Tra i tanti problemi dei tassisti non c’è l’Alzheimer

Taxis wait in London in June 2014. By law, the drivers of London's black cabs must memorize all of the city's streets, a process that takes years of study. The taxi drivers are opposed to Uber and drivers using a GPS, but the High Court ruled in favor of Uber last week.

Schiena, collo, gambe, braccia, piedi: sono le parti del corpo più soggette a problemi per la categoria dei tassisti. Lavoratori perennemente seduti in auto e immersi nel traffico, a stretto contatto con una società sempre più menefreghista, insensibile ed egoista. Per loro, i disturbi muscolo-scheletrici, le malattie cardiovascolari e lo stress sono conseguenze da mettere in conto dopo anni di carriera.

Pensare troppo fa bene

Ma secondo una recente ricerca scientifica realizzata da un team di scienziati di Harvard e pubblicata sul sito della rivista medica inglese “BMJ” (British Medical Journal), che ha analizzato il tasso di morte di oltre 433 categorie professionali, i tassisti risultano fra i pochi a sviluppare una forma di protezione di fronte ai rischi dell’Alzheimer. E il motivo, per assurdo, è lo stesso che provoca altri problemi: sottoporre la mente a continui ragionamenti sulle strade migliori da percorrere tiene sotto allenamento l’ipotalamo, struttura cerebrale fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio interno.

Per i tassisti londinesi sforzo doppio

Ma anche in questo caso, c’è chi fa meglio di altri. Secondo una celebre ricerca del 2000, i tassisti londinesi che attraversano senza sosta la capitale del Regno Unito a bordo degli sgraziati e leggendari “black cab”, sono risultati i lavoratori più immuni di tutti alla malattia degenerativa, e questa volta parte del motivo sarebbe “The Knowledge”, il terribile test professionale necessario per ottenere la licenza. Un passaggio considerato fra i più difficili al mondo che in genere richiede fra i tre e quattro anni di studio per imparare a memoria le 25mila vie e viuzze del centro di Londra, concentrate in un’area di 6 miglia intorno a Charing Cross, senza dimenticare tutti i luoghi di interesse e i percorsi migliori e più brevi per raggiungerli.

Il workout dell’ippocampo

Uno sforzo mnemonico così intenso da costringere ad un superlavoro l’ippocampo fino a renderlo di dimensioni maggiori rispetto alla normalità, come accertato dalle imaging cerebrali di centinaia di tassisti londinesi.

La recente analisi degli scienziati di Harvard è partita proprio da qui, perché l’ippocampo è la zona del cervello che presiede nella formazione della memoria spaziale e l’orientamento, ed è anche una delle prime regioni cerebrali ad atrofizzarsi nel decorso della malattia.

Neanche gli astronauti fanno meglio

Per arrivare alla conclusione, il team ha recuperato dai database del “National Vital Statistic System” i certificati di morte di circa 9 milioni di lavoratori di 433 professioni diverse morti fra il 2020 ed il 2022 e divisi per sesso, razza, gruppo etnico e livello di istruzione, riuscendo a estrapolare il numero di decessi collegati all’Alzheimer. Alla fine, la supposizione è diventata una prova lampante: dei 16mila tassisti passati a miglior vita nei due anni presi in esame, solo 171, l’1,3% del totale, risultavano vittime dell’Alzheimer. E una percentuale simile riguardava anche gli autisti di ambulanze: su 1.348 decessi soltanto 10 (lo 0,91%), erano riconducibili alla patologia neurodegenerativa.

Ma il dato più curioso è che il mestiere di tassista o autista di ambulanza non si discosta poi molto da quello dei camionisti, gli autisti di autobus, i piloti di aerei e nemmeno gli astronauti delle navette spaziali, ma nessuna di queste categorie risulta così attrezzata a livello cerebrale per tenere a bada la terribile malattia che ogni anno colpisce fra 6 e 7 milioni di persone in tutto il mondo.

Nuove prospettive per curare la malattia

La ricerca, pur essendo di tipo osservazionale, permette di immaginare nuovi tipi di terapie che siano in grado di anticipare l’insorgere della malattia attraverso sessioni costanti allenamento mentale. “Questi risultati non sono conclusivi, ma generano ipotesi: saranno necessarie ulteriori ricerche per concludere se il lavoro cognitivo richiesto per questo tipo di occupazioni influenzi il rischio di morte per Alzheimer e se le attività cognitive possano avere un potenziale effetto preventivo”.