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Jeremy Clarkson, 510 CV e 1000 bip di troppo

Quando Jeremy Clarkson sale su un’Alfa Romeo, non è mai solo una prova su strada: è una seduta di psicanalisi motoristica, un comizio contro la modernità e una lettera d’amore mascherata da lamentela.

Dopo essersi scagliato contro l’elettrico, “Jezza” aggiunge l’ennesimo capitolo ad una telenovela meccanica consumata sulle pagine del “Times”, dove il più famoso giornalista automobilistico inglese con aspirazioni da contadino ha rimesso le mani su una Giulia Quadrifoglio.

Una berlina da 510 CV, trazione posteriore, pedigree sportivo e un nome che per molti appassionati suona come musica.

Clarkson VS XXI secolo

Prima ancora di infilare la chiave nel cruscotto, Jeremy dichiara guerra al presente: sul mercato attuale non c’è un’auto nuova che comprerebbe. Zero, nemmeno con uno sconto sostanzioso.

Questa volta, il grande imputato è l’esercito di assistenti elettronici alla guida, diventati obbligatori dal 2022 tra Regno Unito ed Europa. Frenata automatica, mantenimento di corsia, avvisi sonori, richiami visivi e vibrazioni varie: un concerto digitale pensato per salvare vite, ma che per Clarkson trasforma il guidatore in un passeggero sotto tutela giudiziaria.

Nella sua visione, l’auto moderna non si guida, è un arcigno sorvegliante armato di bacchetta pronto a rimproverare che fa sentire chiunque un diciottenne al primo giorno di scuola guida.

E, a suo dire, da questo nessuno si salva, dalle supercar italiane alle granturismo britanniche, per finire alle sportive blasonate, tutte finite nello stesso minestrone di elettronica invadente, con in più l’aggravante dell’arrivo di Euro 7, che potrebbe trasformare il volante in un accessorio decorativo.

L’Alfa, la vecchia fiamma

Con Alfa Romeo, Clarkson ha una relazione stabile da anni, turbolenta ma sincera. In passato ha parlato di alcuni modelli del Biscione con toni che oscillavano tra la poesia e la dichiarazione d’amore.

Auto come la Disco Volante o la 8C non erano più semplici veicoli ma esperienze spirituali dotate di targa, e nel 2016, al debutto della Giulia, Jeremy la accolse come il ritorno del rock dopo una lunga era di musica da centro commerciale durante i saldi.

Arrivò perfino a considerarla superiore a una BMW M3, frase che, nel mondo delle sportive, equivale a sferrare il primo pugno in un pub per scatenare una rissa.

L’appuntamento con la Giulia 2023

Insomma, Clarkson decide di passare qualche giorno con la Giulia Quadrifoglio aggiornata, che è un po’ come rivedere un’ex fidanzata rimasta splendida nei ricordi: la speranza è di ritrovare la stessa magia, anche temendo che i corsi di yoga e pilates l’abbiano cambiata.

La potenza c’è ancora: 510 CV, motore V6, trazione posteriore, una ricetta tecnica da strappare il sorriso a chi ama guidare.

Eppure, qualcosa secondo Jezza non torna: la Giulia di oggi è meno indulgente sulle buche, meno vellutata e più rigida del ricordo che aveva in mente. Alfa Romeo assicura di non aver cambiato le sospensioni, ma Clarkson resta scettico

Il test definitivo

Il momento chiave arriva sull’A40 vicino Oxford, non una mulattiera himalayana ma strada normalissima, e qui entra in scena Lisa, la compagna di Clarkson, che incarna il più temibile degli strumenti di misura, il passeggero stufo.

Dopo un po’ di sobbalzi, chiede di rallentare a 80 km/h per rendere il viaggio sopportabile, non esattamente la velocità per godere le delizie di una super-berlina italiana.

Il giudizio di Jeremy è, come sempre, delicato come una mazza da baseball: lasciarsi cadere da una scala a pioli sarebbe stato più confortevole.

Non è colpa di Alfa, ma del mondo

La cosa curiosa è che Clarkson non se la prende davvero con gli ingegneri di Arese e per una volta il dito non punta verso l’Italia ma verso i regolamenti e la direzione presa dall’industria.

Nella sua idea, le auto di oggi sono costrette a essere perfette, responsabili, vigili e irreprensibili, qualità ammirevoli in un medico o in un pilota di linea, appena un po’ meno in un’auto che dovrebbe strappare il sorriso solo mettendola in moto.

La sentenza di Jeremy diventa un’equazione discutibile anche se convincente: più sicurezza equivale a meno anima.

Il consiglio da “ribelle dell’usato”

E qui arriva il suggerimento, chi vuole davvero godersi una Giulia Quadrifoglio, cerchi una costruita prima del 2022.

Una versione meno chiacchierona, meno ansiosa di correggere e meno pronta a ricordare che siamo tutti esseri umani fallibili.

Clarkson la dipinge come l’ultimo baluardo prima dell’invasione di vetture elettrificate e standardizzate, le “scatolette cinesi” che tanto odia.

Una provocazione in linea con un personaggio che usa le parole come l’ascia di un boscaiolo.

Il vero punto della storia

Clarkson non sta solo recensendo un’auto, tira fuori il rimpianto di un’epoca che non c’è più, un tempo in cui guidare significava gestire rischio, meccanica, rumore, odori e vibrazioni, barattati da algoritmi, radar e aggiornamenti software.

Finché ci saranno auto capaci di far brontolare Jeremy Clarkson, probabilmente ci sarà ancora qualcuno disposto a guidare per il gusto di farlo.

E, a giudicare dal tono, lui sarà in prima fila a lamentarsi.

Con affetto, e po’ di malinconia.

JAC Group e Brembo: insieme per innovare

JAC Group e Brembo hanno siglato il 5 febbraio un accordo di cooperazione strategica per rafforzare la collaborazione sul lungo periodo e promuovere l’innovazione sulle piattaforme dei veicoli del futuro.

JAC Group è uno dei principali produttori di auto cinesi.

L’accordo pone le basi per una partnership più ampia, fondata sull’obiettivo comune di portare sul mercato le tecnologie più avanzate per la mobilità di nuova generazione, in particolare sistemi frenanti evoluti e soluzioni software avanzate, in grado di rispondere alle esigenze in continua evoluzione del mercato automotive cinese.

Xiang Xingchu, Segretario del Comitato di Partito, Presidente e General Manager di JAC Group:

“Brembo è un leader globale dei sistemi frenanti e un partner di fiducia. Abbiamo già costruito una solida base lavorando insieme sulla Maextro S800″.

“Questo accordo strategico segna l’inizio di una nuova fase di collaborazione e di sviluppo congiunto, per offrire agli utenti esperienze di guida più sicure e di qualità superiore”.

Daniele Schillaci, CEO del Gruppo Brembo:

“La Cina è un mercato strategico per Brembo”.

“Questa partnership rappresenta un passo importante nel nostro ruolo di solutions provider”.

“Unendo i nostri sistemi frenanti con software proprietari e competenze digitali, offriamo ai nostri clienti soluzioni integrate a più alto valore aggiunto”.

“È un onore collaborare con importanti produttori cinesi come JAC per contribuire, attraverso le nostre innovazioni, allo sviluppo dei veicoli di nuova generazione”.

La cerimonia della firma, presieduta da Ma Cuibing, Direttore della Holding del Gruppo JAC, si è svolta il 5 febbraio presso la sede centrale di JAC a Hefei, alla presenza dei massimi dirigenti di entrambe le aziende, tra cui:

  • Xiang Xingchu, Segretario del Comitato del Partito, Presidente e General Manager del Gruppo JAC;
  • Daniele Schillaci, CEO del Gruppo Brembo;
  • Bogdan Bereanda, COO della Business Division Foundation Brake di Brembo;
  • Ignacio Álvarez Troncoso, Chief Research and Development Officer di Brembo;
  • Aleksandar Gramatikov, Presidente e CEO di Brembo China.

Il traffico di Dubai scorrerà sull’oro

Viviamo in un mondo che è un po’ la rappresentazione del celebre proverbio africano sulla gazzella e il leone: c’è chi ogni giorno per sopravvivere deve evitare le buche dell’asfalto, e chi invece pensa che il proletario bitume sia poco fotogenico.

Benvenuti fra i dettagli dell’ultima follia di Dubai, un’idea che circola con insistenza tra grattacieli griffati e i quartieri-vetrina del lusso: trasformare in realtà l’antico modo di dire “strade lastricate d’oro”.

Dove l’eccesso è di casa

Bene o male tutti sanno che a Dubai la gara allo sfarzo è una disciplina locale: dalle feste di compleanno per bambini con supercar trasformate in tele da colorare, ai grattacieli sempre più alti e lussuosi, l’asticella viene regolarmente alzata.

Ora però si punta al progetto che prevede la nascita di una “Gold Street”, una via lastricata d’oro che dovrebbe fare da ingresso monumentale al distretto dedicato al metallo più prezioso.

Da proverbio al progetto urbanistico

Dubai si è costruita negli anni una solida reputazione come snodo mondiale per il commercio dell’oro. Il suo celebre mercato specializzato, il “Gold Souk”, è un labirinto dove al posto delle spezie si trovano vetrine che brillano di collane, anelli e lingotti.

E l’idea che stuzzica i dubaiti è di trasformare la viabilità in attrazione turistica e passerella per supercar e hypercar, in una città dove il valore simbolico pesa quanto quello immobiliare.

Un centro commerciale formato quartiere

La Gold Street farà parte del nuovo “Dubai Gold District”, nell’area di Deira, una vera “casa dell’oro” con un dedalo che racchiude più di 1.000 negozi tra gioielli, orologi, profumi, cosmetici e prodotti lifestyle. Un parco giochi dove vorticano portafogli e carte di credito.

A sostenere l’arrivo dei visitatori ci penseranno anche sei hotel, per un totale di un migliaio di camere a disposizione, una più lussuosa dell’altra, ovviamente.

Instagram prima di tutto

Oltre al valore commerciale c’è quello fotografico, perché una strada dorata promette riflessi perfetti per carrozzerie lucide e l’effetto “instagrammabile” non è un dettaglio collaterale, ma una parte integrante del progetto.

Del resto Dubai è maestra nel trasformare i luoghi in scenografie e il corollario delle auto di lusso non manca: il mercato locale vale circa 4,2 milioni di dollari e le stime lo danno vicino ai 7 entro il 2032.

Oro che va e oro che viene

Che l’oro da quelle parti sia centrale lo dimostrano anche i numeri: tra 2024 e 2025 gli Emirati Arabi Uniti hanno esportato oro per circa 53,4 miliardi di dollari verso India, Regno Unito e Svizzera. Non esattamente una manciata di spiccioli dimenticati sul comodino.

Shopping con premio

Nel frattempo, mentre ingegneri e progettisti studiano come rendere praticabile una strada d’oro massiccio, la promozione del distretto è già partita: chi fa acquisti nei negozi aderenti può partecipare all’estrazione di una Mercedes-Benz Classe S 500 personalizzata in versione gold, con vernice metallizzata dorata e dettagli coordinati.

Una visione (molto) coerente

In fondo nulla che riesca a stupire, parlando di una città nata nel deserto e diventata simbolo mondiale del lusso portato all’eccesso, in cui una strada d’oro non è una follia, ma soltanto il capitolo successivo.

Il seggiolino auto che cresce con il bambino

CYBEX rilancia la sfida sulla sicurezza in auto e presenta “Sirona Ti”, un nuovo seggiolino della linea “Platinum” che promette di accompagnare i bambini dalla nascita fino ai quattro anni circa. Il prodotto nasce per rispondere alle esigenze delle famiglie moderne, sempre più attente non solo alla protezione, ma anche alla praticità quotidiana e all’estetica. Sirona Ti combina sicurezza avanzata, design curato e soluzioni intelligenti pensate per semplificare la vita di tutti i giorni.

Sicurezza prima di tutto

Il primo pilastro è la sicurezza: Sirona Ti è progettato per viaggiare in senso contrario di marcia, posizione che gli esperti indicano come la più sicura per i più piccoli. In caso di collisione frontale, infatti, il corpo del bambino viene accolto dalla scocca del seggiolino, con una drastica riduzione delle sollecitazioni su testa, collo e colonna vertebrale.

La normativa impone questa configurazione almeno fino a 15 mesi, ma la raccomandazione degli specialisti è di mantenerla il più a lungo possibile, idealmente fino ai quattro anni. Sirona Ti nasce proprio per rendere questa scelta non solo sicura, ma anche comoda e sostenibile nel tempo.

Protezione intelligente dagli urti laterali

A rafforzare la protezione interviene il sistema lineare per l’impatto laterale (L.S.P.), studiato per assorbire e deviare parte delle forze in caso di urto laterale. Si tratta di una tecnologia che lavora in sinergia con la struttura del seggiolino per ridurre l’energia trasmessa al bambino.

Un dettaglio tecnico che, nella pratica, si traduce in maggiore tranquillità per i genitori e in una protezione aggiuntiva nei momenti che contano davvero.

Facilità d’uso

La sicurezza passa anche da un’installazione corretta. La base integrata di Sirona Ti riduce il rischio di errori di montaggio e garantisce stabilità al seggiolino. Inoltre, la rotazione a 360° consente di sistemare il bambino senza manovre scomode o posizioni forzate per la schiena dei genitori.

Le cinque posizioni di reclinazione permettono di adattare il seggiolino alle diverse situazioni, dal sonnellino al viaggio più lungo, mentre il poggiatesta regolabile in altezza segue la crescita del bambino. Le porta-cinture magnetiche, infine, tengono le cinture aperte mentre si sistema il piccolo, rendendo ogni fase più rapida e ordinata.

Comfort in ogni stagione

Non manca l’attenzione al comfort, fondamentale soprattutto nei viaggi frequenti. Il sistema di ventilazione a 360° favorisce la traspirabilità e contribuisce a mantenere una temperatura piacevole anche nei mesi più caldi.

La capottina UPF50+ offre protezione dal sole durante gli spostamenti, mentre l’inserto per neonati assicura una posizione ergonomica fin dai primi giorni di vita. Questo inserto può essere rimosso facilmente man mano che il bambino cresce, garantendo sempre la giusta postura.

Un sistema che cresce con il bambino

Più che un semplice seggiolino, Sirona Ti è un sistema evolutivo pensato per adattarsi alle diverse fasi dello sviluppo. Dalla nascita ai primi anni di esplorazione del mondo, accompagna il bambino con soluzioni che uniscono protezione, comodità e praticità.

Un alleato discreto e affidabile nei viaggi di ogni giorno, progettato per dare ai genitori una certezza in più e ai bambini un posto sicuro da cui osservare il mondo che scorre fuori dal finestrino.

La rivoluzione dell’auto usata passa dai dati

Il mercato dell’auto usata punta deciso sulla trasparenza, lo raccontano i numeri e le scelte dei concessionari italiani, sempre più orientati a giocare a carte scoperte con i clienti. In un settore a lungo accompagnato da diffidenze e luoghi comuni, oggi sono dati, verifiche e tracciabilità a fare la vera differenza.

Un’indagine di “carVertical”, azienda specializzata nella raccolta e analisi di dati automobilistici, fotografa un comparto in trasformazione, decisamente più maturo e attento alla qualità.

In una realtà dove la concorrenza cresce e i consumatori arrivano preparati, qualità e trasparenza non sono più optional, ma leve strategiche per conquistare fiducia e costruire relazioni di lungo periodo.

Dall’intuito ai dati

Se un tempo l’esperienza del rivenditore e il classico “colpo d’occhio” bastavano a valutare un’auto, oggi i concessionari più strutturati preferiscono affidarsi a informazioni verificabili. Un terzo degli operatori dichiara di controllare sistematicamente lo storico di ogni vettura, ma tra i nuovi entrati la quota sale addirittura al 50%.

È un dato che racconta il nuovo paradigma di chi si affaccia sul mercato e sa perfettamente che la reputazione si costruisce soprattutto sulla credibilità e che una sola vendita problematica può pesare più di dieci andate a buon fine.

Nell’era delle recensioni online e del passaparola digitale, la trasparenza diventa una forma di assicurazione che prima non c’era.

Il report sullo storico del veicolo, in quest’ottica, smette di essere un documento tecnico per addetti ai lavori e diventa uno strumento commerciale a tutti gli effetti.

Serve a dimostrare che ciò che si promette corrisponde al vero: chilometri, condizioni, utilizzi precedenti ed eventuali sinistri. In pratica, trasforma la parola del venditore in un’informazione verificabile.

Il report come argomento di vendita

Oggi oltre il 40% dei concessionari italiani utilizza i report di storico come parte integrante della trattativa: c’è chi li mette sul tavolo fin dal primo contatto con il cliente (41,7%), e chi li condivide su richiesta (un altro 41,7%).

Una quota più piccola, pari al 16,7%, prevede di adottarli a breve, segno che la direzione di marcia appare ormai tracciata.

L’acquirente medio di oggi confronta decine di annunci, legge forum, guarda video recensioni e arriva in concessionaria con una conoscenza di base spesso sorprendente. In questo scenario, chi offre dati chiari e tracciabili parte avvantaggiato, e la differenza si vede anche sul piano digitale.

Gli annunci che segnalano la disponibilità di un report verificato registrano il 21% di clic in più rispetto a quelli tradizionali. Non è solo curiosità, ma la prova che la trasparenza attira e funziona come fiducia.

Condividere lo storico fin dall’inizio, inoltre, aiuta a sostenere il prezzo richiesto, perché quando il cliente percepisce che non ci sono zone d’ombra, è più disposto a riconoscere il valore dell’auto e del servizio del rivenditore.

Trattative più rapide

Chi ha già integrato questi strumenti nel proprio lavoro quotidiano parla di benefici concreti. I clienti arrivano più informati, fanno domande mirate e, soprattutto, mostrano un atteggiamento meno sospettoso.

Questo non elimina la negoziazione ma la rende più razionale: si discute di prezzo, dotazioni e garanzie ma non di timori legati a possibili problemi nascosti. Il risultato sono trattative spesso più brevi e un minor rischio di contestazioni post-vendita.

Per i concessionari significa anche ridurre i costi indiretti: meno controversie, meno resi problematici, meno danni reputazionali.

Cosa vogliono sapere i clienti

Uno storico completo può raccontare la vita di un’auto in modo dettagliato: passaggi di proprietà, specifiche tecniche, immagini d’archivio, stato legale, eventuale uso come veicolo commerciale o a noleggio.

La domanda principe è quasi sempre la stessa: l’auto ha subito incidenti? La verifica di eventuali danni risulta la motivazione principale per tutti i concessionari coinvolti nell’indagine.

Subito dopo arriva il chilometraggio: per il 66,7% degli operatori è fondamentale accertarne l’autenticità, in un mercato dove la manomissione del contachilometri, pur meno diffusa rispetto al passato, rimane una paura radicata.

Un ulteriore 25% utilizza i report anche per escludere il rischio di veicoli rubati o con pendenze legali, un aspetto meno visibile ma cruciale per evitare problemi seri dopo la vendita.

Un cambio di mentalità nel mercato dell’usato

Sono le immagini di un settore che prova a lasciarsi alle spalle la reputazione di territorio opaco per avvicinarsi a standard più simili a quelli del retail tradizionale. L’auto usata non è più solo “l’alternativa economica al nuovo”, ma un prodotto che deve offrire valore, garanzie e informazioni chiare.

La maggiore professionalizzazione dei dealer va di pari passo con clienti più esigenti e con una concorrenza sempre più ampia, anche da parte di piattaforme digitali e operatori specializzati.

Verso un usato sempre più “certificato”

La direzione punta dritta verso più dati, più verifiche, più standard condivisi, in un mercato dell’usato dove la qualità non è solo dichiarata ma dimostrata potrebbe contribuire a ridurre diffidenze storiche e ad allargare la platea di chi considera serenamente l’acquisto di seconda mano.

Plug-in, perché l’ibrido del compromesso scricchiola

C’era una volta l’auto del compromesso perfetto. Se questa storia fosse una favola inizierebbe così, raccontando le delizie promesse dal sistema plug-in, un veicolo ibrido che racchiude due motori, un (antico) termico e un (moderno) elettrico, con l’unico difettuccio di dover ricaricare quest’ultimo ma a scelta, perché il vero appeal tecnologico era di scansare lo stress della colonnina con la garanzia che grazie al termico nessuno sarebbe mai rimasto a piedi.

Tutto così in ordine da sembrare il ponte perfetto fra l’automotive e l’ambiente che chiede pietà: elettrico tra viali e corsi cittadini, termico viaggiando in autostrada. Ma oggi, quello che sembrava un ponte, ricorda più un viadotto a rischio crollo chiuso per lavori.

Insomma, tra crisi reputazionale, accuse ambientaliste, ripensamenti industriali e qualche conto salato dal meccanico, le plug-in sono arrivate all’esame di coscienza.

Il peccato originale

La promessa offerta dalle PHEV era semplice, efficace e più che altro golosa: fra i 30 ed i 60 km in media da poter coprire in elettrico a zero emissioni, per offrire in cambio pochi consumi e tanta strada felice davanti agli occhi.

Questo nel paese della fiaba, perché nella vita vera molti proprietari dimenticano – o evitano di sana pianta – di attaccarle alla spina.

Si sa come vanno certe cose: raccontato dal venditore sembra tutto facile, poi fa freddo e uscire è un fastidio, non c’è mai tempo per fare tutto e la pazienza è scomparsa dai radar.

Ma non importa il motivo, quanto il risultato finale: aver scelto e pagato di più per portare a spasso un’auto che ha peso maggiore fra 150 e 200 kg rispetto all’equivalente termica, e proprio grazie alla presenza di batteria, motore elettrico, inverter, cavi ad alta tensione e tutto il resto del cucuzzaro.

Non basta ancora, perché quando la batteria è “a terra”, i consumi spesso superano quelli di una full hybrid tradizionale.

Da qui, l’inizio di una netta divisione di opinioni che spacca in due il mercato: c’è chi le ama perché ricarica religiosamente a casa e gira quasi sempre in elettrico, e chi invece le detesta perché, se usate male, consumano e inquinano più di una normale vetturetta a benzina.

Il costo, il primo paradosso

Il prezzo d’ingresso di una PHEV si muove grossomodo tra 25.000 e 60.000 euro, non esattamente la scelta di chi cerca un risparmio quasi immediato, nel senso che l’economia arriva solo se si sfrutta davvero la parte elettrica, preferibilmente ricaricando a casa, dove l’energia costa meno che alle colonnine pubbliche.

Usata “bene”, come nel paesino della fiaba già citato, una plug-in di medie dimensioni può viaggiare facendo spendere 3 o 4 euro ogni 100 km.

Mentre ricaricata poco o nulla la spesa può facilmente triplicare: secondo alcune analisi, tra carburante e ricariche il conto reale può arrivare fino a 500 euro l’anno in più rispetto a quanto ci si aspetterebbe dai dati ufficiali.

Doppio motore, doppie grane

Dal punto di vista tecnico, le PHEV sono tra le auto più complesse in circolazione: un parallelismo fatto di due motori, due sistemi e molta elettronica.

Dando per buono un celebre pensiero di Henry Ford, “quello che non c’è non si rompe”, significa più componenti e potenzialmente più guasti.

Proprio in questi mesi, la prima generazione di plug-in, diffusa tra 2015 e 2020 anche grazie agli incentivi, sta entrando nella fase critica della vita: sul mercato dell’usato se ne trovano molte, ma non sempre sono affari.

Le officine dedicate ai veicoli elettrificati hanno lanciato l’allarme segnalando problemi non solo alle batterie, ma anche a elettronica di potenza, inverter e caricabatterie di bordo. Una serie di interventi che possono allegramente superare il valore residuo dell’auto.

Le batterie di prima generazione, spesso sotto i 10 kWh, sono una delle parti più in sofferenza, perché la capacità ridotta significa più cicli di ricarica, quindi più usura, e in alcuni casi i segni di degrado compaiono prima dei 100.000 km.

La sostituzione completa può superare i 10.000 euro arrivando a sfiorare i 20.000, e non a caso molti costruttori le coprono in garanzia fino al limite dei 100mila km, soglia oltre cui sanno che è rischioso azzardare.

Problemucci che hanno creato un lato oscuro dell’usato, con alcuni proprietari che, scoperta la prospettiva di riparazioni antieconomiche, cercano di vendere l’auto poco prima che il problema emerga.

Non a caso, molte ibride plug-in finiscono per essere esportate verso Paesi più poveri, dove diventano un fardello economico ed ecologico. Ma per risolvere il problema torna sempre utile l’italico chissenefrega.

Il caso emissioni

Le accuse più rumorose verso le imputate plug-in arrivano però dal mondo ambientalista, che denuncia consumi reali fino a cinque volte superiori ai dati omologati ed emissioni molto più alte del dichiarato.

C’è chi parla di “nuovo scandalo emissioni”, anche se la differenza rispetto al Dieselgate è totale: lì c’erano dispositivi per barare nei test, qui i costruttori sfruttano le regole che permettono di iniziare il ciclo WLTP con la batteria piena.

Il test dura circa 30 minuti: finché c’è carica si viaggia elettrico, poi entra il termico, e il poco carburante usato viene mediato sull’intero ciclo, garantendo la comparsa di numeri miracolosi: meno di 20 g/km di CO₂ e percorrenze oltre 50 km/l.

Dati che sono oro per le medie delle flotte europee, che superate certe soglie rischiano multe milionarie, dettaglio che spiega come mai le PHEV finora hanno rappresentato per i costruttori una scelta strategica ad alto rendimento.

Ma le regole stanno cambiando: con l’Euro 6e-bis (dal 2025 per le nuove omologazioni, dal 2026 per tutte le immatricolazioni) e poi con la 6e-bis-FCM tra 2027 e 2028, i parametri diventano più severi.

Il nuovo “utility factor” amplia il raggio statistico da 800 a 2.200 km, includendo anche i viaggi lunghi dove il termico lavora molto di più. Una PHEV oggi accreditata di 45 g/km potrebbe salire a 122 g/km. Non è magia, ma semplice matematica.

Per compensare, le nuove plug-in montano batterie più grandi e dai vecchi 40–50 km elettrici si passa a 100 e oltre, fino alle “super ibride” capaci di 200 km in EV. Ma più batteria significa più peso, e quindi la necessità di scendere ad altri compromessi.

I dati reali e le accuse

Analisi basate su dati europei indicano emissioni reali attorno a 135 g CO₂/km, solo il 19% in meno di benzina e diesel (166 g/km).

Ma anche in modalità elettrica, si è scoperto, alcune PHEV continuano a usare carburante: mediamente 3 l/100 km, pari a circa 68 g/km di CO₂, in parte perché i motori elettrici non sempre bastano da soli ad alte velocità o in salita.

In media, il termico entrerebbe in funzione per circa un terzo del percorso anche in modalità elettrica.

Il divario tra dichiarato e reale varia molto tra i marchi: in certi casi gli scostamenti medi superano il 300%, con picchi oltre il 600% su specifici modelli.

Le associazioni ambientaliste accusano l’industria di fare pressioni su Bruxelles per ammorbidire o rinviare le nuove regole e per considerare le PHEV “a zero emissioni” anche dopo il 2035, mentre i costruttori ribattono che stanno semplicemente usando ciò che è consentito e che il mercato delle elettriche pure cresce, ma non ancora abbastanza.

Tra boom locale e dubbi globali

A livello globale, le plug-in restano una quota irrisoria: in alcuni mercati extraeuropei valgono meno del 2% delle nuove immatricolazioni.

Negli Stati Uniti diversi costruttori stanno rivalutando i piani: c’è chi rimanda nuovi modelli al 2027 e chi ha deciso di tagliare. Stellantis, per esempio, ha annunciato l’uscita graduale dalle PHEV in Nord America dal model year 2026, puntando su ibride tradizionali, range extender ed elettrico puro. Fuori gamma finiscono modelli plug-in popolari come alcune versioni di SUV e monovolumi.

Ufficialmente la scelta risponde a esigenze dei clienti e a norme in evoluzione, senza citare i richiami legati al rischio incendio che hanno coinvolto centinaia di migliaia di veicoli.

In Europa la storia è diversa, qui le PHEV aiutano a rispettare i limiti di flotta e godono di vantaggi fiscali aziendali. Non a caso continuano a crescere, insieme a elettriche e ibride tradizionali.

Grazie alle elettriche ricaricabili nel 2025 le alimentazioni fossili sono scese sotto il 36% delle immatricolazioni UE, e se le ibride “non plug-in” sono la prima scelta dei consumatori (oltre un terzo del mercato), le elettriche pure salgono, le plug-in rappresentano circa il 9–10% e crescono in vari Paesi, Italia inclusa, mentre benzina e diesel arretrano a doppia cifra.

Addio o trasformazione?

Una possibile via d’uscita sono le REEV, elettriche con generatore a benzina che funge solo da produttore di energia.

Un’architettura più semplice, un ruolo centrale all’elettrico e il termico relegato a “dinamo di bordo”. Modelli come la Leapmotor B10 vanno in questa direzione, come anche l’e-Power di Nissan e l’e:Hev di Honda.

Morale della favola (provvisorio)

Le plug-in non sono né il male assoluto né la soluzione magica, sono strumenti che rendono bene solo se usati come elettriche con piano B, e non come benzina con il gadget elettrico.

Chi può ricaricare a casa e ha tragitti quotidiani compatibili con l’autonomia EV le può trovare convenienti, mentre chi non ha presa, voglia, pazienza o disciplina probabilmente farà meglio a guardare altrove.

La verità, forse poco romantica ma onesta, è che non esiste una tecnologia che salvi il pianeta da sola: serve ancora una spina e soprattutto qualcuno disposto ad attaccarla.

Caos autovelox capitolo 2: è l’ora dei Tutor

Per anni, tutor e autovelox sono stati il grande incubo nazionale, più temuti delle zanzare a luglio e delle suocere a Natale.

Eppure, con un colpo di scena che ribalta la trama, stavolta a rischiare grosso non sono gli automobilisti, ma gli occhi elettronici che spuntano all’improvviso e possono trasformare una tranquilla gita fuori porta in una busta verde dall’aria sinistra.

Per un intricato nodo burocratico orgogliosamente italiano, dopo gli autovelox e il pasticciaccio brutto dell’omologazione che non c’è, secondo “Codacons” il turno di essere spenti a breve potrebbe toccare anche tutor, telelaser e altre delizie simili.

Il grande riordino (che ha scombinato tutto)

Alla base del caos c’è il nuovo decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che vuole fare pulizia sulle regole di omologazione dei dispositivi di rilevamento della velocità. In un mondo perfetto significherebbe più chiarezza, con regole certe e meno contestazioni, ma in questa realtà difettosa tutto è diventato un colossale “aspettate un attimo”.

L’inizio è noto: la fuga in massa degli enti locali, che nel giro di due mesi avrebbero dovuto dichiarare i propri apparecchi su una piattaforma nazionale, un’operazione diventata l’emblema dell’astensione massiccia: sui miseri 3.873 dispositivi registrati, solo 1.282 risulterebbero conformi ai requisiti richiesti per accedere alla futura omologazione.

E gli altri, almeno finché non si metteranno in regola, rischiano lo spegnimento coatto.

Bruxelles e il limbo giuridico

Come se non bastasse, il decreto è atterrato sui tavoli europei. La notifica alla Commissione UE ha fatto scattare una sospensione tecnica fino al prossimo 4 maggio, spostando in avanti pericoloismente un periodo di anarchia tecnica.

Il risultato è una probabile terra di mezzo sospesa nel nulla, una “nowhere land” dove i dispositivi esistono e funzionano, ma la loro posizione è meno solida di una vecchia sedia con tre gambe.

E quando le norme sono incerte, in Italia scatta uno sport nazionale in cui non conosciamo rivali: il ricorso.

Le associazioni dei consumatori parlano senza mezzi termini di possibili piogge di contestazioni, perché se un autovelox non è perfettamente in regola, la multa può diventare carta straccia.

E se gli automobilisti capiscono che contestare conviene, il numero di ricorsi potrebbe salire come i prezzi dei coni gelato sul lungomare ad agosto.

Per i Comuni non è solo una questione di principio ma anche di portafoglio, messo sotto pressione da cause legali, spese e perfino il timore di dover rispondere di danni erariali. Detto altre altro modo, multe che potrebbero finire per costare più di quanto avevano permesso di incassare.

Il dilemma dei sindaci

In pratica, gli amministratori locali si trovano davanti a due scelte poco invidiabili. La prima, tenere accesi i dispositivi, decisione utile per controllare la velocità, ma col rischio di vedersi recapitare ricorsi a raffica e di perdere grappoli di cause.

La seconda spegnere tutto e tanti saluti, evitando grane legali ma dando l’addio anche all’effetto deterrente degli occhi elettronici. Un po’ come scegliere se togliere l’antifurto perché suona troppo o tenerlo rischiando che qualche vicino protesti.

La vera bomba: le autostrade

Fin qui si potrebbe pensare: vabbè, è la solita storia delle strade provinciali. Invece no, la teoria del caos ha finito per sfiorare anche i tutor, i sistemi di controllo della velocità media in autostrada, quelli che hanno cambiato le abitudini di guida di milioni di italiani.

I numeri, snocciolati da Autostrade per l’Italia, parlano chiarissimo: in poco più di vent’anni di tutor, gli incidenti in autostrada sono calati del 42,3%, i morti del 68% e i feriti di oltre il 44%. Non proprio percentuali da poter liquidare come dettagli accessori.

Il sospetto eterno

Sul tavolo torna sempre la solita domanda finale da un milione di euro: gli autovelox servono davvero per la sicurezza o per fare cassa?

Probabilmente entrambe le cose, ma il problema nasce quando la seconda offusca la prima. Se i cittadini percepiscono i controlli solo come strumenti per riempire i bilanci la fiducia crolla, mentre se le regole sono chiare e inattaccabili le multe diventano più accettate.

Verso un’estate bollente

Se non arriveranno chiarimenti rapidi, i prossimi mesi potrebbero trasformarsi in una telenovela fatta di circolari, sentenze, polemiche e automobilisti che si improvvisano giuristi, come spesso accade da queste parti, il Paese dove l’unica regola che vale davvero è quella Marchese di Grillo: “Io sono io e voi non siete un c***o”.

Nuova Renault Clio, 35 anni d’amore puro

Ci sono modelli che vanno oltre il semplice concetto di automobile e diventano parte della memoria collettiva. Renault Clio è senza dubbio uno di questi.

Con larrivo della sesta generazione, la compatta francese inaugura il 2026 riaffermando il proprio ruolo di pilastro nel segmento B europeo.

Un debutto accompagnato da numeri significativi: oltre 7.000 contratti già sottoscritti in Italia nella primissima fase di lancio, a conferma di un legame che, dopo più di 35 anni, resta solidissimo con il pubblico.

Cliorama: Milano celebra Clio

Il lancio della nuova Clio è stato celebrato a Milano con “Cliorama”, unesperienza immersiva ospitata presso “rnlt”, il flagship store Renault nel cuore della città.

Non una semplice esposizione, ma un vero viaggio emozionale che racconta tutte e sei le generazioni del modello attraverso immagini, musica e installazioni artistiche.

La città diventa palcoscenico di una narrazione urbana che ha coinvolto luoghi simbolo come la Stazione Centrale, Brera e Linate, mentre una carovana di Clio storiche ha riportato sulle strade milanesi levoluzione stilistica e culturale del modello  .

Evoluzione tecnica e strategia ibrida

La sesta generazione di Clio rappresenta lespressione più matura della filosofia Renault: compattezza, efficienza e tecnologia accessibile.

Al centro della strategia c’è la motorizzazione full hybrid E-Tech, scelta dal 75% dei clienti in questa prima fase commerciale.

Un dato che conferma come Clio sia oggi uno dei modelli chiave nel processo di elettrificazione del marchio, capace di coniugare consumi ridotti, fluidità di marcia e utilizzo urbano senza compromessi.

I numeri del successo

I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan il peso specifico di Clio nella storia dellautomobile europea: 17 milioni di unità vendute nel mondo, quasi 2 milioni in Italia, primato assoluto come auto francese più venduta di sempre.

La risposta del mercato alla nuova generazione ha superato le aspettative, tanto da rendere necessario un secondo open weekend di lancio dopo laffluenza record registrata a gennaio  .

Clio, ieri. Oggi. Domani.

“Ha tutto di una grande”: uno slogan nato nel 1990 che oggi risuona più attuale che mai. La sesta generazione di Renault Clio non rinnega il proprio passato, ma lo reinterpreta con contenuti tecnologici, una forte identità e una visione orientata al futuro.

In un mercato sempre più competitivo e frammentato, Clio continua a essere un punto di riferimento.

E i primi 7.000 ordini lo dimostrano chiaramente: la storia damore è tuttaltro che finita.

Le auto di oggi? Delle portinaie su ruote

Sulle auto moderne l’intelligenza artificiale è la nuova star indiscussa, e ormai la consacrazione è del tutto inarrestabile. Da una parte promette di semplificare la guida, prevedere necessità, suggerire percorsi, regolare il comfort, sorvegliare chi guida e gestire l’intrattenimento come l’animatore di un villaggio turistico.

Ma dall’altra nasconde un prezzo da pagare, un’equazione esatta secondo cui più l’auto si fa intelligente, più ha fame di dati. E più dati circolano, più qualcuno proverà a tradurli in valuta corrente.

L’auto che sa tutto

È il sottobosco dell’industria dell’auto, con i costruttori che da tempo non vendono più soltanto lamiere, design e centraline elettroniche, ma piuttosto servizi digitali, assistenti vocali, funzioni smart e, il boccone più ghiotto, informazioni sui clienti.

In pratica, se le automobili di una volta consumavano benzina, quelle di oggi divorano dati annotando abitudini, orari, frenate, cinture allacciate e coordinate GPS con la precisione di una spia. Il risultato è un diario di bordo molto più intimo di quanto si possa immaginare, che per alcuni ha un valore enorme.

Dati in vendita?

Sono molte le case automobilistiche che assicurano di rispettare la privacy della clientela, lasciando il pieno controllo all’utente su cosa condividere e cosa no. Per contro l’azienda promette di usare i dati solo per migliorare l’esperienza dei sistemi di bordo, in totale trasparenza.

Nella pratica, il confine è molto più labile: le informative sono lunghe, i menu pieni di opzioni e i consensi spesso si annidano perfidi tra una spunta e una firma. Quasi sempre si accetta ignari di attivare una funzione senza accorgersi di aver spalancato ben altre porte.

I costruttori si difendono, spiegando che qualsiasi smartphone sa molto più del proprietario rispetto a un’auto. In realtà è vero, ma di fatto sta diventando una gara a chi riesce ad accaparrare più dati.

Al miglior offerente

Negli ultimi anni sono emersi diversi casi in cui dati di guida e localizzazione sono stati raccolti tramite app o servizi connessi e poi condivisi con broker specializzati, intermediari famelici che a loro volta possono offrire analisi dettagliate alle compagnie assicurative.

Più o meno oro colato, perché sapere chi, quando, quanto, come, perché e dove aiuta a calcolare il rischio traducendolo in premi personalizzati per ogni cliente. Che sia in meglio o in peggio è ancora tutto da dimostrare.

Il problema, come scoperto da alcune indagini realizzate da associazioni dei consumatori statunitensi, riprese da diversi media di settore, nasce quando il conducente non ha la chiara percezione di cosa sta cedendo, soprattutto senza sapere che la raccolta e la condivisione dati nel settore automotive è prassi assai comune. Non è il comportamento di un singolo marchio, ma una proficua tendenza di mercato e una voce con il segno più nei bilanci.

L’anonimizzazione, questa sconosciuta

L’unica possibile via d’uscita sarebbe usare soltanto dati privi di riferimenti personali, raccogliendo informazioni utili per studiare il traffico o migliorare i sistemi senza che siano riconducibili al singolo guidatore.

Una soluzione ineccepibile ed elegante, almeno in teoria, peccato che il valore economico dei dati cresca in proporzione a quanto questi riescono a scendere nei dettagli. Perché un database anonimo può anche essere utile, ma un profilo minuzioso della scia digitale lasciata da ogni spostamento lo è molto di più, perlomeno agli occhi di chi vende polizze o servizi mirati.

La sorveglianza non fa rumore

Il tema, volendo, va ben oltre l’auto privata e si trascina una pioggia di telecamere stradali intelligenti, sensori, lettori di targhe e infrastrutture connesse che oggi si annidano ovunque. Strumenti silenziosi e invisibili nati per la sicurezza e la gestione del traffico che, secondo alcuni critici, rischiano di trasformarsi in reti di monitoraggio molto estese.

Le aziende coinvolte respingono le accuse e parlano di sistemi sicuri e teorie del complotto, ma il dubbio dell’effetto “grande fratello” aleggia nell’aria minaccioso, lasciando presagire che l’auto del futuro sarà più sicura, comoda e intelligente, ma sempre meno discreta. Una sorta di portinaia che sa tutto di tutti, e spettegola.

Pagare il parcheggio a colpi di ciglia

Sembrava una straordinaria vittoria dell’umanità, poter usare le carte o gli smartphone per i pagamenti di ogni giorno. Un gesto che ci ha permesso di mandare per sempre in soffitta la spasmodica ricerca delle monetine che per decenni ha messo a dura prova gli automobilisti all’uscita dei parcheggi.

Invece, a sorpresa, anche carte e sistemi contactless sembrano destinati a diventare preistoria.

Nelle immense metropoli cinesi, ad esempio, c’è chi paga la sosta con uno sguardo attraverso un paio di occhiali.

Non è fantascienza né l’ennesima puntata di una serie ambientata in un futuro distopico, ma la nuova frontiera dei pagamenti digitali.

Il parcheggio? Questione di sguardi

L’idea della Xiaomi, multinazionale cinese dell’elettronica di consumo che nel 2024 ha debuttato nell’automotive, è semplice e diabolica al tempo stesso: trasformare gli smart glasses in un portafoglio digitale sempre davanti agli occhi. Letteralmente.

Il funzionamento è a prova di imbecillità: si entra in un parcheggio convenzionato e gli occhiali, tramite l’assistente vocale integrato, informano che la tariffazione è partita.

Quando è ora di uscire niente corsa allo smartphone o alla tasca in cerca delle monetine, basta pronunciare un comando vocale per mettere in moto gli occhiali che interrogano il sistema del parcheggio, calcolano il dovuto e comunicano l’importo.

Dopo la conferma, il pagamento parte e la sbarra si alza.

E c’è di più, perché chi può trovare imbarazzante parlare a voce alta senza avere qualcuno di fianco, c’è anche l’opzione “sguardo magico”: basta fissare il QR code all’uscita e la transazione si avvia silenziosamente.

Tecnologia invisibile ma presente

Dietro questa apparente semplicità c’è un sofisticato ecosistema tecnologico basato su sistemi di connessione sicura, riconoscimento vocale, integrazione tra dispositivi e piattaforme di pagamento che dialogano in tempo reale: l’identità dell’utente viene verificata dalla voce, a quel punto l’account si collega al conto corrente e tutto fila via liscio.

In pratica, gli occhiali diventano una sorta di telepass evoluto: non solo riconoscono il proprietario, ma capiscono quanto deve pagare.

Detta così fa sorridere, anni fa ci dicevano di non parlare da soli per la strada, per evitare un ricovero coatto alla neurodeliri.

Dalla tasca al volto

Una novità che racconta qualcosa di più grande di un nuovo modo semplice di pagare la sosta, è il tentativo, sempre più spinto, di spostare il baricentro della vita digitale dallo smartphone a ciò che si indossa, il “wearable tech”.

Una scalata graduale della tecnologia che si sta arrampicando sul corpo umano come l’edera su un muro: prima gli smartwatch, subito dopo gli auricolari intelligenti e ora gli occhiali. Il punto d’arrivo è azzerare i passaggi: pagare o chiedere un’informazione a qualcuno non servirà più, perché sarà già tutto davanti agli occhi.

Gli smart glasses, dalla loro posizione privilegiata sul volto, sono i candidati ideali della rivoluzione: vedono (o sentono) tutto, sono sempre indossati e permettono interazioni rapide, spesso vocali, che liberano le mani.

Una manna dal cielo in un mondo dove fra telefono, chiavi, borsa e caffè ci obbliga ad avere sempre qualcosa in mano.

Il laboratorio del futuro

E che tutto questo stia accadendo in Cina non sorprende più di tanto, il Paese è da anni un’officina a cielo aperto dei pagamenti digitali e dell’integrazione tra vita quotidiana e tecnologia a ritmi velocissimi: dove altrove si perde tempo parlando e discutendo, lì si adotta su larga scala e tanti cari saluti al resto del mondo, perennemente due passi indietro.

In realtà, molte innovazioni nate a quelle latitudini restano confinate entro i confini nazionali, complice l’ecosistema di servizi locali e normative diverse, ma spesso quello che oggi è solo in Cina domani diventerà normale altrove.

Così come i pagamenti via QR code, per esempio, che un tempo sembravano roba esotica e oggi sono ovunque, gli occhiali che si occupano del parcheggio potrebbero essere l’antipasto del futuro prossimo.

La versione europea, più discreta

Nel frattempo, in Europa arrivano anche modelli di occhiali intelligenti Xiaomi, molto più sobri, con un approccio decisamente meno “cyberpunk” e privi di fotocamere invasive.

Puntano soprattutto su audio e voce e permettono di gestire chiamate, musica, notifiche e assistente vocale. Sono leggeri, discreti e accessibili, una tecnologia intelligente travestita da normalità, la forma più scaltra ed efficace per far passare l’innovazione.

Diremo addio allo smartphone?

La domanda nasce spontanea: gli occhiali intelligenti sostituiranno davvero lo smartphone? Per ora lo scenario più realistico è quello della convivenza. Gli smart glasses possono diventare un’estensione dello smartphone, un’assistente e un’interfaccia rapida per alcune azioni.

Ma rimpiazzare del tutto lo schermo è un’altra storia: lo smartphone è destinato a restare il centro di gravità della vita digitale ancora per un bel po’, gestendo lavoro, social, foto, video, navigazione e messaggi.

Gli occhiali sono più una scorciatoia che una destinazione finale, anche se la traiettoria punta dritta verso una tecnologia che non sarà più da tirare fuori quando serve ma naturale, invisibile e integrata.

E se domani…

Oggi si paga il parcheggio con gli occhiali, domani forse il supermercato con un cenno del capo e dopodomani il biglietto del treno con un sorriso.

Sperando di non autorizzare un pagamento ogni volta che ci si fermerà davanti ad una vetrina.

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