
È una vicenda tipicamente italiota, uno di quei “pasticciacci brutti” di cui siamo maestri, fatto di tante buone intenzioni lasciate a metà, trasformandole in bolle di sapone destinate a dissolversi nel nulla.
La storia è quella degli autovelox, costellata di decreti, sentenze, denunce, tribunali, giudici di pace, avvocati, virgole, omissis e class action dovute ad una semplice dimenticanza, tanto piccola quanto fondamentale: l’omologazione.
Omologazione vs approvazione
Di fatto, abbiamo scoperto mesi fa, nessun organo era mai stato incaricato di omologare gli apparecchi, come prescrive la legge, e la semplice approvazione, ha stabilito la Cassazione, non basta. Un “vuoto normativo” è definita elegantemente la dimenticanza: un po’ come andare in spiaggia senza il costume, più o meno.
Spegnere tutto, è un ordine
Risultato? Sabato 29 novembre, si è concluso il primo censimento degli autovelox disseminati lungo la rete stradale italiana, voluto dal Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, e gli apparecchi che non rientrano nell’elenco dovranno essere spenti, con automatico annullamento di multe e verbali. Enti locali e forze dell’ordine avevano 60 giorni di tempo, stabiliti dal decreto n. 305/2025, per comunicare al Ministero localizzazione, conformità, modello e omologazione, “condizione necessaria per il legittimo utilizzo dei dispositivi”.
Il mistero perduto: l’omologazione
Ma la decisione, spiega il Codacons, non toglie il solito problema a monte di tutta la vicenda: l’omologazione. “Il caos autovelox dura oramai da 20 mesi, da quando la Cassazione ad aprile 2024 ha stabilito la nullità delle multe elevate dagli apparecchi approvati ma non omologati. Oggi quasi il 60% degli autovelox fissi e oltre il 67% di quelli mobili, oltre a non essere omologato, è stato approvato prima del 2017, data che fa da spartiacque in tema di omologazione e possibile utilizzo degli apparecchi, con conseguente valanga di ricorsi da parte degli automobilisti multati”.
Le casse languono
Un intoppo che probabilmente ha messo di cattivo umore diversi comuni italiani, che negli ultimi due anni grazie agli autovelox hanno fatto posto nelle casse comunali per dividersi 203 milioni di euro. Non a caso, la sempre la Cassazione ha deciso di approfondire la faccenda sospettando un reato di frode in pubbliche forniture e falso ideologico per aziende che avrebbero venduto apparecchi illegittimi ai comuni, che a loro volta per anni hanno emesso multe non valide, prelevando denari non dovuti dalle tasche degli automobilisti.
L’attuativo che non attua
Non dovremmo farci caso, è una delle tante sconfitte italiane, Paese che cerca di mettere ordine sulle strade accendendo apparecchi spauracchio che vigilano su un popolo di piloti, convinti di essere in gara anche nei corsi cittadini, ma incappa nella stessa burocrazia asfissiante che ha creato, una giungla inestricabile di decreti attuativi mai attuati.
Liberi tutti
Calma, perché questa storia non è affatto finita: arriveranno nuove norme e sistemi più efficienti, ma qualcosa finirà nuovamente dimenticato nei cassetti di una scrivania all’ultimo piano di un ministero. Nell’attesa, a rimetterci è la sicurezza sulle strade: se prima servivano occhi per capire dov’era l’autovelox, adesso basterà alzare il dito medio verso le telecamere e schizzare via. Impuniti e felici, almeno finché dura.














