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Tre milioni di clienti, una sola scelta: Dacia Sandero

Dacia
Rosa Sangiovanni, Marketing Director Dacia Italia, durante la conferenza stampa - foto © Auto Tecnica

Sandero si rifà il look (e la tecnica) mentre il brand Dacia in Italia chiude il 2025 con ottimi risultati.

Con questo nodello di punta della Dacia si può tranquillamente affermare che il “best value for money” diventa leadership.

Questi in sintesi estrema i concetti emersi dalle parole di Guido Tocci (Managing Director di Dacia Italia) e Rosa Sangiovanni (Marketing Director Dacia Italia) durante conferenza stampa svolta oggi, 27 gennaio, in cui sono stati presentati i risultati del marchio nell’anno appena conclusoed è stata presentata la nuova Sandero.

Il bilancio del 2025 non è un exploit isolato, ma una crescita strutturale. Con 97.198 veicoli immatricolati (+13,1%) e una quota di mercato del 6,2% Dacia si conferma per il terzo anno consecutivo leader assoluto nel mercato retail, quello dei clienti privati.

Un dato tutt’altro che scontato, soprattutto in un contesto che ha visto il mercato retail complessivo arretrare del 9,4%.

In questo scenario, Dacia resiste e avanza. E lo fa guadagnando 0,5 punti di quota, chiudendo l’anno con un 10,6% che rappresenta un nuovo record storico. Numeri che spiegano bene perché l’Italia sia diventata uno dei mercati chiave per il brand a livello globale.

Come ha sottolineato Guido Tocci, “l’Italia rappresenta oggi il maggior contributore di volumi di vendita a livello globale dopo la Francia. Questo dato sottolinea quanto Dacia Italia sia un pilastro dei risultati del brand in Europa”.

In un mercato “molto mosso”, per usare le sue parole, “navighiamo con un’imbarcazione solida e strutturata”.

Una gamma costruita sull’essenziale

Il successo di Dacia non nasce per caso. È il risultato di un posizionamento chiaro, decisamente coerente: offrire ciò che serve davvero, eliminando il superfluo che fa lievitare i costi.

Come ha ribadito Tocci, “questi risultati dimostrano che la nostra visione è chiara e compresa dal mercato. Noi offriamo ai clienti tutto ciò che serve davvero per la mobilità quotidiana, con un equilibrio concreto tra contenuti, qualità e prezzo. È questa coerenza, nel tempo, che ci permette di crescere anche quando il mercato rallenta”.

I modelli che trainano il marchio

Il Duster è un protagonista del segmento B-SUV, e oggi è il terzo modello più venduto nel mercato a privati.

La Spring, seconda auto BEV più venduta nel segmento A a clienti privati, grazie a un elettrico finalmente accessibile.

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La nuova Dacia Sandero vuole proseguire i risultati dei modelli precedenti, con nuove tecnologie, GPL e cambio automatico – foto © Dacia

E soprattutto Sandero, la best seller che si conferma auto straniera più venduta in Italia.

Si tratta di un risultato che va oltre i confini nazionali.

Come ha ricordato Rosa Sangiovanni, “Sandero è l’auto più venduta in Europa nel mercato a privati dal 2017, e dallo scorso anno è diventata la più venduta in assoluto su tutti i canali”.

In Europa, le Sandero vendute superano ormai quota 3 milioni. Non solo un dettaglio statistico, ma un segnale chiaro di successo.

Il restyling Sandero: evolvere senza tradirsi

Rinnovare un’auto con questo successo è sempre delicato.

Il rischio è snaturarla, ma Dacia in questo caso è intervenuta solo in alcuni aspetti che hanno migliorato il prodotto.

Il design esterno ha sicuramente più carattere ma mantiene la stessa essenzialità.

Il frontale introduce la nuova firma luminosa LED a “T rovesciata”, destinata a diventare un segno distintivo del brand.

I fari si accoppiano con una calandra a pixel, collegata da una sottile linea di punti bianchi che enfatizza larghezza e solidità visiva.

Il paraurti anteriore e il gruppo ottico posteriore sono stati ridisegnati per apparire come un unico elemento compatto, semplice ma moderno. Su Sandero Stepway, il posteriore si fa più robusto grazie allo sviluppo verticale dei fari LED “pixel” e alla nuova fascia in nero opaco.

Spazio anche alla sostenibilità concreta con le protezioni in materiale con il 20% di plastica riciclata, non verniciato, più resistente ai graffi e con una carbon footprint ridotta in fase produttiva. Una soluzione tecnica prima ancora che estetica.

Dentro, Sandero cresce in percezione senza rinnegare la sua identità.

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foto © Dacia

Le nuove bocchette a T rovesciata richiamano il design esterno, mentre i materiali e i tessuti sono stati completamente aggiornati

Infatti, troviamo nuovi rivestimenti in blu e denim, sellerie robuste e lavabili per l’allestimento Extreme, il volante ridisegnato per una migliore ergonomia.

Anche la tecnologia fa un deciso passo avanti, con il display centrale touchscreen da 10”, il quadro strumenti digitale da 7”, la navigazione connessa e aggiornamenti mappe fino a 8 anni, la ricarica wireless per smartphone.

E poi c’è YouClip, uno di quei dettagli che raccontano bene il pensiero Dacia: pochi punti di fissaggio, tanti accessori modulari, massima personalizzazione senza complicazioni.

GPL, ibrido e (finalmente) cambio automatico

È sotto il cofano che il restyling di Sandero mostra la sua evoluzione più profonda.

Da quest’anno Sandero Stepway adotta in gamma il nuovo Hybrid 155, già visto su Bigster, con motore 1.8 benzina 4 cilindri da 109 CV,, due motori elettrici, batteria da 1,4 kWh e cambio automatico elettrificato senza frizione.

Il risultatoè una vettura con 155 CV, 170 Nm, consumi ed emissioni ridotti del 10% rispetto all’Hybrid 140 e fino all’80% del tempo in elettrico in città.

Eco-G 120: il GPL incontra l’automatico

Un’altra rivoluzione riguarda il nuovo Eco-G 120 che porta per la prima volta il cambio automatico a doppia frizione su una Sandero GPL, una vettura con 120 CV, il serbatoio GPL portato a 49,6 litri e un’autonomia complessiva fino a 1.590 km.

Un mix che consolida la leadership Dacia nel GPL, dove il brand raggiunge una quota del 58%, in crescita di 10 punti rispetto al 2024.

Sicurezza e ADAS

Sandero si adegua alle più recenti normative europee.

Lo fa introducendo la frenata automatica d’emergenza con riconoscimento di veicoli, pedoni e ciclisti; il monitoraggio dell’attenzione del conducente; fari automatici e Multiview Camera nel nuovo Driving Pack.

Il tutto gestibile tramite il pulsante My Safety, che consente al guidatore di personalizzare rapidamente le impostazioni.

Insomma, tecnologia che aiuta, senza imporre.

Fidelizzazione e fiducia con Dacia Zen

Il successo di Dacia passa anche dal post-vendita.

Il programma Dacia Zen, che estende gratuitamente la garanzia fino a 7 anni o 150mila km, ha superato nel 2025 i 61mila contratti attivati, contro i 40mila dell’anno precedente.

Un dato che racconta una fiducia crescente, confermata anche da un indice di reputazione online di 4,9 su 5 e da un elevato livello di soddisfazione dei concessionari, che colloca Dacia seconda tra 32 brand in Italia, subito dopo Toyota.

Una Sandero del nostro tempo

Sandero è lo specchio di un mercato che ha smesso di cercare l’eccesso e ha ricominciato a dare valore all’equilibrio.

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La gamma completa di Dacia – foto © Dacia

In un’epoca di prezzi in salita e tecnologie spesso sovradimensionate, Dacia dimostra che innovare non significa complicare, ma scegliere con lucidità.

In un contesto sempre più complesso – ha concluso Tocci – Dacia continua a crescere perché resta fedele alla propria identità: semplicità, trasparenza e valore reale per il cliente. È una crescita costruita passo dopo passo, che guarda al futuro con basi molto solide”.

Forse è anche per questo che milioni di persone, ogni giorno, scelgono Sandero senza bisogno di proclami. Perché – come afferma il nuovo spot televisivo della vettura e come ribadito da Sangiovanni durante l’incontro – “non tutti hanno una Dacia Sandero, ma tre milioni di persone sì”.

E in fondo, in quel numero, c’è già tutta la sua storia.

Italiani al volante, Comuni alla cassa

Filippo, Gabriele, Lavinia, Ottavia, Isabel e Riccardo. Sono i nomi dei primi nati del 2026, e poverini ancora non lo sanno, ma anche se sono al mondo da una manciata di giorni, dovrebbero allo Stato circa 142 euro a testa.

Non è una provocazione, ma un calcolo matematico che risulta dividendo il totale delle multe stradali per ogni cittadino italiano, una cifra che nel giro di appena cinque anni, fra il 2021 ed il 2025, ha raggiunto 8,5 miliardi di euro.

Un’imposta che nessuna legge finanziaria annuncia e nessun governo rivendica, non compare nell’elenco delle delizie come Irpef, Imu, Tari e Iva, ma va pagata puntualmente, e spesso senza neanche rendersene conto.

Meno multe (ma è un bluff)

Il dato emerge dall’ultima analisi del “Codacons”, che ha elaborato i numeri definitivi del 2025, riassumibili in una lunga sequela fatta di infrazioni, autovelox, sentenze e bilanci comunali sempre più dipendenti dalle contravvenzioni.

Nel 2025 gli incassi delle multe stradali si sono fermati a 1,89 miliardi di euro, in calo del 4,4% rispetto ai 1,98 miliardi del 2024. Mancano all’appello circa 88 milioni di euro, ma anche se a prima vista il calo potrebbe sembrare l’inizio di una ritrovata coscienza automobilistica nazionale, la realtà è figlia delle restrizioni dello scorso giugno sull’installazione degli autovelox e le conseguenti sentenze della Cassazione che hanno annullato migliaia di sanzioni elevate con dispositivi non omologati.

Detto in altro modo non guidiamo meglio, ci hanno solo tolto qualche multa.

Una crescita costante

Per capire la portata del fenomeno, basta andare un po’ indietro nel tempo: nel 2021, in piena coda pandemica e con la circolazione ancora limitata, gli enti locali incassavano 1,2 miliardi di euro.

Da lì in poi, la progressione è stata costante, iniziando dai 1,6 miliardi del 2022 diventati 1,77 nel 2023, fino a toccare il record storico del 2024. Il 2025 ha interrotto la corsa al rialzo, ma senza intaccare il dato complessivo: 8,5 miliardi in cinque anni, più o meno quanto il Pil di un piccolo Paese.

La Lombardia guida, il Molise sorprende

La mappa delle multe ricalca, almeno in parte, quella economica dell’Italia. La Lombardia è nettamente in testa con 455,8 milioni di euro incassati nel solo 2025, un risultato che tiene a distanza la Toscana (208 milioni) e l’Emilia-Romagna (192 milioni).

In fondo alla classifica veleggia la Valle d’Aosta, ferma a 2,7 milioni di euro, probabilmente dovuti a poche strade, poco traffico e meno occasioni di commettere infrazioni.

Interessanti anche le variazioni annuali, perché mentre Calabria, Lazio e Sicilia registrano cali a doppia cifra, il Molise fa segnare un clamoroso +62,9%.

Nelle grandi città

Scendendo al livello urbano, il primato spetta a Milano, che nel 2025 ha incassato 169,7 milioni di euro in sanzioni, seguita da Roma con 118,7 milioni e Firenze con 64.

Eppure sono proprio le metropoli a segnare le flessioni più evidenti rispetto all’anno precedente: in media, i Comuni sopra i 250mila abitanti registrano un -11,3%.

Nel dettaglio, Bari perde oltre un quarto degli incassi, Palermo e Roma quasi un quinto, mentre Firenze fa eccezione e cresce leggermente, dimostrando che nei centri storici, tra Ztl e sensi unici, le multe restano un’irrinunciabile risorsa economica.

Piccoli comuni, grandi risultati

Un altro dato sorprendente riguarda l’efficienza – si fa per dire – dei centri minori, con i comuni sotto i 5mila abitanti che raccolgono ben 105 milioni di euro e quelli tra 20 e 60mila che superano quota 325. In molti casi, pochi autovelox strategicamente piazzati bastano a dare una sistemata alle casse comunali.

Controlli e sanzioni

A completare il quadro arrivano i dati della Polizia Stradale, con oltre 2 milioni di persone controllate nel 2025, 1,6 milioni di infrazioni contestate e più di 460mila violazioni per eccesso di velocità. Significa migliaia di patenti ritirate e milioni i punti andati in fumo.

Sicurezza o cassa continua?

Resta nell’aria la domanda di fondo: le multe servono davvero a rendere le strade più sicure o sono diventate una voce strutturale dei bilanci comunali?

Per legge dovrebbero finanziare manutenzione e prevenzione, ma crederci è difficile.

MAUTO: l’auto come connessione tra arte e cultura

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Sono stati Benedetto Camerana e Lorenza Bravetta, rispettivamente Presidente e Direttore del MAUTO a presentare il programma culturale 2026 del Museo Nazionale dell’Automobile.

Un programma che apre le porte del MAUTO a più espressioni della cultura e dell’arte, mantenendo mettendo l’automobile non più necessariamente al centro della narrazione, ma utilizzandola come mezzo per approfondimenti che spaziano su più fronti.

Una scelta che ci sentiamo di condividere e che, come ha detto Camerana, rientra in una strategia di allargamento degli orizzonti avviata proprio con l’arrivo di Lorenza Bravetta, il cui background non strettamente legato all’automobile le sta consentendo di operare senza preconcetti e con una certa libertà d’azione di cui sono già visibili i frutti.

I visitatori cel MAUTO, infatti, da una media pre-COVID di circa 135.000 unità è arrivata nel 2025 a quota 400.000. Numeri che meriterebbero una contestualizzazione più approfondita ma che sono comunque significativi di un indubbio e consistente trend di crescita.

L’obiettivo resta ancora quello di moltiplicare le chiavi di lettura dell’automobile come oggetto culturale complesso, capace di tenere insieme storia e immaginario, industria e arte, design e società, memoria e futuro.

Photo Credits Bin Jia
Uno scorcio della mostra ALAIN BUBLEX
AUTOMOBILI. UNA STORIA DI INNOVAZIONE CONCETTUALE, attualmente al MAUTO. Photo Credits Bin Jia

Benedetto Camerana, Presidente MAUTO:

Il MAUTO prosegue nel 2026 il suo percorso di indagine sull’automobile come fenomeno multiculturale, ripensandone la complessa identità proprio nel momento della sua crisi, di traiettoria industriale e come oggetto di desiderio”.

“Attraverso l’automobile, ridefinita non più come oggetto, ma come dispositivo multiplo di lettura del mondo, il Museo cresce come istituzione culturale contemporanea in cui storia, tecnica, immaginario e società, mobilità e sport, si intrecciano per offrire strumenti critici di lettura sul presente e sul futuro”.

“Questa è la direzione in cui il Museo intende continuare a muoversi”.

Lorenza Bravetta, Direttore MAUTO:

“Se il 2025 è stato un anno di grande sperimentazione e profonde trasformazioni, maturate a partire da un ripensamento identitario del Museo e da processi di aggiornamento ormai imprescindibili, il 2026 ci vede proiettati nel futuro con rinnovata energia e maggiore consapevolezza”.

“Del ruolo strategico che l’istituzione ricopre non solo nella valorizzazione della storia e della cultura dell’automobile, ma nell’esperienza di visita quale momento di crescita e apprendimento per ogni visitatore; e del nostro ruolo di operatori nella mediazione di contenuti complessi che spaziano dall’industria, all’arte, al design, alla società, alle sfide della mobilità del futuro”.

“Un Museo in crescita che non vuole lasciare indietro nessuno”.

Photo Credits Bin Jia
Uno scorcio della mostra ALAIN BUBLEX
AUTOMOBILI. UNA STORIA DI INNOVAZIONE CONCETTUALE, attualmente al MAUTO. Photo Credits Bin Jia

MAUTO 2026: evoluzione degli spazi espositivi

Per adeguarsi alle nuove forme di linguaggio, gli spazi espositivi sono stati ridisegnati per rafforzare la capacità del MAUTO di ospitare grandi mostre, progetti di ricerca, installazioni d’artista e programmi di alta divulgazione.

Area Design: oltre 1.600 mq suddivisi tra spazio permanente e mostre temporanee, con un racconto trasversale che intreccia car design, cultura del progetto e manifattura.

Una sezione di approfondimento sul design di prodotto è sviluppata in collaborazione con Triennale Milano.

Sala Albertini: ampliata fino a superare i 2.000 mq, diventa il luogo delle grandi mostre tematiche.

Project Room: è uno spazio dedicato alla sperimentazione artistica, alla cultura pop e agli immaginari contemporanei.

A completare il percorso, una sala permanente dedicata alla pubblicità automobilistica, con una selezione di spot iconici dal primo Novecento agli anni Duemila, curata da Roberto Vaccà.

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Un’immagine tratta dalla mostra ALAIN BUBLEX
AUTOMOBILI. UNA STORIA DI INNOVAZIONE CONCETTUALE, attualmente al MAUTO. Photo Credits Bin Jia

MAUTO 2026: nuove forme di comunicazione

Nel 2026 il MAUTO riscrive integralmente il proprio apparato testuale: didascalie, testi di sala e segnaletica sono ripensati in collaborazione con Scuola Holden, secondo criteri di chiarezza, inclusività e accessibilità totale.

Nel rispetto della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, i contenuti sono fruibili anche in LIS e IS, grazie alla collaborazione con il servizio di interpretariato dell’Istituto dei Sordi.

Parallelamente, il Museo porta in sala una selezione significativa del proprio patrimonio documentale – fotografie, documenti, materiali pubblicitari e disegni tecnici – in dialogo diretto con le vetture esposte.

A marzo 2026 esce il nuovo catalogo del Museo, edito da Skira, che restituisce la complessità del MAUTO attraverso schede, saggi, materiali d’archivio, committenze artistiche, progetti di ricerca e un ampio apparato iconografico.

Il progetto Convergenze

Curato da Giacinto di Pietrantonio e nato in occasione della collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Convergenze indica un percorso di dialogo tra storia e cultura dell’automobile con i linguaggi del contemporaneo – per generare nuove prospettive e interpretazioni – che vedrà la sua seconda edizione nell’anno in corso con nuove collaborazioni, in via di definizione, con istituzioni del contemporaneo.

Cosa c’è da vedere al MAUTO

Per il 2026 il MAUTO presenta un palinsesto di mostre temporanee capace di attraversare linguaggi e discipline, con progetti che spaziano dalla storia della Formula 1 alla fotografia, dalla Pop Art alla musica, dal design alla cultura visiva.

GRANDI PROGETTI ESPOSITIVI

  • News from the Near Future. A cura di BernardoFollini ed EugenioReRebaudengo.

Fino a domenica 1° marzo 2026

  • I Nemici del Drake. A cura di Carlo Cavicchi e Mario Donnini con Maurizio Cilli.

Dal 1° aprile all’11 ottobre 2026

  • Serie Un dialogo tra fotografia e automobile. A cura di Philippe Séclier

Ottobre 2026 – marzo 2027

PROJECT ROOM TRA ARTE, DESIGN, FOTOGRAFIA E MUSICA

  • Alain Bublex. Automobili. Una storia di innovazione concettuale. A cura di Chiara Marras

Dal 22 gennaio all’8 marzo 2026

  • Sguardi d’impresa. Mimmo Frassineti fotografa la Ferrari. In collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti

Marzo – maggio 2026

  • Automobili: Dalla e Roversi. A cura di Mario Esposto e Carlo Zummo

Maggio – 20 settembre 2026

  • Aldo Brovarone. A cura di Maria Paola Stola

Ottobre 2026 – gennaio 2027

  • Gerald Laing. A cura di Elena Geuna

Ottobre 2026 al 14 marzo 2027

SPAZIO DESIGN

  • Ferrari Design Creative Journeys 2010–2025

Fino a domenica 8 marzo

  • Storia dell’automobile in Cina

Da ottobre 2026 a marzo 2027

  • Best of Bertone

Date da definire

Nissan Ariya mette la spina al Sole

Nissan
Nissan Ariya solare, arriva il SUV elettrico che si ricarica con il sole - foto © Nissan

C’è un momento, nel percorso della mobilità elettrica, in cui la domanda smette di essere “dove ricarico?” e diventa “quanto spesso devo farlo?”.

Nissan prova a rispondere scegliendo una data simbolica – l’International Day of Clean Energy – per svelare uno dei concept più affascinanti degli ultimi anni, la Ariya alimentata a energia solare.

Non si tratta di un esercizio di stile, né di un’utopia tecnologica.

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foto © Nissan

Questo concept – sviluppato tra Dubai e Barcellona dai team Advanced Product Planning e Powertrain Planning di Nissan – dimostra come l’energia solare possa diventare una fonte complementare reale per i veicoli elettrici, capace di incidere davvero su autonomia, costi di esercizio e libertà d’uso.

Il SUV elettrico che cattura il Sole

Il cuore del progetto è un sistema fotovoltaico integrato che sfrutta 3,8 m² di pannelli solari ad alta efficienza, distribuiti su cofano, tetto e portellone posteriore.

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foto © Nissan

Le celle sono realizzate in polimero e vetro e convertono direttamente la luce solare in corrente continua, poi gestita da un controller elettronico avanzato che ottimizza flussi e priorità energetiche.

L’obiettivo non è sostituire la ricarica tradizionale, ma ridurne la frequenza e renderla meno centrale nell’esperienza quotidiana.

In pratica, l’auto inizia a produrre energia semplicemente stando ferma al sole o viaggiando.

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foto © Nissan

Quanta autonomia può davvero arrivare dal sole?

La sperimentazione, in questo caso, fa davvero la differenza.

Nissan ha sottoposto il concept Ariya a test reali di guida e utilizzo quotidiano, raccogliendo dati concreti in diverse aree del mondo.

Località Autonomia media giornaliera da solare
Londra 10,2 km
Barcellona 17,6 km
Nuova Delhi 18,9 km
Dubai 21,2 km

In condizioni ideali, l’apporto può arrivare fino a 23 km di autonomia aggiuntiva al giorno. Tradotto nella vita reale, ciò significa una riduzione della frequenza di ricarica dal 35 al 65%, in base all’utilizzo, 0,5 kWh generati in un viaggio di 2 ore e 80 km, fino a 3 km di autonomia gratuita a zero emissioni per ogni spostamento medio.

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foto © Nissan

Per chi vive in aree urbane soleggiate o ha difficoltà di accesso alle infrastrutture di ricarica, il vantaggio è evidente.

Meno ansia da colonnina, più indipendenza energetica.

Dall’idea alla realtà, la collaborazione con Lightyear

Il concept nasce dalla collaborazione con Lightyear, azienda pioniera della mobilità solare.

La società olandese ha fornito a Nissan la tecnologia dei pannelli di nuova generazione, poi adattata e integrata sulla piattaforma Ariya.

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foto © Nissan

I primi test su lunga distanza hanno messo in evidenza come in un viaggio di 1.550 km tra Paesi Bassi e Barcellona, l’integrazione solare ha un potenziale sorprendente.

Per un viaggiatore da circa 6mila km annui, le ricariche potrebbero scendere da 23 a sole 8 all’anno.

Una riduzione sensibile che sposta la ricarica da evento pianificato a processo continuo e diffuso.

Tecnologia al servizio della libertà

Shunsuke Shigemoto è Vice President ePowertrain & ICE Powertrain, Technology Research & Advanced Engineering e Chief Powertrain Engineer Nissan AMIEO.

Il manager giapponese riassume il senso del progetto affermando che “Nissan crede che innovazione e sostenibilità debbano andare di pari passo. Il concept Ariya alimentato a energia solare non è solo una pietra miliare tecnica, ma rappresenta la nostra visione su come guidare la prossima fase della mobilità elettrica, offrendo più libertà e minore dipendenza dalla ricarica”.

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foto © Nissan

Una dichiarazione coerente al percorso del marchio verso la neutralità carbonica entro il 2050, estesa all’intero ciclo di vita dei prodotti e delle attività industriali.

Quando la mobilità elettrica incontra il tempo

Il Sole non chiede permesso, non ha orari di apertura e non manda notifiche di occupazione.

È lì, ogni giorno. E il concept Ariya di Nissan ci invita a ripensare il rapporto tra energia, tempo e mobilità, immaginando un’auto che non aspetta di essere ricaricata, ma produce valore mentre “vive”.

Forse il futuro dell’elettrico non sarà fatto solo di batterie più grandi o colonnine più veloci, ma di veicoli capaci di dialogare con l’ambiente che li circonda.

E in quel dialogo silenzioso, alimentato dalla luce, potrebbe nascondersi la vera svolta.

DR Automobiles, 20 anni di vetture, alleanze e visioni

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Il SUV DR 6 - foto © DR Automobiles Gorupe

Nel panorama dell’automotive europeo, pochi marchi hanno seguito una traiettoria tanto particolare – e per certi versi controcorrente – quanto DR Automobiles.

Un costruttore italiano per statuto e identità, ma con una visione industriale apertamente globale.

E che proprio nel 2026 celebra vent’anni di attività rafforzando uno dei pilastri della propria storia: la partnership strategica con il costruttore cinese Chery.

Un’alleanza che non nasce oggi, ma che oggi viene rinnovata e ampliata, assumendo un significato ancora più profondo alla luce delle trasformazioni tecnologiche, industriali e geopolitiche che stanno ridisegnando l’automobile contemporanea.

Dal Molise una visione globale

Fondata a Macchia d’Isernia, DR Automobiles è riuscita in un’impresa tutt’altro che scontata.

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La piccola elettrica DR 1.0 EV – foto © DR Automobiles Gorupe

Infatti, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale di produttore automobilistico italiano, con World Manufacturer Identifier (WMI), operando in un contesto dominato da grandi gruppi multinazionali.

Il modello industriale scelto da DR è ibrido e pragmatico e prevede progettazione e industrializzazione condivise con partner internazionali, produzione in Cina, e assemblaggio finale, omologazione e personalizzazione completati in Italia, nel cuore del Molise.

Una formula che ha consentito al marchio di crescere rapidamente, mantenendo prezzi competitivi e, allo stesso tempo, un forte presidio sul mercato nazionale.

Chery, un partner che guarda al futuro

In questo percorso, Chery non è mai stato solo un semplice fornitore.

Il gruppo di Wuhu, leader cinese dell’export automotive, rappresenta oggi uno dei poli tecnologici più avanzati dell’industria asiatica.

Lo è grazie a investimenti massicci in powertrain elettrificati e ibridi, piattaforme modulari, ADAS di ultima generazione e software e connettività veicolo-cloud.

Il nuovo accordo firmato oggi, 26 gennaio 2026, rinnova questa collaborazione storica, confermando che Chery continuerà a fornire a DR modelli selezionati, che verranno ingegnerizzati, adattati e commercializzati con i marchi del gruppo italiano.

Un accordo che va oltre i modelli

Il valore strategico dell’intesa non si limita alla fornitura di veicoli.

Infatti, il contratto aggiornato punta esplicitamente a migliorare l’eccellenza di prodotto, rafforzare la competitività tecnologica, e creare valore duraturo per il cliente finale.

Elemento chiave è la reciproca autonomia commerciale.

DR Automobiles e Chery potranno esplorare nuove opportunità anche all’interno del mercato italiano, nel rispetto di trasparenza e leale concorrenza.

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La versione ibrida della DR 5 – foto © DR Automobiles Gorupe

In questo contesto si inserisce l’entrata diretta del marchio Chery in Italia, con una rete dedicata e una gamma distinta.

La collaborazione non è una sovrapposizione, ma una convivenza industriale strutturata.

Un modello industriale sempre più attuale

In un’epoca in cui l’automotive europeo fatica a coniugare costi, transizione energetica e sostenibilità industriale, il caso DR-Chery rappresenta una terza via interessante.

Non delocalizzazione passiva, ma integrazione intelligente delle competenze.

DR Automobiles Groupe Chery
Identità Costruttore italiano con WMI Gruppo globale cinese
Produzione Cina Cina + mercati globali
Assemblaggio Italia (Molise)
Focus tecnologico Accessibilità e adattamento UE Innovazione, elettrificazione, ADAS
Strategia Mercato europeo Espansione globale

Vent’anni dopo, una lezione di industria

A vent’anni dalla nascita, DR Automobiles dimostra che l’industria dell’auto non è più una questione di confini, ma di visione.

La rinnovata alleanza con Chery racconta una storia fatta di pragmatismo, adattamento e capacità di leggere il futuro prima degli altri.

In un mondo che corre verso l’elettrico, il software-defined vehicle e nuove catene del valore, forse la vera forza non sta nel fare tutto da soli, ma nel saper scegliere i partner giusti.

E nel farlo senza rinunciare alla propria identità, un insegnamento che va ben oltre l’automobile.

DR
DR PK8 è il pick up della gamma DR – foto © DR Automobiles Gorupe

Formula E, primo sport al mondo certificato B Corp

Formula E
foto - © Formula E

C’è un modo nuovo di intendere il motorsport. Non più soltanto cronometri, sorpassi e decibel, ma impatto misurabile, responsabilità industriale e innovazione applicata.

La Formula E lo dimostra ancora una volta diventando il primo sport al mondo a ottenere la Certificazione B Corp.

L’annuncio, arrivato da Davos durante il World Economic Forum, non è solo una operazione d’immagine, ma anche la formalizzazione di un percorso iniziato oltre dieci anni fa, quando il campionato elettrico FIA decise di portare le corse nel cuore delle città, trasformandole in laboratori urbani di mobilità sostenibile.

Che cos’è la certificazione B Corp e perché è importante

La Certificazione B Corp viene assegnata alle organizzazioni che rispettano rigorosi standard di performance sociale, ambientale, trasparenza e responsabilità.

Si tratta di un sistema di valutazione strutturato che analizza l’intera catena del valore, dalla governance alla filiera, dall’impatto sulle comunità al benessere dei lavoratori e alle gestione delle risorse.

Nel caso di Formula E, la certificazione riconosce diversi aspetti.

Prima di tutto la progettazione sostenibile degli eventi, quindi i programmi di impatto sociale nelle città ospitanti, le politiche avanzate sul benessere dei dipendenti e infine la rendicontazione trasparente delle performance ambientali.

Entrare nella comunità B Corp significa accettare una sfida continua al miglioramento, con audit periodici e obiettivi sempre più stringenti.

GEN4, il sostenibile corre a 320 km/h

La certificazione B Corp arriva in un momento chiave per la serie con il debutto dal prossimo campionato della GEN4, la monoposto elettrica più avanzata mai realizzata per il campionato.

Velocità massima circa 200 mph (320 km/h)
Materiali 100% riciclabili
Contenuto riciclato ~20%
Architettura full electric ad alta efficienza
Obiettivo massima performance + minimo impatto

La GEN4 dimostra che sostenibilità e prestazioni non sono più antagonisti. Anzi, l’efficienza energetica diventa un moltiplicatore di performance: recupero avanzato, gestione termica raffinata, software predittivi e powertrain sempre più compatti anticipano soluzioni destinate – si spera – a migrare verso la produzione di serie.

Un calendario pensato come una supply chain

Alla dodicesima stagione, Formula E presenta il calendario più esteso di sempre: 17 gare in 11 città, ma con una logica radicalmente diversa rispetto al motorsport tradizionale.

Le gare sono raggruppate per continente per ridurre drasticamente la logistica intercontinentale e le emissioni legate al trasporto.

Il risultato è misurabile, con una riduzione del 55% delle emissioni Scope 1 e 2 dal 2019, la certificazione Net Zero Pathway del British Standards Institution e primi obiettivi Science Based Targets definiti da uno sport globale.

Qui la sostenibilità smette di essere un messaggio e diventa ingegneria organizzativa.

Formula E come banco di prova industriale

Fin dalla sua nascita, la Formula E è stata pensata come un acceleratore tecnologico per l’industria automotive.

Batterie, inverter, software di gestione energetica, materiali leggeri e strategie di recupero sono sviluppati in condizioni estreme e poi trasferiti alla mobilità di massa.

Non è un caso se molti costruttori utilizzano il campionato come piattaforma R&D avanzata.

In pratica, la Formula E rappresenta oggi uno dei pochi contesti dove innovazione elettrica, sostenibilità e competizione reale convivono senza compromessi.
E la Certificazione B Corp non è un punto d’arrivo. È, come ha sottolineato il management della serie, una licenza per andare ancora più veloce.

Più veloce nell’innovare, nel ridurre l’impatto, nel dimostrare che il motorsport può essere non solo spettacolo, ma strumento di trasformazione industriale e culturale.

In un’epoca in cui l’automobile è chiamata a reinventarsi, la Formula E ci ricorda che il futuro non è silenzioso né statico, ma elettrico, urbano, complesso.

E sì, può ancora emozionare anche e soprattutto quando corre per qualcosa che va oltre la bandiera a scacchi.

Monte-Carlo rilancia il mito HF

Lancia
Foto © Lancia

Il Rallye Monte-Carlo non perdona. Non lo ha mai fatto.

E proprio per questo, se vuoi tornare davvero da protagonista, devi farlo qui.

Sembra che Lancia lo sapesse bene e ha scelto il palcoscenico più duro, imprevedibile e simbolico del Mondiale Rally per firmare il suo ritorno ufficiale nel WRC2.

Il risultato è molto più di un semplice debutto (o meglio ri-debutto) ma come hanno affermato gli stessi manager del marchio una dichiarazione d’intenti, scolpita tra ghiaccio, asfalto umido e il leggendario Col de Turini.

Dal 21 al 26 gennaio, la 94ª edizione del Rallye Monte-Carlo – tappa inaugurale del FIA World Rally Championship 2026 – ha riportato condizioni estreme che mancavano da oltre undici anni. Neve compatta, lastre di ghiaccio, fondi misti e difficili scelte di pneumatici.

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Foto © Lancia

In questo contesto, Lancia Corse HF ha portato al debutto mondiale la nuova Lancia Ypsilon Rally2 HF Integrale, schierando due equipaggi. Il primo composto da Yohan Rossel e Arnaud Dunand, il secondo da Nikolay Gryazin e Konstantin Aleksandrov.

Il verdetto del cronometro e della strada è chiaro, con la Ypsilon Rally2 già protagonista.

Monte-Carlo, laboratorio estremo

Il Monte-Carlo 2026 è stato per Lancia molto più di un rally, ma un banco prova tecnico totale.

Le continue variazioni di grip hanno obbligato ingegneri e piloti a lavorare su set-up estremamente difficili, dove cinematismi delle sospensioni, mappature del differenziale centrale, gestione elettronica della coppia e bilanciamento dei pesi diventavano decisivi quanto il talento alla guida.

In questo scenario, la Ypsilon Rally2 HF Integrale ha mostrato una notevole capacità di adattamento.

La vettura ha saputo mantenere una “finestra di funzionamento” molto ampia, caratteristica fondamentale su fondi che passano dall’asciutto al ghiaccio nel giro di pochi chilometri. Un risultato che dimostra la bontà del lavoro svolto in fase di sviluppo su telaio, sospensioni e taratura degli ammortizzatori.

Vittorie di speciale e dominio nella Super Sunday

I numeri raccontano una gran bella gara. Infatti, la Lancia Ypsilon Rally2 HF Integrale ha conquistato 8 vittorie di prova speciale in WRC2, di cui 7 con Yohan Rossel.

Ed è stato nella giornata conclusiva che la piccola Lancia ha lasciato il segno più profondo, con una domenica perfetta. Quattro prove speciali, quattro vittorie WRC2, inclusa la Power Stage sul Col de Turini.

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Rossel ha firmato una prestazione di altissimo livello tecnico e sportivo, inserendosi stabilmente nella top five assoluta contro le Rally1 ufficiali e conquistando anche un punto iridato nella Power Stage.

Il risultato più significativo è la vittoria nella classifica Super Sunday assoluta, ottenuta davanti a vetture di classe superiore. Un segnale forte, che proietta Lancia Corse in testa alla classifica WRC2 Teams già al debutto.

Rimonte, errori e carattere da vero rally

Raggiungere questo risultato non è stato facile con Rossel protagonista in negativo nella prova inaugurale con un un leggero contatto che lo ha costretto al ritiro del giovedì.

Ma ha avuto una reazione da campione con la ripartenza nel Super Rally e una progressione costante, culminata in una domenica semplicemente dominante.

Invece, Gryazin ha mostrato fin da subito un passo da vertice, andando in testa alla WRC2 prima di un danno alla sospensione posteriore.

La riparazione effettuata insieme al copilota Aleksandrov è stata un piccolo capolavoro di improvvisazione tecnica.

Il secondo incidente, in condizioni estreme sulla SS12, ha tolto ogni chance di podio, ma il sesto posto finale non racconta fino in fondo il potenziale espresso.

Lancia Ypsilon Rally2 HF Integrale

Categoria Rally2 – FIA
Trazione Integrale permanente
Motore 1.6 turbo, iniezione diretta
Trasmissione Sequenziale a 5 rapporti
Differenziali Meccanici + gestione elettronica
Assetto Sospensioni regolabili multi-settaggio

La livrea definitiva WRC2 non è solo un omaggio alla tradizione HF, ma anche un esercizio di lettura dinamica delle superfici, pensato per enfatizzare i volumi della vettura in movimento.

Un ritorno che sa di visione, non di nostalgia

Il progetto del ritorno Lancia nel mondo dei rally va oltre il risultato sportivo.

A spiegarlo bene sono le parole di Roberta Zerbi – CEO Lancia – al termine della gara. Parole che chiariscono la direzione presa dal brand.

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Roberta Zerbi, CEO di Lancia – foto © Lancia

Aspettavamo questo momento da molto tempo – ha affermato Zerbi – Questo risultato va oltre il valore sportivo, conferma la solidità di un progetto costruito con determinazione, rigore tecnico e una visione chiara. Monte-Carlo è uno dei rally più impegnativi della stagione e, anche se non tutto è andato secondo i piani, il team ha dimostrato grande ambizione, una vettura competitiva e una direzione ben definita per il futuro”.

Simili anche le dichiarazioni del Team Principal Didier Clément, che parla apertamente di un futuro promettente.

Lancia non è tornata per celebrare il passato, ma per misurarsi con il presente.

E forse è proprio questo il dato più interessante emerso dal Monte-Carlo: tra neve, ghiaccio e condizioni estreme, la Ypsilon Rally2 HF Integrale ha dimostrato che il DNA sportivo Lancia non è un ricordo da museo, ma una materia viva, pronta a evolversi.

Il cronometro, come sempre, è stato il giudice più sincero.

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La nuova corazza mobile di Donald

Da quando la storia ha inventato gli Stati Uniti d’America e Trump ha deciso di farli a pezzi, gli spostamenti di ogni presidente americano sono delicati.

Sono accompagnati da apparati di sicurezza imponenti e cortei di auto blindate lunghe come una pizza indigesta in una notte senza più una goccia di antiacido in casa.

Al centro della scena spicca il mezzo presidenziale, scuro, blindato e minaccioso.

Qui il ciuffo platinato di Donald può ritrovare forma e colore nell’attesa di concedersi ai flash dei fotografi o agitarsi se decide di esibirsi in uno dei suoi balletti improvvisati.

Una scena che si è ripetuta di recente a Davos.

Amena località svizzera che ogni anno ospita il celebre “World Economic Forum”, l’esclusivo salotto buono dell’economia mondiale dove si decidono i destini del pianeta.

Donald ha cambiato macchina

Proprio lì, tra neve, cene di gala e diplomazia, il presidente americano non si è mosso a bordo della consueta limousine presidenziale.

Ha caricato fra i bagagli una monumentale Cadillac “Escalade” blindata, un SUV di taglia XXL.

All’apparenza è simile a quello diffuso sul mercato americano ma in realtà nasconde una trasformazione profonda.

Perché più che un’auto di rappresentanza è una vera fortezza mobile.

Un carro armato su ruote

La base è quella della Escalade high performance “V” di ultima generazione.

Un colosso a trazione integrale lungo quasi 6 metri che nella versione civile monta un V8 a benzina.

Un 6,2 litri (circa 6.162 cc), capace di sviluppare 691 CV e 885 Nm di coppia, abbinato a un altrettanto sontuoso cambio automatico a 10 rapporti.

Numeri necessari per muovere senza sforzo un SUV che, già di serie, supera le due tonnellate e mezza.

E che nella versione presidenziale aumenta a dismisura.

Fra blindature integrali, vetri multistrato e rinforzi strutturali, la massa complessiva supera di gran lunga quella di un modello commerciale.

Un progetto a parte

Per compensare, tutto è stato riprogettato da zero.

Telaio irrigidito, sospensioni rinforzate, impianto frenante maggiorato e pneumatici run-flat in grado di continuare la marcia anche dopo essere stati colpiti da una pioggia di proiettili.

In compenso, la velocità pura passa in secondo piano rispetto all’obiettivo primario richiesto dai servizi segreti.

A loro poco importano i 180 km/h della versione civile quanto piuttosto poter contare su un mezzo che sia in grado di muoversi anche in condizioni estreme e sotto stress operativo.

Centro di comando mobile

Dall’esterno, la Escalade presidenziale non rischia di essere confusa.

Ciò grazie ad un parabrezza dallo spessore enorme, portiere con un volume innaturale e superfici vetrate ridotte al minimo.

Ma è la costellazione di antenne presenti sul tetto a raccontare una parte dei segreti dell’Escalade.

A cominciare dal sistema di comunicazioni criptate, costantemente collegato al veicolo di comando del corteo presidenziale.

Si tratta del cosiddetto “Roadrunner”, il mezzo che coordina ogni spostamento della scorta attraverso una rete digitale protetta.

Dotazioni top secret

All’interno, ovviamente, i dettagli restano coperti dal segreto di Stato, ma lo schema è noto.

Si va dall’abitacolo sigillato ai sistemi di filtraggio dell’aria contro agenti chimici e biologici, riserve di ossigeno, apparati di emergenza e componenti ridondanti.

In caso di attacco, l’auto non è solo un mezzo di fuga, ma un rifugio temporaneo capace di isolare completamente gli occupanti dall’esterno.

L’auto più sicura del mondo

Almeno al momento, la Escalade da settimana bianca di Donald non sostituisce la limousine presidenziale.

Parliamo della celebre “Beast”, altrimenti detta “Cadillac One”, costruita su un telaio da camion e progettata per essere praticamente impenetrabile.

Più di 9 tonnellate di tecnologia, con telaio rinforzato in acciaio, titanio e ceramica, vetri da 12 cm, gomme run-flat e persino una scorta di sangue compatibile con quello del presidente.

L’Escalade visto a Davos un ruolo diverso e complementare, la scelta migliore per trasferimenti brevi, percorsi complessi, contesti urbani o montani come quelli svizzeri, dove la manovrabilità conta quanto il livello di protezione.

In realtà non si tratta di una novità in senso assoluto.

Infatti, da anni il Secret Service utilizza Chevrolet Suburban blindati, spesso in modo intercambiabile con le limousine.

Ma l’adozione della Escalade segna un salto qualitativo, con molti elementi tecnici e di design interni presi dalle più recenti “Beast” che derivano proprio dalla piattaforma del Suv Cadillac.

Un soggetto a rischio

Il delicato momento storico, del resto, lo impone: i diversi tentativi di attentato seguiti dalle polemiche sull’apparato di sicurezza presidenziale hanno accelerato una revisione profonda delle strategie di protezione.

Trump va protetto pensando a qualsiasi eventualità possibile, tranne forse al vento che gli scompiglia il ciuffo arancionato. Contro quello non c’è nulla da fare, accidenti.

La rivoluzione silenziosa di Kalašnikov

Sembra che in punto di morte, l’ingegnere sovietico Michail Timofeevič Kalašnikov si sia amaramente pentito dell’invenzione per cui sarebbe stato ricordato nei secoli a venire, portatrice di morte e dolore. Aveva 28 anni quando progettò l’AK-47, il più celebre e letale fucile d’assalto della storia, tanto semplice quanto inarrestabile. Ancora oggi, l’Avtomat Kalashnikov è uno dei prodotti di punta nelle esportazioni russe, al pari della vodka ed il caviale del Volga, e nel tempo si è guadagnato la triste fama di arma preferita negli attentati terroristici di matrice islamica.

Finita a gambe all’aria con la dissoluzione sovietica, malgrado il successo perenne del fucile mitragliatore e quasi il monopolio delle armi di piccolo calibro prodotte in Russia, nel 2012 la “Kalašnikov Kontzern” affronta la bancarotta, da cui si salva l’anno successivo attraverso la fusione di tre aziende.

Ed è proprio la diversificazione dell’anima aziendale ad aver messo l’idea alla Kalašnikov di entrare di soppiatto nel mondo dei motori, nel periodo in cui è in atto la mutazione genetica verso l’elettrico.

Dopo anni di silenzio apparente, dalla tundra appare la “IZH-Enduro”, una moto elettrica con sidecar modulare, forse uno dei progetti più insoliti e interessanti mai usciti dagli stabilimenti del gruppo russo.

Ma è meglio chiarirlo: non è una moto pensata per il grande pubblico, né un concept da esposizione, ma un progetto che nasce con l’obiettivo di essere uno strumento operativo affidabile e robusto.

Non una moto qualunque

Nel panorama delle due ruote elettriche, la IZH-Enduro gioca una partita tutta sua, evitando di entrare in competizione con le naked urbane o le sportive a batteria. La dedica va tutta al mondo dei veicoli tattici leggeri, dei mezzi di supporto e delle piattaforme multifunzione.

Kalashnikov ha impostato il progetto come una base modulare in grado di cambiare identità a seconda del contesto. La stessa moto può diventare un mezzo da pattugliamento urbano, un enduro per terreni difficili, un veicolo logistico leggero o una piattaforma di supporto per operazioni speciali.

Elettrica, ma non solo

La scelta della propulsione racconta bene questa filosofia, con una serie di configurazioni pensate per esigenze operative differenti.

Sul fronte elettrico, le opzioni includono due motori hub da 3 kW, pensata per ambienti urbani e spostamenti a medio raggio, una versione più muscolare con due motori hub da 5 kW, orientata all’off-road e ai terreni difficili e per finire una soluzione con motore singolo da 4 kW abbinato a trasmissione a catena.

Accanto all’elettrico, Kalashnikov mantiene anche una versione con motore a combustione interna da 450 cc, utile per evitare la dipendenza da un’unica tecnologia, soprattutto in contesti dove l’energia elettrica non è sempre disponibile.

Dati concreti, niente promesse

La versione elettrica adotta una batteria agli ioni di litio accoppiata a un motore sincrono brushless IPMSM, soluzione nota per efficienza e affidabilità.

Un pragmatismo che traspare anche dai numeri dichiarati, con 100 km di autonomia, variabile in base a carico e condizioni, 120 km/h di velocità massima, 220 kg di peso con sidecar installato e un passo di 1.385 mm.

Il ritorno del cambio, contro ogni moda

C’è però un dettaglio che rompe completamente con l’immaginario delle moto elettriche moderne: la trasmissione manuale a quattro marce con frizione, una scelta controcorrente che risponde alla logica di consentire una gestione più raffinata della coppia, soprattutto in salita, a pieno carico o su superfici a bassa aderenza.

Il sidecar come elemento chiave

Se la moto è il corpo, il sidecar è la vera anima del progetto. Non si tratta del classico sedile laterale, ma di un pianale modulare pensato come spazio di lavoro che può essere allestito per trasportare armi, equipaggiamenti tecnici, materiali di emergenza, sistemi di comunicazione o carichi speciali.

In alternativa, la IZH-Enduro può trainare un rimorchio universale con capacità fino a 200 kg, trasformandosi in un piccolo veicolo logistico. Una soluzione che amplia enormemente le possibilità d’impiego, soprattutto in aree difficili da raggiungere con mezzi più grandi.

Il vantaggio del silenzio

Uno degli aspetti più interessanti della IZH-Enduro è la silenziosità della trazione elettrica, che diventa un vantaggio concreto in operazioni di pattugliamento, interventi in aree naturali o contesti dove la discrezione è fondamentale.

A questo si aggiungono una manutenzione ridotta e una maggiore semplicità di gestione rispetto ai motori tradizionali, anche se restanoì alcune incognite: l’autonomia reale sotto carico massimo, il comportamento delle batterie in climi estremi e la durabilità nel lungo periodo.

Un progetto di nicchia

I primi esemplari della IZH-Enduro sono attualmente sottoposti a test sul campo. L’obiettivo è verificare la resistenza strutturale, il comportamento su terreni complessi come fango e neve e l’efficacia dell’integrazione tra moto, sidecar e rimorchio.

Difficilmente questa moto finirà nei concessionari, è più realistico immaginarla impiegata in contesti specifici, e quasi mai pacifici.

Le maniglie a scomparsa sotto accusa

Prima la leva del cambio, poi le gomme di scorta, l’accendisigari, il freno a mano, il lettore CD, la manovella dei finestrini e la chiave di accensione.

Da quando l’elettronica si è imbizzarrita, a bordo delle auto è iniziato un processo di scomparsa graduale e inarrestabile: addio a leve e levette e sotto con i sensori a sfioramento.

Uno dei trend più recenti sono le maniglie delle portiere, che oggi non possono più essere visibili ma a scomparsa, protuberanze che emergono quando serve per poi ritirarsi discretamente a filo della carrozzeria.

E se fino a poco tempo fa erano uno status-symbol per i modelli di classe alta, oggi stanno planando ovunque.

Sempre più diffuse, promettono stile e tecnologia, ma quando l’elettronica decide di scioperare, il rischio è che a bloccarsi non sia solo la portiera.

Per chi se lo chiede: il loro contributo all’aerodinamica è praticamente nullo, ma in compenso quello alle polemiche è enorme.

Il motivo è semplice quanto inquietante: essendo spesso comandate per intero dall’elettronica, in caso di incidente o guasto possono smettere di funzionare, rallentando l’uscita degli occupanti o l’intervento dei soccorsi.

“Carine, ma terribili da usare”

Che qualcosa non torni lo ammettono ormai anche i vertici dell’industria. Thomas Schäfer, amministratore delegato di Volkswagen, ha liquidato senza mezzi termini le maniglie a filo: “Sembrano carine, ma sono terribili da utilizzare”.

Un giudizio che pesa, perché arriva da chi quelle soluzioni le conosce bene.

Tesla sotto accusa negli USA

Negli Stati Uniti l’argomento è scivolato da tempo dai discorsi al bar alle aule dei tribunali, con la lista degli imputati che inizia da Tesla, pioniera delle maniglie a scomparsa, chiamata ad affrontare l’ennesima class action, questa volta in Florida.

A promuoverla è un certo John Urban, proprietario di una Model S prodotta tra il 2014 e il 2016, che ha accusato le maniglie magiche di rompersi “regolarmente” dopo pochi anni di utilizzo.

Secondo la denuncia, tra il 2015 e il 2022 tre maniglie su quattro della sua auto si sarebbero guastate, inclusa quella lato guida, costringendolo a entrare dalla portiera del passeggero in attesa delle riparazioni.

Un caso tutto da dimostrare ma tutt’altro che isolato, perché non è la prima causa legata al malfunzionamento di queste soluzioni, e soprattutto non riguarda solo Tesla.

Quando l’auto diventa una gabbia

Il vero nodo peggiore, però, emerge spesso dopo un incidente, come sta cercando di appurare la “NHTSA”, l’agenzia federale statunitense per la sicurezza stradale, che ha aperto un’indagine ufficiale su alcuni modelli Tesla, in particolare le Model Y del 2021, dopo diverse segnalazioni di passeggeri rimasti intrappolati nell’abitacolo.

In uno dei casi più discussi, un bambino non è riuscito a uscire dall’auto a causa del blocco elettronico e della difficoltà nel trovare lo sblocco manuale.

In caso di emergenza, il sistema Tesla prevede una leva meccanica che spesso però è nascosta, poco visibile o addirittura sconosciuta a chi non ha letto il manuale.

Va da sé che in una situazione di panico, il dettaglio può fare la differenza.

Incidenti, incendi e cause legali

Le accuse più gravi arrivano da casi finiti in tribunale, come quello del gennaio 2023 nello stato di Washington, quando i coniugi Jeffery e Wendy Dennis si sono schiantati contro un palo a bordo della loro Model 3.

Dopo l’impatto l’auto ha preso fuoco e secondo verbali e denunce, le maniglie elettriche hanno smesso di funzionare impendendo agli occupanti e i soccorritori di aprire le portiere. Wendy è morta quasi subito, Jeffery è sopravvissuto riportando ustioni gravissime.

Episodi simili compaiono in altre cause depositate in Wisconsin e California, dove un Cybertruck è stato definito “una trappola mortale” che ha causato la morte di tre studenti universitari rimasti intrappolati e soffocati dal fumo.

Ogni caso ha la sua storia, ma il filo conduttore porta dritto verso un unico punto: quando la sicurezza dipende dai sistemi elettronici, un guasto può avere conseguenze irreparabili.

Perché si bloccano?

Le ragioni tecniche vanno dalla mancanza di alimentazione elettrica dopo un impatto, se la batteria a bassa tensione (12V/16V) si disconnette, o ancora la presenza di ghiaccio o sporco che blocca i meccanismi a scomparsa, per finire con le già citate difficoltà di accesso allo sblocco manuale, difficile da trovare specie se non si sa dove cercare.

La Cina verso il divieto

Mentre gli Stati Uniti indagano, la Cina valuta misure drastiche. Negli ultimi mesi diversi incidenti mortali hanno avuto un’enorme eco mediatica perché i soccorritori hanno raccontato di non essere riusciti ad aprire le portiere di auto moderne, spesso di marchi locali, finite in fiamme.

A Chengdu prima e a Tongling poi, gli occupanti di veicoli sono morti intrappolati nell’abitacolo, scatenando l’indignazione popolare. Da qui l’ipotesi che il governo abbia in mente di varare un divieto o norme molto più severe sulle maniglie a scomparsa.

Tesla corre ai ripari

Qualcosa, però, si muove. Il capo designer Tesla, Franz von Holzhausen, ha confermato che l’azienda sta lavorando a una nuova maniglia che unisce sblocco elettronico e manuale in un unico comando, più intuitivo anche in caso di emergenza.

Il sistema è già in fase di test in Cina e potrebbe arrivare a breve sui futuri modelli globali.

In realtà, soluzioni simili esistono già, ad esempio su alcune Toyota, dove tirare la maniglia elettronica attiva automaticamente l’apertura meccanica.

E in Europa?

In Italia non risultano episodi gravi legati alle maniglie Tesla, ma le auto vendute hanno lo stesso sistema di apertura dei modelli statunitensi.

Le normative europee impongono uno sblocco manuale di emergenza, senza però stabilire criteri chiari su posizione e visibilità. I soccorritori sono addestrati a intervenire anche sui veicoli elettrici, tenendo conto che il tempo di reazione in simili frangenti resta un fattore cruciale.

I dubbi dell’auto “smart”?

Il dibattito ruota attorno alla domanda più banale di tutte: quanto può definirsi intelligente un’auto se nei momenti peggiori intrappola gli occupanti a bordo?

Se questa è intelligenza, c’è qualcosa che sfugge.

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