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Come funziona il motore a Ciclo Otto

Quando parliamo di un motore a scoppio, il ciclo di funzionamento considerato basilare è il classico “Ciclo Otto”. A questo si rifanno infatti la quasi totalità dei propulsori alimentati a benzina e le loro varianti a gas, metano, alcool e via dicendo.

Il ciclo non dipende dal numero o dalla disposizione dei cilindri, in quanto accomuna propulsori da uno a 12 o più cilindri in linea, a V o contrapposti. Definisce invece le fasi del suo funzionamento, ossia le “operazioni” che il motore svolge per completare il processo che gli permette di generare energia dal combustibile.

Curiosità e cenni storici

Chissà se nel lontano 1853, più precisamente il 6 giugno, all’accademia dei Georgofili di Firenze si erano resi conto della rivoluzionaria importanza che il documento presentato loro avrebbe avuto per l’umanità intera. Fu in questo luogo infatti che Eugenio Barsanti e Felice Matteucci depositarono il primo documento ufficiale relativo ad un motore a scoppio. Una macchina in grado di trasformare l’energia data dallo scoppio di una miscela di aria ed idrocarburi in energia meccanica.

Tuttavia è il nome dell’ingegnere tedesco Nikolaus August Otto che rimane impresso ad eterna memoria come “padre” del motore a combustione interna. A lui si deve infatti il brevetto del più celebre cicli termodinamici che ne caratterizza il funzionamento, il ciclo “Otto”. A onor del vero, il suo perfezionamento e la conseguente diffusione si deve ad altri due pionieri dell’autotrasporto, Gottlieb Daimler e Wilhelm Maybach.

Come funziona

Che si tratti di un motore a due tempi (il ciclo si completa in una rotazione dell’albero motore) o di un motore a quattro tempi (due rotazioni dell’albero motore), le fasi che descrivono macroscopicamente il principio di funzionamento di un motore a ciclo “Otto” sono sempre le stesse, e sono quattro: compressione-scoppio-espansione-scarico.

Di seguito verrà descritto il ciclo ideale applicato ad un motore a quattro tempi.

  • Fase di aspirazione (0-1):

Il pistone si trova al Punto Morto Superiore (PMS), la valvola di aspirazione è idealmente già aperta. Grazie al movimento del pistone verso il Punto Morto Inferiore all’interno del cilindro viene immessa la miscela di aria/benzina. Il ciclo ideale prevede che questa fase sia isobara.

  • Fase di compressione: (1-2):

Il pistone percorre il percorso inverso (da PMI a PMS) comprimendo l’aria affinché la pressione in camera di combustione aumenti (ma non troppo, vedremo di seguito il perché). Le valvole di aspirazione e scarico sono idealmente chiuse, la fase è teoricamente adiabatica.

  • Fase di scoppio (2-3)

Il pistone si trova al PMS, l’innesco della miscela avviene tramite una scintilla generata dalla candela. Le valvole di aspirazione e scarico sono chiuse, il ciclo ideale prevede che questa fase sia istantanea, a volume costante (isocora).

  • Fase di espansione (3-4)

Spinto verso il basso dall’enorme energia generata dalla combustione (si superano i 40 bar di pressione, come se ci trovassimo a 400 metri sott’acqua circa) il pistone raggiunge il PMI. Il ciclo ideale prevede che questa trasformazione sia adiabatica.

  • Fase di scarico (4-5 e 5-0)

In una prima fase i gas di scarico, i “prodotti della combustione”, fuoriescono tramite l’apposita valvola poiché la pressione all’interno del cilindro è maggiore della pressione atmosferica (fase idealmente isocora). Successivamente il pistone, risalendo verso il PMS, forza i gas ad uscire. Questa fase idealmente è isobara.

Il ciclo Otto ideale (grigio) e quello reale (giallo)

È stata spesso usata la parola “ideale” perché il ciclo “reale” (tecnicamente di definisce indicato) presenta alcune differenze che vanno a discapito di quest’ultimo. Nei motori installati sui nostri veicoli le fasi adiabatiche sono in realtà politropiche (cessione di energia sottoforma di calore), le isobare e le isocore non sono a pressione e volume costante a causa dell’inerzia che caratterizza i sistemi meccanici. La differenza tra ciclo reale ed ideale (giallo VS grigio nel disegno qui sopra) si definisce rendimento, fortemente penalizzato nel caso “reale”.

BEDPLATE

Pro e Contro

I motori endotermici a ciclo otto hanno il grande vantaggio rispetto ai principali “concorrenti” (motori endotermici a ciclo diesel) di poter raggiungere frequenze di rotazione più elevate, a tutto vantaggio della potenza specifica. Sono inoltre più leggeri e con più semplici accorgimenti posso funzionare con carburanti alternativi (metano/GPL).

Il principale aspetto penalizzante i motori a ciclo “otto” è l’impossibilità di realizzare rapporti di compressione molto elevati. Pena, l’innesco della miscela aria/benzina in modo incontrollato a discapito del rendimento.

BMW Serie 1, la compatta riprende carattere

Con la terza generazione, codice F40, lanciata nel 2018, e il passaggio alla trazione anteriore la BMW Serie 1 ha guadagnato spazio, razionalità ed efficienza. Ha tuttavia rinunciato all’elemento che più la distingueva tra le compatte, omologandosi un po’ troppo secondo alcuni pareri, ai canoni del segmento. La nuova F70 oggi ha quindi prima di tutto il compito di recuperare un po’ di quello spirito. Malgrado nasca sempre sulla medesima piattaforma e conservi invariati passo e larghezza, mostra un profonda evoluzione mirata proprio a restituirle l’antica grinta nell’estetica quanto nella sostanza. Per coglierla basta guardare il listino, che parte dai 34.400 euro della 116 e arriva i 56.500 della poderosa M135xDrive. Tutti gli allestimenti ad eccezione di quelli partenza contengono la parola MSport.

BMW Serie 1: come è fatta

Stessa piattaforma, la UKL2 condivisa con la Serie 2 Active Tourer e Grand Coupé, X1, X2 e con tutti i modelli Mini con più di tre porte, ma con importanti revisioni. Rispetto alla precedente BMW Serie 1 F40, la F70 ha sospensioni riviste con vari elementi di irrigidimento. Lo schema MacPherson anteriore ha barre di rinforzo tra la scocca e i duomi dei montanti, ammortizzatori a risposta variabile a seconda dell’ampiezza della compressione e nuovo servosterzo elettrico a pignone singolo. Il retrotreno a ruote indipendenti poggia su un supporto rinforzato con bracci incrociati. In più, entrambe le barre antirollio hanno nuovi cuscinetti con elevato precarico. La M135 xDrive aggiunge una barra duomi trasversale, ammortizzatori dal settaggio specifico e ulteriori elementi di irrigidimento, freni potenziati con le stesse pinze di M3 ed M4.

Questo upgrade da solo basta già a far capire in che direzione è voluta andare la Casa bavarese per ridare il giusto carattere al suo modello di accesso, ma anche l’estetica esprime bene il concetto. Se la scocca e la sezione posteriore sono rimaste pressoché invariate, la linea del frontale è invece stata rimodellata con un profilo più spiovente che dà enfasi alla lunghezza del cofano.

BMW SERIE 1 – 120d (foto BMW)

Qui si concentrano i 42 mm in più rispetto al modello precedente per una lunghezza che ora tocca i 4,361 mm. Come accennato la larghezza, 1.800 mm, e il passo, 2.670 mm, sono quasi invariati. L’altezza è invece cresciuta di 25 mm toccando quota 1.459 mm. Arrivano poi nuovi fari e una calandra in cui il classico doppio rene è ormai diventato quasi un unico elemento. La griglia è a maglie oblique e a richiesta, può essere dotata di illuminazione interna. Sono poi cresciute anche le ruote, che ora hanno un diametro più generoso pur mantenendo cerchi da 17” e 18”, con l’opzione dei 19″ e gomme semi-slick per la M135.

BMW M135 xDrive, la plancia (foto BMW)

Totalmente rivoluzionati, gli interni della BMW Serie 1 come prevedibile seguono l’orientamento già mostrato da X1 e X2. Il passaggio definitivo ai cambi automatici è accompagnato da un selettore per le modalità di guida annegato nel tunnel e dalle palette dietro il volante. La nuova plancia, particolarmente pulita, è dominata dal grande Curved Display che ingloba il quadro strumenti da 10,25” e uno centrale da 10,70”. Qui le funzionalità touch mandano in pensione anche la tipica manopola dell’iDrive. La zona di carico offre una capienza di 380 litri, 1.200 abbattendo i sedili posteriori (300/1.135 per le versioni mild hybrid a causa dell’ingombro della batteria).

BMW SERIE 1 – Il vano motore della M135 xDrive

BMW Serie 1: la meccanica

Escludendo le revisioni al telaio di cui abbiamo già detto, la prima novità è “nominale” e riguarda i motori a benzina. Questi perdono la tipica “i” conservando la sola sigla numerica, mentre rimane al suo posto la “d” che contraddistingue i Diesel. L’altra novità riguarda le motorizzazioni stesse. Arriva il sistema mild hybrid a 48 Volt, introdotto sulla 120 a tre cilindri da 1,5 litri e 170 CV, sulla 123 xDrive 2.0 quattro cilindri a trazione integrale da 218 CV e sulla 120d da 163 CV. Le verisoni base 116 e 118d (1.5 e 2.0) da 122 CV e 150 CV sono ancora prive di aiuti elettrici. Idem per il top M135 xDrive con motore 2.0 portato a ben 300 CV. Sull’intera gamma il cambio è a doppia frizione con sette rapporti.

BMW Serie 1: come va

Il primo contatto con la nuova Serie 1 è avvenuto con la versione possiamo dire più classica, la 120d. Resta tra le più richieste e con la tecnologia mild hybrid a 48 V promette consumi ancora ridotti (tra 4,3 e 4,6 l/100 km). L’apporto del motore elettrico dona ulteriore fluidità sin dalle partenze e addolcisce gli ultimi sprazzi di ruvidità del motore anche nelle fasi di stop e start. Gli interventi a livello di telaio si sentono e si apprezzano, la guida ha guadagnato reattività e prontezza nella risposta. Il percorso di prova, tra autostrada e traffico dei piccoli centri a nord di Milano, ha però messo in evidenza soprattutto il comfort, elevato nonostante l’assetto più sportivo.

BMW M135 xDrive, il posteriore (foto BMW)

Dentro la digitalizzazione convince, anche se il display strumenti, che utilizza soltanto una porzione del grande pannello curvo per essere sempre ben visibile dietro al volante, sembra più piccolo di quanto non sia. Il navigatore, nel corso della prova, ha invece evidenziato qualche dettaglio migliorabile nella localizzazione e nelle indicazioni vocali dovute a traduzione imperfetta. In generale gli interni sono sobri, solo all’apparenza più poveri che in precedenza per via dell’eliminazione di molti comandi fisici. Abolita la pelle di origine animale, che sopravvive soltanto nei rivestimenti più pregiati top di gamma e altrove è sostituita da tessuti ecologici. Restano le plastiche dure nella parte inferiore della plancia, mentre i rivestimenti delle portiere sono curati e piacevoli.

BMW SERIE 1 – Le sospensioni della M135 xDrive

Dall’altro capo del listino della BMW Serie 1 c’è la M135, anch’essa utilizzata ben al di sotto delle sue potenzialità ma dal feeling davvero elevato. La potenza concessa da un motore che comunque rimane un quattro cilindri 2.0 è trasmessa sempre con progressività e in modo mai scorbutico. Inoltre è ben accompagnata da una grande precisone nei cambi di direzione e da una frenata molto sensibile. Un insieme che ne fa una vettura da tutti i giorni con una dinamica di alto livello mai urlata, né dal look né dal comportamento.

Renault 4: ritorno elettrico e in formato Suv

Il processo di rivisitazione e rinascita di alcuni dei modelli più iconici di Renault continua e dopo la Renault 5 è ora il momento del grande ritorno anche per la Renault 4. La due volumi francese ritorna reinterpretando le forme della sua progenitrice degli anni Sessanta, evolvendola però ora in un inedito veicolo elettrico con le fattezze di un Suv. Mancano per il momento i prezzi, mentre l’arrivo nelle concessionarie è previsto per il 2025.

Renault 4: come è fatta fuori

La nuova Renault 4 nasce sulla piattaforma AmpeR Small, la medesima sulla quale prende forma la R5, rispetto alla quale la R4 è più grande, raggiungendo una lunghezza di 4,12 metri. Una misura che la posiziona esattamente a metà strada tra la più piccola R5 e la più grande Megane E-Tech. Molto generoso il dato sul passo, che seppure a fronte di una lunghezza complessiva piuttosto contenuta, si attesta sui 2,62 metri, che si traduce in una notevole abitabilità interna. Ma partiamo dagli esterni.

Lo stile, ovviamente, rappresenta un chiaro omaggio alla R4 originale. Nella parte anteriore lo stile della sua progenitrice viene reinterpretato da un grande pannello all’interno del quale trovano posto i gruppi ottici full-Led e la losanga retroilluminata nel centro, il tutto incorniciato da una sottile striscia Led. Più forte il rimando nella parte posteriore con i tre bulbi dei gruppi ottici qui reinterpretati in chiave moderna utilizzando la tecnologia Led.

Renault 4: come è fatta dentro

Gli interni ricalcano in maniera piuttosto fedele quanto visto sulla sorella R5 dal punto di vista dei contenuti. A dominare la scena sono sempre i due grandi schermi con una diagonale di 10 pollici ciascuno sulla plancia, mentre ad aumentare il livello di qualità percepita a bordo provvede l’inserto in tessuto davanti al conducente, che riprende il materiale scelto per il rivestimento dei sedili. Non manca poi qualche tasto fisico nella parte della plancia, utili a gestire alcune funzioni del sistema di climatizzazione. Dove però la R4 differisce dalla R5 è nello spazio. Sull’ultima elettrica di Renault, infatti, il vero protagonista è lo spazio.

Per chi viaggia sulla seconda fila ci sono centimetri in abbondanza tanto per la testa quanto per le gambe, mentre il vano di carico assicura una volumetria minima di 420 litri in configurazione standard, ai quali si sommano altri 35 litri di capacità del vano realizzato sotto il piano di carico. A proposito del bagagliaio, molto interessante è la soglia di carico, che si trova ad appena 60,7 centimetri dal suolo, un vero record, che permette di caricare e scaricare i propri oggetti con assoluta facilità.

Renault 4: la meccanica

Dal punto di vista tecnico, la nuova Renault 4 sfrutta un comparto sospensivo piuttosto sofisticato per una vettura di questo segmento, costituito da un McPherson sull’asse anteriore e da un multilink sul posteriore. Due i powertrain disponibili. Si parte con la Urban Range con batteria da 40 kWh e motore da 120 CV e 225 Nm di coppia per 300 km di autonomia, che può essere ricaricata fino ad una potenza massima di 80 kW, mentre al top della gamma trova posto la Comfort Range con batteria da 52 kWh e motore da 150 CV e 245 Nm per un’autonomia di 400 km e potenza di ricarica massima di 100 kW.

La cosa interessante è che il motore rappresenta un’evoluzione di quello montato sulla Megane E-Tech, rispetto al quale però è più leggero di 20 kg, mentre la batteria divisa in quattro moduli, ha una maggiore densità energetica, riducendo così il proprio peso a circa 300 kg. Elemento questo che permette così alla R4 di fermare l’ago della bilancia ad appena 1.400 kg circa. Un’ottimo risultato per un’auto elettrica.

TEROSON ® EP 5055 per l’incollaggio di tetti e scocca

teroson

L’adesivo epossidico strutturale bicomponente per l’incollaggio dei componenti in acciaio e alluminio degli autoveicoli, il TEROSON ® EP 5055, è disponibile in un nuovo formato.

L’adesivo prodotto da Henkel, adatto a incollare tetti, rivestimenti delle porte e pannelli della scocca, assicura una eccellente tenuta in caso di impatto ed è caratterizzato da un’elevata resistenza alla corrosione.

TEROSON ® EP 5055 è un adesivo strutturale

TEROSON EP 5055, prodotto da Henkel, è approvato OEM e contribuisce ad aumentare la rigidità nella zona d’unione tra il tetto e la scocca.

Riduce rumori e vibrazioni e migliora la resistenza agli urti grazie alla capacità delle sue nanoparticelle di assorbire parte dell’energia dell’impatto.

Inoltre, protegge la carrozzeria e i suoi componenti dalla corrosione.

La nuova cartuccia e i due nuovi applicatori, uno manuale l’altro pneumatico,

Nuovo sistema di applicazione

Per rendere più semplice ed efficiente l’applicazione in carrozzeria e in officine, è stata pensata una nuova cartuccia side by side, in cui i due componenti del prodotto, ovvero la resina epossidica e l’indurente, sono contenuti in due flaconi separati e affiancati tra loro, per garantire maggiore compattezza per minimizzare gli sprechi.

Gli applicatori TEROSON migliorano l’estrusione e garantiscono la perfetta miscelazione della resina epossidica e dell’indurente.

Grazie al pulsante che consente di rimuovere la pressione del pistone sulla cartuccia, assicurano inoltre maggiore precisione nella fuoriuscita del prodotto.

Il miscelatore statico può essere fissato direttamente alla cartuccia grazie alla parte filettata, ed è stato migliorato allargando il foro di uscita, così da permettere un’applicazione più semplice del prodotto.

L’adesivo solidifica in circa 60 minuti, entro i quali è possibile effettuare l’elettrosaldatura a punti delle varie parti metalliche.

Il tempo di polimerizzazione può essere ridotto, se necessario, aumentando la temperatura con strumenti quali lampade a infrarossi o fascette riscaldanti.

TEROSON EP 5055 è disponibile presso i migliori distributori di prodotti per il settore automobilistico.

McLaren W1: hypercar ibrida da 1.275 CV. Da 0 a 300 impiega 12″7

L'ultima hypercar di Woking: la McLaren W1

Un numero una garanzia, quando si parla di McLaren. Se un’auto della Casa britannica porta l’1 nel nome, si può star certi che siamo di fronte a qualcosa di eccezionale. È stato così per la F1 del 1992 ed è stato così per la P1 del 2013. Ora la famiglia delle hypercar di Woking dà il benvenuto all’ultima nata W1. Non credete sia speciale? Bene, allora snoccioliamo un po’ di cifre: 1.275 CV di potenza, 1.340 Nm di coppia, 0-300 in 12”7, oltre 350 km/h di velocità massima.

Ora che abbiamo messo le cose in chiaro scendiamo nel dettaglio.

Le tre Mclaren F1, P1 e W1

Un V8 nuovo di zecca

La McLaren W1 è spinta da un nuovo powertrain ibrido che sfrutta un V8 turbo da 4 litri con doppia sovralimentazione nuovo di zecca abbinato a un motore elettrico e a un cambio automatico a 8 rapporti con retromarcia elettrica. Il V8 da solo (sigla di progetto MPH-8) è in grado di erogare una potenza di 928 CV. Si tratta di un valore record per McLaren, come da record è la potenza specifica di 233 CV/litro.

La McLaren W1 ha un V8 bitorubo da 4 litri nuovo di zecca abbinato a uno schema full-hybrid

I due turbo, uno per bancata, sono di tipo twin-scroll, con flussi d’aria in ingresso separati, ognuno composto dai gas di scarico che arrivano da 2 soli cilindri. Questa soluzione aumenta l’efficienza e consente alle turbine di iniziare a dare il loro contributo già a partire da 2.500 giri. Come altri motori sovralimentati di ultima generazione, anche questo MPH-8 raggiunge regimi di rotazione molto alti, quasi da aspirato puro. In questo caso, infatti, la zona rossa del contagiri si incontra solo a 9.200 giri.

Come è fatta la parte elettrica

Come detto, la McLaren W1 adotta uno schema ibrido. Come già faceva la P1 11 anni fa. E come quella preferisce un full-hybrid al plug-in adottato da altre supercar come la Lamborghini Revuelto o la Ferrari SF90. Sulla sportiva inglese, la componente elettrica si compone di un motore da 347 CV alimentato da una batteria da 1,4 kWh. Consente all’auto di viaggiare in modalità a zero emissioni per 2,5 km e regala una consistente spinta extra senza incidere eccessivamente sul peso. La McLaren W1 ferma l’ago della bilancia a 1.398 kg, con la parte ibrida che non va oltre i 19 kg.

Dello 0-300 si è già detto. Dello 0-100 diciamo ora: la Casa dichiara un non troppo preciso “meno di 3 secondi”. Fa impressione anche il dato sullo 0-200. La McLaren W1, che resta esclusivamente a trazione posteriore, ferma le lancette del cronometro a 5”8.

Sedili integrati alla scocca

Tralasciando la questione estetica, che su auto di questo lignaggio regala spunti di grande interesse a prescindere dai gusti personali, la McLaren W1 si fa notare per la presenza di appendici aerodinamiche mobili che regolano il carico in base alla velocità e che svolgono anche la funzione di aerofreno (a proposito, l’auto, dotata di pneumatici Pirelli P Zero Trofeo RS 265/35 R20 davanti e 335/30 R20 dietro, si ferma da 100 km/h a zero in 29 metri).

I sedili sono fissi: sulla W1 si regolano volante e pedali

A Woking, per tirare fuori il massimo da questo nuovo modello, hanno progettato una nuova monoscocca in fibra di carbonio chiamata Aerocell con i sedili integrati. Sono fissi e, per trovare la posizione di guida corretta, si deve regolare volante e pedaliera. Per accedervi si devono aprire le scenografiche porte (a proposito degli spunti di interesse di cui sopra) Anhedral: sono incernierate al tetto e ricordano un po’ le classiche Ali di Gabbiano della Mercedes SL300.

Un sogno per 399 fortunati

La McLaren W1 sarà prodotta in 399 esemplari. Un bel numero se si pensa che della F1 ne sono state realizzate solo 106 e che la P1 non è andata oltre le 373 unità. Se avete pensato di acquistarne una, però, siete arrivati tardi. Già 399 collezionisti hanno sborsato i circa 2 milioni di euro (tasse escluse) per garantirsene una. Poi, al momento della messa in produzione della loro vettura, pagheranno la differenza per le eventuali personalizzazioni che, come accade sulle auto di questa caratura, saranno praticamente infinite.

Brembo acquisisce Ohlins e amplia il portafoglio prodotti

In un settore come l’automotive europeo, oggi impegnato nel restare a galla sui grandi volumi produttivi, la notizia che l’azienda forse più rappresentativa della componentistica di alta qualità ‘made in Italy’, ovvero Brembo, abbia acquisito un’azienda estremamente specializzata e hi-tech nel settore delle sospensioni come Ohlins è un evento positivo.

Brembo acquisisce Ohlins in conseguenza di un accordo con Tenneco, società nel portafoglio di fondi gestiti da Apollo Global Management finora proprietaria dell’azienda svedese.

Ohlins Racing è leader nella produzione di sospensioni premium ad alte prestazioni per moto e auto nei segmenti del primo equipaggiamento, del motorsport e dell’aftermarket.

Brembo e Ohlins due storie parallele

Freni e sospensioni hi-tech sono elementi fondamentale nella dinamica del veicolo e la condivisione dei rispettivi know-how non può che essere un fattore positivo per i Cleinti di Brembo e Ohlins, che possono ora beneficiare di un servizio ampliato e che rafforza l’immagine di Solution Provider per la mobilità del futuro costruita da Brembo.

Brembo e Ohlins Racing sono rispettivamente sinonimo di impianti frenanti di alte prestazioni, a cominciare dalla leadership nella fornitura dei team di F1 e MotoGP, e di ammortizzatori, forcelle e software per i team in MotoGP, Formula 1, World Superbike, e NASCAR.

Entrambe le aziende travasano la loro esperienza nel motorsport sul prodotto di serie, sia esso OE o Aftermaket.

Ohlins in pillole

Fondata nel 1976, Öhlins Racing ha sede a Upplands Väsby (Stoccolma), Svezia, e ha una forte presenza internazionale. Öhlins impiega circa 500 persone in due stabilimenti produttivi in Svezia e Thailandia, due centri di ricerca e sviluppo in Svezia e Thailandia e quattro sedi commerciali e di testing negli Stati Uniti, in Germania, Thailandia e Svezia.

Brembo e Ohlins

Operazione faraonica

Questa è la più grande acquisizione nella storia di Brembo, che ha investito 405 milioni di dollari (circa 370 milioni di euro al tasso di cambio odierno) in assenza di cassa o debito finanziario, ed è soggetto ai consueti meccanismi di aggiustamento previsti per operazioni simili. L’operazione sarà pagata utilizzando la liquidità disponibile.
L’acquisizione è soggetta all’approvazione delle autorità antitrust, al seguito della quale avverrà il perfezionamento dell’operazione, atteso all’inizio del 2025.

Questa acquisizione si aggiunge a quella di SBS Friction in Danimarca e J.Juan in Spagna, per completare l’offerta di soluzioni frenanti per le due ruote, consolidata a febbraio di quest’anno con l’implementazione di un nuovo sito produttivo in Tailandia.

Brembo controlla inoltre Marchesini, il brand leader nella progettazione, realizzazione e commercializzazione di ruote in lega leggera per motocicli da competizione e uso stradale.

Il business delle due ruote vale ad oggi circa il 13% dei ricavi totali di Brembo.

Matteo Tiraboschi, Presidente Esecutivo di Brembo:

“Ohlins è perfetta per Brembo. È un brand riconosciuto in tutto il mondo, con un business solido e una reputazione senza pari, sia in pista che su strada“.

“L’ingresso di Ohlins nel Gruppo è una grande opportunità per espandere la nostra offerta per il mercato automotive”.

“Con questa acquisizione, facciamo un ulteriore passo avanti nella nostra strategia per fornire soluzioni intelligenti e integrate ai clienti, sfruttando le sinergie tra le principali tecnologie per il corner del veicolo”.

Jim Voss, Amministratore Delegato di Tenneco:

“Siamo certi che Brembo sia il partner giusto per far crescere Ohlins”.

“Questa operazione dà ad Ohlins e alle sue persone l’opportunità di raggiungere nuovi traguardi e successi sotto la leadership di Brembo”.

“Inoltre, supporta la nostra strategia di semplificazione del portafoglio di Tenneco e rafforza la nostra solidità finanziaria, mentre continuiamo a lavorare per la nostra visione a lungo termine”.

Tom Wittenschlaeger, Amministratore Delegato di Ohlins:

“Unendo le forze con Brembo, siamo entusiasti di aprirci a nuove opportunità di crescita”.

“Grazie ai nostri rispettivi punti di forza, porteremo innovazione e sempre più valore sia ai clienti sia alle nostre persone”.

Sivit, dal riciclo delle vernici alle resine di qualità per pavimentazioni

Si dice che una buona idea possa salvare le sorti di un’azienda, o, più frequentemente farne nascere un’altra. Certamente è il caso di Sivit, realtà torinese che nasce nel 1974,  cinquant’anni fa, proprio da un prodotto inventato quasi dal nulla cercando la soluzione a un problema.

Il problema in questione riguarda lo smaltimento, o magari il riutilizzo, dei residui della verniciatura dei camion Fiat che di lì a poco confluiranno sotto il nuovo marchio Iveco. Si tratta di componenti di qualità che diventano però rifiuti difficili da trattare. Il professor Armando Monte, docente universitario e ingegnere in forza a Fiat, sottopone la questione a Luigi Parola, esperto di coibentazioni nel settore edilizio ma soprattutto persona abile in quello che oggi si definirebbe “problem solving”.

Foto storica del magazzino della Sivit

Parola conclude che quelle sostanze così pregiate possono diventare la base per un materiale che inizia a trovare le sue applicazioni nel campo dei rivestimenti impermeabili per interni, e nel 1974 fonda la società Sivit – Società Italiana Vernici Impermeabilizzanti Torino, per la produzione di redine per pavimentazione.

Sivit, Severino Giolo e Maurizio Parola

Oggi, a storia di Sivit è quella di una delle molte piccole eccellenze torinesi e piemontesi: Parola forse non immagina che l’idea di una filiera virtuosa e il recupero di materiale di scarto diventeranno uno dei motori delle trasformazioni industriali cinquant’anni più tardi, ma di sicuro ha una buona intuizione nell’anticipare il diffondersi dei pavimenti in resina in alcuni tipi di locali a uso professionale.

Il legame con il mondo Automotive rimane, ma non è esclusivo: i prodotti della Sivit oggi sono impiegati per realizzare pavimentazioni di officine e stabilimenti, ma anche in ambienti dove si lavora per il settore alimentare o quello farmaceutico e dove è importante avere superfici omogenee e di facile pulizia.

SIVIT, il Laboratorio

Tecnologia e sostenibilità

Nel corso degli anni l’azienda segue e in molti casi anticipa le tendenze del mercato, sperimenta e cerca soluzioni sempre nuove. Una ritrovata attenzione per l’ambiente e i prodotti sostenibili trova Sivit pronta a rispondere alle nuove esigenze con una gamma di prodotti a base acquosa che eliminano i solventi chimici. Arriva la nanotecnologia per mettere a punto composti di facile applicazione, resistenti e impermeabili, isolanti o dotati al contrario di conduttività elettrica per soddisfare anche particolari requisiti di sicurezza.

Sivit, la seconda e terza generazione di soci

Al timone della Sivit che si trova in via Centallo, nel quartiere Barca nella zona nord di Torino a poca distanza dalla sede di Iveco, c’è oggi Maurizio Parola, figlio di Luigi, affiancato da due generazioni di soci e collaboratori. La conduzione familiare è uno dei valori dell’azienda, insieme alla capacità di non esternalizzare praticamente nella ma seguire interamente, con la sua forza lavoro da circa 50 persone, tutto il ciclo vita di ogni nuovo prodotto. Ideazione, sviluppo, sperimentazione e produzione e commercializzazione delle resine Sivit sono curate direttamente.

Lo scorso settembre, l’azienda ha deciso di festeggiare il cinquantenario della fondazione regalandosi nientemeno che un’opera d’arte che omaggia i valori della sua attività: si tratta di un murales a tema naturalistico, realizzato sulla facciata di uno degli edifici principali  dall’artista Orma il Viandante e terminato pochi giorni prima della festa per i cinquant’anni celebrati il 18 settembre alla presenza di stampa e autorità.

Velocifero Mobster: all’EICMA il nuovo scooter elettrico/endotermico

Tra le novità Velocifero che vedremo a EICMA 2024 (Pad. 9 Stand I58) c’è MOBSTER, uno scooter sportivo che ambisce a divenire un trendsetter.

Ideato e disegnato da Alessandro Tartarini, Velocifero MOBSTER unisce eccellenti prestazioni e comfort, con un design che strizza l’occhio a un pubblico giovane.

Le tre versioni

  • 125 cm3, perfetto per gli spostamenti in città;
  • 180 cm3, adatto anche per affrontare i tragitti extraurbani più impegnativi;
  • elettrica, per chi desidera muoversi in modo sostenibile.

Quattro colori

  • Giallo,
  • Rosso,
  • Bianco,
  • Grigio.

I dettagli tecnici di Velocifero Mobster endotermico

MOBSTER con motore endotermico monta un motore monocilindrico a 4 tempi, 4 valvole, raffreddato a liquido, dalle elevate prestazioni.

La versione da 125 cm3 offre una potenza di 8,9 kW e una coppia massima di 11,7 Nm.

Quella da 180 cm3 sviluppa 13,2 kW e 15,7 Nm di coppia.

Il peso del veicolo è di 122 kg.

Dashboard con tecnologia TFT

L’interfaccia utente digitale, di ultima generazione, è dotata di uno schermo TFT da 5 pollici, adeguato per avere tutte le informazioni a portata di mano.

Comfort e sicurezza

La sospensione anteriore è una forcella teleidraulica; la posteriore è dotata di un doppio ammortizzatore idraulico.

Pneumatici da 12″, un sistema frenante provvisto di ABS, ruote da 12″ e un telaio in acciaio ad alta resistenza caratterizzano la struttura di MOBSTER.

I dettagli tecnici di Velocifero Mobster elettrico

MOBSTER elettrico è alimentato da un motore da 4000 W nominali, con una coppia di 232 Nm e una velocità massima di 110 km/h.

La batteria da 72V con una capacità da 2880 Wh consente un’autonomia di 100 km a una velocità di 40 km/h.

Il peso del veicolo con batteria è di 117 kg.

Comfort e sicurezza

A differenza della versione termica, quella elettrica adotta un monoammortizzatore posteriore collegato a un sistema a cantilever progressivo, per offrire stabilità e assorbimento ottimale delle asperità della strada.

Gli pneumatici tubeless da 12″ su entrambe le ruote hanno dimensioni 120/70-12.

È dotato di freni idraulici a disco sia sulla ruota anteriore sia sulla posteriore, con sistema CBS per una frenata sicura ed efficiente.

Ricarica e illuminazione LED 

La ricarica completa può essere effettuata in 5-6 ore da una presa 100-240V.

L’illuminazione anteriore e posteriore è completamente a LED, per garantire una visibilità ottimale in ogni condizione di guida.

Funzionalità e design 

Il design di MOBSTER elettrico è studiato per offrire praticità e comfort, con dettagli che ottimizzano il piacere di guida. Con un angolo di arrampicata fino a 18 gradi, MOBSTER elettrico è progettato per affrontare anche i percorsi più impegnativi, offrendo prestazioni eccezionali.

Alessandro Tartarini, fondatore di Velocifero

La nostra missione è sviluppare veicoli innovativi che rispondano alle sfide della mobilità moderna. MOBSTER, che verrà commercializzato in tutto il mondo, è stato concepito per coloro che desiderano guidare un mezzo sportivo e divertente”.

“L’ingresso del 180cc è per noi una novità: siamo felici di poterlo annoverare nella nostra gamma, rispondendo alle richieste di un pubblico che non si limita agli spostamenti cittadini”.

“Inoltre, come per lo scooter TENNIS, anche MOBSTER sarà disponibile nella versione elettrica”. 

Renault Twingo: ritorno al futuro

La prima generazione della Renault Twingo fece il suo debutto nell’ormai lontano 1993. Oggi, a oltre 30 anni di distanza da quel giorno, la piccola citycar francese si appresta a tornare su strada con una nuova generazione che segna un importante ritorno alle origini per il modello. Anche se sotto il cofano ci saranno (molto probabilmente) solo powertrain elettrici.

Renault Twingo: meno di 20.000 euro

Sviluppata sulla piattaforma AmpeR Small, la stessa sulla quale nasce anche la nuova Renault 5, la Twingo del futuro (quella che vedete in queste foto è ancora un prototipo) arriverà nelle concessionarie soltanto nel 2026, ad un prezzo che, stando a quanto dichiarato da Renault, dovrebbe essere inferiore ai 20.000 euro. Di lei al momento si sa ancora molto poco: sarà lunga appena 3,75 metri, rappresentando così il modello più piccolo dell’intera gamma del brand francese.

Ma l’elemento più interessante, oltre che di maggiore rottura con il passato, è la presenza delle cinque porte, una prima assoluta per il modello. Sfruttando la piattaforma elettrica del Gruppo Renault, infatti, la Twingo può fare affidamento su un passo molto generoso di 2,50 metri, che assicura così un’ottima volumetria interna e spazio in abbondanza anche per i bagagli.

Renault Twingo: ispirata alla prima

Lo stile, sulla falsa riga di quanto fatto con Renault 5 e Renault 4, ricalca in maniera molto fedele quello della sua progenitrice. I gruppi ottici, sia nella parte anteriore, sia in quella posteriore, sono un chiaro omaggio a quelli della prima serie del modello, con una forma rivista e modernizzata grazie all’utilizzo di una firma luminosa a Led. Non manca nemmeno il lunotto che sembra fuoriuscire dalla sagoma della vettura.

Interessante, poi, la soluzione stilistica scelta per le portiere posteriori, che sono state sapientemente mascherate, andando ad annegare le maniglie all’interno del montante C. Sconosciuti, al momento gli interni, che restano avvolti dal mistero, così come le specifiche del powertrain elettrico che muoverà la nuova Twingo.

 

Dacia Bigster: molto più di una Duster XXL

Dopo uno sviluppo durato quasi quattro anni, arriva il momento del debutto per la nuova Dacia Bigster, il modello con il quale il brand di origini rumene entra nell’agguerrito Segmento C. Lo fa con un modello che nasce sulla base dell’ultima generazione della Duster, rispetto alla quale però, si differenzia non soltanto per le dimensioni maggiori, ma anche e soprattutto per le soluzioni tecniche che porta al debutto. Quindi, se pensate che si tratti “semplicemente” di una Duster in formato XXL, siete del tutto fuori strada.

Dacia Bigster: come è fatta

Come dicevamo, la piattaforma è la CMF-B, la medesima sulla quale nascono diversi modelli elettrificati di casa Renault, come Clio e Captur e ovviamente la Duster. Nonostante l’aspetto molto simile, le dimensioni della Bigster sono molto diverse da quelle della sorella minore. La lunghezza, infatti, cresce da 4,34 metri, fino a 4,57 metri. Buona parte dei centimetri in più si trovano nello sbalzo posteriore e solo in parte nel passo che passa da 2,65 a 2,70 metri. Il design degli esterni, quindi, ricalca in maniera molto fedele lo stile della Duster, con qualche piccola differenza solo nel design del paraurti anteriore e negli inserti in polipropilene sulle portiere anteriori. Inediti per la Bigster, poi, sono i cerchi in lega che qui possono arrivare fino a 19 pollici.

Decisamente superiore lo spazio a bordo, a partire per quello riservato ai bagagli. Il vano di carico, infatti, ha una forma molto regolare e assicura una capacità in configurazione standard di 667 litri. Buono anche lo spazio per chi viaggia dietro, con ben 25 centimetri di spazio per le gambe. La zona anteriore ricalca forme e contenuti della Duster, ma con qualche interessante differenza dal punto di vista della tecnologia. Il quadro strumenti digitale è qui in grado di riprodurre le mappe di Apple CarPlay e Android Auto, che comunque possono essere riprodotte anche sullo schermo centrale del sistema di infotainment, sempre da 10 pollici. Ma non è tutto: i tecnici dacia hanno lavorato di fino per migliorare anche il livello di qualità percepita a bordo, non tanto puntando su materiali di qualità superiore, quanto adoperandosi per migliorare il livello di insonorizzazione a bordo.

Dacia Bigster: la meccanica

Ecco, dimensioni a parte, forse il capitolo più interessante per quanto concerne la nuova Bigster è quello dedicato ai powertrain. Sono quattro quelli disponibili, costituiti da interessanti novità che proprio con il nuovo Suv rumeno fanno il loro debutto all’interno della gamma Dacia. Partiamo dall’ibrido più spinto, ovvero il full-hybrid che sfrutta l’ormai ben conosciuto sistema del gruppo Renault costituito da un propulsore endotermico e due elettrico, uno dei quali con funzione di motogeneratore e sincronizzatore per il cambio. Ma rispetto a quello attualmente in uso su diversi modelli Renault e Dacia, questo è costituito da un nuovo 1.8 a quattro cilindri in luogo del vecchio 1.6 e anche le due unità elettriche sono state aggiornate. Ora la potenza di sistema raggiunge così i 155 CV e grazie alla batteria potenziata da 1,4 kWh, il powertrain è in grado di assicurare una maggiore autonomia in elettrico.

A listino poi anche un 1.2 a tre cilindri turbo con tecnologia mild-hybrid disponibile a trazione anteriore con una potenza di 140 CV, oppure con la trazione integrale e 130 CV. Ma la vera novità è rappresentata dalla possibilità di scegliere questa unità con doppia alimentazione benzina/GPL a trazione anteriore e 140 CV. Si tratta di uno dei primissimi propulsori sul mercato che abbinano un sistema mild-hybrid all’alimentazione GPL, capace così di assicurare consumi ed emissioni molto contenute. I prezzi della nuova Bigste non sono ancora stati ufficializzati. Tuttavia, sappiamo che la variante mild-hybrid avrà un prezzo di partenza di meno di 25.000 euro, mentre la full-hybrid partirà da meno di 30.000 euro.

 

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