L’Italia delle quattro ruote perde i suoi meccanici

Da queste parti, è notizia fresca di qualche giorno fa, circolano 701 automobili ogni mille abitanti, molte delle quali piuttosto vecchie.

Ma mentre le auto aumentano e restano più a lungo su strada, gli autoriparatori diminuiscono.

Nel 2024 erano poco più di 75.200, contro 83.700 di dieci anni prima: è bastato un decennio per ingoiare circa 8.400 imprese, con un calo complessivo del 10%.

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, il settore sta attraversando una trasformazione profonda che rende sempre più complesso mantenere un’autofficina tradizionale, soprattutto se indipendente.

Costi in salita e margini in discesa

Il primo ostacolo, quello più scontato, è economico. Gestire un’officina significa sostenere spese che aumentano di continuo fra affitti, bollette, assicurazioni, smaltimento di rifiuti speciali, adeguamenti alle normative ambientali e agli standard di sicurezza.

E molte realtà artigiane a conduzione familiare, che per anni hanno rappresentato la vera ossatura del comparto, faticano a mantenere un equilibrio che permetta anche di mantenere la famiglia.

Anche perché una parte della clientela, sempre più attenta al prezzo, acquista ormai online i pezzi di ricambio, comprimendo ulteriormente i ricavi.

L’auto diventa hi-tech (e l’officina deve adeguarsi)

Ad avere un peso specifico è anche la rivoluzione tecnologica, con le automobili diventate sempre più sistemi complessi governati da centraline elettroniche, software, e dispositivi, sensori e telecamere.

La diffusione di veicoli ibridi ed elettrici impone competenze nuove e strumenti sofisticati: non basta più la tradizionale esperienza meccanica dei ‘maghi del carburatore’ di un tempo, servono conoscenze informatiche, aggiornamenti continui e attrezzature che richiedono investimenti.

E per molte piccole officine, affrontare spese di decine di migliaia di euro non è più sostenibile.

Manca il ricambio generazionale

A complicare il quadro c’è la questione demografica. Il lavoro dell’autoriparatore richiede impegno fisico, responsabilità tecniche e una gestione amministrativa non banale.

Cose verso cui i giovani, sempre più orientati verso percorsi universitari o professioni meno faticose, mostrano scarso interesse. E quando il titolare va in pensione, spesso l’attività chiude definitivamente.

La concorrenza delle grandi reti

Sull’altro fronte avanzano compatte le reti organizzate e le concessionarie ufficiali, capaci di proporre pacchetti di manutenzione, estensioni di garanzia e promozioni grazie a economie di scala.

Il piccolo autoriparatore indipendente fatica a competere sia sul prezzo che sulla percezione di affidabilità, soprattutto per le vetture ancora coperte da garanzia.

In più, le auto di ultima generazione richiedono meno manutenzione rispetto al passato: intervalli di tagliando più lunghi e componenti più resistenti riducono la frequenza degli interventi.

Un fenomeno diffuso

La crescita del numero di auto interessa quasi tutte le regioni, con incrementi particolarmente marcati in Toscana, Calabria e Puglia, al netto dei casi di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige.

La Liguria registra l’aumento più contenuto, pur restando in territorio positivo.

Sul fronte opposto, le imprese di autoriparazione arretrano praticamente ovunque: l’Abruzzo segna una delle contrazioni più consistenti, seguito da Puglia e Marche, unica eccezione il Piemonte, che al contrario evidenzia una lieve crescita.

A livello provinciale le flessioni più accentuate si registrano a Fermo, Pescara, Barletta-Andria-Trani, Lecce ed Enna.

Che ne sarà di noi?

L’Italia resta il Paese con più auto, ma per assurdo con una rete di officine sempre più ristretta e un dubbio che aleggia come una nuvola nera sulla testa: chi riparerà le nostre auto?