venerdì 1 Maggio 2026 - 09:40:56

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Sicurezza in città: limite a 30 km/h non è l’unica soluzione

Si è discusso molto durante i primi mesi dell’anno riguardo alla notizia dell’introduzione del limite di 30 km/h in alcune aree urbane nel comune di Bologna. Non è una novità, si tratta infatti di una norma già introdotta in molti altri paesi europei ed esistono statistiche sull’efficacia a riguardo, anche se, come vedremo, ogni città e ogni Paese fa storia a sé. Leggendo le tante pubblicazioni scientifiche che riguardano il tema della sicurezza stradale, uno dei dati più sorprendenti è il fatto che la maggior parte degli incidenti con feriti e morti avvengono in aree urbane ed extraurbane, contrariamente a quanto sarebbe più logico pensare. Quando infatti si pensa ai gravi incidenti, la mente va subito alle autostrade e alle alte velocità, ma poi si scopre ben presto che il contesto dove occorre prestare più attenzione sia quello urbano. Oggi, nelle città, l’auto non è più la protagonista delle strade e condivide lo spazio non solo con altri veicoli a motore come autobus o motociclette, ma anche e soprattutto con pedoni, biciclette, biciclette elettriche, monopattini. Come visibile dalle statistiche ISTAT, i numeri di incidenti con morti e feriti sono in aumento negli ultimi anni, specialmente nelle aree urbane. Esiste quindi un problema concreto, che va affrontato agendo nel migliore dei modi, non solo attraverso la riduzione del limite di velocità. In questo articolo analizziamo il problema in modo statistico e ingegneristico, mettendo in luce quali possono essere le soluzioni da mettere in atto per ridurre gli incidenti, spesso mortali, nei centri urbani.

Distribuzione nei contesti urbani, extraurbani e autostradali degli incidenti stradali in Italia (dati ISTAT anno 2022)

Visibilità e spazi di arresto

Uno dei modi più efficaci per ridurre la probabilità di un incidente in un contesto urbano, quando la traiettoria si incrocia, è aumentare la distanza di visibilità alla quale i due utenti iniziano a vedersi. Se il conducente di un’auto vede un pedone avvicinarsi a un passaggio pedonale da lontano avrà più tempo per reagire e adattare la propria velocità o addirittura fermarsi, rispetto al conducente che vede il pedone all’ultimo secondo. I primi concetti da introdurre sono quindi la distanza visiva o Sight Distance (SD), ovvero quanto lontano il guidatore riesce a vedere davanti a sé, e la distanza di arresto o distanza visiva di arresto (Stopping Sight Distance – SSD), cioè la distanza percorsa includendo il tempo di reazione e l’effettiva decelerazione. Per potersi fermare in tempo, la distanza visiva deve essere maggiore della distanza visiva di arresto:

SD > SSD

La distanza visiva di arresto si ricava come la somma di due distanze, quella percorsa durante il tempo di percezione e reazione del guidatore (dp) e quella effettivamente impiegata durante la frenata del veicolo (df). Le due distanze possono essere scomposte attraverso questa equazione:

Dove V è la velocità del veicolo in km/h, “Tr” è il tempo di percezione e di reazione del guidatore in secondi, Fl è il coefficiente di aderenza longitudinale impiegato nella frenata (valori prossimi a 1 significano una frenata al massimo dell’aderenza disponibile, cioè una frenata di emergenza).

Sotto sono indicati alcuni esempi di distanza di visiva di arresto, considerando un tempo di percezione e reazione che può arrivare fino a 2 a 2,5 secondi (come dimostrato nello studio del 2018 “A Policy on the Geometric Design of Highways and Streets” dell’American Association of State Highway and Transportation Officials), e una decelerazione media di 0.4 g , cioè quella che un utente medio solitamente mette in pratica, per frenare il proprio veicolo in modo deciso ma controllato, prima di raggiungere un ostacolo che si trova sul suo cammino sulla carreggiata. Il guidatore può sempre mettere in pratica una frenata di emergenza, riducendo mediamente del 30-35% la distanza di arresto in frenata (df), ma non la distanza percorsa durante la fase di “percezione” (dp).

Calcolo della distanza visiva di arresto (SSD) a 50, 40, e 30 km/h.

Problema infrastrutturale

La distanza visiva di arresto (SD), primo termine della disequazione SD>SSD, fa intravedere il primo problema, che è quello infrastrutturale. Nelle nostre città troviamo numerosi esempi in cui la progettazione degli attraversamenti pedonali non è adeguata. Spesso, infatti, non consente una distanza visiva sufficiente elevata tra il pedone (o un qualsiasi altro utente che attraversa la strada) e il conducente del veicolo a motore. Girando per le nostre città, non è raro trovare attraversamenti posizionati in corrispondenza di ostacoli (cespugli, alberi, cartelloni pubblicitari, raccoglitori dei rifiuti), di restringimenti della strada, o di parcheggi a bordo carreggiata. Gli attraversamenti pedonali dovrebbero inoltre essere posizionati in modo più strategico, lontano da curve o incroci. Se un attraversamento fosse troppo vicino a una curva, i conducenti potrebbero non essere in grado di vedere i pedoni in tempo. Queste accortezze nel progettare le strade e gli attraversamenti è uno dei punti che dovrebbero affrontati, attraverso azioni da parte dei legislatori locali o, meglio ancora, tramite lo sviluppo di normative comunitarie a livello europeo.

Esempio di attraversamenti pedonali ostruiti visivamente da un ostacolo.

Nel 2011 l’ACI ha pubblicato uno studio “Linee Guida per la progettazione degli attraversamenti pedonali” frutto dell’esperienza come promotore e capofila nell’EPCA–EuroTEST, il programma internazionale per la sicurezza che coinvolge 18 Automobile Club di 17 Paesi. Lo studio dell’ACI ha promosso un innovativo know-how per la progettazione e la realizzazione degli attraversamenti pedonali, basato sull’analisi delle migliori esperienze europee e finalizzato all’incremento della sicurezza dei pedoni. L’obiettivo è stato anche quello di gettare le basi per la definizione di criteri uniformi per la normativa europea sugli attraversamenti pedonali: stesse regole per tutti, dai progettisti ai costruttori fino agli stessi pedoni.

Frenata automatica e altri dispositivi

Ritornando alla precedente disequazione, tanto semplice quanto efficace, la distanza visiva deve essere sempre maggiore alla distanza visiva di arresto (SD > SSD). Oltre ad aumentare la Distanza Visiva (SD), modificando la progettazione delle strade e delle infrastrutture, possiamo provare a ridurre la distanza percorsa durante il tempo di percezione e reazione (df), quindi diminuendo la SSD. Sebbene questo obiettivo sia storicamente correlato alla guida del conducente (attenzione, tempo di reazione, età, stanchezza), oggi dipende sempre di più anche dal veicolo. Le autovetture più moderne incorporano infatti i sistemi di frenata automatica di emergenza, sempre più evoluti e che intervengono anche a velocità urbane. Tali sistemi permettono per esempio di ridurre di quasi 17 metri la distanza percorsa a 30 km/h durante il tempo di reazione e percezione o di quasi 28 metri quelli percorsi partendo da 50 km/ora.

Test frenata automatica di emergenza su Alfa Romeo Tonale.

Si rende quindi necessario accelerare il più possibile l’integrazione dei dispositivi di frenata automatica di emergenza (AEB) nel parco circolante. Per fare ciò, occorre incentivare l’acquisto di vetture più moderne, visto che il dispositivo è obbligatorio per legge a partire da luglio 2022 per tutti i veicoli di nuova omologazione. La direttiva europea non riguarda solo il dispositivo di frenata automatica, ma anche il sistema di mantenimento di corsia, il monitoraggio della stanchezza del conducente e il rilevamento automatico dei limiti di velocità. Gli incentivi statali potrebbero quindi essere mirati non solo alla riduzione dell’emissione delle sostanze inquinanti ma anche alla semplice riduzione dell’età del parco circolante, con effetti immediati sulla diminuzione degli incidenti stradali. I dati ACI del 2023 ci informano che le auto in Italia hanno mediamente più di 12 anni, cifra addirittura in aumento rispetto all’anno di rilevazione precedente. Quando ci sarà una buona introduzione di veicoli moderni dotati di dispositivi di guida autonoma almeno di Livello 2, la curva statistica di incidenti e di morti, specialmente nei contesti urbani, è fisiologicamente destinata a scendere.

Effetti della riduzione della velocità da 50 km/h a 30 km/h

All’interno della definizione di SSD troviamo ovviamente la velocità, anche in termini esponenziali. È quindi evidente e ovvio che la riduzione della velocità dei veicoli vada a vantaggio della sicurezza. Esistono diversi studi scientifici che analizzano l’influenza della velocità urbana sulla probabilità che si verifichi un incidente e sulla sua severità. La velocità è stata identificata come un fattore chiave negli incidenti stradali mortali che influenza sia la probabilità di un incidente che la sua gravità, come per esempio dimostrato dallo studio del 2006 “Driving speed and the risk of road crashes: A review di Aarts, L. e Van Schagen I.”  Analizzando diverse pubblicazioni ci si rende conto anche della difficoltà di mettere in relazione diretta la velocità di un veicolo con la probabilità che un pedone muoia se investito da quel veicolo. In Spagna, nell’ambito della campagna di informazione della Direzione Generale del Traffico (DGT) sulla sua misura principale di riduzione della velocità da 50 km/h a 30 km/h, si indica che in caso di investimento a 30 km/h la probabilità di morire è del 15% e dell’85% quando la velocità sale a 50 km/h (DGT, 2021). Studi più vecchi come Bonanomi (1990) offrono valori simili come indicato nella tabella 6.

Relazione tra velocità del veicolo all’impatto e probabilità di decesso della persona investita (studio Bonanomi, 1990)

“Pedestrian injury mitigation by autonomous braking di Rosen E.” del 2010 ha indicato che il rischio di mortalità a 50 km/h è più del doppio superiore al rischio a 40 km/h e più di cinque volte superiore al rischio a 30 km/h. La probabilità di sopravvivenza e la gravità delle ferite non dipendono solo dalla velocità del veicolo. Altri fattori ricorrenti, che abbiamo riscontrato in diverse pubblicazioni, sono l’età del pedone, il tempo di risposta dei soccorsi o il tipo di veicolo. A tal proposito, uno dei paper più recenti è del 2019: “The relationship between impact speed and the probability of pedestrian fatality during a vehicle-pedestrian crash: a systematic review and meta-analysis di Hussain, Q.; Feng, H.; Grzebieta, R.; Brijs, T.; Olivier, J.”. Questo studio ha inoltre indicato che anche la tipologia di veicolo incide moltissimo e che gli Sport Utility Vehicles (SUV) e i van presentano un rischio di mortalità più elevato in caso di incidente rispetto alle autovetture.

C’è anche chi ha provato a mettere in relazione la probabilità che un incidente sia fatale con l’età del pedone e la velocità del veicolo. Ad esempio, per i pedoni di età superiore a 15 anni, uno studio del 2009 “Pedestrian fatality risk as a function of car impact speed di Rosen, E.; Sander, U.” ha proposto la seguente funzione di rischio di mortalità pedonale (P), dove P è la probabilità di morte del pedone di età A colpito da un veicolo a motore che circolava alla velocità V (Km/h).

Un paper del 2013 “Impact speed and a pedestrian’s risk of severe injury or death di Tefft, B.C.” ha dimostrato invece come il rischio medio di morte per un pedone di 30 anni investito ad una data velocità è simile al rischio di morte per un pedone di 70 anni investito dalla stessa vettura ad una velocità 19 km/h più lenta. Oltre all’età del pedone, all’interno dell’ambiente urbano sono state analizzate anche altre variabili come l’altezza, il peso, il sesso o l’indice di massa corporea, anche se queste sembrano avere meno influenza rispetto all’età.

Veicolo sperimentale Waymo su base Jaguar I-PACE per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie di guida autonoma, tra cui sensori per il rilevamento di pedoni, ciclisti e altri utenti deboli della strada.

Attenzione ai risultati degli studi

Quando si analizzano gli studi sulla sicurezza stradale occorre sempre tenere a mente alcuni parametri che possono influenzare sensibilmente i risultati. Per esempio, l’anno dello studio: quelli condotti molti anni fa non considerano i miglioramenti nella progettazione dei veicoli o il miglioramento delle procedure di assistenza dei feriti. In questi casi, questi modelli portano a tassi di mortalità più elevati rispetto a quelli reali. Il secondo parametro a cui prestare attenzione è la distribuzione dell’età della popolazione. Le regioni o le città dello stesso paese con una popolazione più anziana avranno statisticamente tassi di mortalità superiori alla media del paese. Ma anche l’età media dei veicoli e la tipologia di veicoli circolanti è importante, le città con percentuali più alte di SUV e percentuali più basse di citycar presentano un rischio di mortalità più elevato.

30 km/h: non è l’unica cura

La regola di base con la quale si può concludere è che per diminuire le probabilità di incidenti nelle aree urbane è necessario aumentare la distanza visiva (SD) tra i veicoli a motore e gli utenti vulnerabili della strada, in modo che entrambi abbiano più tempo per reagire e prendere decisioni, e diminuire al tempo stesso la distanza di arresto (SSD). La riduzione della velocità limite da 50 km/h a 30 km/h nei centri urbani è certamente un intervento drastico ed efficace con effetti immediati sulla sicurezza, come dimostrato da molti studi, ma non può essere considerato come una soluzione a lungo termine e definitiva, né estendibile a tutte le aree urbane. Per poter mantenere l’efficacia del limite ed essere certi che venga rispettato occorrerebbe innanzitutto un controllo continuo e capillare tramite apparecchiature di rilevamento della velocità, con sanzioni in caso di infrazioni, in tutte le aree, scenario che è pressoché impossibile nonché molto dispendioso. Inoltre, non è possibile né consigliato applicare la riduzione della velocità a 30 km/h a tutte le aree urbane. In alcune zone, infatti, una maggiore velocità aiuta a reindirizzare rapidamente il flusso veicolare verso le zone meno trafficate e meno abitate, evitando le congestioni e l’aumento del traffico. È quindi necessario agire con interventi più radicali e duraturi. Il primo è quello del miglioramento dell’infrastruttura, tramite la verifica della sicurezza di tutti gli attraversamenti e di tutte le strade urbane dove è previsto un elevato numero di pedoni a bordo strada. Una regolamentazione statale o europea per la progettazione di questi attraversamenti e intersezioni tra strade, piste ciclabili e percorsi pedonali aiuterebbe fortemente a ridurre questo tipo di incidenti. In secondo luogo, occorre incentivare l’ammodernamento del parco circolante, non solo perché i veicoli nuovi sono meno inquinanti, ma perché sono dotati di dispositivi di assistenza alla guida di Livello 2, obbligatori per le nuove omologazioni a partire dal 2022. Infine, sono importanti anche le campagne di educazione e di divulgazione della sicurezza stradale sia per i conducenti che per gli utenti deboli della strada – come pedoni, ciclisti e monopattini – anch’essi soggetti a distrazioni, soprattutto dovute all’utilizzo dei dispositivi mobili.

Bugatti passa all’ibrido: la Tourbillon ha (ancora) 16 cilindri e 3 motori elettrici

Bugatti Tourbillon: caratteristiche e dati tecnici del V16 e del primo powertrain ibrido della Casa francese

Eccola, la Bugatti Tourbillon, la nuova hypercar della Casa francese. Ha il compito di portare il brand nel futuro e lo fa aprendo un nuovo corso. Non tanto nello stile, evoluzione di canoni già visti e (giustamente) reinterpretati senza stravolgimenti, quanto nella meccanica.

La Bugatti Tourbillon, infatti, è la prima ibrida targata Mulsheim. Non solo: a parte l’adozione di una componente elettrica, la sportiva francese cambia anche l’unità termica presentando un motore ancora a 16 cilindri ma disposti a V e non, come ci hanno abituato Veyron, Chiron e deivate, W16.

Un’ibrida da 1.800 CV

Altra differenza: addio alla sovralimentazione. I turbocompressori (quattro) non ci sono più. Il V16 è aspirato. Tra i tanti dati che rendono questo propulsore fuori dal normale c’è anche quello sulla lunghezza, che si attesta intorno al metro. Da solo, questo V16 da 8,3 litri di cilindrata con bancate a 90° eroga 1.000 CV e 900 Nm e arriva a 9.000 giri.

Bugatti Tourbillon: caratteristiche e dati tecnici del V16 e del primo powertrain ibrido della Casa francese

Ad esso, come detto, si affiancano tre motori elettrici. Due sono piazzati all’anteriore, scaricano all’avantreno 680 CV e 3.000 Nm complessivi. Il terzo motore elettrico è piazzato dietro e ha una potenza di 340 CV. Insomma, da solo ha già valori da sportiva vera.

Nel complesso, il powertrain della Bugatti Tourbillon, abbinato a un cambio a doppia frizione a 8 marce montato longitudinalmente davanti al motore, arriva a 1.800 CV di potenza. Come si traducono questi valori su strada?
Bugatti Tourbillon: caratteristiche e dati tecnici del V16 e del primo powertrain ibrido della Casa francese

L’accelerazione ci guadagna

Passiamo alle prestazioni. La Bugatti Tourbillon raggiunge i 100 km/h con partenza da fermo in circa due secondi. I dati che fanno più impressione riguarda però lo 0-200, lo 0-300 e lo 0-400.

L’auto, in modalità “normale” raggiunge una velocità massima di 380 km/h ma con la Speed Key, la seconda chiave che toglie il limitatore, si può arrivare a sfrecciare a 445 km/h.

  • 0-100: <2″
  • 0-200: <5″
  • 0-300: <10″
  • 0-400: <25″

Bugatti Tourbillon: caratteristiche e dati tecnici del V16 e del primo powertrain ibrido della Casa francese

Grazie di tutto, W16

Dopo una storia lunga 20 anni, Bugatti manda definitivamente in pensione un motore che ha fatto la storia del marchio francese. Con esso dà anche definitivamente addio alle motorizzazioni esclusivamente termiche.

Bugatti Tourbillon: caratteristiche e dati tecnici del V16 e del primo powertrain ibrido della Casa francese

Il W16 ha debuttato nel 2005 con la Bugatti Veyron. Ha una cilindrata di 8 litri (unità quadra in cui corsa e alesaggio sono entrambi di 86 millimetri) e 4 turbo. Utilizzato su vari modelli del brand di Mulsheim ha raggiunto il suo apice sulla Bugatti Bolide, hypercar sulla quale toccava un picco di potenze di 1.850 CV a 7.000 giri e 1.849 Nm di coppia.

Flavio Briatore torna in Formula 1. Lo ha deciso Luca De Meo

©Alpine

Luca de Meo, CEO del Gruppo Renault ha nominato Flavio Briatore Consulente Esecutivo per la Divisione Formula 1.

L’annuncio arriva dal BWT Alpine F1 Team.

Briatore si concentrerà prevalentemente su questioni top level del team tra cui: ricerca dei migliori talenti ed analisi approfondita del mercato dei piloti, proponendo un’eventuale evoluzione dell’attuale progetto, valutandone la struttura ed offrendo consulenza su questioni strategiche inerenti lo sport.

flavio briatore
©Alpine

DS Performance testa la nuova Formula E GEN3 EVO

IL programma di preparazione alla stagione 2025 del Campionato di Formula E entra nel vivo per DS Performance. I due piloti del team, Jean-Éric Vergne e Stoffel Vandoorne hanno portato a termine la prima fase di test a bordo della nuova vettura GEN3 EVO, portando a casa dati importanti in vista dello sviluppo dell’auto.

DS Performance: al via i test

Presentata nel corso dell’E-Prix di Monaco ad aprile, la nuova GEN3 EVO, la nuova generazione delle vetture di Formula E scenderanno in pista in autunno in occasione dell’undicesima stagione del campionato di Formula E. Nell’attesa, tutti i team stanno effettuando svariate sessioni di test per mettere a punto l’auto in funzione del primo appuntamento stagionale.

DS Performance è scesa in pista sul tracciato di Maiorca in spagna, dove Vergne e Vandoorne hanno percorso 200 giri, raccogliendo importanti informazioni e dati sul comportamento del powertrain e del nuovo kit aerodinamico che ora gli ingegneri lavoreranno per i futuri setup della vettura. Prima del debutto in gara, i due piloti DS Performance effettueranno una seconda sessione di prove .

DS Performance: la parola a Franzetti

“La giornata di prove con Jean-Éric e Stoffel è stata molto istruttiva. Il team lavora con la GEN3 Evo e i nuovi pneumatici dall’inizio dell’anno, ma questa è stata la prima volta in cui abbiamo potuto disporre anche del nuovo kit di carrozzeria completo. Siamo impazienti di vedere quest’ultima vettura in pista durante la Stagione 11. Grazie alla trazione integrale e all’incredibile accelerazione, le gare saranno ancora più avvincenti!”.

Nexion acquisisce Tecalemit Garage Equipment Company Ltd

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Nell’ottica di ulteriore consolidamento nel settore del Garage Equipment, Nexion ha annunciato l’acquisizione, per il tramite della propria controllata Gemco UK Ltd, dell’attività e degli assets di Tecalemit Garage Equipment Company Ltd.

Tecalemit è un’azienda che dal 1922 fornisce attrezzature per officine, strumenti diagnostici, controllo tecnico e servizi nel Regno Unito.

Oltre 100 anni di storia che l’ha portata a divenire uno dei principali fornitori in questo settore nel mercato d’Oltremanica.

Gemco UK Ltd, parte del Gruppo Nexion, è la più grande società di vendita e assistenza di attrezzature Automotive del Regno Unito.

Essa commercializza, installa e fornisce assistenza per attrezzature di alta qualità per officine di auto e veicoli commerciali, con un team nazionale di tecnici per l’installazione, la manutenzione e la calibrazione.

Tecalemit continuerà ad operare nel territorio britannico con la denominazione di Tecalemit Workshop Equipment Ltd.

Giulio Corghi, Presidente del Gruppo Nexion:

“A nome del Gruppo Nexion, sono orgoglioso di dare il benvenuto a Tecalemit nel nostro network globale.

“Questa acquisizione segna un traguardo significativo, rafforzando ulteriormente la nostra posizione di leader nel settore Automotive Aftermarket nel mercato britannico”.

“La grande tradizione di Tecalemit si integra perfettamente con il nostro impegno verso la qualità e l’innovazione”.

“Con l’acquisizione di Tecalemit ci impegniamo a preservarne le attività, ottimizzandole grazie alla nostra forza operativa locale e globale”.

“Siamo fiduciosi che la condivisione dei nostri valori porti a nuovi sviluppi e ad una migliore offerta di servizi, aggiungendo ulteriori contenuti alle soluzioni che offriamo ai nostri clienti”.

Il Gruppo Nexion

Nexion, il cui headquarter è a Correggio (RE), è un gruppo integrato di aziende che opera in più di 150 Paesi con 13 stabilimenti produttivi, 19 filiali e 8 centri di ricerca e sviluppo in Italia, Germania, India e Cina.

Fondata nel 1954, Nexion è diventata leader mondiale nel settore Automotive Aftermarket, per il quale progetta, sviluppa, produce e commercializza un’ampia gamma di attrezzature e soluzioni per l’Automotive Repair.

L’offerta include attrezzature per il servizio alla ruota, ponti sollevatori, sistemi di calibrazione ADAS, strumenti diagnostici, strumenti per il controllo tecnico e altre soluzioni per la riparazione e manutenzione Automotive.

Il portfolio di marchi include:

  • Corghi,
  • Bright,
  • HPA-Faip,
  • Mondolfo Ferro,
  • Teco,
  • Sice,
  • Autopstenhoj,
  • Sherpa.

Volvo: ecco come sono sviluppate le nuove auto a Göteborg

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È ben nota, e per molti un atto di coraggio, la scelta di Volvo Cars verso la mobilità elettrica.

In Italia, si sa, l’elettrico stenta a trovare uno spazio al pari degli altri Paesi europei in cui la transizione è partita prima.

Ma dopo essere stati a Göteborg, per provare la nuova EX30 e la conosciuta EX40, che occupano i primi due gradini della gamma elettrica Volvo, e le XC60, XC90, V60 e V90 plug-in hybrid, in attesa della EX90 che andrà presto a chiudere verso l’alto la proposta ‘a batteria’, ci siamo resi conto della coerenza di questa scelta.

Sì, perché se Volvo ha fin dalle origini dato alla sicurezza attiva e passiva un’importanza primaria nella progettazione dei suoi veicoli, è naturale che oggi questa filosofia includa anche l’impatto ambientale.

Non stupisce quindi che altri nuovi modelli saranno determinanti per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e di riduzione delle emissioni di CO2 che Volvo Cars si è data per il 2030.

Per capire ciò che sta dietro la ‘visione’ di Volvo, è stata molto utile la visita effettuata presso lo stabilimento di Göteborg e al nuovo ‘World of Volvo’, uno spazio moderno e multifunzionale predisposto, come anche in altre città del mondo, inclusa Milano, per ospitare altre attività non prettamente legate all’auto ma, appunto, per farlo secondo la filosofia della Casa svedese che, pur facendo parte del Gruppo cinese Geely, ha mantenuto una completa indipendenza nelle fasi di sviluppo veicolo.

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Un pacco batterie alloggiato nel telaio che farà poi parte della struttura del veicolo.

Battery Lab di Volvo

La prima struttura interna allo stabilimento che visitiamo è il battery lab, ovvero il laboratorio dove vengono effettuate le prove sulle celle, i moduli e le batterie complete.

Inaugurato nella veste attuale nel 2017, si occupa di effettuare prove rivolte soprattutto a sviluppare batterie in grado di sostenere elevate potenze di ricarica per abbreviare i tempi di sosta alle colonnine, di aumentare l’autonomia a parità di peso e volume e, non ultimo, il tutto nel rispetto di rigorosi parametri di sicurezza.

Nel Battery Lab di Volvo vengono testati celle, moduli e batterie complete.

Le prove sono condotte in camere climatiche nelle quali sono riprodotte le più svariate condizioni d’impiego.

I test sono continui e seguono la rapida evoluzione dei componenti e della chimica.

Questo significa una sequenza ininterrotta di test per valutare tutte le nuove tecnologie che arrivano sul mercato ed eventualmente introdurle nella produzione, con lo scopo di migliorare le prestazioni del pacco batterie, la sicurezza e, possibilmente, ridurre i costi.

Un ‘cassetto’ per testare un modulo. Sul fronte gli attacchi rapidi al circuito di condizionamento.

Il laboratorio lavora in tandem con l’ingegneria e, insieme con un’analoga struttura a Shanghai, può effettuare fino a 300 test in contemporanea.

I laboratori dispongono di una quarantina di camere climatiche per testare le singole celle, i moduli (formati da più celle) e anche il pacco batteria completo.

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Una serie di camere climatiche per i test sulle batterie.

A disposizione di una tecnologia in continua evoluzione

Per i test sulle celle, ci sono camere climatiche di volume 3 m3 in grado di simulare temperature di esercizio da -30 a +70°C e condizionare in temperatura le celle con un sistema centralizzato di raffreddamento/riscaldamento a liquido.

I test su moduli e batterie sono condotti in camere climatizzate che hanno volume di 12 m3 e operano su un range di temperatura da -40 a +80°C e di umidità dal 10 al 98%, dotate ciascuna di un sistema di condizionamento in grado di mantenere temperature locali da -30 a +70°C con 5kW di potenza.

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Una batteria completa e pronta per un test di durata in camera climatica. È alimentata elettricamente (cavi arancio) ed è connessa ai sensori.

Allo scopo di velocizzare il set up delle prove, i cassetti che contengono i componenti in prova sono collegati elettricamente e idraulicamente (per il cooling) con connettori rapidi.

In una control room sono visibili i dati provenienti da tutte le camere climatiche in prova che sono quindi sorvegliate H24-7/7 dal personale.

Lo staff assegnato ai Battery Lab di Volvo è composto da ingegneri, tecnici e addetti ai macchinari.

L’ambiente di lavoro è, ovviamente, estremamente pulito e ordinato a mantenuto a una temperatura costante.

Nel laboratorio ci sono una quarantina di camere climatiche di varie dimensioni e caratteristiche tecniche.

La Galleria del Vento di Volvo

Dopo il Battery Lab è stata la volta del Wind Tunnel, un impianto installato a Göteborg nel 1986 e successivamente aggiornato per adeguarlo alle nuove prestazioni dei veicoli.

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L’impressionante ventola che spinge l’aria nel circuito chiuso della galleria del vento Volvo a Göteborg.

Nel 2007 sono  stati aggiunti il tappeto scorrevole metallico che simula il moto relativo tra veicolo e pavimento e i rulli che mettono in rotazione le ruote a una velocità angolare coerente con quella del flusso d’aria (e quindi del veicolo), che è stata elevata fino a 250 km/h.

Si tratta di un sistema ad anello a sezione squadrata orizzontale chiuso, lungo 165 metri in cui è inserita un’enorme ventola di diametro oltre 8 metri con 9 pale in fibra di carbonio mossa da un motore elettrico da 5MW.

Sui 4 spigoli dell’anello ci sono delle paratie costituite da superfici conformate per ridurre la turbolenza innescata dal vortice della ventola e rendere il più possibile laminare il flusso d’aria che investe il veicolo.

Un modello in scala che illustra la struttura ad anello della galleria, con le paratie nei cambi di direzione conformate per rendere e mantenere laminare il flusso d’aria che investe il veicolo.

La sezione maestra, da dove l’aria entra nell’area di test, è di 27 m2.

Il volume di prova è condizionato a temperature da +20 a +60°C, per condurre test ad alte temperature ambientali.

Per temperature sotto lo zero si utilizza un’altra struttura, sempre all’interno dello stabilimento.

L’importanza del sottoscocca

L’introduzione del tappeto scorrevole ha spostato la ricerca aerodinamica anche al sottoscocca, area nella quale oggi si lavora molto per la riduzione dei consumi, anche per effetto delle favorevoli superfici dei pianali delle auto a batteria.

Alle alte velocità (come noto la resistenza aerodinamica aumenta col quadrato della velocità del veicolo) l’influenza del sottoscocca e delle zone circostanti le ruote arriva al 50%, in pratica dà lo stesso contributo delle superfici di stile esposte al vento, normalmente considerate le più importanti per aumentare l’efficienza aerodinamica.

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All’interno della galleria, una pedana girevole notata di un nastro metallico che simula la strada in velocità e i quattro supporti rotanti per le ruote.

L’auto è posizionata su una piattaforma girevole con un angolo di imbardata di circa 30° per fare test aerodinamici anche col vento incidente sul corpo vettura anche ad angoli diversi da zero.

Il veicolo è appoggiato su celle di carico che registrano con estrema precisione le forze aerodinamiche sui due assi (drag force e lift force).

Durante le prove sono verificati la contamination, ovvero gli effetti della pioggia o dello spray d’acqua generato dalla strada), i fruscii aerodinamici (NVH) e le performance degli impianti HVAC.

Il getto di fumo per visualizzare l’andamento dei filetti fluidi che investono la forma del veicolo.

Simulazione sì, ma la sperimentazione ci vuole

Secondo il responsabile delle prove, che si è coerentemente definito un amante delle prove pratiche, “oggi la simulazione consente di creare in poco tempo tante configurazioni con prestazioni aerodinamiche molto vicine a quelle reali; tuttavia, gli ingegneri scelgono solo alcune di queste e poi le portano in galleria del vento per le prove in quello che noi definiamo ‘il mondo reale’, dove subentrano fattori che a oggi non possono ancora essere simulati con la necessaria precisione. Su questi modelli vengono poi fatti gli affinamenti sui dettagli che, alla fine, fanno la differenza in termini di efficienza e portano alla soluzione definitiva”.

Abbiamo verificato di persona la spinta sul nostro corpo di un flusso d’aria a 70 km/h. Già in queste condizioni la minima variazione d’assetto porta a variazioni della spinta.

Immaginate a 180 orari (velocità massima autolimitata delle Volvo) come anche una piccola imperfezione possa far variare la resistenza aerodinamica in modo sostanziale.

Volvo Car Exploration and Enabling Labs

Sotto questo nome si cela una struttura di ricerca che utilizza molti strumenti, dalla Extended Reality (XR), che si riferisce agli ambienti reale e virtuale e alle iterazioni uomo-macchina, a robot o veicoli reali attrezzati, per sperimentare nuove idee su prodotti e servizi per l’utente, lo sviluppo di nuove user interface e l’ottimizzazione della HMI.

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La simulazione della HMI utilizza anche la realtà virtuale.

Abbiamo assistito alla dimostrazione di come, utilizzando la realtà virtuale per calarsi nell’abitacolo, sia possibile ‘toccare’ i comandi e ricavarne la sensazione della più corretta ergonomia senza ricorrere alla più lunga e costosa prototipazione.

Questo approccio consente di sperimentare un numero enorme di soluzioni diverse in poco tempo e di poter scegliere le migliori per la successiva sperimentazione su oggetti reali, riducendo i tempi e i costi di sviluppo e dando maggiori possibilità creative ai progettisti.

Lo stesso approccio è applicato per simulare le iterazioni tra chi occupa l’abitacolo, il veicolo e l’ambiente esterno in varie situazioni critiche di traffico, possibili ma spesso non facilmente ritrovabili nel mondo reale, utilizzando un’auto reale attrezzata di opportuni sistemi hardware e software per riprodurre la guida su strada senza far uscire l’auto dallo stabilimento.

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Un’auto attrezzata per i test di reazione degli occupanti alle diverse condizioni di guida e di traffico.

Da qui possono essere sviluppati nuovi layout di visualizzazione per offrire al cliente le informazioni più necessarie in modo facilmente fruibile, incluse gli avvisi di pericolo e l’intervento dei dispositivi di assistenza alla guida, fino a simulazioni di guida autonoma.

Massima cura anche dell’acustica

Nel laboratorio c’era anche un esempio di vettura attrezzata per lo sviluppo dell’acustica nell’abitacolo, per trovare in questo caso il miglior compromesso tra qualità del suono e isolamento verso l’esterno dell’abitacolo.

Un’altra volvo attrezzata con un’apparecchiatura di simulazione dei suoni nell’abitacolo e controllare l’acustica.

Come suono si intende ovviamente non solo quello dell’impianto audio propriamente detto ma anche tutti i suoni da allarme e avvertimento che devono essere calibrati in modo da risultare udibili e richiamare l’attenzione del guidatore senza essere fastidiosi (ad esempio l’avviso di cintura non allacciata o l’anticollisione in manovra) che sappiamo ora essere il frutto di uno studio approfondito concretizzato poi con le sensazioni dirette degli utenti.

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Un tecnico illustra la piattaforma ASX di sviluppo dell’acustica veicolo. Essa include anche il controllo dei suoni verso l’esterno, utilizzato per segnalare il sopraggiungere dei veicoli elettrici.

Simulatore dinamico di guida

Presso la struttura di Göteborg è installato anche un simulatore di guida che è utilizzato in modo esteso per ottimizzare la dinamica per rendere il veicolo prevedibile nel comportamento, facilmente controllabile e confortevole.

Una metodologia, questa, che oggi non è ovviamente esclusiva di Volvo, ma che la Casa svedese si vanta di essere stata tra le prime a utilizzare con un simulatore avanzato fin dal 2014.

Un’immagine del simulatore di guida.

Come nel caso della galleria del vento, anche in questo caso la simulazione è complementare alle prove su strada, consentendo di sperimentare in modo virtuale una grande quantità di differenti set-up in altrettanto diversi scenari, resi virtuali con dati derivati da situazioni reali, come quella dei proving ground al nord della Svezia o l’IDIADA di Barcellona o la pista di Hällered vicino a Göteborg.

La possibilità di provare diverse soluzioni su auto esistenti o su prototipi in fase di sviluppo nelle stesse condizioni del percorso consente test comparativi impossibili da fare nel mondo reale con lo stesso grado di riproducibilità.

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La control room del simulatore.

Volvo Car Safety Centre

Un altro vanto di Volvo è l’aver posto, fin dalla nascita e per espresso desiderio dei fondatori, la sicurezza dei propri veicoli come prioritaria.

Sono infatti innumerevoli le innovazioni portata da Volvo in questo settore, a cominciare dall’ormai leggendaria prima cintura di sicurezza a tre punti (1959), divenuta poi universalmente utilizzata su tutti i veicoli in circolazione.

Una virtuosa cronologia di eventi che passa dal seggiolino per bambini rivolto all’indietro (1972) alla struttura di protezione dell’impatto laterale (1991), dallo studio delle protezioni gonfiabili per proteggere varie zone del corpo degli occupanti (air-bag e affini) al rivelatore degli angoli ciechi (2004), dal dispositivo anticollisione coi ciclisti (2013) al limite di velocità predefinito per tutti i veicoli volvo (2020).

Tutti step verso la sicurezza assoluta (obiettivo zero incidenti) che Volvo vuole contribuire a raggiungere anche attraverso un laboratorio di crash test che per esperienza e tecnologie applicative e all’avanguardia.

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Il Safety Centre di Volvo vanta una lunga tradizione nei crash test in ogni condizione e ogni angolo di incidenza sul veicolo.

Crash Test di ogni tipo

A Göteborg possono in pratica essere simulati ogni tipo di crash test, frontali, laterali e posteriori contro barriere da massa elevatissima (quello principale che abbiamo visto da vero è di 850 ton); altre barriere fisse e mobili simulano altre situazioni, incluso l’impatto con animali di grossa taglia, non infrequenti in queste zone ma non raro anche da noi, con la ripopolazione dei cinghiali.

Una delle aree dove maggiormente si è concentrata la ricerca di questo laboratorio è quella della sicurezza agli impatti laterali, dove negli ultimi 30 anni sono stati fatti progressi fondamentali, sia in termini di sicurezza attiva (il SIPS, Side Impact Protection System è un’invenzione Volvo di inizio anni ‘90) con l’uso di più air-bags conformati e posti in posti strategici dell’abitacolo per contenere i traumi al collo, al bacino alla colonna vertebrale e alla testa, ai sensori per prevenire il contatto fino alle strutture di assorbimento dell’urto.

Ribaltamenti e situazioni derivate dalla perdita di controllo del veicolo vengono riprodotti in un’area esterna.

In definitiva una carrellata utile per immergersi nel ‘mondo Volvo’ ed essere parte della filosofia costruttiva di questa Casa.

Pur non essendo operativamente semplice, siamo convinti che un percorso come questo sarebbe utile anche all’utente finale per prendere consapevolezza della complessità e della sofisticata tecnologia applicata nella ricerca di migliorare la sicurezza dei veicoli e, perché no, fidelizzare il cliente rendendolo partecipe di una condivisa filosofia progettuale e costruttiva.

Hyundai Bayon, in vendita il restyling in stile Kona

Lanciata nel 2021 come modello d’accesso alla gamma dei B-SUV, Hyundai Bayon 2024 oggi conferma il ruolo specie in considerazione della crescita di Kona che si è riposizionata un po’ più in alto.

Proprio a Kona si ispira il restyling estetico, che dona a Bayon un aspetto più “importante”  e high tech. Non è tutta estetica, comunque, perché con il nuovo listino appena diffuso la Casa coreana conferma aggiornamenti anche sul piano delle emissioni e delle tecnologie di bordo.

Nuovo look, stesse misure

Definita “Urban SUV”, Hyundai Bayon 2024 non evidenzia variazioni di sostanza nelle misure, con lunghezza di 4,18 metri, ma si rinnova nel design e nelle funzionalità.

Nel frontale spicca la barra luminosa che unisce le luci anteriori diurne a Led che ripropone la firma luminosa Seamless Horizon. Anche forma e disegno del paraurti anteriore sono stati modificati, con una nuova griglia inferiore, per dare al modello più grinta e carattere. Anche il posteriore è stato ritoccato e caratterizzato anche tramite i gruppi ottici a forma di freccia. Ridisegnati, infine, i cerchi, da 16″ o 17″ secondo gli allestimenti.

Hyundai Bayon 2024, gli interni (foto Hyundai)

Cresce l’infotainment

L’aggiornamento non poteva non estendersi anche alla voce “connettivita” con consistenti upgrade. Infatti, Hyundai Bayon 2024 offre ora di serie navigatore con schermo touch da 10,25” e tecnologia Hyundai Bluelink e servizi Live. Conquesti si può accedere in tempo reale a previsioni sul traffico, ricerca di parcheggi, ristoranti e altri punti d’interesse. Sono serie anche Apple CarPlay, Android Auto, e gli aggiornamenti delle mappe Over The Air.

Nuova Hyundai Bayon 2024, vista posteriore (foto Hyundai)

Motori più puliti e servizi di sicurezza

La gamma dei propulsori non cambia, ma si adegua agli standard Euro 6E. Ritroviamo dunque il motore 1.2 a benzina da 80 CV e il 1.0 T-GDI con turbo e iniezione diretta da 100 CV, disponibile anche nella variante mild hybrid a 48 V su cui è disponibile in opzione cambio automatico a doppia frizione DCT.

La lista dei sistemi di assistenza alla guida soddisfa la normativa GSR2b e comprende nel pacchetto Hyundai Smart Sense dispositivi come il Forward Collision Assist (FCA) con le funzioni City, Urban, Pedestrian e Cyclist. Ci sono poi il Lane Following Assist (LFA) pe rmantere il centro corsia, e il Rear Occupant Alert (ROA) che segnala la presenza di oggetti o persone sui sedili posteriori quando si esce.

Hyundai Bayon 2024 offre anche il Blind-Spot Collision-Avoidance Assist (BCA), che utilizza sensori perimetrali per monitorare gli angoli ciechi e può attivare una frenata d’emergenza per evitare collisioni o ridurne i danni. In più, il modello rinnovato dispone di eCall di seconda generazione, che avvisa automaticamente i servizi di emergenza se gli airbag del veicolo si aprono.

I prezzi

Il nuovo listino di Hyundai Bayon 2024 parte da 21.150 euro per la 1.2 in allestimento Xtech, disponibile in questa sola combinazione. La gamma prosegue con i livelli Xline e Xclass, che hanno un range compreso tra 22.800 euro (1.2 Xline) e 28.250 (1.0 T-GDi 48V Xclass).

Hispano Suiza Carmen Sagrera: l’hypercar spagnola arriva a 1.115 CV

Sconosciuto o quasi alle masse, tra gli appassionati d’auto d’epoca conta ancora orde di ammiratori, sia per l’eleganza delle vetture realizzate sia per i successi conquistati nelle competizioni sportive. Stiamo parlando del brand Hispano Suiza, fondato nel 1904 a Barcellona. Il marchio celebra oggi i 120 anni dalla nascita con una versione speciale della sua Carmen, l’hypercar elettrica che è stata presentata nel 2019 per riportare in vita il brand.

L’auto arriva a completare una gamma che conta anche Carmen e Carmen Boulogne. Lo fa proponendosi come versione al vertice sia per prestazioni pure, grazie a una meccanica rivisitata, sia per la dinamica di guida, grazie a una serie di modifiche estetiche che introducono un’aerodinamica più efficiente. Andiamo con ordine.

Hypercar con le ali

La Hispano Suiza Carmen Sagrera si riconosce, oltre che per il nuovo colore Cava Gold – una tinta opaca e tridimensionale ricca di sfumature che cambia in base all’incidenza della luce – per una serie di dettagli specifici. Davanti compare una nuova mascherina che dà aria a un radiatore che consente di raffreddare efficacemente batteria ed elettronica e nuove prese d’aria aggiuntive che donano un look più aggressivo e racing oriented.

Hispano Suiza Carmen Sagrera

Sempre davanti arriva anche uno spoiler che indirizza i flussi sotto il corpo vettura e aumenta il carico all’avantreno. Tra le modifiche più evidenti c’è poi l’ala posteriore, che è divisa in due, con attacco centrale, a ricordare le ali di una cicogna in volo, animale simbolo del brand catalano.

Estetica a parte, la Carmen Sagrera porta al debutto un nuovo powertrain che si compone di una batteria da 103 kWh (prima erano 80) che alimenta 4 motori elettrici, tutti al retrotreno, disposti 2 per ruota.

Da 0 a 100 in 2″6

L’auto, rigorosamente a trazione posteriore e con differenziale autobloccante virtuale, sviluppa 1.115 CV e una coppia di 1.160 Nm. Quanto basta per scattare da 0 a 100 in 2”6. Forte di un’autonomia di 480 km, secondo quanto omologato nel ciclo WLTP, dopo il debutto statico della scorsa settimana, la vettura si appresta a correre al Goodwood Festival of Speed in programma a metà luglio.

Hispano Suiza Carmen Sagrera

Tra le migliorie apportate alla Carmen Sagrera, anche un nuovo assetto, sospensioni alleggerite grazie all’uso di un materiale speciale di derivazione militare (fino a 8 volte più resistente dell’acciaio convenzionale). Arrivano poi viteria di stampo racing e un nuovo impianto frenante con pinze monoblocco che pesano 500 grammi in meno rispetto alle precedenti.

Il carbonio aiuta a contenere il peso

L’auto, come le altre Carmen, ha scocca e carrozzeria totalmente in carbonio, così da arrivare a un peso di soli 1.875 kg. Monta cerchi in lega da 20” con speciali pneumatici Michelin Pilot Sport 4S che sono stati firmati con lo stesso motivo grafico che è presente sulla fiancata della vettura.

Francesc Arenas, a capo del design, ha spiegato lo spirito del modello: “il team ha lavorato per preservare l’eredità sportiva che ha sempre contraddistinto i nostri veicoli. Per questo si è ispirato a modelli iconici come l’Alfonso XIII e cercando di esaltare il concetto originale di gentleman driver”.

Sergio Marinez Campos, amministratore delegato di Hispano Suiza, ha dichiarato: “Con la Sagrera consolidiamo la gamma della Carmen. Siamo molto orgogliosi di quanto abbiamo ottenuto in soli 5 anni e il 2024 sarà per noi l’anno dell’accelerazione, con il debutto su nuovi mercati, Stati Uniti inclusi”.

Lifestyle firmato BMW e Mini

Lifestyle. L’acquisto di un’automobile, o meglio, visto il proliferare di formule alternative, la sua presa di possesso è un momento importante.

Ma dura il momento emozionale della consegna delle chiavi.

Da lì in poi la qualità del servizio offerto da una Casa si ribalta nel cosiddetto post-vendita o, se vogliamo utilizzare una terminologia più attuale, il Customer Care.

BMW, e di conseguenza Mini, hanno fatto di questo servizio un fiore all’occhiello, perché sanno che è proprio su questo che si basa la soddisfazione del cliente sul lungo termine e che questo è un elemento chiave di fidelizzazione.

Lo ha ribadito Dario Mennella, Customer Support Director BMW e Mini nel corso della presentazione della collezione Lifestyle presso la House of BMW, in via Monte Napoleone 12 a Milano, simbolo esso stesso di lifestyle.

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Dario Mennella, Customer Support Director BMW e Mini

“L’occasione è importante, perché mai come questa volta la collezione di accessori lifestyle è stata completamente ripensata e ricreata rispetto al passato”, ha esordito Mennella.

“Vogliamo rivolgerci a un nuovo target di pubblico, a coloro che vivono nel mondo dei social media, a coloro che sono un’espressione nuova di contatto con il brand. Un entusiasta del lifestyle e della moda.

Per questo i nostri capi d’abbigliamento cambieranno secondo la stagionalità tipica della moda”.

La collezione guarda anche a quelli che potranno essere futuri clienti BMW e Mini, con modellini statici e motorizzati per i più piccoli.

Materiali sostenibili, processi produttivi sostenibili, ergonomia e cura del dettaglio sono punti focali di ogni accessorio della nuova linea.

Biciclette BMW Exploro by 3T

Ci sono anche partner nuovi che contribuiscono ad allargare e arricchire l’offerta. Tra questi un posto di rilievo lo riveste 3T, marchio storico nato nel 1861 a Torino come Tecnotubo Torino che fabbricava componentistica per le bici da corsa.

Negli anni ’90 ha cessato la produzione di componenti per riaffacciarsi sul mercato nel 2005 come costruttore di biciclette, tanto da proporre, nel 2015, uno dei primi esempi europei di bicicletta di tipologia ‘gravel’, che si posiziona a metà strada tra la classica bicicletta da corsa e una mountain bike.

Una sorta di SUV a pedali, quando il SUV impersonava ancora la propensione alla marcia fuoristrada. Oggi i Suv si sono molto ‘civilizzati’ ma con le quattro ruote motrici e l’asseto rialzato, continuano la tradizione dei predecessori.

3T ha sede a Bergamo, dove c’è un centro tecnico di R&D che studia i telai di alta gamma e ne segue la produzione in Italia con un processo esclusivo.

Nasce così la serie di biciclette BMW Exploro che si estende su tre tipologie per soddisfare un’ampia gamma di utilizzo.

I clienti possono infatti scegliere tra una gravel, una stradale o una bicicletta urbana, ognuna delle quali può essere ordinata anche con la pedalata assistita con un motore elettrico Mahle X20, posto nel mozzo posteriore.

Sei modelli, ciascuno in sei taglie

Un totale quindi di sei modelli. Tutti le hanno il telaio in fibra di carbonio, che può essere ordinato in una scelta di sei misure.

Altre esclusività tecniche sono il cambio elettronico wireless a 12 velocità del gruppo SRAM Rival AXS.

Con un pignone da 40 denti e una cassetta da 10-44 denti, l’unità offre sempre il rapporto giusto.

I freni idraulici SRAM Rival utilizzano dischi da 160 millimetri. L’integrazione completa del sistema elettrificato e il basso peso del motore elettrico conferiscono alle e-bike BMW Exploro un design quasi identico a quello delle versioni classiche.

La partnership con 3T ripercorre gli standard BMW anche per la manutenzione, specie in Italia. 3T ha un servizio di customer service interno dedicato ai clienti BMW per mantenere anche per le biciclette l’elevato livello di assistenza tipico del prodotto BMW e Mini.

lifestyle

BMW Art Car capsule collection by PUMA

Per celebrare il 100° compleanno del leggendario artista Roy Lichtenstein (1923 – 1997), BMW M Motorsport si è unita a PUMA per presentare una collezione esclusiva legata al fascino di Le Mans e delle BMW Art Cars.

Lichtenstein ha svolto un ruolo determinante nella scena artistica degli anni ’50 e ’60 con le sue opere ispirate ai fumetti. Nel 1977 ha realizzato un capolavoro su quattro ruote nell’ambito del progetto BMW Art Car. 

Set LEGO per BMW Motorsport

La collaborazione tra BMW M Motorsport e LEGO® ha dato vita al set Speed Champions costituito da un totale di 676 pezzi, per riprodurre la BMW M Hybrid V8 e la BMW M4 GT3. Un lavoro di pazienza per i giovani oltre e 9 anni che non mancheranno di appassionare anche i genitori.

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Baby Racer: lifestyle per i più piccoli

L’iconico BMW Baby Racer è un elemento popolare della Collezione Lifestyle BMW da oltre 30 anni. Alla sua quarta generazione, vuole trasmettere il ‘piacere di guidare’ ai giovanissimi.

Basato sul design dei veri modelli BMW, il nuovo BMW Baby Racer è molto più di una semplice versione in miniatura e sa offrire anche ai bambini un ‘assaggio’ del comfort, col nuovo sedile morbido in colori a contrasto, il volante ergonomico a tre razze e le ruote pneumatiche silenziose realizzate con materiali riciclati.

Sul frontale non manca la griglia a doppio rene BMW nel design più recente del marchio.

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Michelin ambisce a diventare leader nei compositi

La recente 24 Ore di Le Mans, vinta dalla Hypercar Ferrari 499P, ha portato alla ribalta l’enorme mole di ricerca che sta dietro ogni componente di questi prototipi.

Ovviamente si fa ampio utilizzo dei cosiddetti materiali compositi, che tutti identificano coi manufatti costituiti da una matrice, tipicamente in resina epossidica, che ingloba gli elementi di rinforzo, la fibra di carbonio, appunto, oppure di vetro o kevlar.

La combinazione di questi due o più elementi, le cui proprietà si completano a vicenda, forma un prodotto con prestazioni superiori in termini di resistenza meccanica e massa contenuta.

Anche la struttura degli pneumatici, può essere assimilata a un manufatto  ‘composito’, poiché le materie prime che li costituiscono, con proprietà molto diverse, sono in grado di fornire caratteristiche prestazionali talvolta opposte: ad esempio, aderire all’asfalto e frenare in maniera efficace mantenendo una durata elevata, essere flessibili ma allo stesso tempo resistenti.

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L’esperienza Michelin nei compositi nasce dalle corse

Coi suoi Pilot Sport Endurance, Michelin è fornitore esclusivo degli pneumatici per la categoria Hypercar alla 24 Ore di Le Mans e nel WEC.

In questi veicoli molto veloci e con carico aerodinamico elevatissimo, i pneumatici sono sottoposti a stress importanti che per essere superati implicano notevoli sfide tecnologiche, lavorando specialmente sui materiali che compongono la struttura e le mescole di gomma.

Queste hypercar sono dei laboratori dinamici che consentono di raccogliere dati importanti per lo sviluppo del prodotto, che oltre alle prestazioni deve anche soddisfare imprescindibili requisiti ecologici che implicano un continuo incremento della percentuale di materiali rinnovabili e riciclati.

Per accrescere la conoscenza e competenza sui materiali, Michelin prosegue nella sua strategia di crescita esterna, con l’acquisizione di aziende che operano in nicchie di mercato ad altissima specializzazione.

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È il caso, ad esempio, della società Flex Composite Groupe (FCG), specializzata in materiali compositi innovativi per l’industria automobilistica, marittima, sportiva, industriale e delle infrastrutture.

Il know-how di FCG, unito a quello di Michelin, permetterà di andare ancora più lontano nella gestione e nella messa a disposizione di questi materiali altamente tecnologici.

Alcune applicazioni concrete

Michelin sta investendo nel mondo della nautica con materiali destinati alla produzione di gommoni semirigidi, boe e imbarcazioni di salvataggio. Si tratta di tessuti che combinano una fibra tessile con un polimero, tipicamente neoprene, per creare manufatti di elevata resistenza meccanica e perfetta impermeabilità, anche se sottoposto ad elevate sollecitazioni in condizioni estreme.

Un’altra area che vede Michelin impegnata direttamente è quella della protezione dei vigili del fuoco. Per questo scopo il Gruppo Michelin ha sviluppato indumenti antincendio a raffreddamento controllato che mantengono la temperatura della pelle al di sotto dei 43°C e la temperatura corporea non oltre i 39°C.  Ciò si ottiene grazie alla combinazione di un tessuto tecnico esterno protettivo e di uno strato interno che consente la circolazione di aria fresca.

Nel settore industriale, Michelin produce materiali sempre più robusti per i trasportatori impiegati nell’industria dei minerali metallici e della raccolta agricola. In particolare, produce un nastro trasportatore realizzato con un materiale composito altamente resistente e duraturo nel tempo, in grado di funzionare con temperature estreme di 200°C, con picchi fino a 400°C.

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Nel settore della mobilità e del motorsport, la fibra di carbonio preimpregnata prodotta dalla società Angeloni Group, di proprietà Michelin, viene utilizzata per realizzare parti di carrozzeria e ali per auto da corsa. Oltre che nel mondo del Motorsport, questi materiali compositi high-tech – che si presentano sotto forma di tessuti – sono impiegati in un’ampia gamma di settori. Leggeri, modulari e molto resistenti, sono ideali per la produzione di telai di biciclette ad alte prestazioni, così come per altre attrezzature sportive professionali, tra cui caschi da sci e remi da canottaggio.

Queste diverse applicazioni confermano la determinazione del Gruppo Michelin a diventare leader mondiale nel campo dei materiali compositi dedicate a un ampio spettro di impieghi.

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