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Come funziona il motore a Ciclo Atkinson

Honda CR-V Hybrid
Il 2 litri i-VTEC 16 valvole che opera secondo il ciclo Atkinson ha dimensioni caratteristiche di 81x96,7 mm e rapporto di compressione geometrico di 13:1. Eroga 145 CV a 6.200 giri e 175 Nm di coppia a 4.000 giri.

Quasi sconosciuto fino a una trentina d’anni fa, il funzionamento a Ciclo Atkinson è salito progressivamente agli onori della cronaca con il diffondersi di automobili ibride.

Infatti, non esiste quasi nessun modello full hybrid o plug-in che non utilizzi, per la parte endotermica, un motore modificato con questo ciclo di funzionamento.

Pioniera nel suo utilizzo è, giocoforza, Toyota, con la Prius che risale al 1995.

Tuttavia, in tempi più recenti la Casa ha applicato il principio del ciclo Atkinson anche ad alcune motorizzazioni non ibride come il 1.0 che fa da base alla sua Yaris.

Ma perché, e per quale motivo è considerato imprescindibile per i modelli con sistemi ibridi “completi” ma non per quelli più “leggeri” come i mild-hybrid? Eccolo spiegato.

Curiosità e cenni storici

Al giorno d’oggi il principale obiettivo delle case costruttrici di automobili è la ricerca dell’estrema efficienza dei loro mezzi, che siano equipaggiati con motori termici, elettrici, ibridi. Nel 1882 un giovane ingegnere britannico, James Atkinson, aveva già intuito questa necessità: grazie ad una articolata modifica al manovellismo di un motore a ciclo Otto riuscì nel suo intento.

La complessità del sistema fu il limite alla sua industrializzazione su larga scala, ecco perché non sono esistite per molti decenni vetture che installassero un propulsore “Atkinson” fino, appunto, all’avvento dell’ibrido.

Come funziona

Come già ribadito, il principio di funzionamento energetico del motore “ciclo Atkinson” è lo stesso del “ciclo otto”, vediamo nel dettaglio analogie e differenze (parleremo solo del ciclo “ideale” di un motore 4T).

Figura 1 – Ciclo otto ideale VS Ciclo Atkinson reale
  • Fase di aspirazione (0-1):

Il pistone si trova al Punto Morto Superiore (PMS), la valvola di aspirazione è idealmente già aperta e grazie al movimento del pistone verso il Punto Morto Inferiore. All’interno del cilindro viene immessa la miscela di aria/benzina. Il ciclo ideale prevede che questa fase sia isobara.

  • Fase di compressione: (1-2):

Il pistone percorre il percorso inverso (da PMI a PMS) comprimendo l’aria affinché la pressione in camera di combustione aumenti. Le valvole di aspirazione e scarico sono idealmente chiuse, la fase è teoricamente adiabatica.

  • Fase di scoppio (2-3)

Il pistone si trova al PMS, l’innesco della miscela avviene tramite una scintilla generata dalla candela. Le valvole di aspirazione e scarico sono chiuse, il ciclo ideale prevede che questa fase sia istantanea, a volume costante (isocora).

  • Fase di espansione (3-5)

Spinto verso il basso dall’enorme energia generata dalla combustione (si superano i 40 bar di pressione, come a 400 metri sott’acqua circa) il pistone raggiunge il PMI. Il ciclo ideale prevede che questa trasformazione sia adiabatica.

Il manovellismo Atkinson interviene qui, allungando di fatto la corsa di espansione sino a raggiungere la pressione ambiente, recuperando lavoro utile (la fase 4-1 del ciclo Otto)

  • Fase di scarico (5-0)

Il pistone, risalendo verso il PMS, forza i gas ad uscire. Questa fase idealmente è isobara. Anche in questo caso, rispetto al ciclo “Otto”, si ha un aumento della corsa di questa fase.

Aumentando la fase di espansione recuperiamo tutta l’energia utile generata durante la fase di scoppio. Ne consegue che questo ciclo garantisce potenze più elevate a pari energia immessa nel propulsore (miscela aria-benzina idealmente identica). Le corse maggiorate di espansione e scarico non fanno altre che aumentare la cilindrata di queste due fasi.

Foto 1 – Manovellismo ciclo Atkinson

Pro e Contro

L’estrema complessità del sistema non ha mai permesso a questa idea di concretizzarsi: problemi di lubrificazione del manovellismo che realizza le due corse (Foto 1, particolare cerchiato in rosso), ingombro, peso sono i vincoli che rendono la realizzazione un propulsore del genere non profittevole.

Tuttavia, con l’evoluzione tecnica dei motori, è stato possibile ovviare al problema realizzando un Ciclo Atkinson non basato sul manovellismo. I moderni motori delle ibride sfruttano infatti i moderni sistemi di controllo delle valvole per modificare il timing di apertura e chiusura.

In questo modo, la corsa dei pistoni resta la stessa, ma lasciando aperte le valvole di aspirazione anche per la prima fase di risalita del pistone, si riduce l’energia necessaria alla compressione rispetto a quella generata dall’espansione.

I motori a Ciclo Atkinson, confrontati con equivalenti a Ciclo Otto, hanno una potenza relativamente bassa rispetto alla cilindrata, ma un’efficienza termodinamica superiore.

La perdita prestazionale nelle fasi di spunto e accelerazione è compensata dall’azione della parte elettrica.

Questo spiega perché l’applicazione diventa possibile solo dai modelli full-hybrid in su, che hanno una potenza elettrica sufficiente anche ad assicurare la trazione e il motore endotermico può rimanere spento nella fase di spunto. Sui mild hybrid, nei quali il motore elettrico fa soltanto da booster, questo non sarebbe possibile.

Peugeot 205 GTi: hot hatch francese

Manca un minuto alla fine del 2024, ma basta per ricordare i quarant’anni di un’icona tra le auto sportive, la Peugeot 205 GTi.

Era infatti il 1984 quando fu lanciata la versione più sportiva di una delle auto di maggior successo di sempre nella gamma del Leone.

Alle versioni con motore da 1.6 litri e 105 e 115 CV, successivamente si aggiunse la 1.9 litri da 130 CV.

La gamma si completò in breve con la versione cabriolet disegnata e realizzata da Pininfarina.

Sarà però la versione 205 T16, prodotta in 200 esemplari stradali col suo motore turbo e le quattro ruote motrici, a far sognare molti della generazione dei giovani del tempo.

I dettagli inconfondibili della Peugeot 205 GTi

La Peugeot 205 GTi era disponibile con la sola carrozzeria a tre porte, avvolta in larghe modanature con inserti rossi che correvano tutto intorno inglobando anche paraurti e fiancate.

I parafanghi allargati donavano a questa versione il giusto look sportivo, aiutati dal poco appariscente spoiler posteriore, dallo spoiler anteriore con i fari supplementari integrati, dallo specchietto retrovisore affusolato, diverso da quello delle versioni a cinque porte e dai cerchi in lega larghi e sportivi che richiamavano quelli della più estrema Turbo 16.

Le modanature nere e lisce sul montante posteriore con le scritte GTi e 1.6 o 1.9 identificavano oltremodo il modello.

Estetica e tecnica

La gamma colori prevedeva tre tinte pastello, bianco Meije, nero e rosso Vallelunga, e due metallizzate, grigio Grafite e grigio Futura.

Sotto il cofano, la GTi nasceva con un 1.6 cm3 da 105 CV, affiancata già nel 1986 dalla versione da 115 CV: unica differenza il fondoscala del tachimetro, che indicava 220 kmh anziché 200.

La Peugeot 205 era una vettura azzeccata dal punto di vista telaistico, tanto che sopportava senza problemi potenze ben maggiori di queste.

Per questo, al Salone di Parigi del 1986, debuttò la nuova Peugeot 205 GTi 1.9 da 130 CV, capace di 0 – 100 km/h in 7,8 secondi, 400 metri in 29,2 secondi e una punta massima di ben 206 km/h.

Interessante il fatto che i consumi restavano pressoché invariati, grazie all’aumento di cilindrata, all’ottimizzazione della coppia motrice e all’iniezione elettronica Bosch LE 2 Jetronic.

Esternamente la ‘130’ cambiava poco o nulla:

  • i cerchi in lega maggiorati da 15 pollici,
  • la scritta 1.9 sui fregi dei montanti posteriori,
  • la scritta 130 CV in argento sui parafanghi anteriori.

Invariate pure la gamma colori e l’esigua lista degli optional.

Su alcuni mercati si pagavano separatamente i fianchetti dei sedili in cuoio, che in Italia però erano di serie, al pari di volante rivestito in pelle, chiusura centralizzata e alzacristalli elettrici.

Sotto la pelle invece l’aumento di cilindrata e cavalleria richiese modifiche ai rapporti del cambio, alla trasmissione, all’impianto frenante – con l’adozione dei dischi anche sull’asse posteriore – e l’aumento delle carreggiate di 11 mm.

Maggiorati anche i cuscinetti dei mozzi delle ruote e gli ammortizzatori, adeguati ai nuovi carichi ed alla maggiore potenza.

Le prime Peugeot 205 GTI 1.9 130 CV montarono solo per poche settimane la plancia  squadrata delle 205 prima serie: a metà del 1987 arrivò, infatti, il restyling interno di tutta la gamma.

 

Comau: la maggioranza al fondo One Equity Partners

One Equity Partners
(Immagine ©Comau)

Che il fondo di investimento internazionale One Equity Partners (OEP) abbia annunciato di aver completato un investimento di maggioranza in Comau S.p.A. ponendo di fatto Stellantis in minoranza è difficile definirla una buona notizia.

Comau è un’azienda tecnologica globale specializzata in automazione industriale e robotica avanzata, perderne il controllo completo non è certo positivo per il Gruppo Stellantis, visti anche i programmi di sviluppo annunciati.

Per fortuna che ai vertici non manca un certo ottimismo, anche perché non potrebbe essere altrimenti, dovendo difendere l’occupazione e la loro posizione in azienda.

Pietro Gorlier, CEO di Comau:

“Comau ha saputo rinnovare costantemente le proprie strategie di innovazione e di business, sviluppando nuove soluzioni tecnologiche con cui rispondere alle dinamiche di mercato in continua evoluzione grazie ai suoi oltre cinquant’anni di esperienza nei mercati internazionali”.

“Il completamento di questa operazione rappresenta un altro passo fondamentale nel percorso di crescita di Comau”.

One Equity Partners
Pietro Gorlier, CEO Comau (Immagine ©Comau)

“Il sostegno di One Equity Partners ci permetterà di capitalizzare la crescente domanda globale di automazione avanzata, con Stellantis come azionista di minoranza attivo”.

“Questa operazione tutela le nostre forti radici italiane, ribadendo la posizione di Comau come protagonista globale nel settore dell’automazione industriale, oltre che in un numero crescente di settori diversi”.

La proprietà di OEP porterà a Comau i finanziamenti per “accrescere le competenze in settori diversificati e per valorizzare ed espandere le proprie radici”, in un mercato estremamente competitivo.

Le industrie automotive del Far East sono cresciute in ogni settore, anche nell’automazione industriale e lo scenario con cui dovrà confrontarsi Comau è ben diverso da quello in cui si muoveva cinquant’anni fa.

Ante Kusurin, Partner di One Equity Partners

“Comau è un’azienda leader nel settore dell’automazione industriale, con un significativo potenziale di crescita e una tecnologia robotica all’avanguardia”.

“OEP è ben posizionata per contribuire a guidare la prossima fase di crescita di Comau come società indipendente, utilizzando la nostra esperienza nel settore e il nostro consolidato programma operativo per le operazioni di acquisizione”.

Good Luck!

(Immagine ©Comau)

Dumarey e Politecnico di Torino insieme per i motori a idrogeno

dumarey e politecnico

Dumarey e Politecnico di Torino hanno avviato nel 2006 una stretta collaborazione tra competenze industriali e accademiche, forte anche della presenza dell’azienda nell’area su cui sorge il Politecnico.

Oggi l’accordo si rafforza ulteriormente creando e rendendo disponibile un’infrastruttura di ricerca tecnologicamente avanzata, progettata per rispondere alle esigenze dello sviluppo e del testing di sistemi di propulsione innovativi alimentati a idrogeno.

Nasce la ‘Sala prova dinamica per sviluppo motori a idrogeno’

La nuova intesa mira a promuovere attività di studio sui motori a combustione interna alimentati a idrogeno, sia nella configurazione a singolo cilindro sia a multi-cilindro.

Per fare questo, è stata allestita una struttura di test all’avanguardia, di proprietà di Dumarey Automotive Italia, che verrà messa a disposizione del Politecnico di Torino per attività di ricerca, sperimentazione e trasferimento tecnologico.

Per renderla idonea ad operare con motori a idrogeno multi-cilindro, la sala prova – una delle tante presenti nella struttura di Dumarey a Torino – è stata oggetto di significativi interventi di aggiornamento.

L’uso di un combustibile così particolare ha infatti richiesto:

  • l’adeguamento degli impianti per l’utilizzo di un combustibile gassoso,
  • l’introduzione di sistemi di erogazione e misura dell’idrogeno,
  • l’implementazione dell’automazione della sala prova per governare i test e le relative dinamiche di funzionamento.

Inoltre, l’area di controllo della sala prova è segregata per garantire la riservatezza dei dati prodotti e dei prototipi oggetto di test.

dumarey e politecnico

Pierpaolo Antonioli CEO Dumarey Automotive Italia:

“Siamo estremamente orgogliosi di rinnovare la nostra collaborazione con il Politecnico di Torino, una partnership che ha dimostrato di essere altamente produttiva e innovativa sin dal suo inizio nel 2006.

“La nostra collaborazione ha permesso di sviluppare progetti di ricerca all’avanguardia e di formare le future generazioni di ingegneri”.

“Con il nuovo accordo, puntiamo a esplorare ulteriormente le potenzialità dei motori a combustione interna alimentati a idrogeno, un settore strategico per il futuro della mobilità sostenibile”.

“Siamo convinti che, insieme al Politecnico, continueremo a fare significativi progressi nella ricerca e nello sviluppo tecnologico, contribuendo a un futuro più verde e sostenibile”.

Avviato quattro anni fa, il piano ha visto un investimento complessivo di circa 4 milioni di euro, distribuiti su diversi ambiti tecnologici, tra cui motori a combustione interna, celle a combustibile, stoccaggio e sistemi di distribuzione dell’idrogeno.

Un rapporto di collaborazione bilaterale

Dumarey Automotive Italia contribuirà anche all’allestimento di una delle celle motore del Politecnico ubicata presso il Dipartimento Energia “Galileo Ferraris”, rendendola idonea all’utilizzo per le attività di ricerca sui propulsori termici a idrogeno mono-cilindro, attraverso la prestazione di attività di ingegneria.

Le risorse destinate alla realizzazione di queste due sale prova, per motori multi- e mono-cilindro, si inseriscono in un piano strategico di ampio respiro promosso da Dumarey Automotive Italia, focalizzato sullo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno.

dumarey e politecnico

Stefano Corgnati, Rettore Politecnico di Torino:

“La collaborazione con Dumarey esemplifica il concretizzarsi di quella strategia che stiamo portando avanti come Ateneo, volta allo sviluppo di infrastrutture di ricerca condivise con partner internazionali che lavorano e portano sviluppo al territorio, pienamente in linea con gli obiettivi della nostra seconda missione, quella dell’Innovazione e del trasferimento tecnologico con e verso le imprese”.

“Inoltre investire sull’idrogeno, sia nell’ottica delle celle a combustibile che in quella dei motori termici, nonché sui combustili rinnovabili e investigare insieme alle imprese nuove soluzioni tecnologiche è in questo momento storico essenziale e prioritario per rispondere alle sfide che la transizione energetica pone nel campo della mobilità”.

Scompare Osamu Suzuki, guida fondamentale per l’azienda

Osamu Suzuki
Osamu Suzuki (col bicchiere in mano) all'inizio degli anni '70, ammira la nuova Suzuki GT 380. (Immagine tratta dal libro Suzuki Motorcycles, di Brain Long, edito da Veloce Publishing)

Osamu Suzuki, Presidente e CEO di Suzuki Motor Corporation sin dal 1967, è scomparso all’età di 94 anni.

Osamu Suzuki è stato a capo della multinazionale di Hamamatsu in Giappone fino al 2021, quando ha ceduto il comando al primogenito Toshihiro Suzuki.

I valori di Osamu Suzuki sono passati al figlio Toshihiro

Entrato in azienda nel 1958, Osamu Suzuki, nel 1963 è stato nominato direttore e nel 1967 ha assunto la carica di CEO.

Presidente dal 1978, tutti gli riconoscono l’aver fatto crescere l’azienda con:

  • la cura di un padre,
  • la pazienza di un saggio,
  • l’aggressività di un leader.

Con lui Suzuki è diventata un’azienda globale, prima nel settore motociclistico (nella foto lo vediamo con bicchiere in mano negli anni ’70 alla presentazione della Suzuki GT 380) e poi in quello automobilistico.

In questo settore spicca l’accordo con l’indiana Maruti per produrre automobili di qualità elevata e a pressi contenuti.

Le prime Suzuki arrivate in Italia furono proprio il frutto di questa collaborazione.

Osamu Suzuki è stato più volte ospite della filiale italiana nella quale è stato ricevuto con gli onori che si riservano non solo al capo supremo dell’azienda ma a una persona dal forte carisma.

Le sue indicazioni strategiche sulla gestione del business, secondo i principi di realistica attinenza ai fatti e di devozione al miglioramento della vita dei Clienti, sono valori che resteranno impressi nel DNA della Suzuki, oggi come nel futuro.

Volkswagen Tiguan, ecco l’ibrido plug-in

Le motorizzazioni ibride e ibride plug-in stanno pian piano prendendo il posto di quelle a gasolio nei listini e nei mix di vendita di molti costruttori, ma non di tutti: Volkswagen Tiguan eHybrid, che completa la gamma del suv compatto best seller del marchio arrivando contemporaneamente anche su Golf e Passat, approda infatti in un listino che continua a proporre tutte le opzioni, per quanto la sua importanza nel mix stia crescendo.

Già con la generazione precedente, infatti, Tiguan si è rivelato uno dei modelli più apprezzati della produzione Volkswagen anche nella variante eHybrid. Un top di gamma che oggi torna sul modello di nuova generazione, lanciato a primavera, aggiornato e migliorato sia nell’efficienza sia nella praticità. Sette le versioni proposte, frutto della combinazione di due livelli di potenza, 204 e 272 CV, e cinque allestimenti Life, Edition Plus, Elegance, R-Line, R-Line Plus. La versione base li offre tutti quanti, mentre quella al top è disponibile soltanto con gli ultimi due. Il range di prezzi va da 50.100 a 59.100 euro.

Volkswagen Tiguan eHybrid, come è fatta

Le differenze principali di Volkswagen Tiguan eHybrid rispetto alle altre motorizzazioni sono limitate alla presenza del secondo sportello, per la presa di ricarica, e alla riduzione del volume di carico, che comunque rimane prossimo ai 500 litri. Secondo i dati ufficiali  scende infatti dai 652/1.650 litri del resto della gamma a 490/1.486 litri.

Volkswagen Tiguan eHybrid

Lunga 4,54 metri, con un passo di poco inferiore ai 2,68 , una larghezza di 1,86 e un’altezza di 1,66, nuova Tiguan nasce sulla più recente evoluzione della piattaforma MQB Evo. Questa non ha visto novità significative sul piano strutturale ma piuttosto su quello delle tecnologie di bordo.

Volkswagen Tiguan eHybrid – la plancia

L’abitacolo ha una strumentazione standard con Digital Cockpit da 12,9″ e display centrale da 10,25″ accompagnato da una grafica che propone una barra superiore con icone fisse personalizzabili. In più, con questa generazione Volkswagen ha provvisto il volante di comandi fisici e inserti retroilluminati. La dotazione specifica dei modelli ibridi include anche alcuni highlight tra cui il sistema di ammortizzatori a controllo elettronico DCC Pro.

Volkswagen Tiguan eHybrid, la meccanica

Il sistema ibrido è stato evoluto secondo la tendenza più comune tra i costruttori, incrementando cioè soprattutto prestazioni e ruolo della parte elettrica. Tuttavia, le novità iniziando dal motore a benzina, che è il nuovo 1.5 TSI Evo 2 modificato per il funzionamento a ciclo Miller e dotato di turbina a geometria variabile.

Rinuncia alla disattivazione dei cilindri ma è dotato di un accurato controllo termico che assicura una temperatura di esercizio ottimale. Fornisce, a seconda della versione, la potenza base di 150 o 177 CV erogati tra 5.500 e 6.000 giri, con una coppia di 250 Nm, e ha intervalli di manutenzione portati a 2 anni o 30.000 km, il doppio del precedente.

Volkswagen Tiguan eHybrid – il vano motore

Il motore elettrico HEM80 di nuova generazione fornisce invece 85 kW e 330 Nm di picco massimo ed è alloggiato all’interno del cambio doppia frizione DSG appositamente modificato, con una terza frizione che collega e scollega il rotore. Il compressore del climatizzatore è ad azionamento elettrico.

La batteria agli ioni di litio ha praticamente raddoppiato la capacità, passata da 10,6 a 19,7 kWh effettivi (quella lorda da 13 a 25,5 kWh). Un risultato ottenuto grazie a una nuova chimica e un diverso disegno delle celle, che sono 96 di tipo prismatico. Secondo il costruttore nel caso di Tiguan consente ora un’autonomia a trazione elettrica di 126 km. Le potenze massime di sistema ibrido sono invece di 204 e 272 CV, cn coppie massime rispettivamente di 350 e 400 Nm.

L’altra grande novità riguarda la ricarica. Volkswagen Tiguan eHybrid ora può essere effettuata anche a corrente continua fino a 50 kWh con un tempo di circa 25′ per passare dal 10% all’80%, mentre in corrente alternata a 11 kW occorrono due ore per una carica completa.

Volkswagen Tiguan eHybrid, come va

Come accennato, l’evoluzione del sistema ibrido va nella direzione di rendere il comportamento sempre più vicino a quello di un modello full-hybrid e ridurre l’intervento del motore a benzina. Alla prova pratica, la fluidità della guida di Volkswagen Tiguan eHybrid è infatti la prima caratteristica che spicca, con Un’alternanza quasi impercettibile tra i propulsori, ben coordinati dal cambio DSG che viene utilizzato anche quando è in funzione il solo motore elettrico ottenendo una delle rare guide elettriche multimarcia.

Il comportamento è però molto influenzato dal programma di guida selezionato tramite la schermata del Drive Mode, a cui si accede premendo tramite la rotella sul tunnel che normalmente fa da regolatore del volume.

Con i programmi Eco e Comfort, infatti, la risposta al gas è molto dolce, addirittura un po’ tardiva, con erogazione di potenza limitata anche da parte del motore elettrico e forzando troppo il gas innesca interventi improvvisi di quello a benzina con un risultato finale non sempre piacevole. Per questo, per i tratti in salita o sua strade ricche di curve e tornanti come quelle del nostro test sui colli veronesi, anche se non si cerca una dinamica sportiva è sempre consigliabile impostare il programma Sport che riduce le esitazioni e i ritardi di risposta.

Altrimenti, con il profilo Individual è possibile scegliere il proprio settaggio personalizzato, modificando anche la taratura delle sospensioni DCC Pro. Queste sono dotate di due valvole separate che gestiscono in modo indipendente i flussi di olio nella fase di compressione e di distensione, il loro comportamento può essere selezionato tra ben 15 gradi di rigidità.

A21 Holding: crescita record nel settore della manutenzione auto

a21 holding

A21 Holding, società operativa e di investimento che nasce con l’obiettivo di creare il miglior gruppo italiano nelle riparazioni automotive, ha chiuso il 2024 con un fatturato consolidato di 110 milioni di euro.

Il risultato è frutto di una strategia che ha portato a una crescita del 90% negli ultimi tre anni.

Matteo Massone, Amministratore Delegato di A21 Holding:

Il 2024 è stato il culmine di un solido piano industriale che ci ha permesso di diventare il player leader nel settore delle riparazioni auto”.

a21 holding
Matteo Massone, AD A21 Holding

Il nostro impegno si è focalizzato non solo sul raggiungimento di importanti traguardi economici, ma anche sul potenziamento della nostra presenza acquisendo nuove realtà in tutto il territorio nazionale e puntando su principi per noi fondamentali come innovazione, sostenibilità e qualità dei servizi”.

I quattro pilastri della società

A contribuire alla crescita sono state le quattro società operative controllate dalla Holding:

  • Carsafe, che si occupa di fornire a compagnie assicurative e flotte noleggio servizi di riparazione di carrozzeria, rappresenta oggi un network di 670 strutture affiliate e mira a raggiungere la quota di 700 entro il 2025.
  • Autosicura, rete di carrozzerie di proprietà, ha recentemente annunciato l’acquisizione di due nuovi centri multiservice a Milano e Novi Ligure, con l’intenzione di arrivare a 25 strutture nei primi mesi del nuovo anno.
  • Car Solution Rent, specializzata nei servizi legati al noleggio a breve e lungo termine per aziende e carrozzerie, è invece al lavoro per ampliare la propria flotta e offrire servizi più organici e innovativi.
  • Carsafe Innova, società che ingloba nuovi progetti che la holding ha deciso di implementare, in particolare nello sviluppo di software specialistici per la gestione dei processi.

A livello occupazionale, il Gruppo conta circa 300 collaboratori di cui 250 in ambito carrozzeria e prevede ulteriori assunzioni nei prossimi mesi.

Obiettivi ambiziosi: raggiungere i 200 milioni nel 2027

Guardando al futuro, A21 Holding punta a raggiungere un fatturato consolidato di 130 milioni nel 2025.

L’azienda ha, inoltre, delineato un piano di investimenti per espandere il proprio business in tre nuovi segmenti strategici:

  • riparazione e sostituzione dei cristalli auto;
  • riparazione auto elettriche;
  • logistica e trasporti.

L’obiettivo è raggiungere i 200 milioni di fatturato nel 2027.

Simone Mucciante, Presidente di A21 Holding:

a21 holding
Simone Mucciante, Presidente A21 Holding

Il 2025 sarà il primo passo di un triennio ricco di grandi sfide e novità”.

Vogliamo capitalizzare i risultati ottenuti e sviluppare nuove aree di business continuando a innovare e a creare valore per i nostri clienti, collaboratori e partner”.

“Tutto ciò sempre con un unico intento: riunire all’interno di un unico network il meglio del panorama riparativo in Italia“.

Nissan e Honda: integrazione aziendale e creazione di una holding

nissan e honda

E’ un’operazione che non deve passare inosservata quella avviata da Nissan e Honda proprio prima di Natale 2024.

Soprattutto considerando che Nissan (e Mitsubishi) fanno parte dell’Alleanza con Renault.

Cosa dice l’accordo tra Nissan e Honda

Il MOU (Memorandum of Understanting) sancisce l’avvio di discussioni e riflessioni sull’integrazione delle attività tra le due società attraverso la costituzione di una holding congiunta.

Si tratta dell’evoluzione del MOU che Nissan e Honda hanno firmato il 15 marzo riguardante una partnership strategica per l’intelligenza e l’elettrificazione dei veicoli. 

Il 1° agosto, hanno firmato un ulteriore MOU per approfondire il quadro della partnership strategica.

Le aziende hanno inoltre annunciato di aver concordato di svolgere ricerche congiunte sulle tecnologie fondamentali nell’ambito delle piattaforme per i veicoli software defined (SDV) di prossima generazione.

Nissan e Honda insieme: le prospettive

Se l’integrazione si realizzerà, Nissan e Honda potranno unire le rispettive conoscenze, risorse umane e tecnologie per creare sinergie più profonde.

Questo, seguendo una tendenza che si sta diffondendo per contrastare i nuovi concorrenti nel settore automotive, contribuirà a migliorare la capacità di rispondere ai cambiamenti del mercato.

L’obiettivo è quello di rendere più forte l’industria giapponese creando una grande azienda leader nella mobilità globale, inclusa quella su due ruote, settore dove Honda è leader.

Cosa nel pensa Renault

La posizione di Renault non si è fatta attendere, e poco dopo l’emanazione del comunicato stampa di Nissan e Honda è uscito un comunicato sintetico della Casa francese che recita così:

“Il Gruppo Renault prende atto degli annunci odierni di Nissan e Honda, ancora in fase preliminare”.

“In qualità di principale azionista di Nissan, il Gruppo Renault considererà tutte le opzioni nell’interesse del Gruppo e dei suoi stakeholder”.

“Il Gruppo Renault continua a portare avanti la sua strategia e lo sviluppo di progetti creatori di valore per il Gruppo, inclusi quelli lanciati nell’ambito dell’Alleanza”.

Sicuramente una frase che lascia aperta la porta a scelte di alleanze diverse da quelle finora attuate.

Makoto Uchida, Nissan Director, President, CEO and Representative Executive Office

“La giornata di oggi segna un momento cruciale, in cui iniziamo a discutere di un’integrazione aziendale che ha il potenziale per plasmare il nostro futuro”.

“Se realizzata, credo che unendo i punti di forza di entrambe le aziende, potremo offrire un valore senza pari ai clienti di tutto il mondo che apprezzano i nostri rispettivi marchi”.

“Insieme, possiamo creare per loro soluzioni di mobilità uniche che nessuna delle due aziende avrebbe modo realizzare da sola”.

Toshihiro Mibe, Honda Director and Representative Executive Officer

“La creazione di nuovo valore per la mobilità mettendo insieme le risorse, tra cui le conoscenze, i talenti e le tecnologie che Nissan e Honda hanno sviluppato nel corso degli anni, è essenziale per superare gli impegnativi cambiamenti che l’industria automobilistica sta affrontando”.

“Honda e Nissan sono due aziende con punti di forza distintivi”.

“Siamo ancora nelle fasi iniziali, ma al fine di trovare una direzione per la possibilità di un’integrazione aziendale entro la fine di gennaio 2025, che ancora non è stata decisa, ci sforziamo di essere l’unica e sola azienda leader che crea nuovo valore per la mobilità attraverso una soluzione che può essere guidata solo attraverso la sintesi dei due team”.

Torneremo presto su questo tema che apre nuove prospettive nelle alleanze tra grandi Case e nella creazione di Gruppi industriali di grande peso per contrastare i nuovi concorrenti che si affacciano sulla scena globale.

DON: marchio del Gruppo TMD Friction per frenare i commerciali

don

Don è il marchio di freni aftermarket per veicoli commerciali di TMD Friction, leader mondiale nella produzione di soluzioni d’attrito per freni.

Offre soluzioni di frenata affidabili e capaci di elevata potenza di arresto a un prezzo ragionevole.

Mentre Textar, il marchio premium di TMD Friction per i veicoli commerciali, offre prodotti con prestazioni da primo impianto sul mercato dei ricambi, Don rappresenta un’alternativa di qualità per i clienti attenti più attenti al prezzo.

DON, con un occhio al miglior rapporto qualità/prezzo

Il portafoglio prodotti Don comprende pastiglie e dischi freno per tutti i segmenti di veicoli, nonché guarnizioni per freni a tamburo e accessori per veicoli commerciali pesanti.

Fondata nel 1881, DON vanta oltre 140 anni di esperienza nella fornitura di soluzioni frenanti di qualità.

Il marchio è stato inizialmente concepito come marchio di freni per veicoli commerciali pesanti.

Nel 2018 TMD Friction ha ampliato il portafoglio prodotti DON, includendo pastiglie e dischi freno per autovetture e veicoli commerciali leggeri.

Oggi il marchio Don copre oltre il 90% del parco auto europeo per i veicoli commerciali con soluzioni di frenata di qualità, rispettando le severe normative ambientali e di sicurezza.

Conformi alla ECE 90R

Ogni prodotto di attrito DON è testato per superare i requisiti ECE-R90, la normativa europea che specifica i requisiti di progettazione, costruzione e prestazioni, nonché i protocolli di prova per le pastiglie e le guarnizioni di ricambio dei freni per veicoli a motore e rimorchi in circolazione.

I prodotti DON sono sviluppati utilizzando la rete globale di R&D di TMD Friction, basata in in Germania, Regno Unito, Brasile e Cina, oltre a poter usufruire di una propria pista di prova e a un proprio parco macchine.

Il robusto materiale di imballaggio in cartone e carta, riciclabile e privo di plastica, garantisce che i prodotti Don arrivino a destinazione in condizioni immacolate.

Marco Loth, Vice Presidente Global Product & Category Management, Sales & Trade Marketing di TMD Friction

“Mentre il nostro marchio premium, Textar, fornisce un prodotto con prestazioni da primo impianto all’aftermarket, la soluzione frenante standard Don per i veicoli commerciali offre una soluzione su misura per le esigenze dei clienti attenti al prezzo, senza sacrificare la sicurezza e il comfort”.

“Coprendo tutti i segmenti di prezzo, possiamo garantire di avere un marchio di freni per tutte le esigenze dei clienti”.

“Con la nostra soluzione frenante standard Don per i veicoli commerciali, offriamo ai nostri clienti un ottimo rapporto qualità-prezzo, senza compromessi sulla sicurezza o sulla qualità”.

Art, la tecnologia digitale al servizio del lusso in mostra al CES 2025

La prossima edizione del Consumer Electronics Show (CES) di Las Vegas, in programma dal 7 al 10 gennaio, vedrà per la prima volta la partecipazione dell’azienda umbra ART. Si tratta di una realtà nata all’inizio del nuovo millennio a Passignano sul Transimeno (PG) e specializzata in sistemi di infotainment e cockpit digitali per vetture di lusso.

Alla rassegna statunitense ART porterà tre dimostratori dei suoi dispositivi di ultima generazione che riproducono in scala reale gli strumenti destinati alle prossime auto alto di gamma, ma non soltanto. Le tecnologie e i prodotti che sviluppa e realizza abbracciano infatti molti ambiti, incuso quello dei mezzi pesanti e da lavoro. Con  un occhio puntato sul settore agricolo, dove la digitalizzazione sta raggiugendo livelli molto elevati e sono richieste la massima precisione e affidabilità.

Cockpit su misura

Primo e principale dei dispositivi presentati al CES da ART sarà il nuovo ART Digital  Cockpit. Include sistemi completamente integrati, connessi e personalizzabili per evolvere esperienza di guida ed efficienza del veicolo.

A questo si aggiungeranno ART Motodemo Desktop, novità dedicata al mondo delle due ruote. Si compone di un quadro strumenti ClusterX, dotato di display ad alta risoluzione e processori multimediali per portare la qualità delle interfacce automobilistiche anche a bordo delle moto.

I software per l’innovazione

Accanto ai dispositivi, ART proporrà anche novità sul lato software. Iniziando da iSDK, un programma pensato per ridurre i tempi di sviluppo e industrializzazione dei sistemi di infotainment. Compatibile con qualsiasi hardware, è utile in particolare per sviluppare interfacce UI/UX personalizzate anche in settori come quello dei mezzi pesanti, migliorandone efficienza, sicurezza e sostenibilità.

Infine, l’esposizione sarà completata dal V-Cockpit Tool, una piattaforma per la prototipazione rapida e la simulazione di scenari reali tramite realtà virtuale, che potrà essere provato tramite un visore VR.

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