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Hummer EV, l’elettrico in versione culturista

Vietato chiamarlo revival, operazione nostalgia o altre amenità simili, perché il ritorno del mitologico “Hummer” è come sempre una sfida, ma alle leggi della fisica.

Con il Model Year 2026, il colosso elettrico firmato “GMC” rilancia una delle icone più controverse della storia dell’automobile trasformandola in un supertruck a batteria da 1.160 CV, appena sufficienti per portare a spasso più di quattro tonnellate distribuite su oltre cinque metri di lunghezza.

Dal deserto alle colonnine di ricarica

Per comprendere la portata della trasformazione bisogna tornare alle origini, nel 1991, quando su decisione di George Bush senior, l’esercito statunitense sferra l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein.

È l’inizio dell’operazione “Desert Storm”, la guerra del golfo, un conflitto durato meno di un anno e ricordato nei libri di storia come “la prima guerra in mondovisione”.

È proprio l’impatto mediatico del conflitto a incuriosire il pianeta su quello che diventa il veicolo simbolo dell’ultimo conflitto del Novecento: l’HMMWV, acronimo di “High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle”, al netto della traduzione, “veicolo multifunzione su ruote ad alta mobilità”.

Un fuoristrada da ricognizione grande, grosso, rude e spartano come serve ai leggendari “Marines” americani, nato da una commessa dell’esercito USA alla “AM General”, marchio con sede nell’Indiana nato dalle ceneri della storica “Studebaker”.

Il clamore che si crea intorno all’Humvee, com’è chiamato, mette su il gusto alla AM General, che nel 1992 lancia l’Hummer H1, la versione civile dell’HMMWV.

Malgrado resti immenso e improponibile per le carreggiate stradali di mezzo mondo, con un imbarazzante V8 turbodiesel da 6,5 litri per 195 CV necessario per muoverlo e 134 km/h di velocità massima, l’Hummer diventa un successo planetario grazie anche all’endorsement di personaggi come Arnold Schwarzenegger, che sulla scia di “Terminator” è fra i primi a poterlo vantare in garage.

L’era di General Motors

Un’operazione che accende i radar di un colosso come “General Motors”, che nel 1991 acquisisce da AM General l’esclusiva del marchio “Hummer” lanciando sul mercato l’H2. Più adatto all’uso urbano, ma pur sempre un mezzo dai dati colossali: motore V8 benzina da 6.0 litri con 322 CV, che poco tempo dopo sale addirittura a 6,2 litri per 398 CV complessivi.

Le vendite aumentano, ma non ancora quanto spera GM: nel 2005 arriva l’H3, il più piccolo della famiglia ma pur sempre concepito per l’off-road no-limits, mosso da un “minuto” 3,7 litri benzina con 245 CV dai consumi sempre impegnativi.

Poi, la pesante crisi economica che piega anche il mondo dell’auto e l’inarrestabile incedere dei “Suv” nelle città scatena una crociata mondiale contro mezzi considerati inutili e dannosi per l’ambiente.

E neanche a dirlo, il simbolo dell’odio ecologista diventa l’Hummer in tutte le sue forme. Il finale è scontato: nel 2009 GM, ad un passo dalla bancarotta, comunica di essere in trattative con il marchio cinese “Sichuan” per cedere la divisione Hummer.

L’affare naufraga dopo meno di un anno, e su Hummer cala il sipario.

La rinascita avviene sotto il cappello di GMC, divisione della GM riservata a truck, furgoni e fuoristrada venduti negli States, che sceglie di non limitarsi a riesumare il nome storico ma di trasformarlo in laboratorio tecnologico per l’elettrico più estremo.

Il GMC “Hummer EV” viene svelato nell’ottobre 2020, dopo un teaser spettacolare trasmesso durante il “Super Bowl LIV”, con protagonista LeBron James.

Un lancio hollywoodiano per un mezzo che non ha mai cercato la discrezione.

Un colosso a batteria

Fin dall’inizio, l’Hummer EV punta sull’effetto wow. La Edition 1 propone tre motori elettrici per una potenza complessiva di 1.000 CV, autonomia intorno alle 350 miglia e pacchetto Extreme Off-Road con pneumatici da 35”, protezioni sottoscocca e telecamere UltraVision persino sotto il veicolo.

Le dimensioni sono da record: circa 5,25 metri di lunghezza, 2,38 metri di larghezza con gli specchietti e un peso superiore alle quattro tonnellate.

Non è l’elettrica più efficiente del mercato, ma certamente una delle più scenografiche. E nel 2026 la scenografia diventa ancora più imponente.

Una supercar in formato XXL

La versione 3X pick-up, equipaggiata con configurazione tri-motore e nuovo pacco batteria opzionale a 24 moduli, raggiunge quota 1.160 CV e una coppia dichiarata di 17.625 Nm e uno scatto 0-100 in circa 2,8 secondi.

Numeri da Porsche 911 GT3 o Chevrolet Corvette Z06, ma ottenuti con un pick-up che può trainare fino a oltre 5.450 kg nella versione 2X e mantenere comunque capacità di carico che sfiorano i 6.000 kg.

La batteria conserva una capacità attorno ai 205 kWh e, nella configurazione più generosa promette oltre 580 km di autonomia stimata.

L’efficienza, come sempre, resta il tallone d’Achille di un veicolo così imponente: con uno stile di guida brillante, i consumi possono ridurre sensibilmente la percorrenza reale. Diciamo così.

King Crab: il granchio diventa re

Se la potenza colpisce, la vera evoluzione tecnica del Model Year 2026 è la modalità “King Crab”. Rivisitazione della già nota “CrabWalk”, consente alle ruote posteriori di sterzare più rapidamente rispetto a quelle anteriori, migliorando la manovrabilità nei passaggi stretti e nelle situazioni off-road più impegnative.

In pratica, l’Hummer può muoversi in diagonale con maggiore agilità, affrontando rocce e percorsi tortuosi con una facilità sorprendente per un mezzo di queste dimensioni.

La funzione sarà disponibile di serie su 2X e 3X e arriverà anche sui modelli dal 2022 al 2025 tramite aggiornamento over-the-air.

Ulteriormente ritarate le sospensioni ad aria adattive per migliorare il comfort su strada, pur mantenendo la possibilità di sollevare l’assetto nelle situazioni estreme: il risultato finale è un mezzo che può arrampicarsi su terreni difficili e, poco dopo, scivolare silenzioso in autostrada.

Tecnologia e lusso in cabina

L’abitacolo riflette la doppia anima del progetto: i materiali privilegiano robustezza e resistenza, con superfici solide e dettagli ispirati all’esplorazione spaziale.

Il display centrale da 13,4” integra l’ecosistema Google, mentre il sistema “Super Cruise” aggiorna le funzioni grazie all’integrazione con Google Maps, offrendo assistenza nella scelta della corsia e guida con mani sul volante su tratte autostradali mappate.

La ricarica bidirezionale amplia ulteriormente le possibilità: l’Hummer EV può alimentare un altro veicolo compatibile oppure fornire energia a un’abitazione in caso di emergenza, trasformandosi in una power bank gigante.

L’eccesso elevato a stile

Al vertice della gamma si colloca la Carbon Fiber Edition, proposta in tiratura limitata per SUV e pick-up 3X.

Verniciatura esclusiva Magnus Gray Matte, cerchi da 22” in fibra di carbonio nera, inserti dedicati su specchietti e piastre paramotore, interni Velocity Ember con accenti rossi: ogni dettaglio è pensato per enfatizzare il senso di movimento e potenza.

Completano la gamma nuove tinte come Coastal Dune e Auburn Matte e combinazioni interne Granite Drift e Stealth Eclipse, per un livello di personalizzazione coerente con un listino che parte da circa 96.600 dollari per il 2X e supera i 104.700 per il 3X pick-up, ma atterra con facilità oltre i 110.000 dollari aggiungendo qualche optional.

Contraddizione allo stato puro

Enorme ma veloce, elettrico ma tutt’altro che minimalista, tecnologico fino all’ultimo bit ma fedele allo spirito muscolare delle origini.

L’Hummer EV non corre per vincere il concorso di auto più efficiente, né la più pratica.

Ma al contrario vuole essere la più potente, la più riconoscibile e la più teatrale, fedele al destino di chi sa di essere divisivo: ma che lo si ami o lo si detesti, ignorarlo è impossibile.

Sarà il cielo la nuova tangenziale

È vero, riuscire ad evitare il traffico congestionato è una di quelle cose che nella vita non ha prezzo. Almeno sulla carta, perché quando si scopre che l’opportunità esiste ma il prezzo anche, finisce che la rassegnazione prevale: meglio l’eterno supplizio di aspettare che i semafori diventino verdi che accendere un mutuo.

Eppure, per la prima volta, l’idea di sollevarsi sopra le code non è solo un esercizio di fantasia, ma un business con tanto di date, certificazioni e persino moduli per versare l’acconto.

Taxi volanti, si parte da Dubai

La nuova frontiera sta prendendo forma a Dubai, metropoli verticale per definizione. Qui “Uber”, la celebre piattaforma americana di servizi di trasporto, ha deciso di avviare entro quest’anno l’integrazione dei taxi aerei nella propria piattaforma.

Non sarà un’app separata ma un’opzione in più accanto a UberX e alle future auto a guida autonoma.

Il partner scelto è “Joby Aviation”, azienda statunitense specializzata in velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticale, i cosiddetti eVTOL.

I mezzi possono trasportare fino a quattro passeggeri e saranno condotti da piloti commerciali regolarmente abilitati. La certificazione finale è in fase avanzata presso la “Federal Aviation Administration”, passaggio imprescindibile.

A Dubai sono previsti quattro vertiporti strategici: uno presso l’aeroporto internazionale e altri in zone ad alta densità di traffico e turismo, tra cui Palm Jumeirah e il distretto universitario.

Il viaggio sarà pensato come un percorso: prenotazione via app, trasferimento a terra con servizio premium fino al punto di decollo, volo urbano sopra lo skyline e nuovo collegamento su strada fino alla destinazione finale.

Il prezzo non è stato ancora comunicato ed è difficile ipotizzare una tariffa popolare, ma da quelle parti non è un problema.

Helix, l’auto che non guida ma vola

Se Uber punta a organizzare il cielo urbano, negli Stati Uniti c’è chi ha deciso di vendere il volo direttamente al singolo cliente. “Helix”, sviluppato dalla californiana “Pivotal”, è già ordinabile a circa 190 mila dollari.

Dietro il progetto c’è un percorso iniziato nel 2009 da Marcus Leng, che già nel 2011 aveva fatto volare un primo prototipo funzionante.

Chiamarla “auto volante” è suggestivo, ma tecnicamente impreciso perché Helix non può circolare su strada: è un ultraleggero elettrico monoposto, interamente costruito in fibra di carbonio per contenere il peso intorno ai 115-160 kg a seconda delle configurazioni.

La struttura ad ala tandem integra otto motori elettrici distribuiti su due superfici alari, quattro anteriori e quattro posteriori. Non esiste un timone tradizionale: il controllo avviene modulando la potenza dei rotori fissi attraverso un joystick centrale.

L’autonomia supera di poco i 30 km, con una velocità di crociera vicina ai 100 km/h, la batteria da 8 kWh può essere ricaricata in circa 75 minuti con un sistema di livello 2, riportando la carica dal 20 al 95%.

Negli Stati Uniti rientra nella normativa sugli ultraleggeri, con restrizioni su altitudine, aree sorvolabili e condizioni operative.

Non è richiesta una licenza da pilota tradizionale, ma è previsto un percorso formativo specifico e il superamento di un esame generale.

Le ambizioni cinesi

Continuando a spostarsi sull’atlante, mentre in America si sperimenta il volo personale e a Dubai si pianifica il taxi aereo urbano, in Cina l’approccio è più decisamente industriale.

La “China Aerospace Science and Technology Corporation” ha effettuato il primo volo di un Vtol modulare composto da un’auto elettrica a due posti e da un modulo alare separabile con otto rotori.

In configurazione terrestre promette fino a 300 km di autonomia, mentre in modalità aerea può raggiungere i 150 km/h e salire fino a 3.000 metri di quota. Il sistema è pensato per adattarsi a diverse configurazioni operative, dal trasporto personale alla logistica leggera.

Non è ancora pronto per la commercializzazione, ma è l’indizio di una competizione globale sempre più serrata, con aziende come “XPeng” ed “EHang” già attive nello sviluppo di soluzioni analoghe.

Strada e cielo?

Ma prima di gioire è meglio aspettare, perché è improbabile che nel breve periodo le nostre città si svuotino di auto grazie ai velivoli elettrici: i costi restano elevati, le autonomie limitate e le infrastrutture ancora da costruire.

Forse continueremo ancora a lungo a guardare il semaforo aspettando il verde, ma sapere che esiste un’alternativa può cambiare la percezione del traffico: non è più un destino ineluttabile, ma una scelta legata a quanto un giorno saremo disposti a spendere per evitarlo.

Mini celebra il mito del 1965 a Monte Carlo con la Victory Edition

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La Mini 1965 Victory Edition rimanda alla storia del Rally Monte Carlo con tecnologia JCW - foto © Mini

Pochi luoghi al mondo riescono a evocare il motorsport con la stessa forza simbolica di Monte Carlo.

Tra tornanti ghiacciati, notti infinite e asfalto traditore, qui si è scritta una parte fondamentale della storia dell’automobilismo sportivo europeo.

Ed è proprio da questa memoria tecnica (e agonistica) che nasce la nuova edizione speciale firmata Mini, la 1965 Victory Edition, un ricordo a uno dei successi più importanti del marchio nei rally mondiali.

Infatti, nel 1965 la Mini Cooper S guidata da Timo Mäkinen e Paul Easter conquistò la vittoria al Rallye Monte-Carlo, dimostrando che grazie alla leggerezza era possibile superare le potenze ben superiori degli avversari.

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Sulle fiancate spicca il numero di gara della Mini vincente nel 1965 – foto © Mini

Oggi quella filosofia viene reinterpretata con tecnologie moderne, senza perdere l’anima racing originaria.

Un’auto dalla doppia anima tecnologica

La Mini 1965 Victory Edition è proposta in due varianti tecnicamente molto diverse ma concettualmente affini.

La prima è la Mini John Cooper Works con motore termico, la seconda è la All-Electric Mini John Cooper Works (ovviamente con powertrain elettrico) entrambe ad alte prestazioni.

Versione Potenza Coppia 0-100 km/h
JCW benzina 231 CV (170 kW) 380 Nm 6,1 s
JCW elettrica 258 CV (190 kW) n.d. 5,9 s

Dal punto di vista ingegneristico, il confronto è interessante.

La versione endotermica punta su una dinamica di guida tradizionale con erogazione progressiva e gestione del peso ottimizzata, mentre l’elettrica sfrutta la coppia immediata e una distribuzione delle masse tipicamente favorevole grazie al pacco batterie nel pianale. Due approcci diversi, con la stessa filosofia di “massimizzare” l’agilità.

Design retro con funzione aerodinamica

L’estetica non è solo nostalgia, la carrozzeria Chili Red con stripe bianca longitudinale richiama le livree anni Sessanta, ma l’insieme del design enfatizza la linea centrale della vettura, accentuando la percezione di larghezza e assetto ribassato.

Mini
foto © Mini

Il numero 52 sulle fiancate è il riferimento diretto alla vettura vincitrice del 1965, mentre il tetto Glazed White con vetro panoramico introduce un contrasto cromatico che alleggerisce visivamente il volume superiore della carrozzeria.

I cerchi (18” JCW Lap Spoke bicolore per la versione termica, 18” JCW Mastery Spoke neri per l’elettrica) sono stati progettati per ottimizzare rigidità strutturale e dissipazione termica dell’impianto frenante.

Si tratta di elementi cruciali nella guida sportiva su percorsi tortuosi.

I coprimozzi flottanti di ispirazione rallystica mantengono il logo sempre in posizione dritta, curioso dettaglio di attenzione estrema alla cura del particolare.

Ergonomia sportiva per gli interni

L’abitacolo combina tradizione racing e tecnologia digitale contemporanea.

La palette cromatica antracite-rosso segue la logica funzionale tipica del motorsport, un contrasto elevato per migliorare la percezione visiva dei comandi.

Elementi distintivi sono il battitacco con grafica “1965”, il volante sportivo, i dettagli commemorativi sulla console, la cover della chiave con lo storico numero di gara.

Mini
foto © Mini

Si tratta di piccoli interventi, progettati per mantenere costante il richiamo emozionale all’eredità sportiva del marchio, un aspetto spesso sottovalutato ma centrale nella progettazione dell’esperienza di guida percepita.

Heritage come piattaforma di innovazione

Dal punto di vista industriale, questa edizione speciale rappresenta un interessante caso di studio.

Infatti, l’heritage non è utilizzato come semplice operazione marketing, ma come piattaforma narrativa per introdurre tecnologie contemporanee, in particolare l’elettrificazione ad alte prestazioni.

E il parallelismo con la Mini originale è coerente.

Mini 1965 Mini 2026
Peso ridotto Ottimizzazione masse
Trazione efficace su fondi difficili Controlli elettronici avanzati
Agilità superiore Torque vectoring e assetto sportivo
Motore compatto Powertrain elettrico integrato

In entrambi i casi la chiave non è la potenza assoluta, ma l’efficienza dinamica.

Memoria come acceleratore del futuro

L’edizione sarà disponibile in Europa a partire da maggio 2026, ovviamente destinata soprattutto agli appassionati di motorsport e ai clienti più sensibili alla storia del marchio.

La Mini 1965 Victory Edition dimostra che certe automobili moderne sono certamente oggetti tecnologici, ma anche un continuo rimando alla memoria collettiva.

Nel passaggio dall’endotermico all’elettrico, ciò che resta invariato non è il motore, ma la filosofia progettuale.

In fondo, i tornanti innevati di Monte Carlo continuano a vivere dentro ogni nuova Mini, non come nostalgia, ma un po’ come linee guida.

Mini
foto © Mini

#FORUMAutoMotive 2026, laboratorio del futuro dell’auto

Forum

Il conto alla rovescia è iniziato.

Il 23 e 24 marzo Milano ospiterà una nuova edizione di #FORUMAutoMotive, l’appuntamento che negli anni è diventato uno dei punti di riferimento del dibattito automotive italiano.

Non si tratta di un semplice convegno, ma di una piattaforma di confronto tra industria, politica, consulenti strategici e protagonisti della filiera, in questa fase che molti definiscono spartiacque per l’automotive.

L’edizione 2026 arriva in un contesto particolarmente delicato.

Le imminenti decisioni europee sulla revisione del Green Deal, la competizione tecnologica con la Cina, le tensioni industriali e occupazionali e l’evoluzione delle tecnologie di propulsione rendono il settore auto uno dei terreni più complessi dell’economia contemporanea.

Per partecipare e seguire il programma completo è possibile consultare il sito ufficiale.

Un mercato al bivio, tecnologia contro ideologia

Il titolo della sessione di apertura è “Automotive 2026, la svolta è adesso: non c’è più tempo!”.

Sintetizza bene il clima che si respirerà durante la prima giornata, prevista il 23 marzo in streaming. Il nodo centrale riguarda la sostenibilità industriale della transizione energetica.

Dal punto di vista tecnico, il settore si trova a dover gestire contemporaneamente l’elettrificazione accelerata delle gamme, lo sviluppo di nuove architetture software-defined vehicle, gli investimenti nelle batterie di nuova generazione, la riconversione della supply chain tradizionale e il mantenimento della competitività globale.

Il problema è che la tempistica normativa europea potrebbe non essere allineata ai tempi industriali necessari per una trasformazione così radicale.

Dal confronto tra esponenti politici, industriali e sindacali emergeranno gli impatti concreti su riconversione piattaforme ICE in BEV, nuove competenze software e power electronics, batterie, semiconduttori, AI e prezzo dei veicoli elettrici.

Sfida tecnologica tra Europa e Cina

Uno dei momenti più attesi della seconda giornata sarà invece il focus sulla competizione tra Europa e Cina.

Si tratta di un tema divenuto centrale per comprendere il futuro dell’automotive globale.

Dal punto di vista tecnico, il vantaggio cinese si concentra su alcuni fattori chiave come integrazione verticale nella filiera batterie, velocità di sviluppo software, piattaforme elettriche native, economie di scala industriali e forte supporto statale.

Dal canto suo, l’Europa mantiene la leadership in ingegneria veicolo e sicurezza, dinamica di guida, qualità costruttiva, design automobilistico e tecnologie premium.

Il confronto non sarà industriale e anche culturale.

Due modelli di innovazione differenti che stanno convergendo verso lo stesso obiettivo, la mobilità del futuro.

Il ruolo strategico dei dati e dell’intelligenza artificiale

Un altro tema centrale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale nel settore automotive.

L’auto contemporanea è sempre più un sistema digitale su ruote, dove il valore non deriva solo dall’hardware ma dal software.

Le principali aree tecnologiche coinvolte includono sistemi ADAS e guida autonoma, predictive maintenance, gestione energetica intelligente, infotainment personalizzato e aggiornamenti OTA (Over-The-Air).

L’evoluzione verso i software-defined vehicles rappresenta una rivoluzione paragonabile al passaggio dall’analogico al digitale nell’elettronica di consumo.

Scenari per il futuro dell’industria europea

Il confronto tra società di consulenza internazionali offrirà una visione quantitativa sulle possibili traiettorie del mercato europeo.

Tra gli scenari possibili la transizione elettrica accelerata con forte supporto pubblico, l’approccio multi-tecnologico (elettrico, ibrido, e-fuel, idrogeno), il rallentamento normativo per proteggere l’industria europea e il consolidamento industriale con fusioni e alleanze.

La scelta della direzione influenzerà non solo l’automotive, ma l’intero sistema economico europeo.

Il confronto finale tra mobilità, sicurezza e istituzioni

La chiusura dei lavori toccherà temi cruciali come sicurezza stradale, mobilità urbana, formazione dei giovani nel motorsport, evoluzione normativa e ruolo delle istituzioni nel cambiamento tecnologico.

Argomenti che collegano direttamente innovazione tecnica e impatto sociale della mobilità.

L’automotive sé di fronte a una trasformazione sistemica in diversi ambiti, industriale, energetica, digitale e culturale.

Il futuro dell’auto non è solo tecnologia

Eventi come #FORUMAutoMotive dimostrano che il futuro della mobilità non dipende esclusivamente dalle batterie, dai motori o dagli algoritmi.

Ma soprattutto dalle scelte collettive, politiche, industriali e culturali.

L’automobile è sempre stata uno specchio della società. Oggi più che mai riflette tensioni, paure, ambizioni e visioni del futuro.

La vera domanda non è quale tecnologia vincerà, ma quale equilibrio riusciremo a costruire tra sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e libertà di movimento.

Perché, in fondo, la mobilità non è solo un mezzo per andare da un punto A a un punto B, ma è una delle espressioni più profonde della libertà umana.

Sostenibili, piccole, elettriche… ma invisibili per Bruxelles

Microlino
Secondo Microlino, il nuovo sistema europeo dei crediti CO₂ favorisce le city car M1e ma esclude le microcar L7e - foto © Microlino

La presa di posizione di Micro Mobility Systems nei confronti dell’Europa è chiara.

L’UE vuole accelerare la transizione verso la mobilità elettrica, ma rischia paradossalmente di penalizzare proprio i veicoli più efficienti dal punto di vista energetico e urbano.

È questa l’opinione dell’azienda che produce la Microlino, in merito al nuovo sistema europeo dei crediti verdi in fase di definizione normativa.

Secondo Micro Mobility Systems l’introduzione della nuova categoria M1e – pensata per le city car elettriche compatte sotto i 4,20 metri – rappresenta un passo avanti solo apparente.

Mentre queste vetture beneficeranno di “supercrediti” nel calcolo delle emissioni di flotta e potranno partecipare ai meccanismi di fleet pooling, la categoria L7e (che comprende quadricicli pesanti elettrici come la Microlino) resterà esclusa.

Una scelta che, nella visione del costruttore, genera una distorsione competitiva strutturale.

Come funziona il meccanismo di crediti verdi e fleet pooling

Il sistema dei crediti CO₂ nasce per consentire ai costruttori con emissioni elevate di compensare parte del proprio impatto acquistando quote da produttori a zero emissioni.

Microlino
foto © Microlino

È un meccanismo già utilizzato su scala globale tra grandi gruppi automobilistici, e rappresenta uno degli strumenti economici più rilevanti per accelerare la decarbonizzazione del settore.

Con la nuova impostazione europea i costruttori M1e potranno generare crediti aggiuntivi grazie a coefficienti premiali, tali crediti potranno essere venduti ad altri produttori tramite fleet pooling mentre i veicoli L7e resteranno invece esclusi dal sistema.

Il Microlino-pensiero è chiaro. Dal punto di vista industriale aziende che producono esclusivamente elettrico ma nella categoria dei quadricicli non potranno accedere a una leva economica strategica che invece sarà disponibile per i grandi costruttori, anche se questi continuano a vendere modelli con motori a combustione.

Il nodo tecnico

Il punto centrale della critica riguarda l’efficienza energetica complessiva dei veicoli urbani.

Le microcar L7e presentano valori di consumo e impatto materiale significativamente inferiori rispetto alle automobili tradizionali, anche elettriche.

Microcar L7e City car M1e
Lunghezza tipica ~2,5 m 3,5–4,2 m
Massa 450–600 kg 1.200–1.600 kg
Consumo medio 6–10 kWh/100 km 13–17 kWh/100 km
Materiali impiegati molto ridotti significativamente superiori
Occupazione spazio urbano minima standard automobilistica

Dal punto di vista ingegneristico, la riduzione di massa resta uno dei fattori più determinanti per l’efficienza energetica di un veicolo elettrico.

Meno peso significa batterie più piccole, minori perdite per inerzia e minore usura dei componenti.

È quindi incomprensibile e incoerente secondo Microlino escludere proprio i veicoli più leggeri dai meccanismi.

Impatto industriale, il caso produttivo italiano

La Microlino viene prodotta a Torino in uno stabilimento di 5mila mq alimentato da pannelli fotovoltaici, con una filiera europea all’80% e oltre la metà dei fornitori localizzati in Italia.

Il progetto ha comportato investimenti superiori ai 150 milioni di euro complessivi, circa 100 dei quali nel nostro Paese, e impiega decine di addetti specializzati.

Dal punto di vista tecnico, Microlino presenta soluzioni inusuali per la categoria L7e come il telaio monoscocca in acciaio e alluminio (simile a quello automobilistico), una rigidità torsionale elevata rispetto ai quadricicli tradizionali, la riduzione del numero di componenti del 50% rispetto a un’auto convenzionale, un ciclo produttivo integrato con processi robotizzati di lastratura e assemblaggio.

Queste caratteristiche, unite alla massa contenuta, rappresentano uno dei punti su cui l’azienda fonda la propria richiesta di inclusione nel sistema dei crediti.

La posizione di Micro Mobility Systems

Secondo quanto dichiarato da Michelangelo Liguori, General Manager della divisione italiana, la categoria L rappresenterebbe “la soluzione più proporzionata alla mobilità urbana europea”, proprio per dimensioni, efficienza e utilizzo di risorse.

L’esclusione dal sistema dei crediti, nella visione aziendale, rischierebbe di sostenere modelli più grandi e più “energivori”, creando una contraddizione rispetto agli obiettivi dichiarati di riduzione delle emissioni.

Per questo motivo l’azienda auspica che la Commissione Europea possa rivedere il provvedimento prima dell’approvazione definitiva, includendo anche i veicoli L7e nel nuovo impianto regolatorio.

Una questione di coerenza tecnologica

Al di là della singola posizione industriale, la questione solleva un tema più ampio: quale mobilità elettrica vuole realmente incentivare l’Europa?

Microlino
foto © Microlino

Negli ultimi anni il dibattito tecnico si è concentrato soprattutto sulla sostituzione dei powertrain termici con quelli elettrici, ma meno attenzione è stata dedicata alla riduzione complessiva di massa, dimensioni e consumo di risorse.

Si tratta di parametri che incidono in modo determinante sull’impronta ambientale lungo l’intero ciclo di vita del veicolo.

Le microcar elettriche rappresentano, in questo senso, un approccio radicalmente diverso: non semplicemente elettrificare l’automobile tradizionale, ma ripensare il concetto stesso di mobilità urbana.

Il futuro delle città passa dalle dimensioni

Le città europee stanno cambiando.

Spazi più limitati, traffico crescente, necessità di ridurre emissioni e consumi energetici impongono una riflessione profonda sul rapporto tra veicolo e ambiente urbano.

Forse la domanda più importante non è solo quanto un veicolo inquini, ma quanto sia proporzionato all’uso reale che ne facciamo ogni giorno.

Se la mobilità del futuro sarà davvero sostenibile, probabilmente non dipenderà soltanto dalla tecnologia delle batterie o dei motori, ma dalla capacità di progettare mezzi più piccoli, leggeri e intelligenti.

In parole semplici, strumenti che occupino meno spazio, consumino meno energia e si integrino meglio nel tessuto delle città.

In questo scenario, il dibattito aperto oggi potrebbe rivelarsi molto più di una questione normativa.

Potrebbe essere un passaggio decisivo nel modo in cui immaginiamo il nostro modo di muoverci domani.

Microlino
foto © Microlino

Otto marce automatiche verso il futuro con ZF e BMW

ZF
Accordo tra ZF e BMW per il futuro del cambio automatico 8HP - foto © ZF

Il cambio automatico non è affatto una tecnologia matura.

Anzi, nel pieno della transizione energetica continua a evolversi, diventando uno degli elementi chiave per ottimizzare efficienza, prestazioni e integrazione con le nuove architetture elettrificate.

È proprio su questa visione che si fonda il nuovo accordo pluriennale tra ZF Friedrichshafen AG e BMW Group, firmato tra Friedrichshafen e Monaco di Baviera, con validità fino al 2030 e un valore di diversi miliardi di euro.

Al centro dell’intesa c’è lui, il celebre cambio automatico a otto rapporti 8HP, una delle trasmissioni più diffuse e tecnicamente raffinate dell’industria automobilistica contemporanea, che sarà ulteriormente sviluppato con particolare attenzione alle motorizzazioni elettrificate e ibride.

Un’alleanza strategica in un settore in trasformazione

Secondo Mathias Miedreich, CEO di ZF, l’accordo rappresenta un segnale forte in termini di innovazione e sostenibilità in un momento di cambiamento radicale per l’industria automotive.

La collaborazione con BMW non nasce oggi, perché il costruttore bavarese è stato tra i principali utilizzatori dell’8HP sin dalla sua introduzione, contribuendo alla sua evoluzione applicativa su numerose piattaforme longitudinali.

Dal punto di vista industriale, l’accordo offre due vantaggi fondamentali.

Innanzitutto la stabilità di pianificazione per entrambe le aziende e quindi la continuità nello sviluppo tecnologico della piattaforma di trasmissione.

In un mercato caratterizzato da incertezza normativa e rapida evoluzione tecnologica, questi elementi rappresentano un fattore competitivo decisivo.

Perché resta una tecnologia chiave

L’8HP è considerato uno dei benchmark mondiali tra le trasmissioni automatiche con convertitore di coppia.

Il suo successo deriva da una combinazione di fattori tecnici che vanno dall’architettura compatta e modulare all’elevata capacità di coppia trasmissibile, dalla rapidità di cambiata comparabile ai doppia frizione all’efficienza meccanica molto elevata e alla facilità di integrazione con sistemi ibridi.

Nel tempo, ZF ha sviluppato numerose varianti dell’8HP, adattandolo ai veicoli mild hybrid 48 V, ai Full hybrid, ai Plug-in hybrid e alle motorizzazioni endotermiche ad alte prestazioni.

La nuova generazione prevista dall’accordo con BMW punterà soprattutto sull’integrazione elettrica e sull’ottimizzazione energetica.

Verso la trasmissione elettrificata intelligente

Il responsabile delle tecnologie di trazione elettrificata di ZF, Sebastian Schmitt, ha sottolineato come gli orizzonti di lungo periodo siano fondamentali per guidare l’innovazione.

Questo significa che la futura evoluzione dell’8HP non sarà un semplice aggiornamento, ma una piattaforma profondamente ripensata per le nuove esigenze della mobilità.

Numerose le direzioni di sviluppo probabili.

Prima di tutto l’integrazione di motori elettrici sempre più potenti. Le trasmissioni ibride richiedono unità elettriche compatte ma ad alta densità di potenza integrate nel cambio – architetture P2 e P2.5.

L’obiettivo è migliorare il recupero energetico, il boost in accelerazione e l’efficienza complessiva del powertrain.

La seconda direzione è la riduzione delle perdite meccaniche, con nuovi materiali, trattamenti superficiali e lubrificanti avanzati che permettono di ridurre gli attriti interni, migliorando consumi ed emissioni.

Infine, software e controllo predittivo grazie ai quali il cambio diventa sempre più un sistema meccatronico intelligente, integrato con navigazione, sensori ADAS e strategie predittive di guida.

Tutto questo consente di ottimizzare le cambiate in funzione del percorso e dello stile di guida.

Trasmissione automatica evoluta vs. soluzioni elettriche pure

Automatico 8HP elettrificato Trasmissione EV a rapporto fisso
Efficienza ad alta velocità Molto elevata Limitata dal regime motore
Versatilità applicativa Altissima Media
Comfort di guida Eccellente Buono
Costi industriali Competitivi su piattaforme esistenti Elevati su nuove piattaforme
Compatibilità endotermico Totale Nulla

Il concetto chiave della mobilità futura

L’accordo tra ZF e BMW riflette un principio sempre più diffuso tra i costruttori, quello della neutralità tecnologica.

Non esiste una sola soluzione per decarbonizzare la mobilità, ma un ecosistema di tecnologie complementari come motori endotermici sempre più efficienti, ibridi avanzati, elettrico a batteria, possibili soluzioni a idrogeno.

In questo contesto, una trasmissione modulare e adattabile diventa un elemento strategico.

Uno sguardo oltre la tecnica

Per ZF, l’accordo consolida la posizione di fornitore globale di sistemi di trasmissione ad alto contenuto tecnologico, rafforzando la pianificazione industriale in un periodo di transizione complessa.

Per BMW, invece, significa poter contare su una tecnologia collaudata ma evolvibile, mantenendo flessibilità produttiva tra diverse tipologie di powertrain.

Il cambio automatico a otto rapporti è nato in un’epoca dominata dal motore termico, ma oggi si prepara a vivere una seconda giovinezza nell’era dell’elettrificazione.

È un paradosso solo apparente: l’innovazione non cancella necessariamente il passato, spesso lo trasforma.

In fondo, la mobilità del futuro non sarà fatta di rivoluzioni improvvise, ma di evoluzioni intelligenti, dove meccanica, elettronica e software convivranno in equilibrio. E forse proprio questa capacità di adattamento, più che la tecnologia in sé, sarà il vero motore della trasformazione automobilistica.

Suzuki Swift Sakura, quando il mild hybrid incontra Sanremo

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Suzuki a Sanremo 2026 con la Swift Sakura, protagonista tra musica e tecnologia - foto © Suzuki

Quando si accendono le luci del teatro Ariston e quasi tutta l’Italia dimentica i problemi quotidiani e si ferma davanti alla TV, non c’è solo la musica a prendersi la scena, ma anche un po’ l’automobile.

Infatti, anche la mobilità trova spazio nella narrazione del Festival grazie a Suzuki, che da qualche anno è sponsor e auto ufficiale del Festival di Sanremo.

Una presenza che il brand ha sfruttato per fa sì che non fosse soltanto marketing, ma parte di una strategia comunicativa articolata.

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Dal Suzuki Stage in piazza Colombo alle clip social, fino alla mobilità operativa degli artisti e degli addetti ai lavori, sempre compare Swift, la compatta ibrida giapponese simbolo di un approccio tecnologico pragmatico e coerente con il posizionamento del marchio.

L’auto della musica italiana

La Swift Hybrid – vettura scelta per accompagnare il Festival – è uno dei modelli più rappresentativi della gamma europea si Suzuki.

Il “cuore” della piccola auto è il sistema mild hybrid a 12 volt SHVS (Smart Hybrid Vehicle by Suzuki).

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Questa soluzione integra un motore benzina tre cilindri aspirato di ultima generazione, l’Integrated Starter Generator (ISG) con funzione di supporto in accelerazione, una batteria agli ioni di litio compatta e la possibilità di recuperare tanta energia in decelerazione.

A differenza dei full hybrid, l’architettura mild hybrid non consente la marcia in elettrico puro, ma riduce consumi ed emissioni attraverso l’assistenza elettrica al motore termico e la gestione intelligente delle fasi di carico.

Una filosofia tecnica coerente con la tradizione Suzuki fatta di efficienza meccanica e semplicità costruttiva.

Motore benzina 1.2 Propulsione principale Efficienza e leggerezza
ISG elettrico Avviamento e boost coppia Riduzione consumi
Batteria Li-ion Accumulo energia recuperata Supporto accelerazione
Sistema Start&Stop evoluto Spegnimento intelligente Minori emissioni urbane

Questo approccio – meno complesso rispetto ai sistemi full hybrid o plug-in – consente vantaggi concreti in termini di peso, costi industriali e accessibilità economica, mantenendo comunque un miglioramento tangibile nei cicli urbani reali.

La compatta che pensa in grande

La nuova generazione Swift introduce anche una base tecnica evoluta, con una piattaforma ottimizzata per la rigidità torsionale e la riduzione delle vibrazioni.

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Per quanto riguarda gli ADAS Swift offre la frenata automatica con riconoscimento di pedoni e ciclisti, il mantenimento attivo della corsia, il cruise control adattivo, il monitoraggio dell’attenzione del conducente, telecamera e radar millimetrico combinati.

Una dotazione che testimonia come il segmento B europeo stia rapidamente convergendo verso livelli di assistenza alla guida un tempo riservati a categorie superiori.

Dal palco del marketing alla città con Sakura

La presenza Suzuki a Sanremo non si limita al ruolo di fornitore di auto.

Il Suzuki Stage rappresenta ormai uno degli hub mediatici più riconoscibili della manifestazione, contribuendo a trasformare il Festival in un evento diffuso e multicanale.

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foto © Suzuki

Questa strategia riflette un cambiamento nel marketing automotive contemporaneo.

Non parliamo solo più di semplice product placement, ma della costruzione di una “narrativa” che connetta tecnologia, intrattenimento e lifestyle.

Alla vigilia del Festival è stata presentata anche una versione dedicata, Swift Hybrid Sakura, caratterizzata da elementi estetici esclusivi e dotazione completa basata sull’allestimento top con cambio CVT.

Un’operazione che dimostra come eventi culturali possano diventare piattaforme di lancio prodotto, soprattutto per modelli a forte vocazione urbana e simbolica.

Una serie speciale tra stile giapponese e tecnologia urbana

La Suzuki Swift Hybrid Sakura rappresenta una declinazione esclusiva della compatta mild hybrid.

È stata sviluppata sulla base dell’allestimento 1.2 Hybrid AT Top e pensata per celebrare il legame tra il marchio e il Festival di Sanremo.

Il nome richiama la fioritura dei ciliegi giapponesi (simbolo di bellezza ed eleganza) ed è proposta in una livrea bi-color unica che abbina il Bianco Artico Metallizzato al raffinato Oro Rosa su tetto, specchietti e dettagli estetici, con ideogrammi dedicati sui montanti posteriori.

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L’ideogramma Sakura sul montante posteriore della nuova versione di Swift – foto © Suzuki

Anche l’abitacolo riprende questa armonia cromatica con inserti coordinati su plancia, pannelli porta e console centrale.

Dal punto di vista tecnico, la Sakura mantiene la meccanica della Swift Hybrid con il motore 1.2 tre cilindri Dualjet mild hybrid 12V da 81 CV, il sistema ISG con recupero energetico, il cambio automatico CVT e trazione anteriore.

Garantisce consumi WLTP nell’ordine di 4,4-4,9 l/100 km ed emissioni di CO₂ intorno ai 99-106 g/km.

Numeri che confermano l’efficienza del powertrain, capace di raggiungere un rendimento termico prossimo al 40%, valore significativo per un motore aspirato di piccola cilindrata.

La dotazione di serie è particolarmente ricca per il segmento B.

Passiamo dai cerchi in lega da 16” ai fari full LED, dal climatizzatore automatico ai sedili anteriori riscaldabili, dall’infotainment con Apple CarPlay e Android Auto wireless alla ricarica smartphone a induzione. Inoltre, dispone del pacchetto completo di ADAS con frenata automatica, cruise control adattivo e mantenimento corsia.

Il risultato è una compatta che unisce personalità estetica, contenuti tecnologici e facilità d’uso urbana, mantenendo quella filosofia Suzuki fatta di leggerezza, efficienza e concretezza ingegneristica che rappresenta uno dei tratti distintivi del marchio.

Dal Festival alla mobilità quotidiana: un ponte culturale

C’è un aspetto interessante che emerge osservando questa partnership nel tempo.

Sanremo rappresenta tradizione, emozione collettiva e identità nazionale. L’automobile, invece, è tecnologia, ingegneria e mobilità individuale.

Suzuki riesce a mettere in relazione questi due mondi spiegando che mobilità non è solo spostamento, ma esperienza condivisa.

In un’epoca in cui l’automobile vive una trasformazione radicale (elettrificazione, digitalizzazione, normative ambientali) legare un prodotto a un evento sociale così radicato significa anche rassicurare il pubblico.

Il messaggio che emerge è che la tecnologia può evolvere senza perdere il legame con la quotidianità e con le emozioni.

E forse è proprio questo il vero significato della Swift che accompagna gli artisti verso il palco.

Non solo un mezzo, ma il simbolo della transizione tra presente e futuro, tra tradizione e innovazione.

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foto © Suzuki

Addio alla leva del cambio, benvenuto all’ennesimo algoritmo

Per interi decenni, saper usare la frizione faceva curriculum, oggi invece rischia di fare folklore. Mentre le sportive sfoggiano cavallerie da centrale elettrica e dialogano con l’iperspazio, il cambio manuale rischia più o meno la fine di un vecchio Nokia anni ‘90: forse indistruttibile, certamente affascinante, ma terribilmente “boomer”.

E se a dirlo non è un algoritmo dispettoso ma il capo di “BMW M”, la divisione ad alte prestazioni del blasonato marchio tedesco, allora è il caso di iniziare a salutare con rispetto il terzo pedale.

Frank van Meel, numero uno della divisione dell’apice sportivo di BMW, come riportano diversi siti stranieri, è stato piuttosto diretto: dal punto di vista ingegneristico, il cambio manuale “non ha davvero più senso”.

Tradotto dal managerese: è una questione di cuore e non di testa, ed è quasi inutile aggiungere che nei consigli di amministrazione il cuore normalmente va depositato fuori prima di entrare.

Il dato che fa rumore

Verrebbe voglia di spiegare a herr Van Meel che i puristi della guida non sono ancora una specie in via d’estinzione da chiudere nelle teche di un museo, e per di più, nel 2025 circa il 40% dei clienti “M” ha scelto ancora il manuale. E andando ancora più indietro, almeno fino al 2022, il 50% dei preordini della M2 era di versioni con tre pedali.

Eppure, dal quartier generale bavarese la musica che arriva è diversa, perché il vero problema non è solo quanta gente vuole conservare la leva del cambio, ma quanto costa tenerla in vita.

Van Meel lo ha spiegato senza girarci troppo intorno: sviluppare un nuovo cambio manuale oggi è un investimento difficile da giustificare.

Il segmento è piccolo, i fornitori non sono entusiasti di progettare nuove trasmissioni e, se i grandi produttori smettono di investire, per un singolo marchio sobbarcarsi tutto il gioco diventa economicamente poco sostenibile. Il romanticismo non paga le fatture dei reparti ricerca e sviluppo, fin troppo chiaro.

Tecnica batte nostalgia

Sul banco degli imputati non c’è solo il bilancio, ma anche la fisica: i moderni motori turbo, ibridi ed elettrificati, scaricano a terra coppie sempre più elevate.

E le trasmissioni automatiche – doppia frizione o convertitore di coppia che sia – sono di gran lunga più rapide, efficienti e disposte a dialogare in modo più efficace con gli ADAS. E questo senza contare le normative sulle emissioni che diventano sempre più stringenti.

Il cambio manuale, al confronto, limita la coppia gestibile e complica l’ottimizzazione dei consumi, e in un’epoca in cui le sportive superano con disinvoltura potenze che una volta appartenevano soltanto alle supercar, chiedere a una frizione tradizionale di reggere il passo è come pretendere che una vecchia cabina telefonica riesca a sopportare il traffico dati del 5G.

Ultima, ma solo per caso, l’elettrificazione: se il futuro è fatto di motori elettrici e sistemi ibridi complessi, la frizione rischia di sembrare un reperto del mesozoico.

Ancora due anni (forse)

La buona notizia, per chi sente ancora il bisogno di “fare doppietta” anche solo per andare a prendere il pane, è che il manuale non sparirà domani mattina. BMW M prevede di mantenerlo in gamma per i prossimi due anni, ma da lì in poi il terreno si farà scivoloso.

Attualmente le opzioni a tre pedali resistono su quattro modelli: M2, M3, M4 e Z4 (con l’Handschalter Package), ma l’ultima dell’elenco ha già un piede fuori dalla porta: uscirà di scena entro la fine di quest’anno senza che sia prevista una vera erede.

Nel frattempo BMW lavora alla nuova M3 e alla prossima Serie 3, con architetture sempre più digitali e orientate verso l’elettrificazione, rendendo legittimo il dubbio: il manuale riuscirà a superare i nuovi test di omologazione e ad integrarsi con piattaforme nate per essere iperconnesse e assistite?

La sensazione è che la risposta sia scritta a matita, ma con la gomma già pronta.

La bizzarria del marchio M

L’atelier sportivo BMW è nato ed è diventato celebre in tutto il mondo perché capace di dare fondo a coinvolgimento, emozione e interazione meccanica.

Certo, le palette al volante sono sempre più veloci, le modalità di guida sofisticate e i setup di telaio capaci di restituire sensazioni intense anche con un automatico. Ma per molti appassionati la frizione non è solo un componente, è un rituale.

È la sottile differenza che corre tra “guidare forte” e “guidare davvero”.

BMW, nel frattempo, prepara un’offensiva massiccia: oltre 40 nuovi modelli o aggiornamenti entro il 2027, di cui fino a 30 firmati M o M Performance nei prossimi due anni e mezzo. Un investimento enorme, che include anche elettriche ad alte prestazioni e SUV muscolari.

In questo scenario, difendere una trasmissione che rappresenta una minoranza etnica è una missione sempre più complicata.

Ultima chiamata per i puristi

A dirla tutta non è la prima volta che van Meel lancia l’avvertimento, già nel 2024 aveva suggerito ai clienti: se volete una M manuale compratela adesso.

L’estinzione non è immediata, ma il ciclo di sviluppo sembra arrivato al capolinea.

Per il capo di “M” non è mai stato un messaggio subliminale nascosto tra le righe, ma qualcosa di molto chiaro e delineato: la leva sopravviverà finché sarà possibile, e non fin quando sarà desiderabile.

Così, mentre le sportive diventano sempre più veloci, potenti e intelligenti, la guida analogica non è ancora morta ma come certi vinili sta diventando un oggetto per intenditori.

Tutte care personcine, per carità, ma troppo poche per riuscire a invertire la rotta.

Annunciate le cinque finaliste del premio Moto Europa 2026

Moto Europa
Prima edizione per il premio dell'UIGA che affianca lo storico Auto Europa, assegnato dal 1982

La sfida è ormai entrata nel vivo, e l’appuntamento per scoprire chi si aggiudicherà il titolo di “Moto Europa 2026” è sempre più vicino. .

Infatti, la vincitrice sarà proclamata il 7 marzo, durante Motodays.

Il riconoscimento, organizzato da UIGA, è alla prima edizione e verrà assegnato ogni anno alla moto più significativa lanciata in Europa nell’anno precedente.

Una giuria composta da giornalisti UIGA e opinion leader del settore ha selezionato cinque finaliste tra oltre quaranta modelli commercializzati nel 2025.

In gara troviamo l’Aprilia Tuono 457, la BMW R 1300 GS, la Ducati Multistrada V4, la Royal Enfield Bear 650 e la Yamaha R9.

Le votazioni sono aperte sia agli esperti sia al pubblico, che potrà esprimere la propria preferenza online sul sito www.premiomotoeuropa.it.

Moto Europa
foto Aprilia

Il premio si distingue per indipendenza e competenza, valorizzando il giudizio di professionisti che vivono quotidianamente il mondo delle due ruote.

Dopo la selezione delle cinque finaliste, ormai il momento decisivo è prossimo, con l’annuncio della vincitrice durante la manifestazione Motodays organizzata da Fiera di Roma dal 6 all’8 marzo.

Organizzato da UIGA, l’Unione italiana giornalisti dell’automotive, il riconoscimento Moto Europa 2026 è alla sua prima edizione.

D’ora in avanti verrà attribuito annualmente al modello che meglio avrà saputo lasciare il segno nell’anno precedente l’assegnazione.

A decretare quali moto si contenderanno il titolo 2026 è stata una giuria composta dai soci UIGA insieme agli opinion leader del settore scelti tra tecnici, addetti ai lavori e comunicatori.

Moto Europa
foto BMW

Sulla base dei loro voti sono state selezionate le cinque finaliste tra gli oltre quaranta modelli commercializzati in Europa nel 2025. Si tratta (in rigoroso ordine alfabetico) di Aprilia Tuono 457, BMW R 1300 GS, Ducati Multistrada V4, Royal Enfield Bear 650 e Yamaha R9.

Scelte da chi vive tutti i giorni di moto

La scelta delle finaliste – ha spiegato Gaetano Cesarano, presidente di UIGA – non è stata semplice, anzi è stato piuttosto complesso decidere quali modelli preferire. Alla fine sono emerse le moto che si distinguono per innovazione, qualità, piacere di guida e capacità di interpretare le esigenze del mercato europeo contemporaneo”.

Moto Europa
foto Ducati

Del resto, il premio Moto Europa nasce per celebrare l’eccellenza motociclistica attraverso il giudizio di chi “vive” le moto ogni giorno, con competenza professionale ma anche con autentica passione.

Uno degli elementi distintivi del premio Moto Europa – ha proseguito Cesarano – è la sua indipendenza. Infatti, non è legato ad alcuna testata giornalistica e viene gestito in modo autonomo da UIGA con la sua giuria di giornalisti esperti e opinion leader”.

Una votazione aperta a tutti

Dopo la prima fase di scelta tra tutte le partecipanti, da questa settimana sono nuovamente aperte le votazioni, questa volta ristrette alle sole cinque moto finaliste.

Opinion leader e giornalisti iscritti a UIGA sono chiamati a esprimere la loro preferenza per la vincitrice, ma non saranno solo gli addetti ai lavori a votare.

Infatti, tutti gli appassionati potranno esprimere la loro preferenza e scegliere la loro moto preferita direttamente a Motodays nel corso del primo giorno di fiera o collegandosi sin d’ora al sito www.premiomotoeuropa.it.

Moto Europa
foto Royal Enfield

Seguendo l’esempio del premio Auto Europa, il voto della “giuria popolare” si sommerà così al giudizio degli esperti per decretare la vincitrice di Moto Europa 2026.

Cinque interpretazioni della passione motociclistica

Aprilia Tuono 457 – Pensata per avvicinare una nuova generazione di motociclisti al mondo delle naked sportive, la Tuono 457 porta in una cilindrata accessibile tutta la personalità Aprilia.

Il bicilindrico parallelo da 457 cc, il peso contenuto e la ciclistica raffinata la rendono una moto sorprendentemente divertente, capace di conquistare sia i neofiti sia i piloti più esperti in cerca di agilità e coinvolgimento nella guida quotidiana.

BMW R 1300 GS – Evoluzioni di una vera icona, rappresentano il punto di riferimento per chi sogna viaggi senza confini.

Il nuovo boxer da 1300 cc, le sospensioni evolute e una tecnologia tra le più sofisticate del segmento trasformano ogni percorso in un’esperienza completa, dalla strada all’off-road più impegnativo, mantenendo intatto il DNA della GS.

Ducati Multistrada V4 – Sportività e vocazione al viaggio convivono in una delle adventure bike più tecnologicamente avanzate sul mercato.

Il motore V4 Granturismo da 170 CV, le sospensioni semi-attive e i sistemi radar rendono la Multistrada V4 una compagna capace di offrire prestazioni elevate, sicurezza e comfort su ogni tipo di itinerario.

Royal Enfield Bear 650 – Una scrambler moderna dall’anima autentica, che conquista con il suo stile evocativo e il carattere genuino.

Il bicilindrico da 648 cc, l’erogazione fluida e la leggerezza complessiva la rendono ideale per chi cerca emozioni sincere, libertà e versatilità, sia sull’asfalto sia sugli sterrati.

Yamaha R9 – Tra le sportive più attese degli ultimi anni, porta su strada e in pista un equilibrio riuscito tra accessibilità e prestazioni.

Il motore tricilindrico CP3 da 890 cc, il design aggressivo e la precisione dinamica la rendono una degna erede della tradizione supersport Yamaha, capace di entusiasmare i puristi della guida.

Moto Europa
foto Yamaha

Soffia e spera, inizia l’era dell’Alcolock

Da oggi l’alcolock diventa realtà: sul Portale dell’Automobilista, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha pubblicato l’elenco dei dispositivi omologati, delle officine autorizzate e dei veicoli compatibili.

Per essere ancora più chiari: la tecnologia che impedisce all’auto di accendersi se nel respiro c’è anche solo un’ombra di alcol è ufficialmente entrata in scena.

Come funziona il “guardiano” elettronico

L’alcolock è un etilometro collegato direttamente al sistema di accensione: prima di partire si soffia in un boccaglio monouso e se il valore rilevato è superiore a zero, il motore non si accende. E fin quando il test non mostra un impeccabile “zero”, si resta parcheggiati.

Dispositivi simili sono già diffusi in diversi Paesi europei e, dal 2022, il regolamento UE 2019/2144 ha imposto che le auto di nuova omologazione siano predisposte per poterlo installare.

Quando scatta l’obbligo

La soglia spartiacque è 0,8 grammi per litro, superato quel limite si entra nel penale, con multa che può arrivare a 3.200 euro, possibile arresto, sospensione della patente e decurtazione di punti.

Dopo la condanna definitiva, il prefetto appone sulla patente il codice “69”: significa che per due anni – tre se il tasso superava 1,5 g/l – si potranno guidare esclusivamente veicoli dotati di alcolock.

E l’obbligo non riguarda solo l’auto personale: il dispositivo dovrà essere installato su tutti i mezzi utilizzati dal conducente, compresi autobus e autocarri. E nei casi più gravi la commissione medica ha anche la facoltà di prorogare i periodi.

Il conto è salato

Se il principio è sacrosanto, non si può dire altrettanto facendo i conti: installare l’alcolock può costare fino a 2.000 euro, interamente a carico del sanzionato.

E non finisce lì, perché il dispositivo va tarato ogni anno, come qualsiasi strumento di misurazione serio, e per finire i boccagli monouso vanno acquistati a parte.

Ogni accensione richiede un test e ogni test un boccaglio, trasformando la sobrietà in una voce di spesa fissa nel bilancio familiare.

In più, bisogna tenere a bordo la dichiarazione di installazione e il certificato di taratura aggiornato.

Gli installatori applicano un sigillo anti-manomissione e l’idea di aggirare il sistema – magari chiedendo a un amico astemio di soffiare al posto proprio – non è solo ingenua, ma molto rischiosa. Le sanzioni, in caso di alterazione o rimozione, raddoppiano.

L’auto di famiglia sotto esame

C’è poi il capitolo domestico, forse il più curioso di tutta la vicenda: se in casa c’è una sola auto e su quella viene installato l’alcolock, chiunque voglia guidarla dovrà soffiare e risultare perfettamente sobrio.

Non importa che non abbia mai avuto problemi con la legge, perché il dispositivo non distingue tra colpevoli e parentado innocente.

Una misura pensata per prevenire le recidive che finisce per estendere la vigilanza a tutto il nucleo familiare.

Non tutte le auto sono compatibili

Il quadro si complica ulteriormente guardando al parco auto italiano, che ha un’età media di circa tredici anni.

Su molti veicoli più datati l’installazione è tecnicamente impossibile: i modelli di alcolock attualmente omologati sono pochi e le liste di compatibilità non coprono l’intero mercato.

Anche gli installatori autorizzati, almeno per ora, non sono distribuiti in modo capillare sul territorio, aggiungendo alla sanzione lil supplizio della caccia all’officina.

Chi pensa di fare il furbo

Guidare senza aver installato l’alcolock quando è obbligatorio comporta nuove multe e ulteriori sospensioni della patente, ma manomettere il dispositivo o rimuoverlo espone a sanzioni ancora più pesanti e, nei casi più gravi, a conseguenze penali.

E se si provoca un incidente? L’assicurazione risarcisce le vittime, ma può esercitare la rivalsa totale sull’assicurato chiedendo indietro tutto ciò che ha pagato.

Una prospettiva che rischia di trasformare un errore in un crack finanziario.

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