“Chi vuole sembrare qualcuno compra una Ferrari, chi è qualcuno compra una Lamborghini”, raccontava Frank Sinatra agli amici mostrando il suo garage, costellato di supercar.
Vero o falso che fosse, a convincerlo nel marzo del 1966 erano state le prime immagini di qualcosa che aveva messo il mondo intero davanti a un’auto mai vista prima.
Quel giorno non era nata semplicemente una nuova sportiva, ma un manifesto destinato a ridefinire in tutti gli anni a venire il concetto delle prestazioni su strada.
Si chiamava “Miura”, un’opera scritta e diretta dalla Lamborghini di Sant’Agata Bolognese, nel cuore dell’Emilia: un progetto che oggi, a distanza di 60 anni, resta una delle vetture più iconiche mai prodotte, per sempre incastonata lassù dove abitano i sogni.
Per celebrare un anniversario simbolico, “Automobili Lamborghini” ha deciso di ripercorrere la storia di un modello che non solo ha segnato il destino della casa di Sant’Agata Bolognese, ma ha anche inaugurato il segmento delle supercar a motore centrale.
Tra gli appuntamenti previsti nel 2026 spicca un tour organizzato dal “Lamborghini Polo Storico”, il dipartimento dedicato al patrimonio del marchio, che dal 6 al 10 maggio porterà diversi esemplari di Miura sulle strade del Nord Italia.
L’auto che ha inventato la supercar
Quando debutta, la Miura manda in frantumi le convenzioni delle gran turismo degli anni Sessanta: il cuore è un poderoso V12 montato centralmente in posizione trasversale, soluzione direttamente ispirata al mondo delle corse.
Una scelta radicale che cambia la distribuzione dei pesi e offre prestazioni fino ad allora mai viste su un’auto di serie.

La potenza può arrivare a 385 CV, mentre la velocità massima sfiora i 290 km/h: numeri che, alla fine degli anni Sessanta, proiettano la Miura al vertice assoluto delle vetture di produzione, rendendola l’auto più veloce del mondo.
Non è solo una gara per stabilire chi va più forte, è l’inizio di un nuovo modo di intendere l’automobile sportiva.
Secondo Stephan Winkelmann, chairman e CEO di Lamborghini, ancora oggi la Miura rappresenta uno dei pilastri del marchio, che non era soltanto un’auto finita nel cassetto dei sogni di intere generazioni, ma un progetto capace di cambiare dalle fondamenta la storia dell’ingegneria automobilistica e di incarnare lo spirito della casa emiliana.
Un’idea nata per passione
Nei primi anni Sessanta Lamborghini è una realtà ancora giovane: fondata nel 1963 dal patron Ferruccio per produrre trattori, ha già dimostrato le proprie ambizioni con la 350 GT, ma il coriaceo ferrarese non si accontenta e vuole qualcosa di ancora più estremo.
A trasformare quell’intuizione in progetto concreto è un gruppo di ingegneri guidato da Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani, affiancati dal collaudatore neozelandese Bob Wallace.
Lavorando spesso fuori dall’orario ufficiale, il team sviluppa una vettura ispirata direttamente alle competizioni: il “Progetto L105”, caratterizzato da un V12 da 3,9 litri con bancate a 60°, quattro alberi a camme e quattro carburatori Weber.
Una soluzione tecnica audace, che include persino un albero motore con rotazione antioraria, scelta piuttosto inusuale per l’epoca.
Il telaio che fa scalpore
La prima apparizione pubblica del progetto va in scena nel 1965 al Salone dell’Auto di Torino.
Lamborghini espone il telaio della futura Miura, ancora privo di carrozzeria: è dipinto di nero opaco e mostra chiaramente il motore montato dietro l’abitacolo.
Anche senza carrozzeria, lo chassis attira l’attenzione della stampa e dei designer presenti. La struttura in acciaio pesa appena 120 kg, grazie a pareti sottilissime e a numerosi fori di alleggerimento.
Una dimostrazione di audacia ingegneristica che lascia tutti sorpresi, compreso Nuccio Bertone. Secondo la leggenda, il celebre carrozziere torinese, osservando il telaio aveva promesso di creare “la scarpa perfetta per questo meraviglioso piede”.
E un po’ come per la frase di Sinatra, che sia stata pronunciata davvero o meno, la collaborazione con Bertone diventa comunque il giro di boa di questa storia.
La firma di Bertone e Gandini
A dare forma alla Miura è lo studio torinese “Carrozzeria Bertone”, che ha nel giovane Marcello Gandini il capo designer.
Il risultato è una carrozzeria destinata a diventare uno dei simboli del design automobilistico del Novecento.
La Miura è larga, sensuale e alta appena 105 cm: i fari a scomparsa con le celebri “ciglia”, le prese d’aria scolpite nella carrozzeria e la silhouette compatta danno l’idea di un animale in caccia pronto a scattare sulla preda.
Molto deriva dalle vetture da corsa: le griglie per il raffreddamento dei freni, le lamelle per l’estrazione del calore e le prese d’aria dietro le portiere che alimentano il V12, mentre le finiture nere anodizzate sostituiscono le tradizionali cromature.
La Miura è lunga appena 4,36 metri, ma riesce a combinare aggressività e raffinatezza in un equilibrio così perfetto da essere ancora oggi considerato uno dei punti più alti mai raggiunti dal design automobilistico.
Colori audaci e personalizzazione
Un altro elemento che rende la Miura rivoluzionaria è la massima libertà cromatica: in un’epoca dominata da tinte tranquille, Lamborghini propone una gamma anticonvenzionale che include Arancio Miura, Giallo Fly, Rosso Miura, Verde Rio Metallizzato, Azzurro Mexico Metallizzato e Oro Metallizzato.
Una scelta che anticipa l’attenzione del marchio verso la personalizzazione che oggi è parte integrante del marchio.
Il V12 diventa leggenda
Il vero protagonista assoluto è il V12 Lamborghini, evoluzione dell’unità originariamente progettata da Giotto Bizzarrini, diventata il simbolo della casa di Sant’Agata per quasi sessant’anni.

Nella versione P400 il motore sviluppa 350 CV, mentre la P400 S sale a 370 CV e con la successiva P400 SV la potenza raggiunge 385 CV a 7.850 giri, accompagnata da una coppia di 388 Nm. Lo scatto da 0 a 100 km/h richiede circa 6,7 secondi, mentre il tachimetro tocca i 320 km/h.
All’inizio motore, trasmissione e differenziale condividono lo stesso sistema di lubrificazione: una soluzione compatta ma complessa, successivamente evoluta con circuiti separati.

Il cambio manuale a cinque marce con griglia aperta e la frizione a secco fanno il resto. Nessun servosterzo, nessuna concessione all’elettronica: solo meccanica pura che da chi guida pretende abilità e concentrazione.
Un nome nato dalla tauromachia
Con la Miura Lamborghini inaugura anche una tradizione destinata a diventare iconica: quella dei nomi legati al mondo dei tori da combattimento.
Miura prende il nome dalla celebre razza allevata in Spagna da Don Eduardo Miura Fernández.
Da quel momento in poi molti modelli Lamborghini seguiranno la stessa logica: Espada, Islero, Murciélago e altri nomi leggendari destinati ad entrare nel lessico dell’automobilismo sportivo.
I modelli speciali
Tra il 1966 e il 1973, dallo stabilimento di Sant’Agata Bolognese escono 763 esemplari di Miura: la prima vettura di serie viene consegnata a Milano il 29 dicembre 1966.
Nel 1968 Lamborghini ha già venduto 184 unità, con una media di quasi quattro auto a settimana: un risultato notevole per una supersportiva di quell’epoca.

Accanto alle versioni di serie nascono anche varianti speciali e progetti unici. Tra i più celebri c’è la “Miura Roadster” del 1968, realizzata da Bertone come esemplare unico. Verniciata in azzurro lamé con interni in pelle bianca e moquette rossa, presenta rinforzi strutturali, prese d’aria maggiorate e gruppi ottici posteriori specifici.

Quarant’anni dopo, nel 2006, Lamborghini rende omaggio alla sua icona con la “Miura Concept” disegnata da Walter De Silva: presentata al Salone di Ginevra, reinterpreta le proporzioni dell’originale in chiave moderna senza cadere nello stile rétro.
Un’icona che va oltre l’automobile
La Miura non ha lasciato il segno solo nel mondo dei motori. Il suo V12 diventa protagonista anche nel cinema, in particolare nella celebre scena iniziale del film “The Italian Job” del 1969, dove il suono del motore accompagna una delle sequenze più memorabili della storia dell’automobile sul grande schermo.
Nel corso degli anni la vettura appare su innumerevoli copertine e servizi fotografici, contribuendo a costruire l’immagine delle supercar italiane.
Sessant’anni dopo
A distanza di sei decenni, la Miura continua a essere un punto di riferimento. Molti esemplari rubano gli sguardi nei più prestigiosi Concours d’Elegance internazionali, da Villa d’Este a Pebble Beach, fino a Salon Privé e Hampton Court Palace, e gran parte di queste viene restaurata o certificata dal Lamborghini Polo Storico, che si occupa della conservazione e della documentazione delle auto storiche del marchio.
Nel frattempo, la sua eredità vive nei modelli che hanno segnato la storia Lamborghini: Countach, Diablo, Murciélago, Aventador e Revuelto.
Nient’altro che i passi successivi di quel marzo del 1966, il giorno in cui il futuro non è più stato lo stesso.
SCHEDA TECNICA
Lamborghini Miura P400 (1966 – 1969)
Prima presentazione: Salone di Ginevra, 1966
Motore – V12 da 3,9 litri montato trasversalmente
Potenza max – 350 CV a 7.000 giri/min
Coppia max – 355 Nm a 5.000 giri/min
Trasmissione – cambio manuale a 5 marce
Velocità max – circa 280 km/h
0 -100 km/h – circa 6,7 s
Peso a vuoto – 945 kg
Prezzo – 7.700.000 lire
Lamborghini Miura P400 S (1968 – 1971)
Motore – V12 da 3,9 litri,
Potenza max – 370 CV a 7.500 giri/min
Coppia max – 390 Nm a 5.500 giri/min
Velocità max – circa 280 km/h
0-100km/h – 6,4s
Peso a vuoto – 1.180 kg
Prezzo – 7.850.000 lire + 350.000 per il climatizzatore
Lamborghini Miura P400 SV (1971 – 1973)
Motore – V12 da 3,9 litri
Potenza max – 385 CV a 7.850 giri/min
Coppia max – 388 Nm a 5.500 giri/min
Velocità max – oltre 290 km/h
0 – 100 km/h – 5,5 s
Peso a vuoto – 1.245 kg
Prezzo – 8.600.000 lire