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Castrol e Audi Revolut F1® Team per lo sviluppo di fluidi tecnologici

2026 Pre-Season: Bahrain Test 1, Day 2 - 12 January 2026

Castrol e Audi Revolut F1® Team hanno da tempo avviato una collaborazione per sviluppare lubrificanti e fluidi su misura per veicoli elettrici.

Inoltre, bp sta mettendo a punto un carburante specifico e ad alte prestazioni, per alimentare il nuovo motore ibrido dell’Audi Revolut F1® Team nel pieno rispetto del regolamento 2026.

Bp e Castrol sono entrambi partner ufficiali del team.

Gli esperti di Castrol e Audi Revolut F1® Team hanno sviluppato congiuntamente un olio motore Castrol EDGE appositamente formulato per la power unit Audi (AFR 26 Hybrid).

Questo lubrificante consente ad Audi di raggiungere l’equilibrio ideale tra prestazioni e affidabilità.

In un contesto di limiti energetici più rigorosi, l’olio diventa parte integrante della strategia energetica del team, contribuendo a ridurre le perdite d’attrito e permettendo di ricavare maggiore potenza a parità di consumo.

Allo stesso tempo, garantisce l’integrità meccanica necessaria a completare la gara, proteggendo i componenti attraverso un controllo ottimale dell’usura e della resistenza sotto carichi estremi.

Gli ingegneri di Castrol e Audi lavorano in un ciclo continuo di sviluppo basato sui dati raccolti per perfezionare Castrol EDGE e ottenere prestazioni ottimali* in pista.

Chris Lockett, Senior Vice President, Castrol Technology:

“Le modifiche tecniche di questa stagione sono enormi e ridefiniscono completamente la sfida tecnologica”.

“Con l’elettrificazione che fornisce circa la metà della potenza della vettura e vincoli energetici molto più stringenti, l’olio motore è diventato un componente attivo delle prestazioni di una monoposto di F1”.

“Un ingrediente non così segreto che potrebbe fare davvero la differenza sui risultati dei team in questa stagione”.

“È proprio questo il senso della nostra partnership tecnica con Audi Revolut F1® Team: ottimizzare efficienza e affidabilità dei sistemi critici per offrire le migliori prestazioni possibili in pista”.

Mattia Binotto, Team Principal di Audi Revolut F1® Team:

“La nostra partnership tecnica con Castrol va ben oltre la collaborazione convenzionale”.

“Lavoriamo fianco a fianco dal 2022, testando, analizzando e perfezionando insieme fluidi su misura che garantiscono prestazioni negli ambienti di gara più impegnativi”.

“Ma non si tratta solo di sviluppo prodotto”.

“In ogni Gran Premio avremo un tecnico Castrol nel nostro team che ci supporterà nella preparazione delle gare e nell’analisi delle performance, svolgendo un ruolo fondamentale nella nostra stagione di F1”.

Oltre il lubrificante

Oltre all’olio motore sviluppato su misura, Castrol fornirà una strategia completa per la gestione di tutti i fluidi delle monoposto Audi Revolut F1® Team e dei loro sistemi più sollecitati, tra cui:

  • olio per trasmissione,
  • fluido idraulico,
  • fluido per il sistema ERS.

Insieme collaboreranno inoltre nell’analisi del comportamento dei lubrificanti per proteggere i componenti meccanici e per garantire prestazioni costanti nelle condizioni operative estreme della Formula 1.

Parallelamente, presso lo stabilimento di Audi F1 a Hinwil sono in fase di test:

  • i fluidi Castrol avanzati per la lavorazione dei metalli,
  • il sistema di automazione SmartCoolant, per ottimizzare la produzione di telai.

Michelle Jou, CEO di Castrol:

“Castrol e Audi vantano una storia costruita su vittorie e sviluppo di tecnologie capaci di performare negli ambienti racing più estremi, i banchi di prova più severi per soluzioni destinate poi a interessare milioni di veicoli in tutto il mondo”.

“Abbiamo accompagnato Audi attraverso numerose tappe fondamentali della sua evoluzione ingegneristica, collaborando a innovazioni come:

  • la tecnologia Quattro negli anni ’80,
  • l’ascesa dell’ibrido negli anni ‘10 con Audi e-tron quattro,
  • l’avvento dell’elettrico nella Formula E nel 2021.

Ora portiamo avanti il nostro comune approccio orientato all’innovazione nella nuova era della F1®”.

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* L’olio motore Castrol EDGE appositamente studiato solo per le vetture del team Audi Revolut F1® (creato su misura e non disponibile per i consumatori), è stato progettato per garantire le massime prestazioni nelle più diverse condizioni. Il motorsport di alto livello è il test per eccellenza per Castrol EDGE.

Da invenzione a obbligo, i 70 anni delle cinture di sicurezza

L’11 aprile del 1988, in Italia entra in vigore la legge n. 111 che obbliga l’uso delle cinture di sicurezza per gli occupanti dei sedili anteriori, con tanto di multe e sanzioni.

In realtà sono passati quasi 10 anni dal 1976, anno in cui tutte le auto di nuova produzione devono essere dotate.

Per gli italiani, notoriamente refrattari alle regole e alle imposizioni, è una vera rivoluzione e qua e là spuntano idee fantasiose, come le t-shirt che hanno impressa la cintura di sicurezza, per tentare di ingannare i vigili.

Quel giorno diventava obbligatoria l’idea di Nils Ivar Bohlin, ingegnere svedese di Volvo specializzato nella sicurezza.

Partendo dall’esperienza in aeronautica, nel 1959 Bohlin progetta le cinture di sicurezza a tre punti: una fascia che attraversa il torace in diagonale e blocca anche il bacino brevettata che sarà montata per la prima volta sulla “Amazon” e la “PV244”.

Ma convinti di aver creato qualcosa che avrebbe potuto salvare milioni di vite, a Goteborg decidono di concedere a tutti l’uso delle cinture di sicurezza senza alcuna necessità di pagare i diritti.

Una rivoluzione culturale prima ancora che tecnica

Per molti automobilisti italiani, abituati a vivere la guida come un’esperienza libera e poco regolamentata, l’idea di dover “legarsi” al sedile appare inizialmente come un’imposizione fastidiosa.

Col tempo, la cintura di sicurezza smette di essere percepita come una costrizione e diventa un gesto automatico, quasi istintivo.

Come funziona la cintura

Dal punto di vista tecnico, la cintura è un dispositivo di protezione individuale progettato per trattenere l’occupante sul sedile durante improvvise variazioni di velocità.

Il suo funzionamento si basa sulla distribuzione delle forze d’urto sulle parti più resistenti del corpo umano, come il bacino e il torace, riducendo l’impatto diretto contro volante, parabrezza o altre superfici interne.

Il sistema, solo all’apparenza semplice, è in realtà il risultato di studi approfonditi sulla biomeccanica e la dinamica degli incidenti.

La sinergia tra cintura, struttura deformabile del veicolo e dispositivi come airbag e poggiatesta contribuisce a creare un ambiente più sicuro, capace di assorbire e dissipare l’energia cinetica generata da una collisione.

Una storia lunga più di un secolo

Le radici della cintura di sicurezza risalgono a ben prima della motorizzazione di massa. Già nella metà dell’Ottocento, l’aviatore inglese George Cayley aveva intuito la necessità di trattenere i piloti in condizioni di volo instabili.

Qualche decennio più tardi, nel 1885, il newyorkese Edward J. Claghorn deposita un brevetto che descriveva un sistema di fissaggio personale pensato non solo per i veicoli, ma anche per attività lavorative in quota.

All’inizio del Novecento, le cinture fanno la loro comparsa anche nel mondo dell’automobilismo sportivo.

Un incidente avvenuto durante un tentativo di record con una “Baker Torpedo” aveva dimostrato drammaticamente la loro efficacia: mentre due spettatori perdono la vita, gli occupanti del veicolo sopravvivonoo grazie al sistema di trattenuta.

Nel 1903, il francese Gustave-Désiré Leveau perfeziona il concetto con una cintura a quattro punti, ma la diffusione rimane limitata a causa di materiali poco confortevoli e prestazioni automobilistiche ancora contenute.

Il salto di qualità negli anni Cinquanta

Con l’aumento delle velocità e del traffico nel secondo dopoguerra, la sicurezza automobilistica diventa una priorità. Il medico statunitense C. Hunter Shelden contribuisce sviluppando cinture retrattili e soluzioni innovative come roll-bar, poggiatesta regolabili e sistemi di protezione passiva.

Nel frattempo, l’esperienza delle competizioni motoristiche continuava a dimostrare che la stabilità del corpo durante le accelerazioni era essenziale non solo per la prestazione, ma anche per la sopravvivenza.

È a questo punto della storia che entra in scena Nils Ivar Bohlin padre della cintura a tre punti, l’idea che riesce distribuire le forze dell’impatto su aree più robuste del corpo, migliorando la protezione degli occupanti.

L’innovazione che diventa patrimonio comune

L’introduzione della cintura a tre punti su modelli Volvo alla fine degli anni Cinquanta segna l’inizio di una nuova era.

La decisione della casa automobilistica di rendere il brevetto disponibile gratuitamente agli altri costruttori rappresenta un gesto pionieristico, anticipando di decenni il concetto di condivisione tecnologica per il bene collettivo.

Negli anni successivi, le legislazioni nazionali iniziano a recepire l’importanza del dispositivo: in Europa, alcuni Paesi impongono l’obbligo già negli anni Settanta, mentre negli Stati Uniti l’installazione diventa necessaria a livello federale nel 1968.

L’uso effettivo, tuttavia, ha richiesto interventi normativi e campagne di sensibilizzazione.

Il caso italiano

In Italia, il percorso verso l’obbligo si trasforma nel solito equilibrio tra innovazione tecnica e resistenze sociali.

Dopo l’introduzione degli attacchi obbligatori nel 1976, la legge del 1988 segna l’inizio di una fase decisiva, destinata a culminare negli anni successivi con l’estensione dell’obbligo a tutti gli occupanti e a diverse categorie di veicoli, compresi autobus e mezzi pesanti.

Numeri e prospettive della sicurezza stradale

Le statistiche internazionali confermano l’impatto positivo delle cinture di sicurezza. L’uso corretto riduce sensibilmente il rischio di lesioni mortali, contribuendo al calo della mortalità stradale registrato negli ultimi decenni.

Nonostante i progressi, ogni anno milioni di incidenti continuano a verificarsi, con un bilancio particolarmente grave nei Paesi in via di sviluppo.

Eppure, al netto delle nuove tecnologie, la cintura rimane il primo e più efficace strumento di protezione, un elemento imprescindibile anche nell’era dei sistemi di assistenza alla guida.

Il futuro

Senza le cinture di sicurezza, dicono le stime, sulle strade avremmo contato un milione di morti in più.

E a distanza di sette decenni, la ricerca nel campo della protezione degli occupanti continua a progredire.

Volvo ha recentemente presentato un nuovo concetto di cintura, denominato “multi-adaptive seatbelt”, destinato a debuttare sul SUV elettrico EX60.

Integra una rete di sensori, collocati sia all’interno sia all’esterno del veicolo, che raccolgono in tempo reale informazioni su vari parametri: dalla corporatura del passeggero alla sua posizione sul sedile, fino alla violenza dell’impatto e alla dinamica della decelerazione.

Sulla base dei dati, il sistema modula automaticamente la forza di trattenuta, adattandola alle caratteristiche individuali. L’obiettivo è superare il modello standardizzato e trasformare la cintura in una soluzione intelligente, capace di offrire una protezione su misura per ogni occupante.

Cirelli lancia nuovi modelli e una strategia multi-energia per crescere

Cirelli
foto © Cirelli Motor Company

Nel settore automotive contemporaneo non basta più proporre nuovi modelli.

Oggi serve anche rendere chiara la propria identità tecnologica e di prodotto.

È esattamente la strada scelta da Cirelli Motor Company, che annuncia l’arrivo di importanti novità in gamma e una riorganizzazione completa della propria offerta.

A partire da aprile il costruttore introdurrà tre nuovi modelli, destinati a entrare progressivamente nella nuova Linea Silver, accompagnando una strategia più ampia che prevede la suddivisione dell’intera gamma in tre famiglie distinte: Black, Silver e Gold.

Un cambiamento non soltanto estetico o commerciale perché dietro al colore dello Scudetto – nero, argento o oro – si cela infatti una precisa filosofia di prodotto, pensata per rendere più immediata la comprensione delle tecnologie e del posizionamento di ciascun modello.

Tre Linee per raccontare il brand

La nuova architettura della gamma nasce con l’obiettivo di rendere più leggibile l’offerta e rafforzare l’identità del marchio.

La Linea Black (scudetto nero) offre modelli versatili e concreti, pensati per la mobilità quotidiana. La Linea Silver (scudetto argento) propone prodotti di nuova generazione con maggiore attenzione a tecnologia ed efficienza. Infine, la Linea Gold (scudetto dorato) è la fascia più avanzata della gamma, con soluzioni tecnologiche innovative.

Una scelta strategica che punta a semplificare la lettura dell’offerta da parte dei clienti, ma anche a rafforzare la riconoscibilità dei prodotti sul mercato.

Le nuove linee – spiega il presidente Paolo Daniele Cirelli – servono a definire al meglio l’intera gamma Cirelli e rappresentano un ulteriore passo nel percorso di crescita del brand. Vogliamo rafforzare la nostra identità puntando su tecnologia e innovazione, offrendo al tempo stesso una gamma ampia ma facilmente comprensibile”.

Linea Silver: tre nuovi modelli per il cuore del mercato

Il debutto della Linea Silver segna una tappa importante nell’evoluzione del marchio.

E lo fa con tre modelli destinati a coprire segmenti molto richiesti dal mercato europeo, cioè SUV compatti, SUV sportivi e berline di segmento medio-alto.

Il primo modello è la Cirelli 3punto3, un SUV compatto progettato per un utilizzo urbano e familiare, dotata di un motore 1.5 turbo benzina da 160 CV (118 kW) con 258 Nm di coppia, abbinato a cambio automatico e trazione anteriore.

Motore 1.5 turbo benzina
Potenza 160 CV (118 kW)
Coppia 258 Nm
Cambio Automatico
Trazione Anteriore
Versione Benzina – Ibrida

È prevista anche una versione ibrida, che introduce un supporto elettrico per migliorare l’efficienza energetica e la fluidità di marcia, soprattutto nei contesti urbani.

Un gradino sopra si colloca la Cirelli 5punto5, SUV con un’impostazione più dinamica.

Le motorizzazioni turbo arrivano fino a 260 CV (182 kW) con 340 Nm di coppia, sempre con trasmissione automatica e trazione anteriore.

Motore Turbo benzina
Potenza fino a 260 CV
Coppia 340 Nm
Cambio Automatico
Trazione Anteriore
Versione Benzina – Ibrida

Anche in questo caso sarà disponibile una variante ibrida, pensata per combinare prestazioni e consumi contenuti, con un’impostazione che mira a coniugare sportività e comfort di segmento superiore.

A completare la Linea Silver arriva la Cirelli 7punto7, una berlina di segmento D che rappresenta l’offerta più orientata al comfort e alla tecnologia.

Il powertrain è un 2.0 turbo ibrido da 218 CV (160 kW) con 340 Nm di coppia, abbinato a cambio automatico.

Motore 2.0 Turbo ibrido
Potenza 218 CV
Coppia 340 Nm
Trasmissione Automatica
Trazione Anteriore

Si tratta di una berlina moderna, con dotazioni di bordo evolute e un’impostazione premium, mantenendo al tempo stesso un approccio tecnologico orientato all’efficienza.

Linea Gold: l’elettrico con autonomia estesa

Se la Silver rappresenta l’equilibrio tra prestazioni ed efficienza, la Linea Gold è il terreno su cui Cirelli sperimenta soluzioni più avanzate.

Tre i modelli previsti (Cirelli 3zero3, Cirelli 5zero5 e Cirelli 7zero7) il cui vero elemento distintivo è la tecnologia REEV (Range Extended Electric Vehicle), adottata sui modelli 5zero5 e 7zero7.

Il sistema REEV rappresenta una soluzione ibrida particolare, in cui la trazione è completamente elettrica, mentre il motore termico non muove direttamente le ruote ma funziona come generatore di energia.

Ccirelli
foto © Cirelli Motor Company

In pratica le ruote sono mosse dal motore elettrico, il motore benzina ricarica la batteria quando necessario e l’autonomia aumenta senza dipendere esclusivamente dalla ricarica esterna.

Il risultato è un’esperienza di guida simile a quella di un’auto elettrica, ma con la sicurezza di un’autonomia estesa.

Un approccio pragmatico alla transizione

La strategia tecnologica del marchio non si limita però all’elettrificazione.

Accanto alle soluzioni REEV trovano spazio anche i sistemi MHEV (Mild Hybrid Electric Vehicle), nei quali un piccolo motore elettrico supporta il motore termico durante le accelerazioni e recupera energia nelle fasi di rilascio.

Questa soluzione permette una riduzione di consumi ed emissioni e nessuna necessità di ricarica esterna.

Ma tra le scelte più interessanti emerge anche il biometano, disponibile nella Linea Black su Cirelli 1 e Cirelli 6 e presto anche sulla Cirelli 3.

Si tratta di un carburante rinnovabile prodotto da matrici organiche che consente di ridurre significativamente le emissioni di CO₂ lungo l’intero ciclo di vita, mantenendo al tempo stesso autonomia elevata e tempi di rifornimento rapidi.

Un approccio pragmatico che punta a offrire soluzioni diverse per esigenze diverse, senza imporre un’unica strada tecnologica.

La roadmap del 2026

Parallelamente allo sviluppo della gamma, Cirelli punta anche al rafforzamento della propria presenza sul territorio.

La roadmap per il 2026 prevede nuove aperture in città chiave, l’ampliamento della rete di officine autorizzate, campagne dedicate di test drive e una strategia che integri showroom fisici e canali digitali.

Sul fronte post-vendita, il reparto Service sta sviluppando una logistica ricambi con stock dinamici accompagnata da livelli di servizio in grado di ridurre i tempi di fermo dei veicoli.

A completare l’offerta, l’assistenza stradale 24 ore su 24, destinata a diventare uno standard per tutti i clienti.

Un marchio giovane che prova a distinguersi

Nel mezzo della trasformazione energetica dell’automobile, la strategia di Cirelli appare chiara: non scegliere una sola tecnologia, ma offrire un ventaglio di soluzioni.

Elettrico con autonomia estesa, mild hybrid e biometano convivono all’interno della stessa gamma, raccontando una visione della mobilità meno ideologica e più concreta.

La suddivisione in Black, Silver e Gold diventa il modo con cui il marchio prova a rendere leggibile una transizione tecnologica complessa.

Perché oggi innovare non significa soltanto sviluppare nuovi motori o batterie. Significa anche costruire una gamma coerente, comprensibile e capace di accompagnare il cliente nel cambiamento.

A #FORUMAutoMotive la Zanussi Sport 1100 racconta l’Italia del Dopoguerra

Automobili
Zanussi Sport 1100, la barchetta artigianale italiana protagonista a #FORUMAutoMotive - foto © Museo Nicolis

Certe automobili, come la Zanussi Sport 1100 del 1952, non sono semplici mezzi di trasporto.

Sono momenti importanti della storia non solo industriale, sono frammenti di cultura tecnica e testimonianze di un’epoca in cui il talento individuale riusciva a trasformare un’officina in un laboratorio di innovazione.

È esattamente il caso della Zanussi Sport 1100, una piccola ma affascinante sportiva artigianale che tornerà sotto i riflettori il 23 e 24 marzo a Milano durante l’evento promosso da #FORUMAutoMotive.

L’esemplare – messo a disposizione da Silvia Nicolis, presidente del Museo Nicolis – rappresenta uno dei casi più interessanti di ingegneria automobilistica artigianale italiana del secondo dopoguerra.

Auto rara e sintesi di tecnica, design e spirito imprenditoriale che racconta il modo in cui l’Italia ha saputo reinventarsi dopo il conflitto mondiale.

Un’officina, un pilota, un sogno

Dietro la nascita della Zanussi Sport 1100 c’è la figura di Fioravante Zanussi, pilota amatoriale, preparatore e costruttore attivo a Treviso.

La sua officina, fondata nel 1919, era uno di quei luoghi dove la meccanica era manutenzione a braccetto con la sperimentazione.

Negli anni Cinquanta il motorsport italiano viveva una stagione straordinaria: piccoli costruttori, carrozzieri e preparatori lavoravano su basi meccaniche esistenti per creare vetture sportive leggere e competitive.

In questo contesto nacque la Zanussi Sport 1100, una barchetta artigianale sviluppata attorno a una meccanica di derivazione Fiat 1100, una delle piattaforme più diffuse e versatili dell’epoca.

L’obiettivo era realizzare una vettura leggera, agile e veloce, capace di esprimere il massimo delle prestazioni grazie a un accurato lavoro di preparazione meccanica e di alleggerimento.

L’arte della leggerezza

Uno degli aspetti più affascinanti della Zanussi Sport 1100 è la carrozzeria, realizzata dalla Carrozzeria Fratelli Vendrame.

Il design a “barchetta”, molto diffusa nelle competizioni stradali del dopoguerra è un’impostazione essenziale, con abitacolo aperto, parabrezza minimale e linee tese a favorire la penetrazione aerodinamica.

Materiale Alluminio battuto a mano Peso ridotto
Architettura Barchetta aperta Riduzione massa e resistenza aerodinamica
Linea Profilo affusolato Migliore stabilità alle alte velocità
Costruzione Artigianale su misura Ottimizzazione del bilanciamento

L’uso dell’alluminio era fondamentale. Negli anni Cinquanta rappresentava la scelta privilegiata per le vetture sportive leggere.

Il materiale consentiva infatti di ridurre drasticamente la massa rispetto alla lamiera tradizionale, migliorando accelerazione, frenata e comportamento dinamico.

La carrozzeria Vendrame si distingue anche per l’eleganza delle proporzioni: cofano lungo, coda rastremata e passaruota appena accennati, un equilibrio stilistico che incarna perfettamente la tradizione del design italiano.

Meccanica della Fiat 1100 reinterpretata

Il cuore della Zanussi Sport 1100 deriva dalla piattaforma tecnica della Fiat 1100, ma il lavoro di preparazione realizzato da Zanussi mirava a migliorare sensibilmente le prestazioni.

Tra gli interventi di preparazione tipici dell’epoca spiccano la revisione e ottimizzazione della testata, il miglioramento della respirazione del motore, la carburazione più performante, l’alleggerimento di componenti rotanti e un assetto specifico per uso sportivo.

Il risultato era una vettura che, pur partendo da una base relativamente semplice, poteva offrire prestazioni sorprendenti grazie al peso ridotto e alla preparazione mirata.

In un periodo in cui la tecnologia automobilistica era ancora fortemente legata all’esperienza dei meccanici, il know-how dell’officina faceva la differenza tanto quanto il progetto di base.

Un ecosistema di talento italiano

La storia della Zanussi Sport 1100 racconta di un intero ecosistema produttivo fatto di officine meccaniche, carrozzieri artigiani, piloti privati e piccoli costruttori.

Un sistema diffuso che ha contribuito a rendere l’Italia uno dei centri mondiali della cultura automobilistica.

Non a caso queste vetture nascevano spesso in collaborazione tra più realtà locali, creando un dialogo continuo tra tecnica, design e competizione.

In questo senso la Zanussi Sport rappresenta un perfetto esempio di Made in Italy automobilistico ante litteram.

Il valore culturale dell’automobile

L’esposizione della Zanussi Sport 1100 durante l’evento di #FORUMAutoMotive non ha solo un valore nostalgico.

Per gli organizzatori queste vetture ricordano come l’automobile sia anche patrimonio industriale, cultura tecnica e identità nazionale.

In un momento storico in cui la mobilità è al centro di grandi trasformazioni (tra elettrificazione, digitalizzazione e nuovi modelli industriali) queste storie permettono di ricordare le radici dell’ingegneria automobilistica italiana.

Un piccolo gioiello che racconta un grande Paese

La Zanussi Sport 1100 non è una supercar e non è stata prodotta in grandi numeri.

Eppure incarna perfettamente lo spirito di un’epoca in cui l’automobile nasceva da un equilibrio quasi romantico tra ingegno tecnico, manualità artigianale e passione sportiva.

Il messaggio più attuale che arriva da questa barchetta del 1952 è che l’innovazione non nasce solo nei grandi centri industriali o nei laboratori high-tech. A volte nasce da un banco da lavoro, da una chiave inglese e da un’idea che qualcuno decide di trasformare in realtà.

Perché, ieri come oggi, l’automobile resta uno dei luoghi più affascinanti dove tecnologia, creatività e identità culturale continuano a incontrarsi.

Lamborghini Miura, il giorno in cui la velocità diventò leggenda

“Chi vuole sembrare qualcuno compra una Ferrari, chi è qualcuno compra una Lamborghini”, raccontava Frank Sinatra agli amici mostrando il suo garage, costellato di supercar.

Vero o falso che fosse, a convincerlo nel marzo del 1966 erano state le prime immagini di qualcosa che aveva messo il mondo intero davanti a un’auto mai vista prima.

Quel giorno non era nata semplicemente una nuova sportiva, ma un manifesto destinato a ridefinire in tutti gli anni a venire il concetto delle prestazioni su strada.

Si chiamava “Miura”, un’opera scritta e diretta dalla Lamborghini di Sant’Agata Bolognese, nel cuore dell’Emilia: un progetto che oggi, a distanza di 60 anni, resta una delle vetture più iconiche mai prodotte, per sempre incastonata lassù dove abitano i sogni.

Per celebrare un anniversario simbolico, “Automobili Lamborghini” ha deciso di ripercorrere la storia di un modello che non solo ha segnato il destino della casa di Sant’Agata Bolognese, ma ha anche inaugurato il segmento delle supercar a motore centrale.

Tra gli appuntamenti previsti nel 2026 spicca un tour organizzato dal “Lamborghini Polo Storico”, il dipartimento dedicato al patrimonio del marchio, che dal 6 al 10 maggio porterà diversi esemplari di Miura sulle strade del Nord Italia.

L’auto che ha inventato la supercar

Quando debutta, la Miura manda in frantumi le convenzioni delle gran turismo degli anni Sessanta: il cuore è un poderoso V12 montato centralmente in posizione trasversale, soluzione direttamente ispirata al mondo delle corse.

Una scelta radicale che cambia la distribuzione dei pesi e offre prestazioni fino ad allora mai viste su un’auto di serie.

La potenza può arrivare a 385 CV, mentre la velocità massima sfiora i 290 km/h: numeri che, alla fine degli anni Sessanta, proiettano la Miura al vertice assoluto delle vetture di produzione, rendendola l’auto più veloce del mondo.

Non è solo una gara per stabilire chi va più forte, è l’inizio di un nuovo modo di intendere l’automobile sportiva.

Secondo Stephan Winkelmann, chairman e CEO di Lamborghini, ancora oggi la Miura rappresenta uno dei pilastri del marchio, che non era soltanto un’auto finita nel cassetto dei sogni di intere generazioni, ma un progetto capace di cambiare dalle fondamenta la storia dell’ingegneria automobilistica e di incarnare lo spirito della casa emiliana.

Un’idea nata per passione

Nei primi anni Sessanta Lamborghini è una realtà ancora giovane: fondata nel 1963 dal patron Ferruccio per produrre trattori, ha già dimostrato le proprie ambizioni con la 350 GT, ma il coriaceo ferrarese non si accontenta e vuole qualcosa di ancora più estremo.

A trasformare quell’intuizione in progetto concreto è un gruppo di ingegneri guidato da Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani, affiancati dal collaudatore neozelandese Bob Wallace.

Lavorando spesso fuori dall’orario ufficiale, il team sviluppa una vettura ispirata direttamente alle competizioni: il “Progetto L105”, caratterizzato da un V12 da 3,9 litri con bancate a 60°, quattro alberi a camme e quattro carburatori Weber.

Una soluzione tecnica audace, che include persino un albero motore con rotazione antioraria, scelta piuttosto inusuale per l’epoca.

Il telaio che fa scalpore

La prima apparizione pubblica del progetto va in scena nel 1965 al Salone dell’Auto di Torino.

Lamborghini espone il telaio della futura Miura, ancora privo di carrozzeria: è dipinto di nero opaco e mostra chiaramente il motore montato dietro l’abitacolo.

Anche senza carrozzeria, lo chassis attira l’attenzione della stampa e dei designer presenti. La struttura in acciaio pesa appena 120 kg, grazie a pareti sottilissime e a numerosi fori di alleggerimento.

Una dimostrazione di audacia ingegneristica che lascia tutti sorpresi, compreso Nuccio Bertone. Secondo la leggenda, il celebre carrozziere torinese, osservando il telaio aveva promesso di creare “la scarpa perfetta per questo meraviglioso piede”.

E un po’ come per la frase di Sinatra, che sia stata pronunciata davvero o meno, la collaborazione con Bertone diventa comunque il giro di boa di questa storia.

La firma di Bertone e Gandini

A dare forma alla Miura è lo studio torinese “Carrozzeria Bertone”, che ha nel giovane Marcello Gandini il capo designer.

Il risultato è una carrozzeria destinata a diventare uno dei simboli del design automobilistico del Novecento.

La Miura è larga, sensuale e alta appena 105 cm: i fari a scomparsa con le celebri “ciglia”, le prese d’aria scolpite nella carrozzeria e la silhouette compatta danno l’idea di un animale in caccia pronto a scattare sulla preda.

Molto deriva dalle vetture da corsa: le griglie per il raffreddamento dei freni, le lamelle per l’estrazione del calore e le prese d’aria dietro le portiere che alimentano il V12, mentre le finiture nere anodizzate sostituiscono le tradizionali cromature.

La Miura è lunga appena 4,36 metri, ma riesce a combinare aggressività e raffinatezza in un equilibrio così perfetto da essere ancora oggi considerato uno dei punti più alti mai raggiunti dal design automobilistico.

Colori audaci e personalizzazione

Un altro elemento che rende la Miura rivoluzionaria è la massima libertà cromatica: in un’epoca dominata da tinte tranquille, Lamborghini propone una gamma anticonvenzionale che include Arancio Miura, Giallo Fly, Rosso Miura, Verde Rio Metallizzato, Azzurro Mexico Metallizzato e Oro Metallizzato.

Una scelta che anticipa l’attenzione del marchio verso la personalizzazione che oggi è parte integrante del marchio.

Il V12 diventa leggenda

Il vero protagonista assoluto è il V12 Lamborghini, evoluzione dell’unità originariamente progettata da Giotto Bizzarrini, diventata il simbolo della casa di Sant’Agata per quasi sessant’anni.

Nella versione P400 il motore sviluppa 350 CV, mentre la P400 S sale a 370 CV e con la successiva P400 SV la potenza raggiunge 385 CV a 7.850 giri, accompagnata da una coppia di 388 Nm. Lo scatto da 0 a 100 km/h richiede circa 6,7 secondi, mentre il tachimetro tocca i 320 km/h.

All’inizio motore, trasmissione e differenziale condividono lo stesso sistema di lubrificazione: una soluzione compatta ma complessa, successivamente evoluta con circuiti separati.

Il cambio manuale a cinque marce con griglia aperta e la frizione a secco fanno il resto. Nessun servosterzo, nessuna concessione all’elettronica: solo meccanica pura che da chi guida pretende abilità e concentrazione.

Un nome nato dalla tauromachia

Con la Miura Lamborghini inaugura anche una tradizione destinata a diventare iconica: quella dei nomi legati al mondo dei tori da combattimento.

Miura prende il nome dalla celebre razza allevata in Spagna da Don Eduardo Miura Fernández.

Da quel momento in poi molti modelli Lamborghini seguiranno la stessa logica: Espada, Islero, Murciélago e altri nomi leggendari destinati ad entrare nel lessico dell’automobilismo sportivo.

I modelli speciali

Tra il 1966 e il 1973, dallo stabilimento di Sant’Agata Bolognese escono 763 esemplari di Miura: la prima vettura di serie viene consegnata a Milano il 29 dicembre 1966.

Nel 1968 Lamborghini ha già venduto 184 unità, con una media di quasi quattro auto a settimana: un risultato notevole per una supersportiva di quell’epoca.

Accanto alle versioni di serie nascono anche varianti speciali e progetti unici. Tra i più celebri c’è la “Miura Roadster” del 1968, realizzata da Bertone come esemplare unico. Verniciata in azzurro lamé con interni in pelle bianca e moquette rossa, presenta rinforzi strutturali, prese d’aria maggiorate e gruppi ottici posteriori specifici.

Quarant’anni dopo, nel 2006, Lamborghini rende omaggio alla sua icona con la “Miura Concept” disegnata da Walter De Silva: presentata al Salone di Ginevra, reinterpreta le proporzioni dell’originale in chiave moderna senza cadere nello stile rétro.

Un’icona che va oltre l’automobile

La Miura non ha lasciato il segno solo nel mondo dei motori. Il suo V12 diventa protagonista anche nel cinema, in particolare nella celebre scena iniziale del film “The Italian Job” del 1969, dove il suono del motore accompagna una delle sequenze più memorabili della storia dell’automobile sul grande schermo.

Nel corso degli anni la vettura appare su innumerevoli copertine e servizi fotografici, contribuendo a costruire l’immagine delle supercar italiane.

Sessant’anni dopo

A distanza di sei decenni, la Miura continua a essere un punto di riferimento. Molti esemplari rubano gli sguardi nei più prestigiosi Concours d’Elegance internazionali, da Villa d’Este a Pebble Beach, fino a Salon Privé e Hampton Court Palace, e gran parte di queste viene restaurata o certificata dal Lamborghini Polo Storico, che si occupa della conservazione e della documentazione delle auto storiche del marchio.

Nel frattempo, la sua eredità vive nei modelli che hanno segnato la storia Lamborghini: Countach, Diablo, Murciélago, Aventador e Revuelto.

Nient’altro che i passi successivi di quel marzo del 1966, il giorno in cui il futuro non è più stato lo stesso.

SCHEDA TECNICA

Lamborghini Miura P400 (1966 – 1969)

Prima presentazione: Salone di Ginevra, 1966

Motore – V12 da 3,9 litri montato trasversalmente

Potenza max – 350 CV a 7.000 giri/min

Coppia max – 355 Nm a 5.000 giri/min

Trasmissione – cambio manuale a 5 marce

Velocità max – circa 280 km/h

0 -100 km/h – circa 6,7 s

Peso a vuoto – 945 kg

Prezzo – 7.700.000 lire

Lamborghini Miura P400 S (1968 – 1971)

Motore – V12 da 3,9 litri,

Potenza max – 370 CV a 7.500 giri/min

Coppia max – 390 Nm a 5.500 giri/min

Velocità max – circa 280 km/h

0-100km/h – 6,4s

Peso a vuoto – 1.180 kg

Prezzo – 7.850.000 lire + 350.000 per il climatizzatore

Lamborghini Miura P400 SV (1971 – 1973)

Motore – V12 da 3,9 litri

Potenza max – 385 CV a 7.850 giri/min

Coppia max – 388 Nm a 5.500 giri/min

Velocità max – oltre 290 km/h

0 – 100 km/h – 5,5 s

Peso a vuoto – 1.245 kg

Prezzo – 8.600.000 lire

Vredestein Quatrac Pro 2, l’all-season che sfida l’aquaplaning

Vredestein
Vredestein Quatrac Pro 2, il nuovo pneumatico all-season UHP con tecnologia avanzata per elevate prestazioni - foto © Vredestein, Apollo Tyres

Il mondo degli pneumatici all-season continua a evolversi rapidamente, spinto da una domanda sempre più forte di versatilità, sicurezza e prestazioni elevate.

In questo contesto debutta il nuovo Vredestein Quatrac Pro 2, l’ultimo pneumatico ultra-high-performance quattro stagioni sviluppato da Apollo Tyres per il marchio Vredestein.

Il lancio ufficiale è previsto per l’estate 2026 con un progetto che parte da un foglio completamente bianco, una riprogettazione totale di battistrada, materiali e struttura.

L’obiettivo è ottenere uno pneumatico capace di offrire prestazioni elevate su asciutto, bagnato e neve, con un occhio particolare all’efficienza energetica e alle esigenze dei veicoli elettrici.

Un’ambizione non da poco, considerando che il marchio olandese è stato tra i pionieri del segmento all-season già nei primi anni Novanta.

Un progetto sviluppato da zero

Il nuovo Quatrac Pro 2 è stato progettato presso il Global R&D Centre nei Paesi Bassi di Apollo Tyres e verrà prodotto nello stabilimento europeo dell’azienda in Ungheria.

Gli ingegneri hanno adottato un approccio radicale. Invece di adattare uno pneumatico estivo o invernale, ne hanno analizzato i principi fondamentali del comportamento dinamico per creare una piattaforma progettata specificamente per il funzionamento durante tutto l’anno.

Questo ha portato a tre innovazioni tecnologiche come il nuovo design del battistrada direzionale, la mescola di nuova generazione e la struttura completamente ripensata.

Tre elementi che lavorano in sinergia per migliorare sicurezza, efficienza e durata.

Gestione dell’acqua e stabilità

Uno degli elementi più visibili del nuovo pneumatico è il battistrada con disegno direzionale a V, sviluppato appositamente per applicazioni UHP all-season.

VredesteinLe sue caratteristiche principali sono le scanalature longitudinali profonde, i canali laterali sagomati, la nervatura centrale rigida e le lamelle tridimensionali a incastro.

Questa architettura ha diverse funzioni. Per esempio, le scanalature longitudinali favoriscono il deflusso dell’acqua, aumentando la resistenza all’aquaplaning anche ad alta velocità.

Invece, le scanalature laterali lavorano per mantenere il miglior compromesso tra prestazioni su bagnato e trazione su neve. E la nervatura centrale continua migliora la precisione dello sterzo e la stabilità in frenata su superfici asciutte.

Le lamelle 3D interbloccanti, integrate nella spalla, rappresentano una soluzione tecnica particolarmente interessante.

Infatti, consentono ai blocchi di muoversi per garantire aderenza su neve e ghiaccio, ma si irrigidiscono sotto carico per mantenere stabilità su asfalto asciutto.

Infine, la configurazione multi-pitch riduce la rumorosità di rotolamento, un parametro sempre più importante nell’era delle auto elettriche.

Non a caso, il Quatrac Pro 2 ottiene classe A per la rumorosità esterna nell’etichetta europea.

Resine, polimeri e tecnologia multi-filler

Il cuore del nuovo pneumatico è la mescola di trazione di nuova generazione.

Gli ingegneri di Apollo Tyres hanno sviluppato una formulazione che combina polimeri ad alte prestazioni, resine esclusive e tecnologia multi-filler avanzata.

In questo modo si garantiscono prestazioni costanti in un ampio range di temperature.

Comportamento della mescola

Condizione Risultato tecnico
Temperature basse elevata flessibilità e grip
Fondi bagnati frenata ottimizzata
Temperature elevate maggiore rigidità e resistenza all’usura
Uso prolungato stabilità delle prestazioni

La mescola resta morbida quando serve trazione in inverno e rigida quando serve stabilità in estate. Inoltre, lo pneumatico è certificato 3PMSF (Three Peak Mountain Snowflake), marchio che attesta la conformità agli standard ONU per le prestazioni su neve.

Progettato anche per le auto elettriche

Uno degli aspetti più interessanti del Quatrac Pro 2 riguarda la compatibilità con le nuove architetture di mobilità.

I veicoli elettrici e ibridi pongono infatti sfide specifiche agli pneumatici a causa del peso superiore dovuto alle batterie, alla coppia immediata dei motori elettrici, alla maggiore sensibilità alla rumorosità e all’importanza della resistenza al rotolamento.

Vredestein
Il Quatrac Pro 2 ha battistrada direzionale, mescola multi-filler, prestazioni elevate su bagnato e neve, ed è l’ideale per le elettriche – foto © Vredestein, Apollo Tyres

La nuova mescola e il design del battistrada sono stati ottimizzati proprio per gestire questi fattori, garantendo aderenza costante e stabilità del battistrada anche sotto elevati carichi e coppie elevate.

Inoltre la struttura alleggerita contribuisce a ridurre la resistenza al rotolamento, migliorando autonomia ed efficienza energetica.

Una struttura completamente ripensata

Oltre a battistrada e mescola, il progetto ha coinvolto anche la struttura dello pneumatico.

Il Quatrac Pro 2 introduce una zona tallone più rigida, con un profilo rastremato a doppia conicità, pensato per assicurare un ancoraggio più preciso al cerchio.

Questo elemento migliora la stabilità ad alta velocità, la precisione dello sterzo e la distribuzione delle forze nella carcassa.

A supporto della struttura è stata sviluppata anche una nuova cintura interna, progettata per ottimizzare l’impronta a terra e migliorare la percorrenza chilometrica.

Il risultato è un equilibrio raffinato tra caratteristiche spesso in contrasto, come per esempio la rigidità strutturale e la precisione di guida o ancora il comfort di marcia.

Una gamma fino a 24 pollici

Il nuovo Quatrac Pro 2 sarà disponibile in un ventaglio molto ampio di misure, comprese tra i 17 e i 24”, con una larghezza massima fino a 355 mm, un indice di velocità Y (300 km/h) e sarà disponibile anche su specifiche misure.

Un’offerta completa per essere montata su berline sportive, SUV ad alte prestazioni, veicoli elettrici di fascia premium.

Un posizionamento chiaramente al vertice della categoria UHP all-season.

Una nuova generazione di pneumatici

Con il Quatrac Pro 2, Vredestein dimostra quanto il concetto di pneumatico quattro stagioni sia cambiato negli ultimi anni.

Se un tempo questi prodotti rappresentavano un compromesso tra estivo e invernale, oggi stanno diventando soluzioni altamente specializzate, capaci di offrire prestazioni sempre più vicine a quelle dei pneumatici stagionali.

Il segreto – affermano in Vredestein – sta nella combinazione di materiali avanzati, simulazioni digitali e ingegneria strutturale sofisticata.

Il risultato è uno pneumatico che non cerca più di “fare tutto discretamente”, ma punta a fare tutto molto bene.

E in un mondo automobilistico che corre verso elettrificazione, efficienza e sostenibilità, questa evoluzione potrebbe trasformare definitivamente il ruolo degli pneumatici all-season.

In pratica, non solo affrontare tutte le stagioni, ma farlo senza compromessi.Vredestein

Mercedes E 300 de, l’ibrida tedesca che va in coppia con il diesel

Mercedes
L'ibrida diesel-elettrica di Mercedes ha una motorizzazione davvero interessante - foto © Mercedes

È l’eccezione del mercato. Un’ibrida che mette al centro della propulsione, un motore diesel affiancato a una spinta elettrica buona per l’uso cittadino.

Mercedes-Benz con la Classe E 300 de ha scelto una strada differente.

Non solo il diesel al posto del benzina per la sua versione ibrida – davvero un unicum – ma una versione che l’industria dell’automotive ha lasciato nel passato: la station wagon.

Il risultato è una Classe E All-Terrain dalla linea elegante, l’assetto sportivo, gli interni da vera Mercedes e una potenza complessiva da 313 cavalli, che la rende grintosa quanto basta per macinare chilometri sulle lunghe percorrenze.

Una motorizzazione davvero interessante

L’ibrida diesel-elettrica è sicuramente il primo macro-dettaglio che stupisce quando ci si mette al volante.

Mercedes
Mercedes Classe E 300 de All-Terrain è l’unica station wagon ibrida diesel sul mercato – foto © Auto Tecnica

Si passa dal “rombo” del gasolio, al silenzio dell’elettrico, scegliendo le varie opzioni di guida, con una fluidità notevole.

Che si scelga la guida hybrid, sport, BEV o Battery Hold, la classe E non perde neanche una frazione di secondo tra una selezione e l’altra. Tutto è istantaneo, senza vuoti.

In particolare la funzione Battery Hold permette di preservare la carica elettrica per l’utilizzo in città. Il motore elettrico interviene minimamente per assistere nelle partenze o per recuperare energia in frenata, ma il livello di carica della batteria rimane costante, offrendo la sensazione di guida dallo stile EV.

In autostrada, invece, il diesel lavora a regimi molto contenuti e anche a velocità sostenuta si mantiene al di sotto dei 2 mila giri fino a 130 km orari. Consumi e rumorosità ringraziano.

Mercedes
La plancia è full digital con tre schermi, quello per il conducente, quello centrale da 14,4” per l’infotainment e un terzo da 12,3” solo per il passeggero – foto © Auto Tecnica

In modalità completamente elettrica, l’auto mantiene prestazioni soddisfacenti, in cui le accelerazioni sono fluide ma non aspettatevi lo scatto tipico delle BEV, perché il peso vicino ai 2.400 kg si fa sentire.

L’assetto morbido, i cerchi da 20 pollici e lo sterzo leggero ma preciso e ben piantato anche in curva, rendono la guida un’esperienza rilassante. La trazione integrale 4MATIC fornisce stabilità e trazione su diversi fondi stradali.

Buona potenza, ma le dimensioni si sentono

Sotto il cofano c’è un diesel da 2.0 litri, 4 cilindri da 197 CV e 440 Nm, che si abbino a un motore elettrico da 129 cavalli.

Mercedes
foto © Auto Tecnica

Il cambio è automatico a 9 rapporti, la batteria da 25 kWh garantisce all’incirca 80 km di autonomia e si ricarica dal 10% all’80% in 20 minuti grazie alla carica in DC.

Insomma la modalità BEV per la città è perfetta, consente di consumare zero carburante senza inquinare, ma un’auto lunga 4 metri e 95, alta 1 metro e mezzo e larga circa 1 metro e 90, non è stata pensata per muoversi in spazi urbani ristretti.

Nel nostro test per le strade di Roma, per esempio, il parcheggio è stato molto aiutato dai sensori e dalle telecamere che anche grazie alla visione dall’alto consentono il miglior controllo.

D’altronde i clienti che acquistano questa vettura hanno ben chiaro in mente che tipo di auto è, e ci sarà un motivo se l’hanno scelta.

Interni da salotto

La versione in prova aveva un allestimento in ottima vera pelle, con sedili morbidi, comodi.

Mercedes
Abbondante spazio anteriore, sufficiente per i passeggeri alti sui sedili posteriori – foto © Auto Tecnica

È stato davvero un piacere mettersi alla guida con un comfort di questo livello. Sembrava di essere al volante stando seduti sulla migliore poltrona di casa, complice anche il riscaldamento-raffreddamento del sedile.

Tra l’altro i sedili hanno tutte le regolazioni elettriche possibili, con in più la funzione massaggio.

Lo spazio è buono anche sui sedili posteriori, solo chi è decisamente alto incontra qualche difficoltà per le gambe, anche se la qualità delle poltrone è la stessa.

La E 300 de è in versione plug-in, per cui il bagagliaio è stato ridotto per lasciare posto alla batteria: si passa da 615 a 460 litri, forse un po’ poco per un’auto di questa lunghezza, più adatto a una berlina standard.

Infotainment completo

Seduti al volante si ha quasi l’impressione di essere in un cinema domestico.

Mercedes
Valida la realtà aumentata del navigatore che aggiunge grafiche 3D alla visione in tempo reale della strada grazie alla fotocamera anteriore – foto © Auto Tecnica

La plancia è full digital con tre schermi: quello per il conducente con tutte le informazioni indispensabili; lo schermo centrale da 14,4” per l’infotainment e i vari sistemi di controllo digitali; infine un terzo schermo da 12,3” solo per il passeggero che può interagire sia con i comandi centralizzati, sia abbandonarsi allo svago dei video, oscurando la visione al conducente per evitare distrazioni.

I materiali fisici della plancia sono tutti di alta qualità, con ogni superficie morbida al tatto.

A dare la giusta atmosfera ci pensano i profili LED luminosi che corrono lungo tutto l’abitacolo, mentre il sistema Sound System Burmester con i suoi 17 altoparlanti assicura un’esperienza sonora particolarmente avvolgente.

Nella guida di tutti i giorni è decisamente apprezzabile l’attenzione posta al sistema di navigazione.

Infatti, è molto interessante la realtà aumentata del navigatore che aggiunge grafiche 3D alla visione in tempo reale della strada grazie alla fotocamera anteriore.

Quando si deve girare le frecce verdi illuminano la direzione da prendere, senza possibilità di errore, mentre quando si è fermi la telecamera inquadra il semaforo per far notare quando passa da rosso a verde.

Consumi contenuti, costi da Mercedes

Considerando le dimensioni e il peso di una station wagon di razza, i consumi non sono male.

Mercedes
Forse da una station wagon ci si aspetta più spazo per i bagagli, che è comunque più che sufficiente – foto © Auto Tecnica

Si viaggia intorno ai 15 km/l in percorsi urbani, si va oltre 20 km in extraurbano, ovviamente usando solo il motore diesel, mentre siamo ai 17 km al litro quando si viaggia in autostrada stando intorno ai 130 km orari.

Insomma nel nostro test generale ci siamo fermati a un buon 6,1 l/100 km.

Parlando di costi, la Mercedes Classe E 300 de è una vettura di fascia alta, per un conducente esigente, che la usa per lunghe percorrenze, più in ambito extraurbano che in città.

Si parte da poco sotto i 90mila euro, fino al top di gamma che supera i 100mila euro per la versione 450d, che monta un sei cilindri mild hybrid da 397 CV.

E la lista di optional è lunga e completa, e fa lievitare il prezzo finale di diverse migliaia di euro.

Scheda tecnica – Mercedes-Benz E 300 de Plug-in Hybrid

Motore Diesel plug-in hybrid
Cilindrata 1.993 cc
Potenza motore termico 197 CV (145 kW)
Potenza motore elettrico 129 CV (95 kW)
Potenza totale combinata 313 CV (230 kW)
Coppia massima 440 Nm a 1.800 giri/min
Cambio Automatico sequenziale a 9 marce
Autonomia elettrica WLTP (combinato) 106 km
Autonomia elettrica WLTP full optional 93 km
Consumo elettrico 20,7 kWh/100 km (fino a 23,1 kWh/100 km)
Velocità massima 225 km/h
Accelerazione 0-100 km/h 6,6 s
Lunghezza, larghezza, altezza 495, 188, 147 cm
Passo 296 cm
Peso 2.325 kg
Bagagliaio 460 litri, fino a 1.675 litri con sedili abbattuti
Mercedes
Originale il comando per regolare i sedili sulla plancia della porta – foto © Auto Tecnica

Leapmotor B10. La cinese di Stellantis

Leapmotors B10

In un momento di forte contrazione delle vendite dell’auto e, almeno in Italia, di altrettanto forte resistenza al decollo dell’elettrico puro, Stellantis guarda a est e porta sul mercato europeo un C-Suv col motore elettrico, la Leapmotor B10.

Come sembra ormai una consuetudine del 5° Gruppo automobilistico mondiale per vendite (ma BYD e Saic sono subito dietro e in forte crescita) ogni modello è presentato nella versione full electric per essere poi affiancato dalle ibride.

E così sarà anche per la B10 che aspettiamo con interesse in redazione nella versione ibrida.

Per ora ci siamo ‘accontentati’ di questo B 10 full electric che peraltro ha degli spunti interessanti che ritroveremo poi anche nella ibrida.

Leapmotors B10

Leapmotor B10, l’elettrica che costa come (e anche meno) una termica

Bel titolo, ma in realtà il prezzo che è circolato di 15.900 € richiede la combinazione di fattori non sempre coincidenti.

Innanzitutto l’ottenimento del massimo incentivo possibile, cosa che sappiamo essere vincolato a molti fattori, e poi, ma questo è reale e uguale per tutti, all’applicazione dello sconto di 3.000 € da parte della Casa.

Lasciando a ognuno farsi i propri conti, il listino dice che la versione entry level Life con batteria da 56,2 kWh (374 km WLTP) costa 29.900 € (che scendono a 26.900 € coi 3.000 € offerti dal Costruttore); che per avere più autonomia (434 km WLTP con 67,1 kWh) bisogna aggiungere 2.000 € e che per la versione top di gamma Design, con batteria long range si sale a quota 33.400 €.

Leapmotors B10

Spazio a volontà

Con dimensioni di 4.515/1.885/1.655 mm rispettivamente per lunghezza, larghezza e altezza, e un passo di 2.735 mm, lo spazio non poteva che essere abbondante, anche per i passeggeri posteriori.

Progettata per il mercato europeo, ha anche un bagagliaio percentualmente allineato al volume dell’abitacolo.

Leapmotors B10

Lo spazio è virtualmente ancora maggiore se si considera il tetto panoramico, che illumina l’abitacolo e rende più piacevole il viaggio.

Lo spazio è utilizzato anche per ricavare numerosi vani portaoggetti, anche nella sona della consolle centrale, priva del selettore di marcia (spostato sul piantone) e dunque disponibile per un paio di lattine e altro.

Ampio il pad per la ricarica del telefono (dal funzionamento non sempre impeccabile) e per il posizionamento della card che abilità l’avviamento del veicolo.

La consolle centrale consente di sistemare numerosi oggetti. il pad per la ricarica induttiva del telefono ha una porzione in cui deve essere messa la card di abilitazione all’avviamento del veicolo.

Tutto in una card

Una soluzione moderna ma che può essere poco pratica.

Innanzitutto l’apertura delle portiere avviene accostando la card allo specchietto retrovisore lato guida.

L’area nella quale accostare la card per aprire l’auto.

Il sistema può essere poco pratico se ad esempio, dopo aver chiuso, si deve riaprire la porta del passeggero per una dimenticanza. In questo caso occorre fare il perimetro dell’auto due volte.

Nulla di male, poiché c’è sempre l’app mobile Leapmotor che consente di manovrare da remoto e utilizzare anche altre funzioni per controllare lo stato del veicolo.

E’ la nuova tecnologia che avanza, ma ci sembra giusto ricordare che, per ora, c’è una fetta di utenza che non ha troppa familiarità con la digitalizzazione.

Per il portellone c’è un pulsante dedicato.

La chiusura è automatica e si attiva allontanandosi dal veicolo, ma sappiamo che molti preferiscono sentire lo scatto delle serrature.

Il design interno è curato, così come l’assemblaggio dei pezzi, anche se i materiali utilizzati per la plancia, pur di buona qualità, sono piuttosto rigidi al tatto.

Ergonomici i sedili e di ottima qualità i rivestimenti in ecopelle, con una piacevole texture.

Leapmotor B10. Design esterno nella norma

Disegnare un C-Suv originale è oggi piuttosto difficile, specialmente per una Casa generalista come Leapmotor.

Tuttavia, se vogliamo identificare un tratto caratteristico dobbiamo guardare al muso, con una fascia piatta e verticale che ingloba due fari di profondità rettangolari.

Come consuetudine, specie sul Suv cinesi, il cofano e piatto e alto da terra, coi parafanghi che di conseguenza si estendono ampiamente sopra i passaruota, rendendo il muso oltremodo massiccio.

Nulla da segnalare dietro, ordinario il gruppo ottico a sviluppo orizzontale e sufficientemente ampia la luce di carico, praticamente rettangolare.

Leapmotors B10

Kw? Quanto basta

La Leapmotor B10 è spinta da un motore elettrico da 218 CV (160 kW) e 240 Nm di coppia, valori adeguati a garantire un disimpegno discreto in ogni situazione.

Accelera da 0 a 100 km/h in 8 secondi e raggiunge una velocità massima di 170 km/h.

Come accennato, sono disponibili due opzioni di batteria: il pacchetto Pro da 56,2 kWh per un’autonomia WLTP fino a 361 km e il pacchetto Pro Max da 67,1 kWh per arrivare fino a 434 km (WLTP).

Valori teorici e da considerare raggiungibili nell’uso urbano con ampio utilizzo della frenata rigenerativa o in ambiente extraurbano a velocità moderata.

In autostrada, come noto la musica cambia e i consumi, se si ha fretta, nono consentono di percorrere la classica tratta Torino – Milano e ritorno senza un boost intermedio.

La ricarica in corrente alternata è da 11 kW e quella ultrafast in corrente continua può arrivare fino a 168 kW, per una carica del 30-80% in meno di 20 minuti.

 

Leapmotors B10
Le maniglie a scomparsa sono ottime per l’aerodinamica, però quando si sblocca la chiusura non fuoriescono per facilitare la presa. . Occorre premerle a un’estremità per estrarle.

Infotainment. Buona la base

Sulla Leapmotor B10 è stata adottata l’architettura LEAP 3.5 che integra software e hardware.

Si tratta di una piattaforma efficiente e all’avanguardia che collega fino a 22 ECU e supporta oltre 200 interfacce open source.

L’interfaccia utente, alimentata dal chipset Snapdragon 8155, è completamente personalizzabile, ma come tutte le auto prive di comandi fisici, richiede un certo periodo di assuefazione e la pazienza di allenarsi all’utilizzo delle funzioni basilari, prima di poterne godere veramente i benefici.

Il sistema LEAP OS 4.0 Plus offre immagini 3D abbastanza realistiche, display multi-funzione e controllo remoto completo tramite l’app mobile Leapmotor.

Il veicolo supporta aggiornamenti Over-The-Air illimitati.

H2 Multicleaner Moto by Maroil-Bardahl per pulire il motore

Maroil, l’azienda toscana licenziataria dei prodotti Bardahl ha presentato H2 Multicleaner Moto, un apparecchio destinato alle officine che, utilizzando l’iniezione di idrogeno nel lato aspirazione dei motori motociclistici, consente di rimuovere i residui carboniosi che si accumulano sulle valvole, il cielo del pistone e nella camera di combustione.

H2 Multicleaner Moto è di uso semplice e immediato e non richiede la costante presenza dell’operatore nel periodo in cui effettua il ‘lavaggio’.

H2 Multicleaner Moto

Come funziona

H2 Multicleaner Moto è un generatore di idrogeno e ossigeno, derivati dall’acqua demineralizzata contenuta in un serbatoio interno, che viene poi iniettata attraverso un ugello nella scatola filtro o nel condotto che vi porta l’aria.

Col motore al regime di minimo e convenientemente raffreddato con un ventilatore esterno, il ciclo di trattamento può durare fino a 40-60 minuti, a seconda del chilometraggio del motore e del livello di incrostazioni.

H2 Multicleaner Moto estende la sua azione anche alla parte ‘fredda’ del motore, quali i condotti di aspirazione e gli iniettori, quando è abbinato a uno dei celebri additivi sviluppati da Bardahl specificatamente per la pulizia del motore, quali il Repower Moto.

Aggiunto a un pieno prima del trattamento, e flussato per un centinaio di chilometri, l’additivo si attiva e inizia l’aggressione alle incrostazioni, facilitando lazione dell’idrogeno generato dall’H2 Multicleaner Moto.

Terminato il trattamento, l’utilizzo in strada del residuo di serbatoio con la benzina trattata dal Repower Moto completa l’azione, ridonando prestazioni, erogazione più progressiva e un risparmio di carburante (e la riduzoine delle emissioni) fino al successivo trattamento.

Bardahl ha effettuato un’estesa campagna di test che proseguirà nei prossimi mesi ottenendo risultati lusinghieri e documentati da prove al banco prima e dopo i trattamento.

Hyundai INOIQ 6 N Line, il lato sportivo di una berlina elettrica

Se “IONIQ”, una sorta di spin-off del marchio “Hyundai”, è una famiglia interamente concentrata sull’elettrico, la IONIQ 6 N Line punta per forza di cose ad un target di pubblico moderno ma ristretto, attratto da concetti che oggi vanno tanto, come la nuova mobilità, il design e l’alto valore tecnologico.

Tre punti cardine che rappresentano il know-how ormai raggiunto dal brand coreano, sempre più mosso dall’ambizione legittima di salire qualche gradino puntando dritti verso le zone Premium del mercato.

La IONIQ 6 N-Line nasce idealmente con una dedica inviata a chi in una vettura cerca efficienza, piacevolezza nelle linee, aerodinamica, innovazione e qualche goccia di sportività, ma dove tutto questo sia accennato e mai creato per fare puro lifestyle.

Un’auto per chi ama i lunghi viaggi e pretende la giusta dose di coccole, a cominciare dall’estrema silenziosità dell’abitacolo.

Un restyling profondo

La grande berlina elettrica coreana si evolve ovunque, dal design alla tecnologia per planare sull’autonomia, e con il restyling 2026 si sdoppia per la prima volta nell’allestimento “N Line”, che porta in gamma un’estetica ispirata al mondo delle sportive Hyundai.

Nata nel 2023 e dopo fatto incetta di premi, compreso il “World Car of the Year” dello stesso anno, con il nuovo aggiornamento introduce una serie di affinamenti che non alterano l’identità ma rafforzano il carattere.

L’auto mantiene l’impostazione da “streamliner” – un’immagine filante pensata per tagliare l’aria con la minima resistenza possibile – ma aggiunge una serie di elementi che ne valorizzano ulteriormente la presenza scenica.

L’evoluzione dello “streamliner”

Il restyling della IONIQ 6 è stato sviluppato con un approccio evolutivo piuttosto che rivoluzionario: Hyundai ha lavorato di fino su proporzioni, superfici e dettagli, mantenendo intatta la filosofia stilistica che ha reso il modello immediatamente riconoscibile.

Il frontale è stato rivisto affidandosi a linee più pulite e tese, capaci di accentuare l’immagine slanciata dell’auto.

I nuovi gruppi ottici portano in dote una firma luminosa ancora più tecnologica, con le luci diurne sottili separate dai proiettori principali che creano uno sguardo più ricercato.

Anche la parte posteriore evolve, a cominciare dal doppio spoiler della generazione precedente lascia spazio ad un singolo elemento in stile “ducktail”, soluzione che migliora la pulizia senza compromettere l’aerodinamica.

Gli elementi orizzontali, sia davanti sia dietro, contribuiscono ad amplificare visivamente la larghezza della vettura, donando l’idea di maggiore stabilità su strada.

Il lavoro sull’aerodinamica resta centrale, con il profilo che continua a seguire una curva continua estremamente fluida per consentire alla berlina coreana di raggiungere un coefficiente di resistenza all’aria pari a 0,215, uno dei valori più bassi nel panorama automobilistico globale.

Un risultato fondamentale non solo per l’efficienza energetica ma anche per l’autonomia.

N Line, un nuovo linguaggio

La vera novità dell’aggiornamento, come accennato, è l’introduzione della versione N Line, una declinazione dal carattere più sportivo che porta nel mondo della IONIQ 6 il linguaggio estetico del reparto “N” di Hyundai.

La variante si ispira al concept “RN22e Rolling Lab”, il laboratorio tecnologico con cui il marchio ha iniziato a esplorare le future sportive elettriche.

Non si tratta di una versione ad alte prestazioni in senso stretto – quel ruolo sarà ricoperto dalla futura IONIQ 6 N attesa nei prossimi mesi – ma piuttosto di un’interpretazione stilistica che enfatizza dinamismo e presenza su strada.

La N Line si distingue per paraurti anteriori e posteriori completamente ridisegnati, con superfici più scolpite e una struttura orizzontale che accentua la percezione di larghezza.

Il frontale introduce un elemento inferiore a forma d’ala, direttamente ispirato alla futura IONIQ 6 N, mentre le minigonne laterali e l’ampio uso di finiture nere lucide contribuiscono a rafforzare il look sportivo.

Anche la firma luminosa “Parametric Pixel” viene reinterpretata in chiave bidimensionale per enfatizzare l’estetica digitale del modello.

A completare il quadro ci pensano i cerchi in lega da 20” sviluppati appositamente per questa versione, che insieme ai pneumatici 245/40 R20 definiscono un’impronta visiva ancora più decisa.

Un abitacolo più curato e orientato al guidatore

L’evoluzione riguarda anche l’interno, dove Hyundai ha lavorato su qualità, ergonomia e interazione con i comandi.

Una delle novità più evidenti è il nuovo volante a tre razze, derivato da quello introdotto sulla IONIQ 5 N: la forma è stata pensata per offrire una presa più ergonomica e migliorare il feeling di guida.

Anche i materiali interni sono stati aggiornati, con pannelli porta completamente rivestiti in superfici morbide e una console centrale ridisegnata.

Particolare attenzione è stata dedicata all’intuitività dei comandi, con la scelta di reintrodurre alcuni tasti fisici per le funzioni più utilizzate, soluzione che consente di gestire rapidamente le principali impostazioni senza distrazioni.

Il display dedicato alla climatizzazione è stato inoltre ampliato per migliorare la leggibilità.

Resta centrale l’architettura digitale della plancia, che integra due schermi da 12,3” dedicati rispettivamente alla strumentazione e all’infotainment.

Il sistema è stato aggiornato con l’ultima release software, offrendo nuove funzioni di connettività, aggiornamenti OTA e l’accesso ai servizi telematici Bluelink.

Nella versione N Line l’ambiente diventa ancora più sportivo: i sedili specifici presentano goffrature dedicate, cuciture rosse a contrasto e profili evidenziati, disponibili in configurazioni che combinano tessuto, pelle o Alcantara.

Gli accenti rossi proseguono su vari dettagli dell’abitacolo, dalle bocchette di ventilazione al pulsante di avviamento, creando un’atmosfera che richiama il mondo del motorsport.

Autonomia e ricarica ultrarapida

Dal punto di vista tecnico la IONIQ 6 continua a basarsi sulla piattaforma modulare E-GMP a 800 Volt, uno dei sistemi più avanzati attualmente disponibili per i veicoli elettrici.

Con l’aggiornamento, Hyundai ha aumentato la capacità delle batterie disponibili nella gamma: l’offerta si apre con una versione dotata di accumulatore da 63 kWh e motore singolo da 170 CV, in grado di garantire fino a 521 chilometri di autonomia nel ciclo WLTP.

Il cuore della gamma è rappresentato dalla configurazione con batteria da 84 kWh, che nella versione a trazione posteriore con motore da 229 CV, raggiunge un’autonomia massima di 680 km con cerchi da 18”.

Per chi cerca prestazioni più elevate è disponibile anche la variante a doppio motore con trazione integrale.

In questo caso la potenza complessiva sale a 325 CV, con una coppia massima di 605 Nm e un’autonomia che può arrivare fino a 650 km nel ciclo combinato WLTP.

Grazie all’architettura elettrica a 800 Volt, collegando l’auto a una colonnina in corrente continua è possibile passare dal 10 all’80% della batteria in appena 18 minuti, rendendo la IONIQ 6 una delle elettriche più rapide da ricaricare sul mercato.

Tecnologia avanzata e sicurezza completa

La dotazione tecnologica è ampia fin dalla versione di ingresso, il pacchetto Hyundai “SmartSense” integra numerosi sistemi di assistenza alla guida progettati per aumentare sicurezza e comfort durante i viaggi.

Tra questi la frenata autonoma d’emergenza con riconoscimento di veicoli, pedoni e ciclisti, il mantenimento attivo della corsia con centraggio della carreggiata e il cruise control adattivo con funzione Stop&Go.

A questi si aggiungono il sistema di assistenza alla guida in autostrada Highway Driving Assist, il riconoscimento attivo dei limiti di velocità e il Rear Occupant Alert, che avvisa in caso di passeggeri rimasti sui sedili posteriori.

L’auto è equipaggiata anche con airbag anteriori, laterali, a tendina e centrale, oltre al sistema di chiamata automatica di emergenza “eCall” e alla “In Cabin Camera” per il monitoraggio dell’abitacolo.

Dal punto di vista delle funzionalità digitali, la IONIQ 6 offre connettività wireless con Apple CarPlay e Android Auto, e la piattaforma E-GMP integra inoltre pompa di calore, sistema di pre-condizionamento della batteria e tecnologia “Vehicle-to-Load”, che consente di alimentare dispositivi esterni sfruttando l’energia della batteria di trazione.

Comfort e piacere di guida

Oltre all’efficienza, Hyundai ha lavorato sulla qualità dell’esperienza al volante, e la IONIQ 6 si distingue per un assetto ben controllato e uno sterzo diretto che restituisce un buon feeling con la strada.

All’interno il comfort è elevato grazie a dotazioni come sedili anteriori a regolazione elettrica con memoria, sedute riscaldate e ventilate, funzione relaxation per il massimo relax durante le soste, head-up display e impianto audio premium “Bose” con otto altoparlanti.

Tra le tecnologie più particolari anche il sistema di specchietti digitali, che sostituisce i tradizionali retrovisori esterni con telecamere ad alta definizione: le immagini sono proiettate su schermi posizionati sui montanti anteriori, ai due estremi della plancia, offrendo una visibilità più ampia e costante in ogni condizione.

All’appello mancano solo i prezzi, che saranno resi noti con l’arrivo dell’auto nei concessionari, nella tarda primavera.

L’evoluzione della gamma elettrica Hyundai

Con l’aggiornamento Hyundai prosegue nello sviluppo della propria gamma elettrica, e l nuova IONIQ 6 rafforza la propria identità di berlina efficiente pensata per i lunghi spostamenti, mentre la N Line aggiunge una dimensione più emozionale all’offerta.

Una doppia anima che prepara il terreno all’arrivo della futura IONIQ 6 N, destinata a rappresentare l’espressione più radicale di una famiglia che ormai è diventata una dinastia.

LA SCHEDA TECNICA

Motore – elettrico sincrono a magneti permanenti (dual motor per la 84 kWh AWD)

Capacità batteria – 63/84 kWh

Batteria – 111,2 Ah

Potenza max – 63 kWh: 124,9 kW (170 CV); 84 kWh: 168,1 kW (229 CV)

Coppia max – 350 Nm

Velocità max – 185 km/h

Sterzo – a pignone e cremagliera

Freni – ant. e post. a disco autoventilanti

Sospensioni – ant. indipendenti MacPherson; post. Multi-link

Cerchi – in lega da 18” e 20”

Pneumatici – 225/55 R18 – 245/40 R20

Lunghezza/larghezza/altezza – 4.925/1.880/1.495 mm

Passo – 2.950 mm

Capacità bagagliaio – 401 l

Vano ant. sotto il cofano – 45 (RWD) – 14,5 (AWD) l

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