
Non c’è pace fra gli ulivi, figuriamoci sotto le telecamere degli autovelox. In principio dovevano essere i guardiani della sicurezza stradale, poi sono diventati il simbolo delle “multe facili” ed oggi rischiano di trasformarsi in un gigantesco rompicapo giuridico-amministrativo che in fondo è lo specchio di un’Italia che continua a ingarbugliarsi su sé stessa.
È roba fresca, di queste ore: gli autovelox stanno vivendo l’ennesima puntata di una saga infinita che somiglia sempre più a una serie TV, fra colpi di scena e protagonisti che sembravano morti e di colpo risorgono.
L’ultima novità arriva dal censimento nazionale voluto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit), e i numeri che emergono fanno sobbalzare più di una frenata improvvisa per evitare un monopattino.
Chi c’è e chi no
Su tutto il territorio nazionale sarebbero presenti circa 11.000 autovelox “informalmente rilevati”, una vera galassia di occhi elettronici disseminati tra statali, provinciali e centri urbani. Ma quando il ministero ha chiesto di metterli nero su bianco attraverso una piattaforma ufficiale, l’adesione ha sfiorato l’imbarazzo: solo 3.800 dispositivi registrati.
Significa che circa due terzi degli autovelox italiani non risultano censiti: un po’ come se, a scuola durante l’appello, metà classe restasse muta sperando di non essere notata dal professore.
E non è finita, perché fra i 3.800 registrati, soltanto un migliaio rientrano automaticamente nei requisiti di omologazione in fase di adozione.
Messi in confronto agli 11.000 totali vuol dire meno del 10%, una percentuale che, se fosse un limite di velocità, sarebbe da zona pedonale.
La regola era semplice
E dire che il meccanismo previsto dal Mit era così semplice da sfiorare la banalità: amministrazioni locali ed enti da cui dipendono le polizie stradali dovevano inserire online i dati dei dispositivi.
Niente di esoterico o complicato, bastava indicare marca, modello, tipo, matricola e riferimenti del decreto di approvazione o estensione. Il tutto comodamente, in due mesi netti dall’avvio del censimento, partito all’inizio dell’autunno scorso.
Le conseguenze erano altrettanto chiare per tutti: senza quei dati, l’autovelox sarebbe tornato nei magazzini comunali.
Il decreto che deve mettere ordine
Per rimettere ordine nell’enorme corto circuito il Mit sta spingendo sull’atteso decreto autovelox: il testo è stato inviato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che dovrà notificarlo a Bruxelles. Ma qui entra in scena la procedura TRIS, che prevede una clausola di 90 giorni di pausa obbligata. Tre mesi in cui il decreto resterà fermo ai box, mentre il traffico dei ricorsi potrebbe aumentare sfiorando ingorghi simili ad un casello autostradale il primo weekend di agosto.
In parallelo, il provvedimento è stato trasmesso anche al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per il parere tecnico, rivendicando di aver finalmente messo in piedi un quadro trasparente degli apparecchi in uso, con l’obiettivo di garantire che gli autovelox servano alla sicurezza e non a “fare cassa”.
Il vero detonatore, la Cassazione
Se oggi si parla di caos, il merito (o la colpa, a scelta) risale a una sentenza della Corte di Cassazione dell’aprile 2024, quando gli “ermellini” hanno stabilito la nullità delle multe elevate con apparecchi approvati ma – accipicchia – non omologati.
Una distinzione che può sembrare cavillosa, ma dal peso giuridico simile al tonnellaggio di una nave portacontainer, perché approvato non significa che sia automaticamente omologato. Anzi.
Da quel momento, molti automobilisti hanno iniziato a guardare le proprie multe con gli occhi che brillavano, mettendo in moto subito dopo gli avvocati fino a travolgere uffici e tribunali con uno tsunami di ricorsi.
Le associazioni dei consumatori in pressing
Il Codacons parla apertamente di un caos che danneggia tutti, a cominciare dalla sicurezza stradale, che dovrebbe essere la priorità, passando per gli automobilisti, che rischiano sanzioni da strumenti non a norma e per finire i bilanci dei Comuni, esposti a spese legali e rimborsi.
Sulla stessa linea il presidente nazionale di “Assoutenti” Gabriele Melluso, che chiede un tavolo urgente tra enti locali, prefetture e ministero per dare certezze giuridiche perché il rischio non è solo legale, ma anche comportamentale: se per caso passasse l’idea che le multe sono facilmente annullabili, lo spauracchio degli autovelox si ridurrebbe al minimo e qualche (qualche?) automobilista potrebbe sentirsi autorizzato a spingere il piede sull’acceleratore.
Il paradosso italiano
È la solita stramberia all’italiana, pasticci talmente comuni da mettere voglia di inserire la voce “incertezza” fra gli articoli della Costituzione: strumenti nati per ridurre gli incidenti rischiano di perdere credibilità per l’inaffondabile burocrazia. Non perché funzionino male dal punto di vista tecnico, ma per il semplice motivo che la loro cornice normativa è rimasta due passi indietro. Un po’ come avere un’auto nuova con i documenti scaduti.
E ora?
Nei prossimi mesi molto dipenderà dal decreto e dai chiarimenti normativi, ma fino ad allora il sistema è condannato ad una zona grigia in cui ogni nuova multa potrebbe trasformarsi in un caso a sé.
L’ironia involontaria è che gli autovelox, nati per far rallentare le auto, oggi sono costretti loro stessi a rallentare tra carte bollate, norme, notifiche e interpretazioni giuridiche.
Mentre gli automobilisti saranno liberi di correre felici, rallentando solo per alzare il dito medio verso le telecamere.
















