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La città scopre il piacere del 4×4 della Suzuki Swift Hybrid

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Suzuki Swift Hybrid ALLGRIP AUTO, la 4x4 perfetta per la città - foto Auto © Tecnica

Nel segmento B, dove efficienza, compattezza e razionalità spesso guidano i progettisti, esiste una proposta che rompe gli schemi con discrezione tutta giapponese.

La Suzuki Swift Hybrid ALLGRIP AUTO è oggi l’unica vettura della categoria ad abbinare un sistema mild hybrid a una vera trazione integrale automatica.

Un primato tecnico che, più che stupire nei numeri, convince nella guida quotidiana. Soprattutto in città.

Una 4×4 urbana, una scelta tecnica

Parlare di trazione integrale su una compatta lunga 3,84 metri può sembrare eccessivo.

Eppure basta una mattina di pioggia intensa, un pavé lucido, una rampa di parcheggio sotterraneo particolarmente viscida o le rotaie del tram attraversate con l’asfalto bagnato per capire quanto l’aderenza supplementare possa fare la differenza.

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foto © Auto Tecnica

Il sistema ALLGRIP AUTO impiegato da Suzuki non è un 4×4 permanente, ma una soluzione basata su un giunto viscoso che trasferisce automaticamente coppia alle ruote posteriori quando rileva differenze di rotazione tra asse anteriore e posteriore. Tutto avviene in modo progressivo, senza interventi manuali e senza penalizzare i consumi.

In condizioni normali la Swift resta una trazione anteriore efficiente ma quando l’aderenza cala, il retrotreno entra in gioco con naturalezza.

Nel traffico cittadino la sensazione è quella di una vettura più “piantata”, più composta nelle partenze su fondo umido e sorprendentemente stabile nei cambi di direzione su asfalto irregolare.

Non è una vocazione completamente off-road come per altre Suzuki, ma una scelta di sicurezza attiva concreta per un uso quotidiano.

Il 1.2 DUALJET Hybrid, leggerezza prima di tutto

La Swift Hybrid ALLGRIP AUTO adotta il 1.2 DUALJET quattro cilindri aspirato abbinato al sistema Suzuki Hybrid a 12 Volt.

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foto © Auto Tecnica

Una soluzione mild hybrid che privilegia compattezza e peso contenuto rispetto a complessità e sovradimensionamento.

L’Integrated Starter Generator funge da motorino d’avviamento e alternatore evoluto, recupera energia in fase di rilascio e supporta il motore termico nelle accelerazioni.

La batteria agli ioni di litio, collocata sotto il sedile del guidatore, non sottrae spazio al bagagliaio e contribuisce a mantenere basso il baricentro.

È una scelta progettuale raffinata e pragmatica: niente compromessi sull’abitabilità e nessuna necessità di ricarica esterna.

La fluidità in ripartenza nel traffico è evidente. Il sistema elettrico attenua le vibrazioni nelle fasi di start&stop e rende l’erogazione più progressiva.

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foto © Fabrizio Gremo

L’efficienza resta un punto fermo, anche grazie al peso contenuto della vettura, elemento sempre più raro in un mercato che tende all’aumento delle masse.

HearTect, la piattaforma che fa la differenza

Sotto la Swift c’è la piattaforma HearTect di nuova generazione, realizzata in acciaio ad alta resistenza con una struttura pensata per disperdere efficacemente l’energia d’urto e incrementare la rigidità torsionale.

La leggerezza strutturale è un valore in termini di consumi e incide direttamente sulla dinamica. In città la Swift si muove con agilità, quasi fosse un kart con inserimenti rapidi, sterzo preciso, rollio contenuto.

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foto © Auto Tecnica

Al tempo stesso l’assorbimento delle asperità è piacevole, segno di un telaio capace di coniugare rigidità e comfort.

È proprio questa combinazione tra massa contenuta, architettura moderna e trazione integrale intelligente a rendere l’esperienza di guida molto interessante per un’auto del segmento B.

Livello elevato di sicurezza attiva e passiva

La Swift Hybrid offre di serie un pacchetto completo di sistemi di assistenza alla guida.

La frenata automatica d’emergenza evoluta monitora pedoni, ciclisti, motocicli e veicoli anche in condizioni di visibilità non ottimale. L’Adaptive Cruise Control utilizza un radar per mantenere la distanza di sicurezza, mentre il mantenimento attivo del centro corsia interviene con leggere correzioni sullo sterzo.

A questi si aggiungono il monitoraggio dell’angolo cieco, l’assistenza nelle manovre in retromarcia, il sistema di abbaglianti automatici e il riconoscimento dei limiti di velocità con adeguamento della velocità di crociera.

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foto © Fabrizio Gremo

Sul fronte passivo, la struttura HearTect e i sei airbag completano un quadro che porta standard tipici di segmenti superiori in una compatta urbana.

Tecnologia e connettività senza compromessi

La versione top di gamma introduce un display touch HD da 9 pollici con navigazione integrata, radio DAB+, tre prese USB e connettività wireless Apple CarPlay e Android Auto.

Il quadro strumenti integra uno schermo LCD a colori da 4,2 pollici che visualizza flussi energetici e dati di guida attraverso il sistema My Drive.

Con Suzuki Connect, gratuito per tre anni, la vettura resta costantemente collegata allo smartphone del proprietario, consentendo di monitorare lo stato del veicolo, ricevere notifiche di manutenzione e analizzare statistiche di utilizzo.

È un ecosistema digitale completo, ma coerente con la filosofia della vettura: funzionale, intuitivo, concreto.

In città, il valore del controllo

Nel traffico mattutino, tra semafori ravvicinati e svolte strette, la Swift si dimostra estremamente maneggevole.

Il raggio di sterzata contenuto facilita le manovre, mentre la compattezza esterna non penalizza l’abitabilità interna, generosa anche per chi siede dietro.

Ma è sotto la pioggia che emerge il tratto distintivo. In partenza su asfalto bagnato l’avantreno non accenna a pattinare.

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foto © Auto Tecnica

E l’intervento del sistema ALLGRIP AUTO è impercettibile ma efficace. La motricità è piena, lineare, rassicurante. Non si tratta di sportività estrema, bensì di controllo e prevedibilità.

La Swift non vuole imitare un crossover. Resta una compatta razionale, ma con un vantaggio tecnico tangibile che nessun’altra segmento B oggi propone in abbinamento a un sistema ibrido leggero.

Un’offerta coerente con la filosofia tecnica

Come da tradizione Suzuki, la dotazione è completa fin dal primo livello di allestimento e l’accesso alle promozioni non è vincolato a formule finanziarie obbligatorie o condizioni restrittive.

Una trasparenza commerciale che riflette la chiarezza dell’impostazione progettuale.

In un’epoca in cui l’automobile sembra dover dimostrare tutto attraverso numeri estremi e soluzioni sempre più complesse, la Suzuki Swift Hybrid ALLGRIP AUTO percorre una strada diversa.

Offre di più dove serve davvero: più trazione quando l’asfalto è insidioso, più controllo nelle partenze difficili, più sicurezza grazie a una struttura leggera ma robusta.

E lo fa senza rinunciare all’efficienza, alla semplicità d’uso e alla compattezza che la guida in città richiede.

È proprio questa la sua forza, un’innovazione che non si impone, ma c’è. Una tecnologia che non richiede particolari attenzioni, ma restituisce fiducia a ogni semaforo verde, a ogni curva su fondo bagnato, ogni mattina di pioggia.

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foto © Auto Tecnica

Il Concorso Grifo d’Oro ASI a un giovane designer canadese

Grande successo, venerdì 6 febbraio 2026, per il Concorso Grifo d’Oro ASI 2025, i cui vincitori sono stati premiati nella sede ASI di Villa Rey a Torino.

E’ stato il 27enne canadese Manik Sharma, diplomato allo IED di Torino, a distinguersi tra i cinque finalisti selezionati dalla giuria internazionale.

Secondi ex-aequo si sono classificati Lorenzo Cotta (26 anni, diplomato al liceo artistico) e Ilenia Bucchieri (30 anni, laureata in Design all’Università di Modena).

Hanno presenziato all’evento:

  • Rosanna Purchia, Assessore Comunale di Torino
  • Roberto Ravello, Consigliere Regionale del Piemonte,
  • Matteo Marnati e Andrea Tronzano, Assessori Regionali del Piemonte,
  • Marco Gay, Presidente dell’Unione Industriali di Torino,
  • Monica Mailander, Presidente di Vehicle Valley Piemonte,
  • Lorenza Bravetta, Direttore del Mauto,
  • Roberto Giolito, Responsabile di Stellantis Heritage Italia.

Il Concorso Grifo d’Oro ASI è stato promosso dalla Commissione Case Costruttrici e Designer dell’ASI, presieduta da Ugo Amodeo.

Enrico Fumia è stato il promotore del premio che mirava a riprendere un’iniziativa lanciata nel 1965 da Nuccio Bertone, vero talent scout che ha dato l’opportunità di emergere ad alcuni degli stilisti più geniali e prolifici del XX secolo.

Il “Grifo d’Oro ASI” per i giovani talenti appassionati di car-design

Anche le modalità – opportunamente attualizzate – si rifanno a quelle dettate all’epoca da Nuccio Bertone, predisponendo disegni vincolanti per indicare ai giovani quali siano le difficoltà e le reali necessità da tenere presenti per l’ideazione di modelli di carrozzeria.

Per questo è stata imposta la realizzazione dei progetti sullo schema di un telaio includente difficoltà di un certo impegno.

I partecipanti hanno dovuto tener conto degli organi meccanici, della posizione di guida, degli scuotimenti delle ruote, delle normative vigenti, evitando così di proporre progetti non realizzabili.

Alberto Scuro, Presidente ASI

“Guardiamo alla storia per costruire il futuro, quando i protagonisti dovranno essere i giovani di oggi”.

“Vogliamo dare loro questa opportunità, oltre a rimarcare il ruolo primario dell’Italia nel settore del car design”.

“Il nostro Paese ha esportato stile in tutto il mondo automotive per oltre un secolo e vogliamo dare il nostro contributo affinché questa tradizione possa proseguire con lo stesso successo”.

Enrico Fumia, designer di lungo corso, componente della Commissione Case Costruttrici e Designer e curatore del Concorso Grifo d’Oro ASI:

“Ringrazio l’ASI per aver accolto il suggerimento di lanciare l’iniziativa sulla falsariga di quella Bertone degli anni ’60 di cui, diciottenne, vinsi l’edizione 1966 nella categoria Junior”.

“Da molti anni ambivo offrire opportunità di prospettive professionali a giovani talenti che dovrebbero poter emergere”.

La giuria, presieduta da Alberto Scuro, era composta da:

  • Enrico Fumia,
  • Marie Jeanne Bertone (Presidente della Nuccio Bertone Foundation),
  • Marta Cinti (giornalista della rivista Auto & Design),
  • Rodolfo Gaffino Rossi (professore di disegno, ex direttore del Museo Nazionale dell’Automobile),
  • Maria Paola Stola Ariusso (docente IED, membro della Commissione ASI Case Costruttrici e Designers),
  • Massimo Grandi (professore di design all’Università di Firenze),
  • Gautam Sen (promotore del FIVA Heritage Hall of Fame),
  • Chris Rees (giornalista, direttore del magazine internazionale Auto Italia),
  • Paolo Tumminelli (professore del Politecnico di Colonia).

Il tema del Concorso è stato quello di disegnare un’auto di piccole dimensioni adatta al traffico cittadino ed extraurbano, con dimensioni vincolate del passo, della lunghezza e della larghezza, con la possibilità di utilizzare motorizzazione endotermica, ibrida o elettrica.

La proposta di Manik Sharma, risultata vincitrice per somma di voti dei giurati, è ispirata ad un design funzionale che deve integrarsi in un ecosistema urbano dinamico, nel quale infrastrutture e altri mezzi di trasporto sono in continua evoluzione.

Tra le principali caratteristiche della vettura spiccano le porte laterali scorrevoli, la forma geometrica che ottimizza al massimo lo spazio interno con un chiaro riferimento all’iconica Radio Cubo Brionvega degli anni ’60.

Manik Sharma

 

Viaggio (semiserio) nel contachilometri scalato

Portare indietro il tempo non si può, la tecnologia ancora non permette una scorciatoia che nella vita sarebbe utile per rimediare agli errori. Come, a meno di mentire spudoratamente, togliersi gli anni per presentarsi agli occhi del mondo più aitanti.

Al contrario, “ringiovanire” un’auto taroccando i contachilometri è una prassi meschina e illegale che nel mondo dell’usato è spesso la pura normalità.

Un trucco miserabile che guasta il piacere di acquistare un’auto di seconda mano, trasformando tutto in un’indagine degna di un giallo in cui non manca la vittima (il portafoglio dell’acquirente), sospettato (il contakm) e corredato da una trama fatta di numeri che, anziché crescere con il tempo, calano miracolosamente.

Il fascino (pericoloso) dell’auto usata poco

Nel mercato dell’usato il chilometraggio è una sorta di carta d’identità: nella percezione comune, meno km significa meno usura e meno problemi futuri, quindi più valore. Esattamente l’equazione su cui fanno leva i venditori più disonesti, a cui sono sufficienti pochi clic per assicurare che l’auto ha pochi km perché ad usarla era un anziano che andava soltanto alla posta per ritirare la pensione e poco più.

Il risultato è di pagare l’equivalente di un’auto in piena forma per una vettura che nel giro di poco potrebbe aver bisogno di interventi importanti su frizione, sospensioni e componenti del motore. Spese che non compaiono nell’annuncio e (ovviamente) in genere non coperte dalla garanzia, ma che diventano cifre importanti sul conto del meccanico.

Le auto più “ringiovanite” d’Italia

Un’analisi condotta da “carVertical” sui report dello storico dei veicoli acquistati dagli utenti italiani tra gennaio e dicembre 2025 ha permesso di individuare i modelli più spesso coinvolti nelle prestidigitazioni del contachilometri.

In testa alla classifica c’è la Renault Megane: il 5,7% degli esemplari controllati presentava anomalie. In media, su ogni auto sparivano miracolosamente più di 40mila chilometri.

Subito dietro si piazzano BMW Serie 3 (5,1%) e Peugeot 3008 (4,7%). Qui le “cure ringiovanenti” sono state ancora più drastiche: circa 85.677 km tolti in media alle BMW e 75.407 km alle Peugeot. Numeri che equivalgono a diversi anni di guida cancellati con un bel colpo di spugna digitale.

Auto viaggiatrici

Il problema a monte della faccenda è che molte vetture usate non restano tutta la vita nello stesso Paese, ma sono importate, esportate o rivendute oltre confine. Ed è proprio durante questi passaggi un po’ fumosi che la biografia può diventare creativa, grazie alla scarsa condivisione internazionale dei dati sui veicoli. Le informazioni su chilometraggio, incidenti, passaggi di proprietà e danni restano spesso chiuse nei database nazionali o relegati in archivi privati, e chi immatricola l’auto in un altro Paese non sempre ha accesso alla storia completa.

È un po’ come comprare casa potendo vedere solo l’ultima ristrutturazione, ma non le crepe nei muri coperte ad arte con un po’ di stucco.

Quando i chilometri spariscono

C’è poi un’altra classifica, meno frequente ma più “pesante” e riguarda le auto con le riduzioni medie di chilometraggio più elevate. Tagli che superano a piedi uniti il semplice ritocco per diventare veri reset della carriera automobilistica.

Qui il podio cambia, e a guidarlo è la Mercedes Classe E, con uno “sconto” medio pari a 116.907 km, seguita da BMW Serie 5 (96.585 km) e Fiat Ducato (96.568 km).

In alcuni casi, spiegano gli analisti, la stessa vettura può addirittura subire più manipolazioni nel corso della sua vita, e se ogni nuovo proprietario la vede giovane, ogni nuovo meccanico la scopre più esausta.

I modelli “più tranquilli”

Non tutte le auto, per fortuna, sono calamite per questo fenomeno fraudolento, peraltro mai affrontato in modo serio da nessuno. Tra i 20 modelli più spesso manipolati in Italia, l’Audi A4 risulta quella con la quota più bassa: il 2,97% degli esemplari controllati aveva chilometraggi alterati, significa una su 34, più o meno.

Seguono a ruota (è il caso di dirlo) Opel Corsa (2,98%) e Alfa Romeo Giulietta (3%). Percentuali inferiori ma non tanto da poter abbassare la guardia.

Perché è una frode dannosa

Ridurre i chilometri non è solo una schizofrenica furbata commerciale, ma ha effetti concreti sulla sicurezza e sull’economia. Un’auto che ha percorso molti più km di quanto dichiarato può avere componenti vicini alla fine del ciclo di vita. E se il proprietario lo ignora, potrebbe rimandare interventi fondamentali.

Inoltre, quando sarà il momento di rivendere l’auto, eventuali incongruenze nella storia chilometrica possono far crollare il valore del veicolo. In altre parole: quello che oggi sembra un affare, domani può diventare una perdita secca.

Come difendersi

Non serve il cappello e la lente d’ingrandimento da detective, basta un po’ di sana prudenza, che in questo mondo purtroppo non deve mai mancare. Verificare la storia del veicolo prima dell’acquisto è uno dei pochi strumenti davvero efficaci per capire se i numeri tornano, e incrociare manutenzioni, revisioni e registrazioni precedenti può far emergere indizi sospetti.

Anche l’usura degli interni — volante, pedali, sedili — può raccontare molto: un’auto con “pochi km” ma con il volante lucido come uno specchio qualche domanda la merita.

La morale

L’auto usata resta una grande opportunità di risparmio e, spesso, di ottimi affari. Ma è un mercato dove l’apparenza può ingannare e dove i numeri, a volte, hanno una straordinaria tendenza a farsi più piccoli.

L’unica regola possibile è la verifica, perché i chilometri, a differenza delle storie, dovrebbero andare solo in una direzione: avanti.

L’irresistibile scalata Dacia, tra tecnologia e risparmio

Celebrazione in grande stile, nella sempre affascinante cornice della Costa Azzurra, entroterra di Antibes, per Dacia.

Novità a raffica all’interno di un momento certamente positivo: in Europa la Casa romena (gruppo Renault) ha raggiunto la quota di mercato del 7,9%.

La Sandero è stata la compatta più venduta ai clienti privati per il secondo anno consecutivo, la Jogger è entrata nella top 5 del segmento C (a parte i Suv), la Duster ha occupato la seconda posizione tra i Suv mentre la Bigster ha raggiunto il primato tra i C-Suv nel secondo semestre 2025.

Poi c’è la piccola Spring, urbana elettrica per vocazione, la più venduta nel segmento A.

Il passo avanti di Sandero Stepway

Il rinnovamento riguarda tutti i modelli in gamma. La Sandero Stepway è stata migliorata fuori (rinnovata firma luminosa, protezioni in Starkle – materiale che utilizza in parte plastica riciclata – fari posteriori a pixel) e dentro: nuovi tessuti sulla pancia, ricca dotazione di Adas, schermo centrale da 10” (l’interfaccia digitale è inedito) e cruscotto digitale da 7”.

Ma la novità principale è nel motore: il 1.2 litri a 3 cilindri da 120 CV a doppia alimentazione benzina e GPL ora ha 20 CV rispetto al precedente ed è abbinato al nuovo cambio automatico a doppia frizione e sei marce (con paddle dietro il volante).

L’auto diventa più brillante, con costi di esercizio sempre sotto controllo (visto il prezzo del GPL) e, grazie a un serbatoio più capiente di quasi 10 litri, l’autonomia totale raggiunge quasi i 1600 km.

Ricche le dotazioni, con fari automatici, Multi-View Camera, frenata automatica d’emergenza (con rilevamento di ciclisti, moto, pedoni) e sistema di controllo dell’attenzione del conducente.

Le integrali inarrestabili

Le novità che più colpiscono riguardano i due Suv, Duster e Bigster in versione integrale, che adesso beneficiano di un motore ibrido alimentato anche a GPL (si chiama hybrid-G 150).

Lo scherma prevede un motore elettrico posteriore da 31 CV con cambio a due rapporti e un termico 1.2 mild hybrid anteriore da 140 CV abbinato ad una trasmissione automatica a doppia frizione.

La potenza di sistema è di 154 CV (anche in questo caso l’autonomia arriva a 1500 chilometri circa) e la batteria agli ioni di litio a 48 Volt ha una capienza di 0,84 kWh.

Il tutto è associato  alla doppia alimentazione benzina/GPL. Le doti fuoristradistiche sono notevoli: altezza da terra, angoli d’attacco, di dosso e di uscita sono rimasti invariati.

E nel test effettuato su un percorso di prova, tra dossi e fango, guadi di rivoli e torrenti, entrambe le auto si sono comportate in maniera eccezionale, grazie anche alla possibilità di selezionare le modalità di guida (sono sei, nel test abbiamo alternato Mud e Lock, usando l’Hill Descend Control ove necessario).

Jogger ibrido con più design

La Jogger, anch’esso dotata di importanti aggiornamenti per quanto attiene design e dotazioni, fruisce di un nuovo gruppo propulsore, composto da un motore benzina 4 cilindri da 1,8 litri e 109 CV, due motori elettrici (un motore da 50 CV e uno starter/generatore ad alta tensione), una batteria da 1,4 kWh (230 V) e un cambio automatico elettrificato a 4 rapporti per il termico e altri 2 per l’elettrico.

La potenza combinata è di 155 CV, con una coppia di 170 Nm.

Spring, cittadina rivoluzionata

Infine la Spring. La batteria, ora integrata nel pianale, è a Litio-Ferro-Fosfato da 24,3 kWh con tecnologia cell-to-pack.

Una soluzione che aumenta la rigidità e la distribuzione dei pesi. Inoltre è stata adottata una barra antirollio.

Due le versioni: una da 70 e una da 100 CV, autonomia di 225 km (WLTP) ed efficienza nei consumi (12,4 kWh/100 km, con un risparmio del 9% rispetto alla generazione precedente).

Prezzi sotto controllo

Buone le notizie, nonostante il generale avanzamento, sul fronte dei prezzi: si parte da 16.500 per Sandero Stepway, da 18.800 per Jogger, da 19.900 per Duster e da 24.800 per Bigster. Per la Sprint, listini da 17.900 euro.

Petronas Syntium, più efficienza e protezione anche per le ibride

Il dietro-front sullo stop ai motori endotermici sta ridisegnando le strategie non soltanto dei costruttori, ma anche dei fornitori di componenti, non ultimi i lubrificanti. Perché se l’all-in sull’elettrico, che affida ai fluidi un ruolo meno rilevante, si allontana, resta la necessità di migliorare l’efficienza, riducendo l’impatto ambientale e i costi operativi. Specie per i nuovi motori turbo e per gli ibridi, che con tutta probabilità non saranno più soltanto una soluzione di transizione.

A questo mutato scenario Petronas risponde con la nuova gamma Syntium, che debutta con quattro prodotti dalla nuova formulazione. La sua missione è offrire un livello di protezione superiore tanto ai motori a benzina e Diesel, quanto agli ibridi. E non soltanto di ultima generazione, perché anche la crescita del mercato dell’usato e l’allungamento della “carriera” utile delle auto sono un elemento importante di cui il colosso petrolchimico ha tenuto conto.

Come ha sottolineato Samantha Burello, Head of Marketing, Commercial Excellence e Customer Service dell’area EMEA di Petronas Lubricant International, la nuova gamma Syntium rappresenta il portabandiera di un portafoglio complessivo di 9 prodotti attentamente riposizionato, con un aumento della copertura di prima equipaggiamenti (OEM) e una distribuzione globale che raggiunge 50 paesi.

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Immagine ©PETRONAS

L’Efficienza cresce di oltre il 10%

Alla base della nuova linea si posiziona Syntium X, che punta in particolare all’equilibrio tra un’elevata protezione e un prezzo competitivo, con particolare attenzione ai veicoli fuori garanzia.

Seguono Syntium Prime e Supreme, che guardano ai motori di ultima generazione dall’elevato rapporto tra prestazioni e cilindrata come i piccoli e medi turbo a tre e quattro cilindri da 1,2-1,3 fino a 2,0 litri. Propulsori che oggi producono potenze specifiche sempre più alte e fanno lavorare l’olio a pressioni e temperature più elevate.

Questi prodotti si avvalgono della tecnologia CoolTech, una formulazione capace di proteggere i componenti dal surriscaldamento, e aumentano la durata dei componenti e gli intervalli di sostituzione. Secondo il produttore, Syntium Supreme in particolare ha ottenuto, nei test specifici, un incremento dell’efficienza nei consumi di carburante fino al 13% rispetto agli standard internazionali.

Maggior durata anche per le ibride

Ultimo, ma forse più interessante di tutti nel panorama attuale e futuro, è Syntium Hybrid. Pensato, appunto, per i motori ibridi che al contrario devono operare in condizioni meno regolari, con frequenti avvii e spegnimenti e temperatura di esercizio più bassa. L’olio subisce quindi una maggior diluizione dovuta a residui di carburante incombusto e acqua da condensa. Che in condizioni normali nel riduce l’efficienza e la durata. Per contrastare questo fenomeno, Petronas propone una formula dedicata e con una specifica declinazione della tecnologia CoolTech chiamata CoolTech-H.

Waymo, i robotaxi col filippino a bordo (da remoto)

Era la favola perfetta, la sublimazione della tecnologia e il trionfo definitivo dell’intelligenza artificiale sul genere umano. Salire su un taxi senza conducente che sa tutto, non si distrae, non si stanca, non guarda il telefono e in silenzio porta chiunque a destinazione meglio di qualunque umano.

Il simbolo di un futuro ordinato, efficiente e infallibile.

Ma proprio in questi giorni si è scoperto che, quando la situazione si fa complicata, il taxi robotizzato alza la mano e chiede aiuto a qualcuno che non è neanche nei paraggi, ma dall’altra parte del mondo.

È il meccanismo finora tenuto segreto che è emerso durante una recente audizione al Senato degli Stati Uniti sulla sicurezza dei veicoli autonomi, dove “Waymo”, la punta di diamante della guida autonoma e società del colosso “Alphabet”, si è trovata nella scomoda posizione di dover rispondere ad un fuoco di fila di domande.

E il risultato, fra l’imbarazzo generale, è stata una mezza doccia fredda per chi aveva creduto che i robotaxi fossero talmente all’avanguardia da poter fare a meno di un essere umano.

Se l’algoritmo si confonde

Il responsabile della sicurezza di Waymo, Mauricio Peña, ha spiegato che i taxi a guida autonoma, quando si imbattono in situazioni “ambigue”, possono ricevere supporto da operatori umani da remoto.

Detto in altre parole, ancora più chiare: quando l’auto non capisce bene cosa sta succedendo, può chiedere l’aiutino da casa.

A scanso di equivoci, peraltro già abbondantemente partiti, l’azienda ha chiarito che nessuno sta parlando di una guida da remoto sul modello Playstation, nel senso che non esiste qualcuno chiuso in un ufficio che giri il volante come in un simulatore di guida.

Il sistema resta al comando e gli operatori si limitano a guardare dati e immagini, valutano la scena e inviano indicazioni che aiutano il software ad uscire dal momento di crisi.

Il punto è che questi scenari ambigui non sono poi così rari nel traffico reale, a volte basta un cantiere comparso durante la notte, un vigile urbano che gesticola in modo creativo, una segnaletica temporanea messa a caso o un camion in doppia fila che trasforma la strada in un rompicapo geometrico.

Tutto ciò che per un guidatore umano è fastidioso ma gestibile, per un algoritmo può diventare un dilemma esistenziale non previsto nei database.

Dalla Silicon Valley allo smart working globale

La vera sorpresa non è tanto l’esistenza del supporto umano, perché nel mondo dei sistemi critici è buona norma avere un paracadute, quanto piuttosto la scelta geografica, perché buona parte degli operatori pronti ad intervenire si trova nelle Filippine, più precisamente a Manila.

Ricapitolando, un robotaxi che gira per le strade di San Francisco, Los Angeles, Miami o Phoenix può ricevere i consigli di qualcuno che sta iniziando o finendo il turno a migliaia di chilometri di distanza, magari con un fuso orario completamente diverso.

Waymo si è guardata bene dal comunicare i numeri: non è chiaro quanti operatori ci siano e tantomeno quanto spesso sono chiamati ad intervenire.

L’azienda si limita a sottolineare che sono squadre di tecnici formati, qualificati e dotati di patente.

Ma resta un dettaglio curioso: visto che le regole stradali non sono identiche in tutto il mondo, e non è chiaro quanto conti la patente se non si è fisicamente alla guida.

Il futuro ha ancora bisogno delle persone

La reazione politica non si è fatta attendere. Alcuni senatori statunitensi, in particolare Ed Markey, hanno espresso forte irritazione all’idea che centinaia di veicoli sulle strade americane possano dipendere, anche solo in parte, da persone che agiscono dall’estero.

Dal putiferio sono emersi tre diversi fronti di preoccupazione. Il primo è la sicurezza: se in una situazione critica servono secondi – o frazioni di secondo – la latenza di una comunicazione intercontinentale diventa un quesito legittimo.

Quanto tempo passa tra richiesta e risposta? E cosa succede se la connessione ha un problema o la linea internet in quel momento traballa?

Il secondo è la cybersicurezza, perché i robotaxi raccolgono enormi quantità di dati fra strade, volti e abitudini, spalancando le porte a chi teme falle nei sistemi digitali o cyberattacchi.

Il terzo, ultimo solo per caso, è l’occupazione. La guida autonoma è stata spacciata come una rivoluzione che avrebbe finito per ridurre drasticamente il bisogno di autisti.

Ma se anche i lavori di supervisione sono esternalizzati, il saldo occupazionale domestico rischia di diventare un boccone politicamente indigesto.

Il mito dell’autonomia totale

C’è poi una questione più filosofica, ovvero cosa si nasconde esattamente sotto la definizione di “autonomo”. Nel marketing tecnologico, autonomia suona come indipendenza assoluta, mentre nella realtà ingegneristica il concetto cambia diventando “autonomo nella maggior parte dei casi, ma con supervisione quando serve”.

Una differenza sottile ma fondamentale.

Che poi, andando bene a vedere, non esistono al mondo sistemi complessi in grado di sopravvivere senza reti di sicurezza: gli aerei hanno il sistema automatico ma anche piloti in carne e ossa, gli ospedali sfruttano software avanzati ma con medici che supervisionano e le centrali elettriche sono automatizzate e ugualmente zeppe di tecnici.

Il problema nasce quando si spaccia per verità una bufala, come inculcare l’idea di un mondo quasi magico dove l’IA sia in grado di risolvere tutto da sola.

Sullo sfondo la gara globale

Come se non bastasse, durante la stessa audizione è emerso anche il tema dei veicoli prodotti in Cina usati come base per alcuni robotaxi, spostando il baricentro dalla tecnologia alla geopolitica.

Le aziende sostengono che una catena di fornitura globale le rende più veloci e competitive, ma i politici americani temono dipendenze strategiche dalla Cina e la loro abitudine a trasformare in una corsa velocissima anche l’elettrico e la guida autonoma.

Chi serve chi?

C’è un paradosso quasi letterario in tutta questa storia. Il termine “robot” deriva da una definizione del lavoro servile, mentre oggi è transitato verso sistemi automatizzati programmati per essere lavoratori instancabili al servizio del genere umano.

Eppure, in molti casi, sono ancora gli esseri umani ad aiutare le macchine a funzionare meglio, spesso restando ben lontani dai riflettori.

Un passaggio cruciale che toglie all’IA l’idea di apparire autonoma e infallibile, quando al contrario nasconde una filiera di persone che correggono, suggeriscono e supervisionano.

Il punto non è neanche smascherare la tecnologia, ma più prosaicamente ridimensionare le aspettative: la guida autonoma è un orizzonte, non una condizione attuale.

Più che “auto che guidano da sole” siamo nell’era delle “auto che guidano quasi da sole, ma con un amico pronto ad intervenire”. Da Manila.

Dalla diffidenza alla fiducia, la corsa dei brand cinesi in Italia

Colpo di scena: le auto cinesi non sono più una semplice presenza marginale o una scelta di nicchia per pochi curiosi.

Un passo per volta, stanno diventando una delle opzioni prese seriamente in considerazione dagli automobilisti italiani.

A raccontare il cambio di passo epocale è una recente instant survey di “Areté”, che mette in luce come la percezione dei marchi provenienti dalla Cina si stia evolvendo rapidamente, spinta non solo dal prezzo ma da una crescente fiducia nella qualità.

L’indagine, realizzata lo scorso gennaio, evidenzia un dato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato improbabile: ben il 73% degli italiani si dichiara pronto ad acquistare un’auto made in Cina.

Un valore in aumento rispetto al 68% registrato nell’ottobre del 2024, in fondo una manciata di mesi fa, sintomo di una progressione che in poco più di un anno ha cambiato l’atteggiamento dei consumatori, accompagnando la diffusione dei brand cinesi sulle strade europee e una presenza sempre più visibile nelle concessionarie.

Cosa convince

Per lungo tempo le auto cinesi sono state associate soprattutto a listini aggressivi e poco altro, ma oggi il quadro si fa più sfumato: se il 45% degli intervistati continua a indicare la convenienza economica come una motivazione fondamentale, la qualità svetta come motore della fiducia.

Il 51% del campione cita affidabilità, cura dei materiali e dei dettagli, ricchezza delle dotazioni e sistemi di assistenza alla guida.

Significa che una parte crescente di consumatori non guarda più alle vetture cinesi come ad un semplice “ripiego” economico, ma come ad un prodotto capace di giocarsela ad armi pari con concorrenti più blasonati.

Identikit dell’auto cinese ideale

A stravincere sono SUV e crossover, preferiti dal 47% degli intervistati, in linea con un trend che da anni domina il mercato europeo.

Modelli percepiti come versatili, spaziosi e adatti tanto per l’uso familiare quanto per gli spostamenti quotidiani.

Sul fronte della spesa, il limite psicologico rimane ben definito, con 30mila euro a rappresentare il tetto massimo di spesa indicato dalla maggior parte dei potenziali acquirenti.

Una soglia economica che apre le porte alle auto cinesi ad una fascia di interesse strategico in cui l’antico rapporto qualità/prezzo torna ad essere determinante.

Interessante anche il capitolo motorizzazioni, con il tramonto definitivo dell’idea che i costruttori cinesi siano sinonimo quasi esclusivo di elettrico, come dimostra il 50% degli italiani che considera l’ibrido la tecnologia più adatta alle proprie necessità.

Una soluzione che coniuga risparmio di carburante, minori emissioni e più che altro libertà dalla iattura della ricarica che grava sull’elettrico puro.

Le resistenze che restano

Nonostante il clima favorevole, sopravvivono ampie sacche di scetticismo e tra chi non è ancora pronto all’acquisto, con il 28% manifesta dubbi sulla qualità dei materiali cinesi, mentre un altro 28% teme che la rete di assistenza e il servizio post-vendita non siano allineati agli standard europei.

Perplessità che raccontano come la reputazione si costruisca nel tempo, assicurando l’affidabilità sul lungo periodo, il valore dell’usato e la capillarità dell’assistenza, parametri cruciali quando si parla di automobili.

Tuttavia, la stessa indagine mostra qualche segnale di distensione, con il 62% degli intervistati secondo cui il post-vendita dei brand cinesi è già in grado di competere con quello delle case europee.

Il momento della verità: la concessionaria

Un altro aspetto interessante riguarda le modalità di acquisto: in questo caso, malgrado la digitalizzazione e la possibilità di configurare e ordinare un’auto online, l’esperienza fisica continua ad essere la centrale.

La grande maggioranza di chi deve cambiare l’auto spegne lo schermo del computer preferendo la visita di persona in concessionaria, per vedere l’auto dal vivo e valutarne finiture e comfort con i propri occhi.

Ma è soprattutto il test drive a confermarsi come un rito ormai irrinunciabile: otto italiani su dieci lo considerano decisivo prima di prendere una decisione finale.

Uno scenario in movimento

Il quadro a questo punto si fa confuso, con un mercato in lenta ma inesorabile trasformazione: da una parte i marchi europei, alla ricerca di nuove strategie per resistere all’onda con gli occhi a mandorla, dall’altra i cinesi che forti di investimenti massicci in tecnologia, design e sviluppo, stanno progressivamente riducendo le distanze.

Egoisticamente, per i consumatori italiani il gioco si traduce in una maggiore scelta e in una pressione che potenzialmente potrebbe avere effetti benefici su prezzi e dotazioni. Forse.

“Scaramobile”, l’anti SUV che guarda il sole

Per comprare un litro di latte a tre km da casa muoviamo una macchina che pesa quanto un rinoceronte e consuma come un piccolo appartamento.

Un paradosso che oggi non ha nulla di anormale, almeno fin quando qualcuno non decide di chiedersi se ha davvero senso.

È un po’ la domanda che si fatto Denis Baulier, agricoltore, insegnante di equitazione con il pallino per l’ambiente e la meccanica, ma invece di limitarsi a borbottare sui social contro il traffico o il prezzo del carburante, Denis si è rimboccato le maniche costruendo la sua risposta su ruote: la “Scaramobile”.

Con quell’aria a metà strada fra un’auto in miniatura, un prototipo da fiera e un mezzo da esplorazione lunare, la Scaramobile è in realtà un quadriciclo ultraleggero alimentato dal sole, privo di volante e progettato per rendere semplice e pulito l’andare da A a B, ma senza usare per forza C.

Nata concreta

La Scaramobile non nasce per conquistare i boulevard delle capitali europee, non punta al glamour né a mettersi in coda alle colonnine di ricarica ultra-veloci nei parcheggi dei centri commerciali.

Il suo habitat naturale sono le zone rurali e periurbane, i luoghi dove l’autobus passa quando si ricorda e il treno è più un’idea che una realtà.

Qui l’auto tradizionale diventa spesso una necessità più che una scelta, essenziale per coprire tragitti brevi ma troppo lunghi per la bici come le commissioni quotidiane, piccoli impegni a cui non serve un SUV lungo 5,5 metri.

L’uomo dietro l’idea

Denis Baulier non arriva dall’industria automobilistica né da qualche laboratorio hi-tech californiano, è un ex agricoltore bretone oggi in pensione con una forte sensibilità verso l’ambiente, la biodiversità, la qualità dell’aria, dell’acqua e dell’energia.

Uno che la natura la frequenta davvero, non solo nei documentari e da oltre cinque anni porta avanti il progetto della Scaramobile.

Un girasole su ruote

Il colpo d’occhio è notevole: 6,5 metri quadrati di pannelli fotovoltaici integrati nella carrozzeria, il cuore di un veicolo “eliotropico” i cui pannelli possono orientarsi per inseguire il sole durante la giornata e catturare quanta più energia possibile, come fanno i girasoli in natura.

I prossimi sei mesi saranno cruciali: il prototipo sarà testato in condizioni reali per verificare l’efficienza anche in inverno, quando il sole scarseggia.

Pensata per durare

La Scaramobile pesa circa 600 kg (batterie escluse) e rientra nella categoria L7 dei quadricicli a motore, il che significa che per guidarla serve il patentino AM.

Può trasportare fino a tre persone ed è dotata di un abitacolo modulabile in grado di adattarsi a persone o carichi.

Ma la vera particolarità è la struttura leggera, riparabile e trasformabile, un manifesto contro l’obsolescenza programmata che domina il settore dei trasporti.

Niente volante

Aprendo la portiera arriva la seconda sorpresa: il volante non c’è, e al suo posto è nato un joystick, quando basta per assicurare una maneggevolezza sorprendente, assicura monsieur Baulier.

La strada ancora da fare

Nel 2022, il progetto è stato premiato e selezionato dall’ADEME nell’ambito di “eXtrême Défi”, programma che sostiene innovazioni radicali per la mobilità sostenibile, e oggi la Scaramobile è nella fase del prototipo avanzato.

Diversi modelli sono già stati realizzati e testati, ma per una commercializzazione su larga scala serviranno ancora tempo e verifiche.

Il prototipo è stato presentato ufficialmente a Penvénan il 26 gennaio scorso suscitando curiosità.

Una lezione di sobrietà

La Scaramobile non ha alcuna intenzione di mettersi in concorrenza con il mondo dell’auto, non promette miracoli né rivoluzioni globali, si acconta di ricordare che la maggior parte degli spostamenti quotidiani non richiedono mezzi giganteschi e soprattutto che l’innovazione non sempre significa aggiungere, ma togliere.

Jeremy Clarkson, 510 CV e 1000 bip di troppo

Quando Jeremy Clarkson sale su un’Alfa Romeo, non è mai solo una prova su strada: è una seduta di psicanalisi motoristica, un comizio contro la modernità e una lettera d’amore mascherata da lamentela.

Dopo essersi scagliato contro l’elettrico, “Jezza” aggiunge l’ennesimo capitolo ad una telenovela meccanica consumata sulle pagine del “Times”, dove il più famoso giornalista automobilistico inglese con aspirazioni da contadino ha rimesso le mani su una Giulia Quadrifoglio.

Una berlina da 510 CV, trazione posteriore, pedigree sportivo e un nome che per molti appassionati suona come musica.

Clarkson VS XXI secolo

Prima ancora di infilare la chiave nel cruscotto, Jeremy dichiara guerra al presente: sul mercato attuale non c’è un’auto nuova che comprerebbe. Zero, nemmeno con uno sconto sostanzioso.

Questa volta, il grande imputato è l’esercito di assistenti elettronici alla guida, diventati obbligatori dal 2022 tra Regno Unito ed Europa. Frenata automatica, mantenimento di corsia, avvisi sonori, richiami visivi e vibrazioni varie: un concerto digitale pensato per salvare vite, ma che per Clarkson trasforma il guidatore in un passeggero sotto tutela giudiziaria.

Nella sua visione, l’auto moderna non si guida, è un arcigno sorvegliante armato di bacchetta pronto a rimproverare che fa sentire chiunque un diciottenne al primo giorno di scuola guida.

E, a suo dire, da questo nessuno si salva, dalle supercar italiane alle granturismo britanniche, per finire alle sportive blasonate, tutte finite nello stesso minestrone di elettronica invadente, con in più l’aggravante dell’arrivo di Euro 7, che potrebbe trasformare il volante in un accessorio decorativo.

L’Alfa, la vecchia fiamma

Con Alfa Romeo, Clarkson ha una relazione stabile da anni, turbolenta ma sincera. In passato ha parlato di alcuni modelli del Biscione con toni che oscillavano tra la poesia e la dichiarazione d’amore.

Auto come la Disco Volante o la 8C non erano più semplici veicoli ma esperienze spirituali dotate di targa, e nel 2016, al debutto della Giulia, Jeremy la accolse come il ritorno del rock dopo una lunga era di musica da centro commerciale durante i saldi.

Arrivò perfino a considerarla superiore a una BMW M3, frase che, nel mondo delle sportive, equivale a sferrare il primo pugno in un pub per scatenare una rissa.

L’appuntamento con la Giulia 2023

Insomma, Clarkson decide di passare qualche giorno con la Giulia Quadrifoglio aggiornata, che è un po’ come rivedere un’ex fidanzata rimasta splendida nei ricordi: la speranza è di ritrovare la stessa magia, anche temendo che i corsi di yoga e pilates l’abbiano cambiata.

La potenza c’è ancora: 510 CV, motore V6, trazione posteriore, una ricetta tecnica da strappare il sorriso a chi ama guidare.

Eppure, qualcosa secondo Jezza non torna: la Giulia di oggi è meno indulgente sulle buche, meno vellutata e più rigida del ricordo che aveva in mente. Alfa Romeo assicura di non aver cambiato le sospensioni, ma Clarkson resta scettico

Il test definitivo

Il momento chiave arriva sull’A40 vicino Oxford, non una mulattiera himalayana ma strada normalissima, e qui entra in scena Lisa, la compagna di Clarkson, che incarna il più temibile degli strumenti di misura, il passeggero stufo.

Dopo un po’ di sobbalzi, chiede di rallentare a 80 km/h per rendere il viaggio sopportabile, non esattamente la velocità per godere le delizie di una super-berlina italiana.

Il giudizio di Jeremy è, come sempre, delicato come una mazza da baseball: lasciarsi cadere da una scala a pioli sarebbe stato più confortevole.

Non è colpa di Alfa, ma del mondo

La cosa curiosa è che Clarkson non se la prende davvero con gli ingegneri di Arese e per una volta il dito non punta verso l’Italia ma verso i regolamenti e la direzione presa dall’industria.

Nella sua idea, le auto di oggi sono costrette a essere perfette, responsabili, vigili e irreprensibili, qualità ammirevoli in un medico o in un pilota di linea, appena un po’ meno in un’auto che dovrebbe strappare il sorriso solo mettendola in moto.

La sentenza di Jeremy diventa un’equazione discutibile anche se convincente: più sicurezza equivale a meno anima.

Il consiglio da “ribelle dell’usato”

E qui arriva il suggerimento, chi vuole davvero godersi una Giulia Quadrifoglio, cerchi una costruita prima del 2022.

Una versione meno chiacchierona, meno ansiosa di correggere e meno pronta a ricordare che siamo tutti esseri umani fallibili.

Clarkson la dipinge come l’ultimo baluardo prima dell’invasione di vetture elettrificate e standardizzate, le “scatolette cinesi” che tanto odia.

Una provocazione in linea con un personaggio che usa le parole come l’ascia di un boscaiolo.

Il vero punto della storia

Clarkson non sta solo recensendo un’auto, tira fuori il rimpianto di un’epoca che non c’è più, un tempo in cui guidare significava gestire rischio, meccanica, rumore, odori e vibrazioni, barattati da algoritmi, radar e aggiornamenti software.

Finché ci saranno auto capaci di far brontolare Jeremy Clarkson, probabilmente ci sarà ancora qualcuno disposto a guidare per il gusto di farlo.

E, a giudicare dal tono, lui sarà in prima fila a lamentarsi.

Con affetto, e po’ di malinconia.

JAC Group e Brembo: insieme per innovare

JAC Group e Brembo hanno siglato il 5 febbraio un accordo di cooperazione strategica per rafforzare la collaborazione sul lungo periodo e promuovere l’innovazione sulle piattaforme dei veicoli del futuro.

JAC Group è uno dei principali produttori di auto cinesi.

L’accordo pone le basi per una partnership più ampia, fondata sull’obiettivo comune di portare sul mercato le tecnologie più avanzate per la mobilità di nuova generazione, in particolare sistemi frenanti evoluti e soluzioni software avanzate, in grado di rispondere alle esigenze in continua evoluzione del mercato automotive cinese.

Xiang Xingchu, Segretario del Comitato di Partito, Presidente e General Manager di JAC Group:

“Brembo è un leader globale dei sistemi frenanti e un partner di fiducia. Abbiamo già costruito una solida base lavorando insieme sulla Maextro S800″.

“Questo accordo strategico segna l’inizio di una nuova fase di collaborazione e di sviluppo congiunto, per offrire agli utenti esperienze di guida più sicure e di qualità superiore”.

Daniele Schillaci, CEO del Gruppo Brembo:

“La Cina è un mercato strategico per Brembo”.

“Questa partnership rappresenta un passo importante nel nostro ruolo di solutions provider”.

“Unendo i nostri sistemi frenanti con software proprietari e competenze digitali, offriamo ai nostri clienti soluzioni integrate a più alto valore aggiunto”.

“È un onore collaborare con importanti produttori cinesi come JAC per contribuire, attraverso le nostre innovazioni, allo sviluppo dei veicoli di nuova generazione”.

La cerimonia della firma, presieduta da Ma Cuibing, Direttore della Holding del Gruppo JAC, si è svolta il 5 febbraio presso la sede centrale di JAC a Hefei, alla presenza dei massimi dirigenti di entrambe le aziende, tra cui:

  • Xiang Xingchu, Segretario del Comitato del Partito, Presidente e General Manager del Gruppo JAC;
  • Daniele Schillaci, CEO del Gruppo Brembo;
  • Bogdan Bereanda, COO della Business Division Foundation Brake di Brembo;
  • Ignacio Álvarez Troncoso, Chief Research and Development Officer di Brembo;
  • Aleksandar Gramatikov, Presidente e CEO di Brembo China.

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