzione.

Il risultato è che la maggioranza di automobilisti espone il motore a rischi evitabili, rimandando un controllo tanto semplice quanto cruciale.

Tre mesi senza controllare: la normalità

Secondo l’indagine, il 62% dei proprietari di auto endotermiche ha verificato il livello dell’olio l’ultima volta tre mesi fa. Un ulteriore 35% dichiara di non farlo da oltre quattro mesi. In pratica, quasi nove automobilisti su dieci superano di gran lunga l’intervallo consigliato.

Eppure la regola è di controllare il livello almeno ogni 1.500 km e sempre prima di affrontare un viaggio lungo.

Un’operazione che richiede pochi minuti ma che può fare la differenza tra un motore efficiente e un danno che può costare parecchio denaro.

Questo perché l’olio non è un dettaglio tecnico, ma un fluido che lubrifica e protegge componenti fondamentali come treno valvole, catena di distribuzione, pistoni e cuscinetti, e se il livello scende troppo l’attrito aumenta aumentando il rischio di usura precoce o, nei casi peggiori, di guasti gravi.

Frequenza? Più annuale che mensile

Alla domanda “Con quale frequenza controlla il livello dell’olio?”, solo il 22% risponde “almeno una volta al mese”, il 34% effettua un controllo trimestrale, il 25% semestrale e l’11% addirittura annuale.

Un dato che racconta molto del rapporto difficile degli italiani con la manutenzione ordinaria, dettaglio a cui si pensa solo quando qualcosa segnala un problema, più che per prevenirlo.

La fascia d’età tra i 35 e i 44 anni risulta tra le più inclini a rimandare: il 12% dichiara di controllare l’olio solo una volta all’anno, un comportamento che stride con l’uso intenso dell’auto tra lavoro e famiglia.

Nord e Sud: cambia l’attenzione al cofano

Interessante anche la distribuzione geografica: in Sardegna e Sicilia il 32% degli automobilisti controlla l’olio almeno una volta al mese, nel Nord-Ovest, invece, la percentuale si ferma al 16%.

Un divario che riflette abitudini culturali, diversi livelli di percorrenza o semplicemente una maggiore attenzione personale alla meccanica.

“So farlo”… ma non sempre lo faccio

L’86% degli intervistati afferma di sapere come si controlla il livello dell’olio, tuttavia la sicurezza dichiarata non è uniforme: tra gli uomini la percentuale sale al 92%, mentre tra le donne si ferma al 78%.

Il 6% ammette di non aver mai controllato l’olio in vita propria, un dato minore ma significativo che evidenzia come una parte degli automobilisti ignori completamente la manutenzione ordinaria.

Quanto al rabbocco, il 74% sostiene di sapere quanto olio aggiungere in caso di livello basso e anche in questo caso emerge un divario: 79% tra gli uomini, 68% tra le donne.

Fai da te o officina?

Quando si passa dalla teoria alla pratica, il 55% dei proprietari controlla l’olio autonomamente, il 20% si rivolge a un’officina, mentre il 15% lascia il compito al partner o al coniuge.

Eppure, il 48% degli intervistati preferirebbe che fosse un tecnico a occuparsi del controllo.

La spia non basta

Vincent Panel, Head of Product & Communications – Europe di Castrol, sottolinea un punto chiave: molti automobilisti attendono oltre il tempo raccomandato prima di verificare il livello dell’olio.

È vero che le auto moderne dispongono di sensori che avvisano quando il livello diventa basso, ma il problema è che l’usura può iniziare prima dell’accensione della spia. In altre parole, affidarsi esclusivamente all’elettronica significa intervenire quando il processo di deterioramento è già in corso.

Prevenzione contro imprevisti

Il controllo periodico dell’olio è uno dei gesti più semplici e meno costosi della manutenzione automobilistica: non richiede competenze avanzate né strumenti sofisticati.

Per le officine, il sondaggio rappresenta anche un’opportunità: offrire controlli periodici dell’olio come servizio rapido può intercettare nuovi clienti e prevenire interventi ben più onerosi, per gli automobilisti, invece, ignorare l’olio significa mettere a rischio la longevità del motore.

E in un’epoca in cui si punta a far durare l’auto il più a lungo possibile, bastano pochi minuti sotto il cofano per evitare spese molto più pesanti.

La guerra fra i pedali e i cavalli vapore

È una battaglia quotidiana ed un’antipatia reciproca, quella che corre fra gli automobilisti ed i ciclisti. I primi accusano gli altri di intralciare le strade, i secondi lamentano di rischiare la vita ogni volta che escono di casa per fare un giro.

Ad intervenire sulla linea del fronte che divide due nemici giurati ci sta provando il Parlamento: il 30 giugno dello scorso anno è stata depositata alla Camera la proposta di legge n. 2489, primo firmatario Roberto Pella, deputato di Forza Italia, vicepresidente dell’Anci e presidente della Lega Ciclismo Professionistico.

Un testo costruito in modo bipartisan – con firme che attraversano in modo trasversale maggioranza e opposizione – e punta a riscrivere alcune regole del Codice della Strada nel nome della sicurezza di chi va in bici.

Un tema, numeri alla mano, tutt’altro che teorico: secondo l’Osservatorio Asaps, nel 2025 gli incidenti che hanno coinvolto i ciclisti hanno superato quota 16mila e al 21 dicembre le vittime erano 217, contro le 185 dell’intero 2024.

Numeri che pesano e spiegano l’urgenza di arrivare all’approvazione in tempi brevi.

La fine (parziale) della fila indiana

Il punto che più accende la discussione, e anche quello destinato a scatenare le proteste degli automobilisti, si concentra sulla possibilità per i ciclisti di pedalare affiancati due a due anche fuori dai centri abitati, purché la carreggiata consenta un sorpasso con almeno un metro e mezzo di distanza laterale.

Non basta, perché i gruppi potranno arrivare a dieci persone.

È la fine della “fila indiana”, articolo non scritto della Costituzione stradale invocato da chi va in macchina che il Ddl ribalta totalmente, aggiungendo che un gruppo disposto su due file occupa meno lunghezza di una lunga fila di ciclisti incolonnati, con il risultato di poter completare il sorpasso in tempi più rapidi e con meno permanenza dell’auto nella corsia opposta.

In altri Paesi europei è la normalità, ma in Italia la questione non è solo tecnica: per molti automobilisti, vedere due biciclette affiancate equivale a una provocazione.

Mentre per molti ciclisti, essere costretti a sfilare come soldatini lungo il margine della carreggiata è una costrizione. Il testo, se approvato, rischia di trasformare quella che oggi è una tolleranza ambigua in un diritto riconosciuto.

Casco, luci e telaio

Il disegno di legge non si ferma alla disposizione in gruppo, ma introduce l’obbligo del casco per i minori di 18 anni, sia se pedalano che da trasportati, e per chi utilizza calzature con aggancio ai pedali, tipiche del ciclismo sportivo.

Una misura che guarda al mondo agonistico, dove il casco è già ampiamente diffuso, ma estende l’obbligo anche alla mobilità quotidiana dei più giovani.

Poi c’è la luce posteriore rossa sempre accesa, di giorno e di notte, fissa o lampeggiante, norma che questa volta punta ad aumentare la visibilità in ogni condizione.

Una scelta che molti ciclisti sportivi già adottano spontaneamente, soprattutto fuori città, ma che ora diventerebbe universale.

La novità più delicata, però, è quella del codice identificativo obbligatorio sul telaio per tutte le biciclette di nuova produzione, con registrazione presso la Motorizzazione civile.

Il nobile intento è di contrastare i furti e rendere più semplice risalire al proprietario, ma le domande si accavallano: quanto costerà? Come funzioneranno i passaggi di proprietà? E cosa accadrà al mercato dell’usato o alle biciclette più economiche?

Qui la battaglia tra automobilisti e ciclisti lascia il posto a un’altra tensione, tra sicurezza e semplificazione. La bicicletta è sempre stata il mezzo più semplice, immediato e in fondo anarchico: registrarla e associarla a un archivio pubblico rischia di trasformarla in un piccolo oggetto amministrativo.

Più educazione per chi guida

In mezzo a nuovi obblighi per chi pedala, il testo introduce anche una misura che molti attendevano da tempo: l’inserimento delle norme sulla circolazione delle biciclette nei quiz per il conseguimento della patente.

Non solo diritti e doveri per i ciclisti, ma anche obblighi per gli automobilisti e comportamento corretto anche in presenza dei mezzi di scorta tecnica, che potranno essere autorizzati non soltanto per le gare ma anche per gli allenamenti su strade aperte al traffico.

Un vero giro di boa, perché l’automobilista medio tende a considerare il ciclista un intruso lento e imprevedibile, e il ciclista vede nell’auto una minaccia costante da una tonnellata e mezza.

Inserire queste regole negli esami significa riconoscere che la convivenza non può essere affidata solo al buon senso.

Una legge scritta anche dai campioni

Il testo nasce da un confronto che ha coinvolto prefetti, forze dell’ordine, amministratori locali e un gruppo di grandi nomi del ciclismo italiano.

Tra loro Francesco Moser, Vincenzo Nibali, Gianni Bugno, Paolo Bettini, Maurizio Fondriest, Giuseppe Saronni, Claudio Chiappucci e Alessandro Ballan. Campioni del mondo e vincitori di grandi corse che, oggi, hanno messo l’esperienza accumulata sull’asfalto al servizio della riforma.

Pace armata o nuova scintilla?

La proposta nasce con un l’obiettivo di ridurre vittime e incidenti, ma in un Paese in cui l’automobile è stata per decenni simbolo di libertà e status, e dove la bicicletta sta vivendo una seconda giovinezza tra sport, turismo e mobilità urbana, ogni modifica diventa terreno sensibile.

Consentire la marcia affiancata potrebbe ridurre i sorpassi azzardati, l’obbligo del casco per i minori potrebbe salvare vite e le luci sempre accese potrebbero evitare collisioni.

Eppure, per una parte dell’opinione pubblica, la sensazione è che si stia “dando più spazio” ai ciclisti rendendo ancora più complicato l’andare in auto, mentre per un’altra che si stia caricando chi pedala di nuovi obblighi senza intervenire con la stessa forza sui comportamenti pericolosi di chi guida.

La verità, probabilmente, sta nel mezzo: la sicurezza non si costruisce solo con divieti e obblighi, ma con regole chiare e rispetto reciproco.

Cose che sulle strade non si vedono spesso.

Honda rafforza la presenza in Europa con Crédit Agricole

Honda
Nuova partnership finanziaria tra Honda e Crédit Agricole per auto e moto in Europa

Una partnership europea per supportare l’offerta di auto e moto della Honda.

Un’impresa ambiziosa che vede schierati fianco a fianco il colosso giapponese, leader mondiale della mobilità, Crédit Agricole Personal Finance & Mobility ed Europejski Fundusz Leasingowy – società interamente controllata da Crédit Agricole e integrata nella divisione Crédit Agricole Leasing & Factoring – come partner finanziari.

L’obiettivo è quello di sostenere sia la commercializzazione di auto e moto in otto Paesi europei (Austria, Belgio, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svizzera) sia l’attività dei concessionari.

Agos e Drivalia al centro del progetto in Italia

In Italia la collaborazione è già attiva dal 1° gennaio.

Opera sotto il white-label Honda Financial Services ed è guidata da Agos e Drivalia. È un accordo che consolida lo storico legame tra Honda e Agos, ormai trentennale e la lunga collaborazione con la Casa e la sua rete di concessionari è la base di questo nuovo capitolo.

Agos manterrà il suo ruolo storico al fianco di Honda nei settori nautica e power equipment e sosterrà i clienti privati e professionali, così come i concessionari, nei mercati auto e moto.

Drivalia invece fornirà soluzioni di noleggio sia per la clientela privata che per quella business.

Agos punta ad affrontare le trasformazioni del mercato attraverso soluzioni di finanziamento avanzate, nuove tecnologie e un impegno concreto per la mobilità sostenibile, a stretto contatto con la rete di vendita per fornire strumenti innovativi e fidelizzare il cliente.

Dall’ormai prossimo 1° aprile, i servizi di leasing operativo in Italia saranno invece affidati a Drivalia, la cui esperienza come società di noleggio, leasing e mobilità del gruppo CA Auto Bank la rende partner ideale per l’operazione-Honda.

La società si occupa di mobilità a 360 gradi e fornisce una gamma completa di soluzioni (dai noleggi di ogni durata agli innovativi abbonamenti auto e al car sharing elettrico) che combinano flessibilità, sostenibilità e un’esperienza digitale fluida.

Le dichiarazioni dei protagonisti dell’accordo

Questa nuova partnership permetterà a Honda di rafforzare ulteriormente le proprie offerte in tutta Europa – ha spiegato Joe Crump, Presidente e Managing Director di Honda Financial Services – rendendo i suoi prodotti accessibili e rilevanti per una gamma più ampia di clienti. Abbiamo scelto Crédit Agricole per la sua impareggiabile capacità di offrire servizi e prodotti di alta qualità in diversi mercati chiave europei”.

La fiducia dimostrata da Honda è la prova della forza del nostro modello, che si basa sulla nostra esperienza, sulla nostra presenza unica nel mercato europeo e sul nostro spirito innovativo – ha aggiunto Stéphane Priami, CEO di Crédit Agricole Personal Finance & Mobility e Presidente di Agos e CA Auto Bank – Insieme ad Agos, CA Auto Bank, Drivalia ed EFL, siamo orgogliosi di supportare il nostro partner e il suo progetto di sviluppo in Europa”.Honda

Bilstein e Defender Rally, l’alleanza nata sulla sabbia

Tra le dune della Dakar non va in scena solo il coraggio e lo spirito d’avventura, capita spesso che la celebre competizione diventi lo scenario ideale per celebrare alleanze.

Un po’ come quella tra BILSTEIN e Defender Rally, che ha appena festeggiato il suo esordio con una vittoria, il modo più rumoroso e felice possibile.

Nozze nel deserto

La partnership tra lo storico specialista tedesco degli ammortizzatori e il marchio britannico simbolo dell’off-road ha fatto il suo debutto nel “FIA World Rally-Raid Championship” con il tempismo di chi entra in scena già sicuro del finale.

Official Shock Absorber Partner del programma Defender Rally, BILSTEIN si è presentata alla Dakar 2026 — in Arabia Saudita, dove la sabbia sembra non finire mai — portando in dote decenni di esperienza e una promessa: riuscire a resistere dove tutto il resto cede.

La Dakar, del resto, non è una gara qualunque, quanto piuttosto una sorta di rito di passaggio del motorsport, il luogo dove le ambizioni vengono ridimensionate e la tecnologia finisce sotto torchio senza riguardi e pietà.

Migliaia di km tra deserti, pietraie e temperature che trasformano l’abitacolo in un forno itinerante dove non basta andare forte, bisogna continuare a farlo quando il buon senso suggerirebbe di fermarsi.

Cinque gare, niente scuse

Il mondiale W2RC, di cui la Dakar rappresenta l’atto inaugurale, porta i concorrenti in cinque eventi dove la natura detta le regole e l’uomo prova a negoziare. Per BILSTEIN è il palcoscenico ideale: ogni tappa è un laboratorio estremo dove verificare sul campo ciò che in fabbrica nasce su carta e banchi prova.

Non sorprende che l’azienda parli di “nuovo capitolo” della propria storia sportiva, messa alla prova dove la teoria dura poco e sopravvive solo ciò che funziona davvero.

Il debutto agonistico ha avuto anche il buon gusto di essere vincente. Nella nuova categoria W2RC Stock, le Defender Dakar D7X-R hanno occupato i piani alti della classifica con una certa disinvoltura. Rokas Baciuška e Oriol Vidal hanno conquistato la vittoria davanti ai compagni di squadra Sara Price e Sean Berriman, mentre Stéphane Peterhansel — uno che alla Dakar è di casa — insieme a Mika Metge ha chiuso quarto.

Numeri alla mano, gli equipaggi hanno affrontato oltre 80 ore di guida in gara, circa 5.000 km di speciali cronometrate e un totale di 8.000 km in due settimane.

Al centro di tutto c’è la Defender Dakar D7X-R, una versione nata dalla già robusta piattaforma Defender OCTA di cui conserva la monoscocca in alluminio D7x, la trasmissione e il V8 biturbo da 4,4 litri come base di partenza.

Poi però arriva la trasformazione da rally-raid che richiede affinamenti dinamici, soluzioni specifiche da competizione e un’attenzione alle normative, come dimostra l’utilizzo di carburante sostenibile conforme ai regolamenti FIA.

Niente ferie per gli ammortizzatori

In questo ecosistema estremo entrano in gioco gli ammortizzatori BILSTEIN “Black Hawk”, che hanno il compito meno visibile e più ingrato di tenere tutto sotto controllo mentre il terreno cambia umore ogni pochi metri. Sabbia profonda che risucchia, ghiaia che colpisce come proiettili, rocce che non perdonano distrazioni.

La tecnologia Black Hawk è stata sviluppata e affinata proprio in funzione di queste condizioni, con un’architettura brevettata a triplo pistone capace di gestire con precisione la dinamica di smorzamento in ogni fase del movimento delle sospensioni.

Il sistema integra soluzioni pensate per evitare i due incubi di ogni sospensione in gara: il fondo corsa violento in compressione e i ritorni incontrollati in estensione.

I dispositivi idraulici dedicati lavorano per mantenere stabilità e controllo anche dopo salti e atterraggi tutt’altro che delicati, mentre la possibilità di regolare separatamente la compressione alle diverse velocità permette di adattare il comportamento dell’auto ai terreni più disparati.

A completare il quadro un serbatoio esterno di diametro maggiorato che aiuta a smaltire il calore, dettaglio fondamentale quando le sollecitazioni si protraggono per ore.

Il tutto è calibrato per gestire anche le variazioni di massa del veicolo, serbatoio da 550 litri compreso, perché alla Dakar il peso non è mai una costante.

Dakar, giudice supremo

Per BILSTEIN, la presenza nel W2RC è una dichiarazione di identità, dove la tecnologia deve dimostrare il proprio valore in condizioni reali, non solo nei cataloghi.

Precisione, prestazioni e affidabilità sono parole che nel marketing abbondano, ma nel deserto finiscono ai voti ogni giorno.

Il calendario 2026 porterà il circo del rally-raid tra Portogallo, Argentina, Marocco e Abu Dhabi, altri scenari dove caldo, polvere e fatica continueranno a fare selezione naturale. Intanto la macinando podi e chilometri.

Benvenuti a Roma (prego pagare)

È ora di aggiornare un antico proverbio latino, perché se esiste qualche dubbio sul fatto che tutte le strade portino a Roma, è invece una certezza che tutte le tasse finiscono da quelle parti.

L’hanno scoperto da poco gli abitanti della Capitale, specie quelli che si erano convinti a comprare un’auto elettrica per evitare troppi divieti, dare una mano all’aria e poter entrare nel centro storico. Proprio nei giorni scorsi, l’auto elettrica a Roma ha scoperto di non essere più la cocca di casa. Dopo anni di carezze, corsie preferenziali e parcheggi omaggio, dal Campidoglio è partito un messaggio poco romantico: l’accesso alla ZTL potrebbe costare fino 1.000 euro l’anno.

La delibera di indirizzo porta la firma dell’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè e punta, nelle intenzioni, a decongestionare il centro storico, perché troppe auto nate per rendere la città più respirabile starebbero contribuendo a renderla più imbottigliata.

Da paradiso green a pedaggio deluxe

Fino a ieri il messaggio era un invogliante “passa all’elettrico e la città ti sorriderà”: niente ticket in ZTL, strisce blu spesso gratuite e il plauso ideale dei concittadini. Molti romani hanno fatto i conti anche su questo, scegliendo l’elettrico non solo per l’ambiente ma per un pacchetto di vantaggi concreti.

Eppure non dovremmo stupirci, perché nella culla italiana del cinema i copioni cambiano spesso, e l’accesso al cuore della Capitale rischia di diventare una sorta di abbonamento premium. Un colpo di magia politica per trasformare in un attimo quello che era un beneficio ecologico in un costo fisso.

Il Comune spiega che l’aumento delle auto a batteria e delle autorizzazioni ha saturato il sistema: troppe targhe registrate, troppe richieste, troppe auto che circolano dove dovrebbero essere poche e la povera ZTL, nata per limitare, prossima a diventare un club sempre più affollato.

Resterebbero gratuiti gli ingressi legati allo status: residenti, persone con disabilità, alcune categorie professionali, strutture alberghiere. Per tutti gli altri l’idea è meno auto, anche se elettriche, perché una strada congestionata è congestionata al di là dal tipo di motore. Punto e a capo.

Mild hybrid: verdi, ma non abbastanza

Se i proprietari di elettriche non sorridono, quelli delle mild hybrid ridono ancora meno. Per loro si profila la fine della sosta gratuita sulle strisce blu, con la motivazione tecnica di aiutare a ridurre i consumi, ma a fronte di uno scarso contributo ambientale. E visto che l’elettrico interviene poco e non consente vera marcia a zero emissioni in città, il risultato è parcheggio a pagamento. Promosse invece full hybrid e plug-in, che continuerebbero a sostare gratis.

Segnali di rivolta

Le opposizioni sono insorte accusando il comune di cambiare le regole del gioco a partita in corso: prima si incoraggiano gli acquisti verdi, poi si ritirano le agevolazioni quando i cittadini hanno già investito.

Anche le associazioni di categoria sono sul piede di guerra, con artigiani, commercianti e operatori della logistica che temono un aumento dei costi e ricadute sull’occupazione. C’è perfino chi studia class-action e azioni legali collettive, sia per le ZTL che per le strisce blu.

Roma non perdona

Oggi chi entra in ZTL senza registrare la targa paga circa 95 euro di multa, ridotti a poco più di 70 con pagamento rapido. Grazie al nuovo scenario, oltre alla sanzione resterebbe anche l’obbligo del pass annuale per chi vuole accedere regolarmente.

Nessuna deroga sulle auto termiche, ospiti poco gradite da tempo: se entrano in ZTL senza permesso, la multa diventa una certezza.

Un trend globale

Roma, in realtà, non è un caso isolato ma il tassello di un puzzle molto più ampio che tocca diversi Paesi in cui i governi stanno facendo i conti con una verità disarmante: se le auto non fanno più rifornimento di benzina o diesel, lo Stato incassa meno accise. E quei soldi servono.

Così, a macchia di leopardo spuntano tasse al km, imposte sulla ricarica, balzelli sul peso del veicolo, ritorni di IVA e bolli. Dal Regno Unito alla Svizzera, dalla Francia alla Norvegia, dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, l’auto elettrica sta passando da “figlia da incentivare” a “contribuente da inquadrare”, secondo il principio del chi usa la strada deve contribuire, indipendentemente dal carburante. Una logica difficile da contestare sul piano teorico, ma fastidiosa su quello pratico.

Il vero nodo: che città vogliamo?

Sotto la polemica si annida una domanda molto più grande: la mobilità sostenibile deve ridurre solo le emissioni o anche il numero di auto in circolazione? Perché sono due obiettivi diversi, e se lo scopo è soltanto l’aria pulita, allora l’elettrico è un alleato. Se invece si punta a liberare spazio urbano, anche le elettriche diventano “troppe” quando sono tante.

Gran finale, molto romano

Per ora siamo nel regno delle proposte, delle mozioni e delle minacce di azioni legali. Nulla è definitivo e tutto è ancora discutibile, specie a Roma, dove lamentarsi del traffico è uno sport cittadino.

Ma il dato sintomatico è che l’auto elettrica sta perdendo l’aura di intoccabile per diventare normale: un mezzo come tutti gli altri e per questo tassabile.

Smog e memoria, l’auto che danneggia il cervello

inquinamento
Inquinamento e Alzheimer, che cosa c’entra l’auto con il rischio demenza?

L’inquinamento urbano non danneggia solo i polmoni.

Nuove evidenze scientifiche sembrano collegare le polveri sottili al rischio di Alzheimer e il settore automotive è chiamato in causa più che mai.

L’aria delle città oltre a essere una questione ambientale e normativa, è ormai un tema sanitario globale che coinvolge direttamente anche il mondo dell’automobile.

Una nuova ricerca scientifica – pubblicata su “PLOS Medicinee rilanciata dalla stampa internazionale – suggerisce infatti che l’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico, in particolare al particolato fine PM2.5, possa contribuire in modo diretto allo sviluppo della malattia di Alzheimer e di altre forme di demenza.

Il dato è impressionante, in quanto lo studio ha analizzato quasi 28 milioni di persone over 65 negli Stati Uniti, seguite per circa vent’anni, trovando una maggiore incidenza di diagnosi nelle aree più inquinate.

Per il settore automotive, questo significa che le emissioni non sono solo una questione di CO₂ e cambiamento climatico, ma riguardano sempre più la salute neurologica della popolazione urbana.

Il particolato che arriva al cervello

Le polveri sottili PM2.5 sono particelle con diametro inferiore a 2,5 micrometri.

Esse rappresentano una delle principali componenti dell’inquinamento urbano legato al traffico.

Secondo gli autori della ricerca, l’esposizione cronica potrebbe influenzare direttamente il cervello attraverso infiammazione sistemica e neuroinfiammazione, stress ossidativo cellulare, alterazioni vascolari cerebrali e danno neuronale progressivo.

Anche se il nesso causale molecolare con le tipiche proteine dell’Alzheimer (beta-amiloide e tau) non è ancora completamente dimostrato, l’associazione epidemiologica appare robusta.

Non si tratta di un fenomeno isolato perché altri studi europei indicano che la riduzione dell’inquinamento atmosferico potrebbe contribuire a diminuire l’incidenza globale delle demenze.

Quanto pesa davvero il traffico

Nel dibattito pubblico si tende spesso a semplificare dando la colpa alle auto e al traffico.

In realtà il quadro è più complesso in quanto le principali fonti di PM2.5 nei centri urbani includono diverse fonti.

Fonte Contributo tipico urbano
Traffico stradale (scarico, freni, pneumatici…) 20-40%
Riscaldamento domestico 20-35%
Industria 10-20%
Agricoltura e ammoniaca secondaria variabile
Trasporto a lunga distanza degli inquinanti significativo

Tuttavia, il traffico rimane la fonte più visibile e politicamente sensibile, soprattutto nelle aree metropolitane europee e nella pianura Padana, una delle zone più inquinate del continente per condizioni orografiche e densità abitativa.

Che cosa sta cambiando

Il settore automobilistico sta vivendo una trasformazione tecnologica senza precedenti proprio per ridurre l’impatto sanitario delle emissioni.

I motori termici sono sempre più puliti, con le normative Euro 6d e le future Euro 7 che impongono limiti severissimi su particolato e ossidi di azoto.

Riescono a raggiungere questi limiti grazie a filtri antiparticolato GPF e DPF evoluti, sistemi SCR con AdBlue e gestione termica avanzata del motore.

Un’altra trasformazione è l’elettrificazione, cone le auto BEV che eliminano completamente le emissioni allo scarico, ma non del tutto il particolato totale, perché continuano a esserci usura degli pneumatici, polveri da frenata (anche se ridotte con la frenata rigenerativa) e la risospensione delle polveri stradali.

Infine, danno il loro positivo contributo anche i filtri abitacolo e la miglior qualità dell’aria interna.

Proprio quest’ultimo tema è sempre più centrale e alcuni costruttori utilizzano filtri HEPA automotive, sistemi di ionizzazione e sensori di qualità dell’aria con ricircolo automatico.

Per chi vive in città congestionate, l’auto può diventare paradossalmente uno spazio più protetto rispetto all’ambiente esterno.

La sfida delle smart city

La connessione tra inquinamento e declino cognitivo rafforza la necessità di politiche integrate tra mobilità e sanità pubblica.

Per esempio, con l’aumento di zone a basse emissioni (LEZ), l’elettrificazione del trasporto pubblico, la micromobilità, la gestione intelligente del traffico e un’urbanistica orientata alla riduzione degli spostamenti.

È di fondamentale importanza comprendere che non si tratta solo di una questione ambientale, ma di prevenzione sanitaria.

Il sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità mette a disposizione dati ufficiali sull’inquinamento atmosferico e i suoi effetti sulla salute.

Un paradosso tra progresso e vulnerabilità

L’automobile ha rappresentato per oltre un secolo libertà, sviluppo economico e progresso sociale.

Purtroppo oggi emerge con sempre maggiore evidenza il prezzo neppure tanto nascosto (quanto piuttosto ignorato) della mobilità intensiva, ossia un impatto negativo sulla salute collettiva.

Il fatto che l’inquinamento possa influenzare non solo cuore e polmoni, ma anche la memoria e l’identità delle persone, cambia ulteriormente la prospettiva con cui andrebbe affrontato il problema.

Non si tratta più soltanto di scegliere tra motore termico ed elettrico, ma di ripensare il concetto stesso di mobilità urbana: meno emissioni, meno traffico inutile, più tecnologia intelligente.

Perché il vero futuro dell’automobile non sarà solo a zero emissioni ma dovrà essere, necessariamente, a zero impatto sulla mente umana.

inquinamento
Nuovi studi collegano le polveri sottili allo sviluppo dell’Alzheimer, un problema per tutta l’umanità

Garrett, il turbo che allunga la vita alle auto di ieri

C’è una nuova frontiera nell’aftermarket automotive, e parla la lingua delle auto con qualche ruga in più.

Mentre il parco circolante europeo continua a invecchiare — complice il costo delle vetture nuove e una maggiore durata tecnica dei veicoli — cambia in modo inevitabile anche il modo di prendersene cura.

È in questo scenario che “Garrett Motion” lancia “Garrett Original MAXLIFE”, una linea di turbocompressori studiata su misura per le auto e i veicoli commerciali leggeri che hanno già superato i 15 anni di servizio ma non hanno alcuna intenzione di andare in pensione.

Un parco auto sempre più maturo

Il fenomeno è facilmente visibile per le strade di tutti i giorni, dove l’auto media è sempre più bene da preservare il più a lungo possibile.

E se un tempo superare il decimo anno significava avvicinarsi al capolinea, oggi molti modelli continuano a circolare ben oltre, sostenuti da manutenzione, ricambi e soprattutto dalla volontà dei proprietari di ammortizzare al massimo l’investimento iniziale. In parallelo, però, il valore residuo cala e con questo la disponibilità a sostenere riparazioni costose.

Un fenomeno che crea un problema: veicoli ancora funzionali ma mantenuti talvolta con componenti economici che rischiano di comprometterne affidabilità e prestazioni.

La scelta di Garrett è di inserirsi esattamente in questa zona grigia, proponendo una soluzione che promette di coniugare qualità tecnica e sostenibilità economica.

Qualità, ma con giudizio

MAXLIFE debutta come risposta a una domanda precisa: offrire ricambi affidabili per auto datate, ma ad un prezzo che sia coerente con il valore del veicolo.

La nuova linea è pensata per offrire standard qualitativi di livello OEM, ma con un posizionamento più accessibile rispetto ai ricambi destinati alle auto di ultima generazione, e le prime forniture sono già in viaggio verso distributori e officine europee, a dimostrazione di un mercato maturo a sufficienza per cogliere questo tipo di proposta.

Garrett porta in dote un bagaglio industriale fatto di decenni di esperienza nella sovralimentazione, con migliaia di ingegneri impegnati nello sviluppo e una presenza capillare nell’aftermarket globale.

Un know-how che, invece di restare confinato alle applicazioni più recenti, viene declinato per sostenere la longevità del parco auto esistente.

Dal punto di vista delle officine, l’arrivo di una linea dedicata ai veicoli anziani potrebbe semplificare non poco il dialogo con i clienti: offrire un ricambio riconoscibile per qualità ma economicamente sensato, significa ridurre il conflitto tra “riparare bene” e “spendere il giusto”.

La strategia multilevel

Il lancio di MAXLIFE, inoltre, completa una strategia aftermarket ormai organizzata su più livelli: da un lato i ricambi nuovi per i veicoli più recenti, dall’altro le soluzioni rigenerate, che intercettano chi cerca risparmio senza rinunciare agli standard tecnici, per finire con la terza via, pensata da Garrett per chi vuole semplicemente continuare a usare la propria auto in modo affidabile, senza dover mettere mano a investimenti sproporzionati.

Non è solo una questione economica, perché in un’epoca in cui sostenibilità significa anche allungare la vita dei prodotti, mantenere efficiente un’auto datata può essere una scelta razionale oltre che affettiva.

Ogni componente che prolunga il ciclo di vita di un veicolo contribuisce, indirettamente, a ridurre sprechi e consumo di risorse legate alla produzione di nuovi mezzi.

Detto in altro modo, l’auto “anziana” non è più un peso da accompagnare alla rottamazione, ma un bene da gestire con intelligenza.

Cina, la grande rivincita del pulsante

Per anni, l’industria dell’auto ha spacciato un’idea molto chiara di futuro, sforzandosi di immaginare abitacoli trasformati in salotti digitali, superfici lisce come tavoli da biliardo, schermi grandi quanto televisori e una fede religiosa nelle infinite possibilità del touchscreen.

Meno tasti, chissà poi perché, significa più progresso: una teoria che rimette al centro l’ancestrale paura di dipendere in tutto e per tutto dalle macchine. Perfino lo scrittore e poeta Henry David Thoreau si chiedeva preoccupato “Gli uomini sono diventati strumenti dei loro stessi strumenti”.

Peccato che sia vissuto alla metà dell’Ottocento, quando certe cose non c’erano ancora ma forse si immaginavano già.

Poi però qualcuno, mentre tentava di sbrinare il lunotto posteriore scorrendo tra cinque schermate diverse, si è accorto che la strada continuava a fare il suo mestiere inserendo curve, pioggia, traffico e le solite varie ed eventuali.

Ritorno ai comandi fisici

Così dalla Cina, il laboratorio mondiale dell’auto hi-tech, ha iniziato a farsi strada una proposta che suona quasi come nostalgica: e se rimettessimo i pulsantini fisici almeno per le funzioni essenziali di sicurezza?

Non proprio una guerra agli schermi, ma comunque una tirata d’orecchi al “touch” ad ogni costo.

È bene partire evitando gli equivoci: nessuno ha intenzione di spegnere i display, che anche negli anni a venire continueranno a gestire navigazioni, musica, mappe, app e quant’altro. Perché non sono gli schermi ad essere il problema, ma il fatto di rappresentare l’unica porta d’accesso anche per azioni che hanno bisogno di immediatezza e istinto.

Per essere ancora più chiari, qualcuno in Cina ha capito che in certe situazioni il guidatore non può permettersi di negoziare con un’interfaccia grafica con la stessa serenità di quando smanetta su un tablet sul divano di casa.

Verso nuove regole

La proposta, se diventerà norma definitiva, riguarderà le auto di nuova produzione a partire dal prossimo 1° luglio. Nessuna rivoluzione dall’oggi al domani, ma un cambio di direzione chiaro per l’industria, che si rende conto di dover tornare ai comandi reali per le principali funzioni di sicurezza, da attivare senza staccare gli occhi dalla strada e dover leggere icone o decifrare menu.

Così, azioni come segnalare una svolta, attivare le luci di emergenza o suonare il clacson non potranno dipendere da sottomenu digitali, come anche il selettore delle marce non potrà più essere affidato esclusivamente allo schermo: serviranno leve, selettori o pulsanti.

Lo stesso vale per sistemi come il mantenimento di corsia o il cruise control adattivo, che dovranno avere un comando diretto e immediato.

A questo si accoda il capitolo visibilità: tergicristalli, sbrinatore e disappannante rientrano tra quei comandi che, quando servono, servono subito.

Anche gli alzacristalli, la chiamata di emergenza e, sulle elettriche, l’interruttore generale di spegnimento dovranno restare operativi in modo semplice e diretto, persino nel caso in cui l’elettronica di bordo decida di fare i capricci o il sistema vada in crash.

La memoria, alleata potente

E non basterà nemmeno che il tasto esista, perché dovrà essere anche attivabile “alla cieca”, affidandosi alla “memoria tattile”, cioé la capacità di trovare e premere un comando senza guardarlo. Per questo viene indicata anche una dimensione minima, così da evitare micro-pulsanti da centrare con la precisione di un chirurgo.

Inoltre i comandi dovranno stare in posizioni fisse, perché un tasto che cambia posto nel tempo è quasi come non averlo.

Una frenata decisa rispetto al minimalismo estremo che ha dominato molte auto recenti, soprattutto le elettriche, che tendono a concentrare tutto su un grande schermo centrale. Una filosofia resa popolare da Tesla e poi seguita da numerosi marchi, inclusi giganti cinesi come BYD e Xiaomi, con interni simili ad astronavi.

Sicurezza prima di estetica

In pratica, da Pechino parte il messaggio che la bellezza minimalista non può essere l’unico criterio quando c’è di mezzo la sicurezza, e negli ultimi tempi le autorità cinesi hanno già preso posizione contro le maniglie a scomparsa, finite sotto accusa dopo incidenti in cui rendevano difficile l’accesso all’auto.

Ma anche i volanti in stile “yoke”, simili a cloche aeronautiche, sono nel mirino perché meno intuitivi nelle manovre di emergenza e potenzialmente problematici con gli airbag.

I nuovi standard

Il discorso si allarga poi alla guida assistita e automatizzata: per i sistemi di Livello 3 e Livello 4 si prospettano standard più severi, che costringeranno i costruttori a dimostrare, con prove documentate, che le loro tecnologie sono almeno sicure quanto un guidatore umano attento e competente.

Entra anche in gioco il concetto di “condizione di rischio minimo”: se il sistema fallisce o il conducente non risponde alla richiesta di riprendere il controllo, l’auto dev’essere capace di mettersi in sicurezza da sola, fermandosi in modo controllato. In parallelo si inizia a regolamentare anche l’assistenza remota, tassello chiave per il futuro dei robotaxi.

Calma, non significa che la Cina stia diventando allergica alla stessa tecnologia che ha imposto al mondo, ma è comunque una correzione di rotta, con l’innovazione che deve restare uno strumento e non trasformarsi in un ostacolo per l’automobilista, a cui la tecnologia piace. Ma apprezza ancora di più il “clic” di un pulsante.

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