martedì 21 Aprile 2026 - 23:40:19

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La Tesla che ha attraversato l’America da sola

Per quasi dieci anni è rimasta una delle promesse più citate – e spesso ironizzate – del vulcanico Elon Musk: una Tesla che fosse in grado di attraversare gli Stati Uniti in completa autonomia, dalla California fino a New York, senza che nessuno intervenisse sul volante.

Quando Elon l’ha annunciato, nel 2016, l’obiettivo era di riuscire a dimostrarlo entro la fine dell’anno successivo, ma come spesso accade nelle chiaroveggenze di Musk, la scadenza è passata in silenzio e senza lasciare traccia.

Oggi, però, qualcosa di molto simile sembra essersi concretizzato. Un piccolo team è riuscito a completare una traversata degli States lunga quasi 5.000 km a bordo di una Tesla Model S del 2024, utilizzando esclusivamente il famigerato sistema di guida autonoma “Full Self-Driving”.

A guidare la squadra un certo Alex Roy, conduttore, podcaster e pilota americano titolare di diverse imprese come la “Cannonball Run”, leggendaria coast-to-coast ideata nel 1971 da un giornalista che consisteva nel coprire la distanza da est a ovest nel più breve tempo possibile e senza farsi beccare dalla polizia.

La promessa di Musk, nove anni dopo

Quando Elon Musk ha parlato per la prima volta di un viaggio dimostrativo da Los Angeles a New York interamente gestito da una Tesla, il progetto sembrava destinato a diventare una pietra miliare nella storia della guida autonoma.

L’idea era di dimostrare che una vettura equipaggiata con sensori, telecamere e software avanzato fosse già in grado di percorrere l’intero continente senza assistenza umana.

Il tempo ha dimostrato che la sfida era più complessa del previsto, e negli anni successivi Tesla ha continuato a sviluppare e aggiornare il sistema Full Self-Driving, ma il viaggio dimostrativo promesso non si è mai concretizzato.

E perfino la traversata portata a termine in questi giorni non è stata organizzata da Tesla, ma da un gruppo di appassionati e specialisti della guida autonoma, assumendo un significato ancora più curioso: non è stata una dimostrazione architettata dal marketing, ma un vero esperimento sul campo.

La Cannonball Run versione software

Il viaggio ha seguito idealmente il percorso della celebre traversata clandestina degli Stati Uniti che collega la costa occidentale con la penisola di Manhattan.

Ma in questo caso il record di velocità non era la priorità, perché l’esperimento puntava a verificare se il sistema di guida autonoma fosse davvero in grado di gestire un viaggio transcontinentale completo.

Oltre ad Alex Roy, sui sedili dei passeggeri si sono alternati due copiloti con competenze specifiche nel campo dell’intelligenza artificiale e della mobilità autonoma: Warren Ahner, dirigente con esperienza nello sviluppo di sistemi di autonomia per il settore automotive, e Paul Pham, appassionato e profondo conoscitore del software Tesla.

Una Model S con il software più recente

L’auto utilizzata per l’impresa era una Tesla Model S del 2024 equipaggiata con la piattaforma hardware AI4 – la più recente architettura di sensori e calcolo sviluppata dall’azienda – e con il software Full Self-Driving nella versione 14.2.2.3.

Durante il viaggio il sistema ha gestito tutto il pacchetto per intero: navigazione, cambi di corsia, mantenimento della traiettoria e adattamento al traffico, trovandosi perfino davanti a condizioni meteorologiche difficili come nevicate intense e temperature rigide.

Il percorso era quello classico della Cannonball, anche se in direzione opposta rispetto alla tradizione, con partenza da Redondo Beach, in California, semplicemente perché la vettura si trovava già sulla costa occidentale.

Da lì la Model S ha imboccato la I-10 verso l’Arizona per poi risalire sulla I-40 in direzione di Oklahoma City e St. Louis, evitando le rotte più settentrionali.

Quasi 5.000 km senza interventi

Dopo una serie di deviazioni – dovute al maltempo e a qualche errore organizzativo – il viaggio si è concluso a New York dopo 58 ore e 22 minuti, coprendo una distanza di circa 4.960 km ad una velocità media di poco superiore ai 100 km/h.

Numeri che non rimettono in discussione i record storici della Cannonball Run, dove la priorità è sempre stata arrivare nel minor tempo possibile, mentre in questo caso la lentezza era quasi inevitabile, visto che più di 10 ore del viaggio sono state immolate ad aspettare le ricariche necessarie alla batteria.

Secondo Roy, durante l’intera traversata si è verificata una sola disattivazione del sistema di guida autonoma: non un malfunzionamento del software ma un contatto accidentale con il volante che ha fatto uscire temporaneamente il sistema dalla modalità FSD.

Quando gli errori sono umani

Se il software ha dimostrato una certa costanza, non si può dire lo stesso dell’equipaggio. Uno degli episodi più curiosi è avvenuto in Pennsylvania, dove il team si è accorto di aver lasciato indietro un membro del gruppo in un’area di servizio.

Peccato che nel frattempo la Tesla avesse continuato il percorso con il sistema FSD attivo, e per recuperarlo è stata necessaria una deviazione di circa novanta minuti prima di riuscire a tornare indietro, sempre senza disattivare la guida autonoma. Che forse sa quel punto qualche domanda se la sarà fatta.

La prova del maltempo

La parte più impegnativa della traversata è arrivata negli ultimi tratti del viaggio, quando il team ha incontrato una tempesta invernale nel Midwest e subito dopo un’altra nel Nord-Est degli States.

Nevicate da sogno di un bambino, vento e temperature rigide hanno trasformato l’ultima parte del viaggio in un test per il software: malgrado l’auto montasse semplici pneumatici quattro stagioni, il sistema ha continuato a gestire la marcia senza richiedere interventi manuali.

E Roy ha raccontato che proprio in queste condizioni il comportamento dell’FSD è apparso sorprendentemente stabile, con una capacità di recupero e adattamento che il team non si aspettava.

Un laboratorio su ruote

Per evitare qualsiasi dubbio sulla dinamica dell’esperimento, l’intero viaggio è stato documentato con due sistemi diversi di ripresa installati all’interno dell’auto.

L’intento era registrare ogni momento della traversata, trasformando la Model S in una sorta di laboratorio mobile dedicato allo studio della guida autonoma.

Durante le soste di ricarica, l’equipaggio si è limitato a pulire le telecamere esterne per garantirne il corretto funzionamento.

Un punto di partenza per la guida autonoma

Quella appena conclusa è stata definita da Roy la prima Cannonball Run completamente gestita dal sistema Full Self-Driving. In realtà non è il primo coast-to-coast realizzato con una Tesla in modalità autonoma, ma è il primo a replicare la rotta simbolica citata da Musk anni fa quando parlava dell’autonomia totale dei suoi veicoli.

In più, il risultato è arrivato in un momento di cambiamento per il software Tesla: dallo scorso mese di febbraio l’azienda ha iniziato a modificare il modello commerciale del Full Self-Driving, eliminando l’acquisto una tantum e puntando su una formula di abbonamento.

Resta nell’aria soltanto una domanda: se un’auto è davvero in grado di attraversare gli Stati Uniti da sola, quanto manca perché sistemi simili possano essere approvati e utilizzati su larga scala anche in altre parti del mondo, come l’Europa?

Per ora la risposta non la sa neanche Elon.

L’Italia delle quattro ruote perde i suoi meccanici

Da queste parti, è notizia fresca di qualche giorno fa, circolano 701 automobili ogni mille abitanti, molte delle quali piuttosto vecchie.

Ma mentre le auto aumentano e restano più a lungo su strada, gli autoriparatori diminuiscono.

Nel 2024 erano poco più di 75.200, contro 83.700 di dieci anni prima: è bastato un decennio per ingoiare circa 8.400 imprese, con un calo complessivo del 10%.

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, il settore sta attraversando una trasformazione profonda che rende sempre più complesso mantenere un’autofficina tradizionale, soprattutto se indipendente.

Costi in salita e margini in discesa

Il primo ostacolo, quello più scontato, è economico. Gestire un’officina significa sostenere spese che aumentano di continuo fra affitti, bollette, assicurazioni, smaltimento di rifiuti speciali, adeguamenti alle normative ambientali e agli standard di sicurezza.

E molte realtà artigiane a conduzione familiare, che per anni hanno rappresentato la vera ossatura del comparto, faticano a mantenere un equilibrio che permetta anche di mantenere la famiglia.

Anche perché una parte della clientela, sempre più attenta al prezzo, acquista ormai online i pezzi di ricambio, comprimendo ulteriormente i ricavi.

L’auto diventa hi-tech (e l’officina deve adeguarsi)

Ad avere un peso specifico è anche la rivoluzione tecnologica, con le automobili diventate sempre più sistemi complessi governati da centraline elettroniche, software, e dispositivi, sensori e telecamere.

La diffusione di veicoli ibridi ed elettrici impone competenze nuove e strumenti sofisticati: non basta più la tradizionale esperienza meccanica dei ‘maghi del carburatore’ di un tempo, servono conoscenze informatiche, aggiornamenti continui e attrezzature che richiedono investimenti.

E per molte piccole officine, affrontare spese di decine di migliaia di euro non è più sostenibile.

Manca il ricambio generazionale

A complicare il quadro c’è la questione demografica. Il lavoro dell’autoriparatore richiede impegno fisico, responsabilità tecniche e una gestione amministrativa non banale.

Cose verso cui i giovani, sempre più orientati verso percorsi universitari o professioni meno faticose, mostrano scarso interesse. E quando il titolare va in pensione, spesso l’attività chiude definitivamente.

La concorrenza delle grandi reti

Sull’altro fronte avanzano compatte le reti organizzate e le concessionarie ufficiali, capaci di proporre pacchetti di manutenzione, estensioni di garanzia e promozioni grazie a economie di scala.

Il piccolo autoriparatore indipendente fatica a competere sia sul prezzo che sulla percezione di affidabilità, soprattutto per le vetture ancora coperte da garanzia.

In più, le auto di ultima generazione richiedono meno manutenzione rispetto al passato: intervalli di tagliando più lunghi e componenti più resistenti riducono la frequenza degli interventi.

Un fenomeno diffuso

La crescita del numero di auto interessa quasi tutte le regioni, con incrementi particolarmente marcati in Toscana, Calabria e Puglia, al netto dei casi di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige.

La Liguria registra l’aumento più contenuto, pur restando in territorio positivo.

Sul fronte opposto, le imprese di autoriparazione arretrano praticamente ovunque: l’Abruzzo segna una delle contrazioni più consistenti, seguito da Puglia e Marche, unica eccezione il Piemonte, che al contrario evidenzia una lieve crescita.

A livello provinciale le flessioni più accentuate si registrano a Fermo, Pescara, Barletta-Andria-Trani, Lecce ed Enna.

Che ne sarà di noi?

L’Italia resta il Paese con più auto, ma per assurdo con una rete di officine sempre più ristretta e un dubbio che aleggia come una nuvola nera sulla testa: chi riparerà le nostre auto?

Apollo Tyres inaugura in Lapponia un centro per test su neve e ghiaccio

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Apollo Tyres ha inaugurato un nuovo centro test pneumatici invernali a Ivalo - foto © Apollo Tyres

Nel cuore della Lapponia finlandese, il termometro scende senza esitazioni molto sotto lo zero e l’asfalto è coperto di lastre di ghiaccio.
Qui, a Ivalo, Apollo Tyres ha inaugurato un nuovo impianto outdoor dedicato ai test pneumatici.

L’inaugurazione del 2 marzo 2026 è stata il passo finale di un investimento strutturale nella ricerca e sviluppo di pneumatici invernali e all-season ad altissime prestazioni, in un contesto in cui la mobilità invernale richiede standard sempre più elevati in termini di sicurezza, prevedibilità e sostenibilità.

Laboratorio naturale per l’ingegneria del grip

La scelta della Lapponia non è casuale.

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foto © Apollo Tyres

Le condizioni climatiche dell’estremo Nord Europa consentono di replicare in modo naturale – e per un arco temporale prolungato – una vasta gamma di scenari critici.

A Ivalo Apollo Tyres ha trovato neve fresca e compatta, ghiaccio vivo e ghiaccio levigato, fondi a bassa aderenza con variazioni termiche rapide e alternanza tra asfalto freddo e superfici innevate.

Il nuovo polo è stato sviluppato nell’ambito di un accordo di lungo periodo con UTAC, realtà di riferimento globale per certificazione e collaudo nel settore automotive.

Una collaborazione che rafforza la credibilità tecnica e metodologica dell’intero progetto.

Quando il test diventa scienza dei dati

L’impianto outdoor di Apollo Tyres integra piste dedicate e sistemi di misurazione avanzati, progettati per rispondere alle esigenze degli pneumatici moderni, sempre più complessi dal punto di vista strutturale e mescola.

Funzione tecnica Obiettivo ingegneristico
Pista neve compatta Test frenata e trazione Valutazione coefficiente d’attrito longitudinale
Pista ghiaccio Handling e stabilità Analisi micro-slittamenti e controllo laterale
Circuito handling misto Dinamica veicolo completa Studio comportamento progressivo al limite
Area accelerazione Test trazione pura Ottimizzazione lamellature e mescola

Il cuore tecnologico del centro è rappresentato dalla sensoristica avanzata, con sistemi GPS ad alta precisione, sensori di accelerazione triassiale, misuratori di forza su mozzo ruota e data logging ad alta frequenza.

Questi strumenti consentono di acquisire dati dettagliati su diversi elementi, come spazi di frenata su fondi a bassissima aderenza, risposta allo sterzo in condizioni limite, stabilità direzionale in manovre evasive e variazioni di grip in funzione della temperatura.

Il risultato è una raccolta dati più coerente e ripetibile, elemento cruciale per accorciare i cicli di sviluppo e migliorare la correlazione tra simulazione virtuale e test reale.

Accelerazione dei cicli di sviluppo

Uno degli aspetti più strategici dell’investimento riguarda l’indipendenza operativa.

Con la piena autonomia nei test invernali, Apollo Tyres può pianificare campagne di prova senza vincoli esterni, sfruttare al massimo le finestre climatiche ottimali ed eseguire iterazioni rapide tra prototipo e validazione.

Dal punto di vista industriale, questo si traduce in una riduzione dei tempi di validazione prodotto, una maggiore ripetibilità dei risultati, semplificazione logistica e un miglior utilizzo delle risorse tecniche e umane.

Per un costruttore di pneumatici globale, la velocità di immissione sul mercato (time-to-market) è oggi un fattore competitivo tanto quanto le prestazioni pure.

Pneumatici invernali e all-season

Lo sviluppo di un pneumatico invernale moderno non si limita più alla semplice aderenza su neve.

Le variabili in gioco sono molteplici, per esempio il comportamento su asfalto freddo e asciutto, l’efficienza energetica (rolling resistance), la rumorosità, al durata, la compatibilità con sistemi ADAS…

Apollo
foto © Apollo Tyres

Nel caso degli all-season, la sfida è ancora più complessa.

Infatti, è necessario che garantiscano performance equilibrate su un arco termico molto ampio, mantenendo certificazioni come il 3PMSF, il Three Peak Mountain Snowflake.

L’impianto di Ivalo consente di validare in modo sistematico la coerenza delle prestazioni, aspetto fondamentale in un contesto normativo in continua evoluzione.

Progettato per anticipare gli standard

Il nuovo centro è stato sviluppato nel rispetto degli attuali requisiti tecnici e legali, ma con un’infrastruttura già predisposta per adattarsi a future metodologie di collaudo e framework di certificazione internazionali.

La regolamentazione europea e globale sugli pneumatici punta su una etichettatura energetica più stringente, requisiti di rumorosità esterna e parametri di sicurezza su bagnato e neve.

Avere una struttura flessibile significa poter reagire rapidamente alle nuove direttive, senza rallentare i programmi di sviluppo.

Un’esperienza anche per clienti e partner

L’impianto oltre a essere un centro tecnico interno è anche uno spazio di coinvolgimento diretto per clienti e partner, che potranno sperimentare in prima persona i test su neve e ghiaccio.

Un approccio che trasforma il collaudo in uno strumento di formazione tecnica e di consolidamento della cultura del prodotto.

Attraverso i marchi Apollo e Vredestein, il gruppo è presente in oltre 100 Paesi, con stabilimenti in India, Paesi Bassi e Ungheria.

La dimensione globale, tuttavia, non riduce l’attenzione al dettaglio tecnico. Al contrario, la competizione internazionale rende imprescindibile l’investimento continuo in ricerca e sviluppo.

Il valore dell’impianto oltre il ghiaccio

In un settore spesso raccontato solo attraverso numeri di fatturato e quote di mercato, la nascita di un centro prove in Lapponia racconta qualcosa di diverso.

Parlano di volontà di misurarsi con il limite, perché neve e ghiaccio non perdonano approssimazioni. Ogni metro di frenata, ogni variazione di traiettoria, ogni micro-perdita di aderenza è un dato che può fare la differenza tra controllo e imprevisto.

Investire in un impianto come quello di Ivalo significa scegliere la strada più impegnativa, fatta di verifica continua, di validazione scientifica, di ricerca della coerenza prestazionale in condizioni estreme.

Perché l’inverno, per l’ingegneria dello pneumatico, non è solo una stagione ma un banco prova della credibilità tecnica di un marchio.

E oggi, nel silenzio ovattato dalla neve della Lapponia, Apollo Tyres ha deciso di scrivere il prossimo capitolo della propria evoluzione tecnologica.

Apollo
foto © Apollo Tyres

UK: il prezzo dell’auto c’è, la polizza meno

“Se non lo trovi a Londra, forse non esiste”, raccontava un vecchio slogan dei magazzini “Harrods”, uno dei templi dello shopping della capitale inglese.

E forse è una fortuna pensare che da nessun’altra parte al mondo esistano compagnie assicurative che rifiutano di stipulare polizze ai possessori di auto cinesi.

Invece, proprio nella patria del tea delle 5 e dei principi “sprincipati”, dove tutto ha un prezzo e ogni rischio trova una formula, va in scena un fenomeno curioso in cui il preventivo assicurativo è diventato il banco di prova dell’invasione automobilistica in arrivo dal lontano Oriente.

Il preventivo che non c’è

Negli ultimi mesi il mercato britannico è stato attraversato da un’ondata di nuovi marchi cinesi, capaci di conquistare rapidamente una fetta significativa del mercato.

Oggi, raccontano gli esperti, un’auto su dieci venduta nel Regno Unito è prodotta da marchi cinesi che hanno iniziato a sfidare i brand rivali consolidati puntando su un rapporto prezzo-dotazioni difficile da ignorare.

Il problema è che, una volta usciti dal concessionario, gli acquirenti scoprono che la vera differenza la fa il preventivo assicurativo.

Diverse compagnie britanniche si rifiutano di quotare alcuni di questi modelli, in altri casi la polizza arriva, ma con cifre che possono superare le 2.000 sterline annue, anche più del doppio rispetto a quelle richieste per modelli europei comparabili.

Secondo diversi test di mercato e inchieste giornalistiche, solo uno dei dieci principali assicuratori ha fornito copertura per determinati veicoli cinesi, mentre gruppi come “Ageas” e “AXA” in più di un’occasione non hanno nemmeno elaborato un’offerta.

Il risultato è un curioso cortocircuito economico: l’auto conveniente sulla carta rischia di diventare meno competitiva una volta sommato il costo della copertura assicurativa.

Un problema statistico

Le assicurazioni non si basano sui sentimenti, ma su calcoli matematici: vivono di proiezioni, storicità, tabelle, frequenze di sinistro e costi medi di riparazione. E per molti modelli cinesi queste informazioni non esistono ancora in quantità sufficiente.

Ma senza dati consolidati su incidentalità, tempi di riparazione, valore residuo e disponibilità dei ricambi, l’algoritmo fa l’unica cosa che è in grado di fare: alza il premio per compensare l’incertezza oppure evita di assumersi il rischio.

Un’indagine di “Carwow” ha sottolineato come la scarsa familiarità con i nuovi marchi e una rete di assistenza ancora in fase di consolidamento rendono le riparazioni più lunghe e costose. Se un sensore, un parafango o un modulo elettronico devono essere ordinati dall’altra parte del mondo e arrivano con settimane di ritardo, il fermo tecnico si prolunga e ogni giorno di auto sostitutiva è un costo che si riflette sulla polizza.

Adagiata sul fondo della questione resta anche una certa diffidenza britannica verso la tecnologia cinese, soprattutto quando si parla di veicoli connessi e gestione dei dati. Non è la motivazione ufficiale dei rifiuti, ma sotto sotto contribuisce a creare un clima generale di prudenza.

Il caso BYD Seal e le altre

Un’inchiesta di “Auto Express” ha evidenziato come alcune elettriche cinesi siano di fatto quasi impossibili da assicurare, e il caso simbolo è diventata la BYD Seal, berlina che dichiara circa 570 km di autonomia ma per cui trovare una compagnia disposta a sottoscrivere una polizza può diventare un percorso a ostacoli così complicato da spingere la stessa BYD a dichiarare di essere al lavoro su soluzioni per affrontare la questione nel lungo periodo.

Secondo Ben Townsend di “Thatcham Research”, il nodo non riguarda tanto la qualità del prodotto, quanto la mancanza di coordinamento tra costruttori e rete di riparatori britannici.

Martyn Rowley, della “National Body Repair Association”, ha raccontato episodi emblematici: per alcuni modelli i ricambi risultano così difficili da reperire che in alcuni casi si è arrivati a dichiarare la perdita totale del veicolo per danni che, su una Ford o una Vauxhall sarebbero stati risolti con un intervento relativamente semplice.

Se il pezzo non si trova, l’assicurazione liquida l’intero valore dell’auto, ed il premio sale di conseguenza.

A rendere tutto più delicato c’è la questione batterie. Le polizze per veicoli elettrici sono già mediamente più costose rispetto a quelle per modelli con motore termico, con differenze che possono arrivare fino al 27%.

In alcune vetture la batteria ha funzione strutturale e un danno apparentemente marginale può comportare la sostituzione completa del pacco, con costi elevatissimi.

Sia chiaro, non è un problema esclusivamente cinese, ma quando si somma alla scarsità di dati e ricambi il rischio non fa che aumentare.

Incentivi, punteggi e fai da te

Come se non bastasse, il governo britannico sta preparando nuovi incentivi per sostenere le vendite di elettriche: 3.750 sterline per vetture con prezzo inferiore a 37.000, a condizione che rispettino determinati criteri di sostenibilità.

Il sistema dovrebbe attribuire un punteggio legato anche all’impronta carbonica del Paese di produzione e della batteria.

Significa che alcuni modelli costruiti in contesti ad alta intensità di emissioni potrebbero restare esclusi e il sospetto che diverse auto cinesi possano non rientrare nei parametri ha spinto i costruttori a muoversi in anticipo.

Great Wall ha lanciato un “Green Grant” da 3.750 sterline sulla Ora 03, replicando di fatto l’incentivo statale ma rendendolo immediatamente disponibile. Leapmotor, tramite Stellantis, ha introdotto un “Leap Grant” con 3.750 sterline di sconto sul SUV C10 e 1.500 sulla T03.

Anche MG Motor UK ha risposto con una riduzione di 1.500 sterline su MG4 e MG5 EV. In attesa che Westminster decida, le case hanno deciso di fare da sole.

L’altro fronte: i furti

C’è poi un tema che nel Regno Unito pesa parecchio: la sicurezza contro i furti. Con una media di 11 auto rubate ogni ora, oltre 260 al giorno, il sistema antifurto non è un dettaglio.

Alcune compagnie assicurative hanno definito alcuni modelli cinesi un “obiettivo perfetto” per i ladri, a causa di protezioni ritenute meno robuste rispetto agli standard europei.

In questo caso è il contesto di partenza ad essere diverso: in Cina i furti d’auto sono rari e severamente puniti, e questo ha ridotto la soglia su determinate soluzioni. Ma quello che può essere sufficiente a Shanghai non lo è necessariamente a Birmingham.

La risposta dei costruttori, comunque, è stata quasi immediata: gruppi come Chery hanno annunciato adeguamenti agli standard europei, mentre BYD ha collaborato con Thatcham Research per rafforzare le strategie di prevenzione.

Una storia già vista?

Chi ha memoria storica ricorderà che negli anni Sessanta anche le auto giapponesi incontravano diffidenza, difficoltà assicurative e problemi legati ai ricambi.

Con il tempo le reti si sono consolidate, i magazzini si sono riempiti e i premi si sono normalizzati.

È probabile che accada lo stesso con i marchi cinesi, ma per ora, nella capitale globale dello shopping può succedere che non si trovi una polizza per la propria auto nuova.

E a Londra, dove secondo Harrods si trova tutto, questa è forse la cosa più sorprendente.

Vendite auto sprint a febbraio (+14%) ma è vera ripartenza?

Mercato
L'andamento delle vendite di auto nuove in Italia nel 2026 - foto © UNRAE

Il 2026 dell’auto italiana si apre con una crescita significativa.

Infatti, registra un +14% a febbraio con 157.334 immatricolazioni, e con un +10,2% nel primo bimestre con 299.373 unità targate.

Numeri che, letti così, sembrano raccontare un mercato in piena ripresa. Ma come spesso accade si nasconde una meccanica più complessa.

Secondo le elaborazioni diffuse da UNRAE, a febbraio le elettriche hanno toccato una quota del 7,9%, un livello significativo nel panorama italiano.

Tuttavia, il rimbalzo è in parte legato agli incentivi per l’acquisto di BEV prenotate in ottobre e immatricolate nei primi mesi del 2026. Una spinta tecnica, più che strutturale.

Per comprendere davvero lo stato di salute del settore, è utile incrociare i dati con le analisi di ANFIA, che da tempo sottolinea come il mercato italiano resti ancora distante dai livelli pre-pandemia.

Crescita sì, ma lontani dal 2019

Il +10,2% del primo bimestre 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025 rappresenta un segnale positivo.

Tuttavia, il confronto con il 2019 – ultimo anno “normale” prima del Covid – chiude ancora in perdita: -12,9%.

Se il ritmo dei primi due mesi fosse mantenuto per tutto l’anno, il 2026 potrebbe chiudersi a 1.681.346 immatricolazioni, il miglior risultato dal crollo del 2020.

Una soglia psicologica importante per un mercato che fatica a ritrovare stabilità strutturale.

Immatricolazioni Variazione
rispetto al 2025
Variazione
rispetto al 2019
Febbraio 2026 157.334 +14% n.d.
Primo bimestre 2026 299.373 +10,2% -12,9%
Quota BEV febbraio 7,9% In crescita Inferiore media UE

Il dato sulle BEV, pur incoraggiante, rimane sotto la media di molti mercati europei più maturi nella transizione elettrica.

Incentivi e domanda reale

Dal punto di vista tecnico-economico, l’effetto degli incentivi è un classico esempio di anticipazione della domanda.

Le prenotazioni concentrate in autunno hanno generato uno “slittamento” delle immatricolazioni sui mesi successivi, alterando temporaneamente la curva fisiologica del mercato.

Il problema è evidente, in quanto una volta esaurita la coda incentivante, non è chiaro quale sarà la vera crescita.

Al momento non emergono fattori strutturali capaci di sostituire quella spinta. Il contesto macroeconomico resta incerto, con tassi ancora relativamente elevati e un potere d’acquisto sotto pressione.

Inoltre, il prezzo medio delle vetture rimane su livelli storicamente elevati – complice l’elettrificazione e l’aumento dei contenuti tecnologici come ADAS di livello 2, piattaforme software-defined, batterie ad alta densità energetica…

Bassa affluenza in rete e ordini in affanno

L’inchiesta congiunturale del Centro Studi Promotor aggiunge un tassello fondamentale.

Il 55% dei concessionari segnala affluenza bassa in showroom, altrettanti giudicano insoddisfacente il livello degli ordini, il 66% prevede stabilità nei prossimi 3-4 mesi mentre il 23% teme un peggioramento.

In questo scenario, oltre la metà degli operatori (58%) segnala come critici tre fattori: la situazione economica generale, il livello dei prezzi delle autovetture e l’incertezza sulla transizione energetica.

Probabilmente è proprio quest’ultimo il punto centrale. Dal punto di vista tecnologico, il mercato vive una fase ibrida con motorizzazioni endotermiche evolute (Euro 6e-bis), mild hybrid a 48V sempre più diffusi, plug-in in riposizionamento e BEV in crescita ma ancora lontane dalla piena maturità di massa.

Questa pluralità genera complessità nella scelta del consumatore, che spesso rimanda la decisione.

Il paracadute dell’usato inizia a sgonfiarsi

Negli anni post-pandemia, l’usato ha beneficiato dello spostamento di domanda dal nuovo, complice l’aumento dei listini e i ritardi produttivi.

Tuttavia, anche questo comparto mostra oggi segnali di rallentamento. Tecnicamente, il fenomeno è coerente, poiché con il progressivo ripristino delle supply chain e una maggiore disponibilità di prodotto nuovo, l’effetto “rifugio” dell’usato tende a normalizzarsi. Ma se la domanda complessiva rallenta, anche l’usato perde vigore.

Il 2026 sarà un anno di consolidamento o di attesa?

Se dovessimo leggere il 2026 con la lente dell’ingegnere, potremmo dire che il sistema è in equilibrio dinamico instabile.

Si muove, cresce, ma manca una forza motrice strutturale.

Le prospettive indicano una probabile stabilizzazione attorno ai livelli del 2025. Senza nuovi incentivi o una forte ripresa economica, il mercato italiano sembra destinato a un andamento laterale.

Eppure, c’è un aspetto da non sottovalutare e cioè che il settore automotive sta vivendo una trasformazione epocale, dalla digitalizzazione dei veicoli alla “softwareizzazione” delle piattaforme, dall’elettrificazione all’integrazione con l’ecosistema energetico. I volumi possono oscillare, ma il cambiamento tecnologico è irreversibile.

Guardare oltre i numeri

Febbraio 2026 ci consegna un mercato in crescita, ma non ancora guarito.

È come un motore che ha ritrovato compressione dopo un lungo fermo: gira bene, ma serve continuità di alimentazione per evitare nuovi cali di regime.

Il vero interrogativo non è se il 2026 supererà il 2025, ma quando il mercato italiano tornerà a esprimere una domanda strutturale, sostenibile e indipendente dagli incentivi.

Finché non avremo questa risposta, il settore continuerà a viaggiare tra accelerazioni improvvise e lunghe fasi di rilascio. Con la consapevolezza che la transizione, tecnologica ed economica, è appena cominciata.

Mercato
La suddivisione delle vendite per alimentazione – foto © ANFIA

Carpooling, c’era una volta l’automobilista solitario

È curioso, che proprio nel Paese dove ogni 1.000 abitanti circolano 700 auto, stia crescendo in silenzio una piccola rivoluzione alternativa che non passa dalle concessionarie, ma dai parcheggi aziendali.

L’auto resta, ma si condivide

Secondo l’Osservatorio Nazionale sul Carpooling Aziendale 2026 realizzato da “Jojob Real Time Carpooling”, lo scorso anno i viaggi condivisi per andare al lavoro o all’università hanno raggiunto quota 795.335.

Due anni fa erano poco più di 373 mila, significa +113% in un biennio.

Ma non si tratta soltanto di percentuali che fanno felici i grafici Excel, perché dati alla mano quei viaggi hanno significato 12,4 milioni di km risparmiati, 1.623.442 kg di CO2 evitati e soprattutto 454.819 auto private rimaste fuori dalla circolazione.

Un piccolo esodo quotidiano di lamiere che, messe in fila, avrebbero formato una processione simile ad un esodo biblico.

E il bello è che tutto questo avviene semplicemente riempiendo sedili che altrimenti viaggerebbero vuoti. Sì, perché è scientificamente provato che le auto, progettate per accogliere quattro o cinque persone, in Italia si muovono quasi sempre con un solo occupante.

È esattamente lo snodo su cui agisce il carpooling, riempiendo il posto libero accanto al conducente, abituato a guardare il traffico in solitudine. Una scelta che all’estero è ormai consolidata, al punto che in Paesi come gli Stati Uniti esistono corsie riservate alle auto in carpooling.

Il carpooler tipo

La fascia più attiva è quella tra i 30 e i 39 anni, che nel 2025 ha totalizzato circa il 31% dei viaggi, allargando la forbice ai 30-49 anni si supera il 56%, arrivando a stimare che più del 77% degli spostamenti riguarda persone tra i 20 e i 49 anni.

La popolazione cosiddetta attiva, quella che lavora, corre a fare la spesa, incastra riunioni e porta i figli a scuola.

Gli uomini rappresentano circa il 71% dei viaggiatori, le donne il 29%, un divario ancora marcato che apre le porte ad un potenziale di crescita importante.

L’equipaggio medio è di 2,34 persone per auto, e va tenuto conto che condividere l’auto significa anche rinunciare a una fetta della propria autonomia: bisogna mettersi d’accordo su orari e percorsi, accettare che la propria playlist sia messa ai voti e dire addio alla telefonata riservata in vivavoce.

Diesel forever (per ora)

Se si guarda alle alimentazioni, il carpooling riflette fedelmente il parco circolante italiano: oltre il 52% dei viaggi avviene con auto diesel, il 25,9% a benzina, poco più del 10% a GPL e il 7,5% con ibride. Le elettriche restano marginali, sotto l’1%.

Da questo lato della barricata la transizione ecologica procede con il freno a mano leggermente tirato, complice la cronica carenza di infrastrutture di ricarica, soprattutto nelle aree extraurbane.

Ed è proprio fuori dalle grandi città che il carpooling trova terreno fertile.

La provincia si organizza

Il 56% dei viaggi si concentra in cinque regioni: Piemonte, Puglia, Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Il Piemonte guida la classifica con oltre 145mila viaggi nel 2025, mentre a livello provinciale spiccano Torino, Bologna e Milano.

Ma è nel Mezzogiorno che si registrano alcune delle dinamiche più interessanti: la Puglia, ad esempio, ha messo a segno un incremento superiore al 60% in un solo anno, consolidando il ruolo del carpooling in un’area dove le distanze casa-lavoro sono spesso medio-lunghe e il trasporto pubblico non sempre capillare.

La distanza media nazionale si attesta intorno ai 27 km per viaggio, ma in regioni come Sicilia e Calabria si superano i 50, mentre Sardegna e Valle d’Aosta si aggirano attorno ai 45.

Voce del verbo risparmiare

Oltre al beneficio ambientale, c’è quello economico. Nel 2025 gli utenti hanno risparmiato complessivamente quasi 2,5 milioni di euro dividendo spese di carburante, pedaggi e parcheggi.

Nel 2024, già in forte crescita rispetto all’anno precedente, i km risparmiati avevano sfiorato i 9,7 milioni, con oltre 1,25 milioni di kg di CO2 evitati.

Una quantità che, se dovesse essere compensata piantando alberi, richiederebbe decine di migliaia di esemplari ad alto fusto.

Per le aziende il carpooling non è solo una voce simpatica nel bilancio di sostenibilità, significa ridurre le emissioni indirette (le cosiddette Scope 3), ottimizzare i parcheggi, migliorare l’accessibilità delle sedi e rispettare gli obblighi normativi legati ai Piani di Spostamento Casa-Lavoro.

Con l’entrata in vigore delle nuove direttive ESG e CSRD nel 2025, aspetti che non sono più accessori ma centrali.

L’altra faccia della sharing mobility

Mentre il carpooling accelera, il car sharing vive una fase più complessa. Il 9° Rapporto nazionale sulla sharing mobility, coordinato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, evidenzia una domanda ancora vivace ma un’offerta in contrazione.

Secondo ANIASA, nel 2024 i volumi sono scesi a circa 4,2 milioni di utilizzi, con flotte ridotte a circa 3.300 vetture.

Tra vandalismi, furti, fiscalità poco favorevole (Iva al 22% contro il 10% del trasporto pubblico) e approcci amministrativi non sempre orientati alla decongestione, il modello fatica a trovare equilibrio economico.

Il carpooling, invece, utilizza auto già esistenti e non richiede flotte dedicate, non è un servizio di noleggio, ma una condivisione volontaria senza scopo di lucro.

La vera partita è fuori città

Secondo il 21° Rapporto sulla mobilità degli italiani di ISFORT, il 32% degli spostamenti avviene su scala extraurbana. E sono circa 30 milioni i pendolari quotidiani.

Il carpooling aziendale si inserisce dove autobus e treni non sempre arrivano con la frequenza necessaria, ma non ambisce a sostituire il trasporto pubblico, piuttosto lo integra.

Mercato europeo dell’auto 2026, boom dell’elettrico?

foto © ACEA

In attesa dei dati, in arrivo oggi, sulle vendite di auto nuove in Italia a febbraio, diamo un’occhiata a quanto successo in Europa a gennaio.

Il mercato dell’auto ha aperto il 2026 con numeri che fanno riflettere, in quanto nonostante la spinta verso l’elettrificazione e l’innovazione tecnologica, il volume complessivo delle nuove immatricolazioni resta sotto pressione.

I dati ufficiali diffusi da ACEA (L’associazione europea dei costruttori di auto) mostrano infatti una flessione delle vendite di nuove auto nell’Unione Europea e area allargata nel primo mese dell’anno, con registrazioni complessive in calo di quasi il 4 % rispetto allo stesso periodo del 2025.

Numeri che non mentono

Gennaio 2026 Variazione sul 2025
Automobili nuove UE/EFTA/UK ~961.000 -3,5 % circa
Nuove immatricolazioni UE ~799.600 -3,9 %
Quote BEV (auto elettriche) 19,3 % del mercato + ~4 pp
Ibridi (HEV) ~38,6 % in crescita
Benzina + Diesel ~30 % In calo

Fonte: ACEA

Questi numeri fotografano una svolta. La quota delle auto elettriche pure (BEV) sfiora il 20% mentre le motorizzazioni tradizionali (benzina e diesel) continuano la loro lenta erosione nella preferenza degli automobilisti.

Un mercato in leggera frenata

La contrazione delle immatricolazioni non è un fenomeno isolato.

Diversi big dell’industria, tra cui Renault, Toyota e Volkswagen, mostrano vendite in calo anno su anno, mentre solo pochi costruttori – come Stellantis e Mercedes – segnano performance positive.

Su questo punto ANFIA (Associazione Nazionale della Filiera Italiana dell’Automobile) propone una dettagliata analisi che mette in evidenza come l’inizio dell’anno sia caratterizzato da dati debole per il complesso del settore.

Le auto elettriche e ibride crescono, ma non bastano a compensare la contrazione dei segmenti ICE (internal combustion engine).

L’elettro-rivoluzione spinge il mercato?

Dal punto di vista tecnologico, il mercato europeo dell’auto sta attraversando un momento di profonda trasformazione.

L’adozione delle batterie agli ioni di litio, l’evoluzione delle piattaforme modulari multialimentazione e l’integrazione di sistemi di guida assistita avanzata sono fattori che alimentano soprattutto il comparto Zero Emission Vehicles (ZEV).

È interessante notare che le BEV (Battery Electric Vehicles) rappresentano ormai quasi 1 auto su 5 vendute in Europa mentre gli ibridi convenzionali e plug-in continuano a conquistare quote di mercato importanti, trainati da efficienza nei consumi e accettazione diffusa.

Infine, un altros egnale importante è il fatto che alcuni costruttori cinesi stanno ampliando in modo significativo la loro presenza, erodendo quote ai brand tradizionali.

Dai numeri a una bussola strategica

Con la progressiva riduzione delle motorizzazioni a combustione verso un futuro più sostenibile, la transizione energetica impone un ripensamento delle strategie industriali e di investimento.

Le pressioni normative e l’evoluzione delle preferenze dei consumatori spingono verso tecnologie più pulite, con alcune difficoltà.

Per esempio, infrastrutture di ricarica, costi delle batterie e normative in continuo divenire restano temi caldi nel dibattito europeo.

Tanto da spingere a elaborare proposte di revisione delle tempistiche delle normative sulle emissioni, proprio per permettere un transito più graduale verso lo scenario ZEV, mantenendo tecnologie ibride nel mix di offerta.

Un mercato in equilibrio instabile

Quindi sembra che il 2026 si presenti, almeno nei primi mesi, come un anno di adattamento.

I dati di ACEA e ANFIA concordano su un dato di partenza inferiore alle aspettative per il mercato auto complessivo, ma mettono in evidenza segnali di vitalità nel comparto elettrico e ibrido.

In un mondo che corre verso la decarbonizzazione, il settore automobilistico europeo sembra attraversare una fase di transizione dove innovazione e tradizione si intersecano.

Il mercato cambia forma, non perde identità, e prepara il terreno a nuove architetture di propulsione e a soluzioni tecnologiche che solo pochi anni fa sarebbero sembrate fantascienza.

La lezione per i protagonisti – dalle case costruttrici alle istituzioni – è che la strada verso il futuro non è una corsia unica, ma una rete di percorsi che richiede visione e capacità di adattamento.

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foto © ACEA

Roma tassa le auto elettriche nella ZTL

È ufficiale, messo nero su bianco: dal prossimo 1° luglio, a Roma, anche le auto elettriche dovranno acquistare un permesso annuale per entrare nel centro storico e nelle altre zone a traffico limitato.

La decisione, approvata dalla giunta guidata dal sindaco Roberto Gualtieri, segna un cambio di passo che potrebbe non restare confinato entro il raccordo anulare.

Il boom verde che ha ingolfato i sampietrini

La spiegazione ufficiale parte dai numeri, che per loro stessa natura hanno la pessima abitudine di essere convincenti.

In quattro anni le immatricolazioni di veicoli elettrici a Roma sono cresciute del 350%, un’accelerazione che prosegue mese dopo mese.

Il risultato è che le richieste di accesso alle ZTL sono esplose, portando a circa 75mila il totale dei permessi attivi.

Oggi le auto elettriche sono seconde solo ai mezzi pubblici per numero di transiti nel centro storico, non male per veicoli che fino a ieri sembravano soltanto una minoranza virtuosa.

Il problema, sottolinea l’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè, è che anche un’auto a emissioni zero, quando è parcheggiata in doppia fila o imbottigliata tra i vicoli rinascimentali, occupa esattamente lo stesso spazio di una diesel.

Non emette CO2, certo, ma produce comunque traffico, una delle tante malattie che tormentano la Capitale.

Sconto sì, ma il portafoglio si apre

Il nuovo permesso annuale costerà il 50% in meno rispetto a quello previsto per i veicoli a benzina o diesel equivalenti, significa che lì dove una volta sventolava l’ingresso libero oggi resta un piccolo contentino di favore.

In termini concreti, dove un’auto tradizionale paga 2.016 euro l’anno, l’elettrica si fermerà a 1.000 euro.

Per le altre categorie, il costo sarà di 500 euro contro i 1.016 delle termiche e i 781 delle ibride, come nel caso di alcune attività terziarie con posto auto in ZTL.

Insomma, l’elettrico continua a godere di un regime agevolato, ma ha definitivamente perso la peculiarità di lasciapassare permanente.

Chi resta immune al ticket

Non tutti saranno chiamati alla cassa, ad essere sentati saranno i residenti, gli artigiani con laboratorio all’interno della ZTL, i genitori che accompagnano i figli nelle scuole del centro storico, i medici convenzionati, le aziende e gli enti che svolgono servizi di interesse pubblico o di emergenza con mezzi identificabili, oltre ai servizi di car sharing.

Per queste categorie l’accesso continuerà a essere gratuito, anche con veicoli elettrici o a idrogeno. Una scelta che prova a distinguere tra mobilità necessaria e opzionale, facendo da spartiacque tra chi vive il centro e chi invece lo attraversa soltanto.

La città museo

Il Campidoglio difende la misura come un intervento necessario di regolazione, non come una marcia indietro sulla sostenibilità. L’obiettivo è decongestionare il cuore della città e restituire spazio a pedoni, residenti e attività.

Oggi si registrano circa 48mila transiti giornalieri nelle strade del centro storico, a fronte di una capienza stimata attorno ai 20mila veicoli.

Secondo il sindaco Gualtieri, la tutela del centro storico – patrimonio dell’umanità – impone purtroppo anche scelte a volte impopolari, e il nuovo ticket sarà il tassello di un inasprimento che porterà a controlli più serrati sui falsi permessi per invalidi e ad un confronto con le diverse categorie per riorganizzare le consegne delle merci.

 “Prima incentivi, poi balzelli”

La reazione politica non si è fatta attendere. Dall’opposizione si parla di promessa tradita verso chi ha investito denaro in un’auto a batteria contando su agevolazioni stabili.

Prima l’invito a scegliere il green, poi il conto da mille euro: questo il refrain.

Ma il timore che serpeggia tra automobilisti e associazioni di categoria va oltre il Campidoglio: se la Capitale introduce il ticket per le elettriche, cosa impedirà a Milano, Firenze, Torino o Bologna di fare lo stesso?

L’ipotesi che la misura possa diventare un modello replicabile in altre grandi città italiane alimenta la preoccupazione concreta che la tassa romana sia solo la prima tessera di un domino destinato ad allargarsi.

Un futuro sempre più regolato

Chi possiede già un’autorizzazione riceverà comunicazione da Roma Servizi per la Mobilità con le modalità per richiedere il nuovo permesso.

Per le nuove immatricolazioni, il pagamento scatterà con l’attivazione del sistema aggiornato di rilascio, prevista dal 1° luglio 2026.

Resta confermato il pacchetto di incentivi collaterali: sosta gratuita sulle strisce blu e agevolazioni durante le domeniche ecologiche, segnali che l’amministrazione non intende archiviare la mobilità elettrica, ma semplicemente inserirla dentro un quadro più rigido di gestione degli accessi.

Negli USA il West non è più selvaggio, ma cablato

Gli americani sono un popolo in movimento perenne: il concetto di “on the road” fa parte della loro cultura, celebrato e reso leggendario da centinaia di libri, film e racconti.

Ma malgrado le highway siano trafficate, è difficile scorgere ai lati delle strade rifiuti e mezzi abbandonati.

A parte qualche copertone di truck e i pick-up dei cacciatori che si avventurano nei boschi, il ciglio della strada in genere è pulito e in ordine.

Certo, può capitare di incrociare rimorchi abbandonati che in genere durano poco, perché quando capita la polizia li fa portare via.

Ma in California, da qualche tempo, ai lati delle strade sono comparsi dei piccoli trailer all’apparenza innocui, a volte con la vernice scrostata, le ruote impolverate e l’aria stanca di chi è stato dimenticato.

Una scoperta casuale

Tutto è iniziato su una strada secondaria nella parte orientale della contea di San Diego, nel sud della California, dove spesso l’asfalto si arrende alla sabbia e il traffico è più un’eccezione che una regola.

Un uomo di 44 anni, abituato a muoversi in quelle zone remote tra canyon e sterrati, ha notato sul ciglio della strada un rimorchio all’apparenza lasciato lì da qualcuno.

Spinto dalla curiosità si è fermato, è sceso e si è avvicinato: all’interno non c’erano vecchi materassi o attrezzi dimenticati, ma un sofisticato lettore automatico di targhe alimentato elettricamente e pronto a catturare i dettagli di ogni veicolo che attraversa quel tratto isolato tra la California e l’Arizona.

È bastato poco per scoprire che non si trattava di un caso isolato, ma del tassello di una rete finora tenuta ben nascosta.

Una rete invisibile lungo il confine

Nel giro di pochi mesi, lungo le arterie che costeggiano il confine meridionale – dalla Interstate 8 alla Old Highway 80, passando per i corridoi della contea di Imperial, vicino alle sorgenti termali di Jacumba e ai casinò di Campo – sono comparsi dal nulla più di quaranta dispositivi simili.

Alcuni sono montati in modo evidente, altri sono nascosti dentro roulotte, bidoni da cantiere o attrezzature la cantiere stradale che nessuno guarderebbe per più di una volta.

Il deserto, per antonomasia un luogo isolato, si stava rivelando affollato degli occhi elettronici di una rete silenziosa che non dorme mai e registra tutto.

I lettori automatici di targhe, noti come “ALPR”, esistono da anni. Le pattuglie li usano, i comuni li installano agli incroci, le aziende private li integrano nei parcheggi e nei centri commerciali.

Non è la tecnologia in sé a stupire, ma la misteriosa combinazione tra la collocazione e il silenzio con cui è avvenuta.

I dispositivi sono comparsi dopo che lo Stato ha autorizzato le agenzie federali – tra cui la polizia di frontiera e l’agenzia antidroga – a installarli sulle autostrade statali durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Biden.

Oggi quelle telecamere alimentano database federali mentre la nuova amministrazione spinge su un massiccio programma di espulsioni.

Uno Stato guidato dai democratici e un governo federale su posizioni opposte si ritrovano così collegati da un’infrastruttura che non distingue tra un sospetto trafficante e una nonna diretta al supermercato, perché nel dubbio la tecnologia registra tutto.

Chi guarda e perché?

L’ente statale dei trasporti ha confermato di aver approvato otto permessi per l’installazione di questi dispositivi da parte di agenzie federali.

Tra il 2015 e il 2024 risultano quattordici richieste per “dispositivi di sorveglianza delle forze dell’ordine”, alcune approvate, altre ritirate o mai concretizzate.

Ma l’ente precisa di non gestire le telecamere, di non stabilirne l’uso e soprattutto di non avere alcun accesso ai dati raccolti. In altre parole, concede lo spazio ma non entra nella stanza dei bottoni.

Un rapporto del Dipartimento della Sicurezza Interna del 2020 spiegava che i lettori possono catturare non solo il numero di targa, ma anche marca e modello del veicolo, immatricolazione, coordinate GPS, data e ora dello scatto.

L’immagine può includere l’ambiente circostante, talvolta anche conducenti e passeggeri. E il dato, incrociato con altri archivi pubblici o privati, diventa una mappa dettagliata dei movimenti di milioni di persone ignare.

In California esiste dal 2016 una legge che regola l’uso e la condivisione dei dati delle targhe, vietando alle agenzie statali e locali di trasferirli a enti fuori dallo Stato coinvolti nell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Una coalizione di trenta organizzazioni per i diritti civili sostiene che l’installazione di dispositivi federali lungo il confine aggiri di fatto quelle protezioni, e in modo compatto hanno chiesto al governatore e al dipartimento dei trasporti di revocare i permessi e rimuovere quella che definiscono un’infrastruttura di sorveglianza segreta.

Nell’attesa, sono tante le domande che restano sospese nell’aria secca del deserto: chi controlla ogni unità? Per quanto tempo vengono conservati i dati? Chi può accedere e quali garanzie ci sono contro errori, abusi e scambi impropri?

Le risposte finora sono state scarse, frammentarie o più spesso ancora assenti del tutto.

“Se non hai fatto nulla…”

Tra i residenti c’è chi osserva la vicenda con rassegnazione: un settantenne della zona, intervistato da una televisione locale, si è chiesto perché preoccuparsi se non si ha nulla da nascondere.

Dopotutto, fa notare, condividiamo sui social ogni dettaglio della nostra vita quotidiana.

Per altri è una questione di principio: un’inchiesta dell’Associated Press ha rivelato che i dati raccolti vengono inseriti in programmi di intelligence predittiva che analizzano i modelli di viaggio di milioni di automobilisti per individuare comportamenti ritenuti sospetti da un algoritmo.

E il concetto di “sospetto”, in questo modo, può diventare sorprendentemente elastico. È accaduto ad un’anziana e tranquilla signora residente nell’Imperial Valley, fermata al confine e interrogata per ore sulle sue frequenti visite ai casinò locali.

Nessun reato e nessuna accusa, solo una domanda: perché quei movimenti ripetuti? Alla sua obiezione – sto forse facendo qualcosa di sbagliato? – la risposta sarebbe stata che quei viaggi “sembravano sospetti”.

Volontari sotto osservazione

L’uomo che ha scoperto il primo trailer sospetto non è un teorico della privacy. Durante la settimana si occupa di ripristinare case danneggiate dall’acqua, intervenendo quando le tubature esplodono e i pavimenti si trasformano in piscine improvvisate.

Nei fine settimana, invece, percorre i canyon più remoti per lasciare acqua, cibo e vestiti ai migranti che attraversano il deserto.

Dice di non essere tanto preoccupato per sé quanto per i volontari che partecipano alle consegne: teme che possano essere tracciati, fermati e interrogati per il semplice fatto di percorrere certe strade con una certa frequenza.

Non è un timore astratto: durante il primo mandato del presidente Trump, volontari che lasciavano acqua nel deserto dell’Arizona furono perseguiti con accuse che includevano l’abbandono di proprietà e il favoreggiamento.

Alcune condanne sono poi state annullate, ma il segnale a quel punto era stato lanciato in modo chiaro e forte: attenzione perché vi osserviamo.

Una storia che va oltre il confine

La sorveglianza delle targhe in California non riguarda solo il confine meridionale: ad archiviare i numeri di targa sono scuole, aziende e centri commerciali. Un’indagine del 2025 ha rivelato che alcune forze dell’ordine della California meridionale avevano condiviso dati con agenzie federali per l’immigrazione, in violazione del divieto statale.

Il procuratore generale ha avviato azioni legali e inviato lettere di richiamo a diverse agenzie, eppure, secondo documenti successivi, le condivisioni non si sono mai fermate.

Nel frattempo, i cittadini hanno iniziato a fare ciò che spesso accade quando le informazioni ufficiali scarseggiano: mappare da soli. Fotografia dopo fotografia, coordinata dopo coordinata, hanno tracciato una costellazione di dispositivi lungo le autostrade del sud.

Alcuni sono facili da individuare, altri sono nascosti con fantasia dietro la griglia di un’auto di pattuglia, dentro un rimorchio con il limite di velocità lampeggiante, perfino all’interno di finti cactus.

Una pratica che, a quanto pare, va avanti da anni, solo che ora la situazione politica interna e la tecnologia l’hanno resa più difficile da ignorare.

Qualcuno prova anche a scherzare, chiedendosi a quale capitolo di “1984” è arrivata l’America.

È una battuta, certo, ma come quelle ben riuscite nasconde una verità scomoda e molto, molto preoccupante.

Arrive e Audi per pagare easy il parcheggio

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Arrive, la piattaforma globale di mobilità, annuncia l’integrazione di EasyPark nell’app store in-car di Audi.

Il servizio è ora accessibile dal sistema di infotainment del veicolo, ampliando l’ecosistema di soluzioni di mobilità connessa a bordo.

Grazie all’applicazione in-car di EasyPark, chi guida Audi può avviare, gestire e concludere automaticamente le sessioni di parcheggio direttamente dal sistema di infotainment del veicolo.

Il processo è completamente digitale ed elimina la necessità di ticket o pagamenti manuali.

L’app in-car di EasyPark verrà progressivamente estesa su tutti i modelli Audi in Europa dotati dell’Audi Application Store entro la fine di marzo 2026.

Arrive fornisce già soluzioni integrate di pagamento della sosta a Škoda, SEAT e CUPRA.

Per utilizzare il servizio, i conducenti di Audi devono semplicemente accedere con il proprio account EasyPark, se ne hanno già uno, o crearne uno nuovo direttamente dal sistema di infotainment del veicolo.

Come funziona

Quando un veicolo Audi si ferma in un’area di sosta supportata da EasyPark e viene inserita la modalità “Park”, l’app EasyPark attivata invia automaticamente una notifica al display del sistema di infotainment.

In quel momento il conducente è informato che il pagamento del parcheggio è disponibile.

Nel caso in cui vengano rilevate più aree di sosta, l’automobilista può selezionare la posizione corretta direttamente da un elenco e avviare la sessione con un semplice tocco sullo schermo.

Per garantire la massima comodità, la sessione di sosta termina automaticamente quando il veicolo lascia il parcheggio e supera i 15 km/h.

EasyPark è disponibile in oltre 60.000 aree di sosta – tra parcheggi pubblici, strutture private e garage – in circa 1.300 città europee.

Eugene Tsyrklevich, General Manager Automotive & Data di Arrive:

“Integrare EasyPark nel sistema di infotainment di Audi segna un momento decisivo nel processo di trasferimento dei servizi di mobilità direttamente a bordo del veicolo”.

“Non si tratta solo di semplificare la sosta, ma di mettere a disposizione degli automobilisti un servizio di cui hanno bisogno nella vita di tutti i giorni in città”.

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