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BEV, microcar & ICE: transizione europea sempre più in salita?

Transizione
Finiranno tutte così le vetture con motore termico a partire dal 2035? - foto © Direzione generale della Comunicazione Unione Europea

La mobilità europea sta attraversando uno dei momenti più critici e al tempo stesso strategici della sua storia recente.

Nel cuore delle discussioni politiche e industriali si intrecciano obiettivi climatici ambiziosi, esigenze tecnologiche reali dell’industria e aspettative dei cittadini-consumatori.

Al centro di questo confronto (tutt’altro che da banalizzare con boutade politiche a fini di propaganda) c’è la combinazione di nuove politiche di decarbonizzazione, incentivi per l’elettrico, pressioni per la rivitalizzazione della produzione locale e il destino della motorizzazione termica oltre il 2035.

Mica poco!

Produzione e filiera sotto stress

Nella sua recente lettera aperta alle istituzioni europee e italiane, ANFIA (l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) delinea una diagnosi impietosa.

Infatti, nel documento si afferma che sono oltre 100mila i posti di lavoro persi nel 2024 in Europa e fino a 400mila a rischio entro il 2028, nonostante investimenti di oltre 250 miliardi di euro nell’elettrificazione da parte delle imprese europee.

ANFIA sottolinea che la filiera automotive contribuisce all’8 % del PIL europeo, con 13 milioni di posti di lavoro e 84 miliardi annui in Ricerca & Sviluppo: numeri che spiegano perché il settore non può e non deve essere trattato come un elemento secondario del mosaico regolatorio europeo.

Secondo l’associazione, l’attuale percorso europeo verso la decarbonizzazione (finora imperniato su obiettivi rigidi di “zero emissioni al 2035” per nuove immatricolazioni) rischia di essere unidimensionale e potenzialmente controproducente se non integrato con strumenti tecnologici di transizione.

ANFIA chiede, tra le altre cose, la valorizzazione dei carburanti rinnovabili e non fossili, oggi esclusi dalla legislazione e il riconoscimento e l’incentivo per le ibride plug-in o con range extender, penalizzate dall’attuale normativa.

Inoltre, la revisione dei target di CO₂ per il 2025–2030, con obiettivi più realistici e differenziati per i veicoli commerciali e la flessibilità per il 2035, prevedendo un’estensione fino a 5 anni e fino al 25 % di veicoli non BEV monitorando i progressi biennalmente.

Infine, misure di tutela del “Made in Europe” per contrastare tensioni commerciali e protezionismi internazionali.

ANFIA dichiara che queste proposte non sono capricci industriali, ma fatti che puntano a rendere realistico e attuabile un percorso di decarbonizzazione socialmente sostenibile, preservando occupazione, know-how e competitività della filiera europea.

Incentivi UE: micro-car elettriche e “Made in Europe”

In parallelo alle istanze industriali, Bruxelles sta discutendo una bozza di piano d’azione per l’automotive.

Questo documento include misure finanziarie e regolatorie per sostenere la transizione verso veicoli a emissioni zero.

Tra le novità più significative figura una categoria di “micro-car elettriche Made in Europe”, veicoli urbani compatti ispirati al modello giapponese delle Kei-cars.

Queste vetture potrebbero beneficiare di vantaggi come incentivi specifici dedicati, accesso preferenziale a parcheggi e aree urbane, esenzioni temporanee da alcuni standard come Euro 7 e il supporto alla produzione locale per competere con Cina e USA.

L’intento è duplice: rendere più accessibili le elettriche piccole per i cittadini e rinvigorire la produzione europea di city-car, segmento oggi sotto pressione e fondamentale per la mobilità urbana.

La strategia europea si innesta, sul fronte italiano, con i nuovi incentivi auto 2025/2026.

Si tratta di quasi 597 milioni di euro di ecobonus, con sconti fino a 11mila euro sull’acquisto di BEV, se abbinato alla rottamazione di un veicolo Euro 5 o inferiore. L’obiettivo statale è promuovere la sostituzione del parco circolante con BEV più efficienti ed ecosostenibili.

La mobilità termica tra costi e restrizioni

Apriamo una piccola parentesi.

Parentesi che non riguarda direttamente la produzione o gli incentivi, ma le condizioni di esercizio dei veicoli termici.

La vita per tutti noi che abbiamo un’auto cambierà in modo significativo dal 2026.

Accise su gasolio e benzina saranno equiparate, con conseguente aumento del diesel di circa 4 centesimi al litro e piccolo ribasso per la benzina.

Un pieno da 50 litri per un diesel costerà circa 2,47 euro in più rispetto al 2025, considerando anche l’IVA.

Sulle polizze RC Auto, alcune garanzie accessorie (come gli infortuni al conducente e l’assistenza stradale) vedranno l’aliquota fiscale portata dal 2,5 al 12,5%, con potenziali incrementi dei premi delle polizze

Queste misure, pur indirizzate a “correggere” distorsioni fiscali o a ridurre sussidi ambientalmente dannosi, finiscono per determinare costi operativi più elevati per i veicoli ICE.

Ciò influisce sulle scelte di acquisto dei cittadini e accentua la percezione che la mobilità termica, pur non proibita, diventi progressivamente più onerosa da mantenere.

Quanto spenderà nel 2026 un “automobilista termico”

Spesa 2025 2026 Impatto stimato
Diesel al litro ~1,625 € + ~0,04 € + ~2,47 € per pieno da 50 l
Benzina al litro ~1,699 € ~ –0,04 € ~2 € per pieno da 50 l
RC Auto (accessorie) 2,5 % imposta 12,5 % imposta Possibile aumento premi

Stop alle ICE o nuova equazione tecnologica?

Il dibattito sul futuro delle auto a combustione è ormai inevitabile.

Bruxelles ha fissato il 2035 come anno di stop alle nuove immatricolazioni ICE, ma in molti spingono per flessibilità tecnologiche, sostenendo che una transizione realmente sostenibile non può essere basata esclusivamente su una singola soluzione.

Le alternative concrete proposte includono carburanti sintetici e rinnovabili (non ancora riconosciuti pienamente dalla normativa); ibridi plug-in o con range extender, che permettono un bridge tecnologico verso la decarbonizzazione; incentivi mirati per veicoli urbani elettrici (le micro-car) insieme a una pianificazione realistica di sostituzione del parco circolante esistente.

In questo scenario, la decisione che deve prendere l’Europa lascia una domanda chiave: ci sarà la fine delle ICE nel 2035, o una proroga?

Nel primo caso, inizierà una mobilità più sostenibile o imboccheremo un’autostrada a senso unico senza corsie di emergenza tecnologiche?

E se invece il motore termico continuerà a essere prodotto e venduto, magari a fianco di incentivi forti per le piccole vetture elettriche a basso costo, otterremo un calo di rigidità normativa che permetta una transizione più equa e fattibile?

Speriamo che per una volta chi stabilisce le regole riesca a comprendere l’intero ecosistema della mobilità: le esigenze dei cittadini, dell’industria e dell’ambiente.

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foto © Direzione generale della Comunicazione Unione Europea

Per Mercedes-Benz Vans un 2025 in crescita con i 30 anni di Sprinter

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Per Mercedes-Benz Vans Italia un 2025 in crescita, con elettrico in accelerazione e presto la piattaforma VAN.EA - foto © Mercedes-Benz Vans

Il 2025 si avvia alla conclusione come un altro solido risultato per Mercedes-Benz Vans Italia.

Infatti, i dati al 30 novembre 2025 parlano di quasi 11mila unità immatricolate nell’anno, confermando una performance in linea con l’anno precedente ma con segnali di trasformazione più evidenti rispetto al passato.

Un mercato in movimento

Il mercato dei veicoli commerciali leggeri in Europa ha mostrato trend altalenanti.

In questo contesto globale, l’Italia ha visto una flebile ripresa delle immatricolazioni nella seconda parte dell’anno, con segnali di crescita significativi dopo mesi difficili.

Secondo i dati più recenti, le registrazioni di veicoli commerciali leggeri fino a 3,5 t hanno mostrato incrementi mese su mese, confermando come il settore stia lentamente ritrovando slancio.

Mid-size Van, segmento sempre più centrale

Il segmento dei mid-size van registra una crescita del 25% nei primi undici mesi del 2025 rispetto all’anno precedente.

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eSprinter protagonista di un 2025 in crescita, con le vendite in forte aumento – foto © Mercedes-Benz Vans

Un dato che riflette la domanda crescente di veicoli versatili, capaci di coniugare carico, agilità e costi operativi contenuti.

Questo trend si sposa con la decisione strategica di Mercedes-Benz di puntare in modo più deciso sui segmenti di maggiore redditività: va in questa direzione la notizia che è trapelata della progressiva dismissione dei modelli Citan e Classe T entro il 2026.

Sprinter, simbolo di continuità

Il Mercedes-Benz Sprinter nel 2025 ha celebrato i suoi 30 anni di vita e si conferma la stella della gamma con 4.643 immatricolazioni nel progressivo annuo.

Questo veicolo – protagonista indiscusso del segmento dei large van – rappresenta ancora oggi una quota fondamentale dell’offerta Mercedes nel nostro Paese.

La sua importanza è testimoniata anche da record produttivi globali.

Infatti, sono oltre cinque milioni gli Sprinter prodotti, con il 5milionesimo esemplare prodotto negli Stati Uniti (stabilimento di Charleston) e consegnato a maggio alla FedEx.

L’elettrico accelera, ma con calma

Il 2025 è stato l’anno in cui l’elettrificazione ha guadagnato un po’ di slancio.

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eVito (nella foto) ed eSprinter sono modelli cruciali per le flotte urbane e le attività di delivery a zero emissioni – foto © Mercedes-Benz Vans

Mercedes-Benz Vans ha immatricolato (sempre fino a novembre) 886 veicoli BEV, pari al 148% in più rispetto al 2024.

I veicoli a batteria segnano così un avanzamento importante e – benché sempre con piccoli numeri – ben al di sopra della crescita media del mercato BEV in altri comparti.

Questo risultato si inserisce in un quadro più ampio, dove i van elettrici rappresentano una quota sempre più significativa delle vendite totali, pur rimanendo sotto la media complessiva dei veicoli commerciali.

In particolare, eSprinter ed eVito si configurano come piattaforme cruciali per le flotte urbane e le attività di delivery a zero emissioni.

La loro capacità non è compromessa grazie all’alloggiamento delle batterie sotto il pianale, e le dotazioni digitali includono sistemi di navigazione con “Electric Intelligence” e servizi avanzati Mercedes-Benz per ottimizzare percorsi e ricariche.

Servizi e connettività, il vero valore aggiunto

Ma non è solo il prodotto a fare la differenza.

In Mercedes-Benz Vans il comparto del customer service ha visto una crescita delle attività di assistenza del 5,6% (arrivando a oltre 58mila veicoli) e un indice di soddisfazione clienti estremamente elevato: 4,6/5.

Valore in linea, fanno sapere in Mercedes-Benz, con le elevate ambizioni del marchio.

Questo risultato rafforza l’idea che la gestione post-vendita – dalla manutenzione programmata ai servizi digitali connessi – sia un elemento determinante nel TCO (il Total Cost of Ownership) dei clienti professionali.

Verso il 2026 con VAN.EA, VLE e VLS

Il 2026 sarà un anno di cambiamento epocale per Mercedes-Benz Vans.

La nuova piattaforma VAN.EA, sviluppata “nativamente” per l’elettrico, costituirà la base per i modelli di prossima generazione, tra cui VLE e VLS.

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Il futuro prossimo della gamma Mercedes-Benz Vans è composto da piattaforme native per l’elettrico e da un’offerta completa di motori termici – foto © Mercedes-Benz Vans

Quest’ultimo in particolare, inaugurerà un segmento premium e luxury mai esplorato prima nel segmento van europeo.

Questa strategia si inserisce in un progetto più ampio annunciato dalla Casa tedesca, che punta a raggiungere una quota BEV del 20% entro il 2026 e oltre del 50% entro il 2030.

Tra storia e prospettive future

Il 2025 di Mercedes-Benz Vans Italia è dunque il racconto di un equilibrio dinamico.

La Casa ha ottenuto stabilità di risultati, ha introdotto innovazione tecnologica e appare decisamente orientata al futuro elettrico, pur offrendo una gamma completa di prodotti anche in motorizzazioni più tradizionali.

In un mercato che sta cercando di voltare pagina dopo anni di flessione, Mercedes-Benz Vans non si limita a seguire le tendenze globali, ma prova ad anticiparle, costruendo una piattaforma per il prossimo decennio di mobilità commerciale.

Nel mondo dei van professionali, come nell’automotive in generale, il futuro è sperimentazione, investimento e trasformazione continua.

E, alla fine, ciò che conta per risultare vincenti nel mondo automotive commerciale non è solo la strada percorsa ma quella che ancora bisogna immaginare.

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La nuova piattaforma VAN.EA, sviluppata per l’elettrico, base per la prossima generazione di veicoli – foto © Mercedes-Benz Vans

Smart #2, ritorno alle origini… ma in elettrico

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Smart #2 elettrica, primi test con estetica della precedente fortwo e ritorno al DNA delle origini – foto © smart

Ci sono vetture che possono evolvere senza tradire sé stesse.

Sembra essere il caso di smart fortwo, auto che come poche altre ha definito il concetto stesso di city car moderna.

Oggi, a quasi trent’anni dalla sua nascita, i progettisti del brand stanno lavorando per far rinascere quello spirito sotto una nuova forma.

Infatti, sta per arrivarfe smart #2, completamente elettrica, compatta come è giusto che sua e decisamente fedele al DNA originale. Alcune immagini dei test e indiscrezioni non lasciano dubbi, la smart è tornata piccola!

Prototipi camuffati, ma idee chiarissime

Per validare la nuova Electric Compact Architecture (ECA), smart ha scelto la strada di utilizzare le carrozzerie della precedente versione della fortwo come “guscio” per nascondere la piattaforma completamente nuova.

Per carità, una soluzione già vista nel mondo automotive, ma che in questo caso ha un valore simbolico.

È come se la fortwo muti la sua veste esterna, e sotto la sua pelle batta già il cuore della smart #2.

I prototipi sembrano confermare alcuni punti fermi che gli appassionati del modello speravano di ritrovare.

Per esempio, le dimensioni ultracompatte, perfette per l’ambiente urbano, con due posti e due porte, la trazione posteriore e le ruote agli angoli della carrozzeria, marchio di fabbrica dell’agilità smart.

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foto © smart

Non è nostalgia, in fondo è coerenza progettuale perché in città, certe soluzioni funzionano ancora meglio oggi di ieri.

Electric Compact Architecture, alla base di una nuova generazione

La piattaforma ECA non è un telaio elettrico adattato, ma un’architettura pensata fin dall’inizio per le city car di nuova generazione.

L’obiettivo è massimizzare l’efficienza nello spazio minimo, senza rinunciare a sicurezza, dinamica di guida e qualità percepita.

Dal punto di vista tecnico, la ECA punta su un powertrain elettrico di ultima generazione con motore posteriore, su batterie ottimizzate per l’uso urbano con gestione termica evoluta, su una struttura rinforzata per la sicurezza passiva nonostante le dimensioni ridotte, e su una architettura software avanzata pronta per ADAS e aggiornamenti OTA.

Un equilibrio complesso, che smart sta validando attraverso una campagna di test globale.

Dai circuiti cinesi alle prove di resistenza globali

In Cina, su circuiti di prova dedicati, gli ingegneri smart stanno lavorando sulla dinamica di guida.

Studiano assetto, maneggevolezza, risposta dello sterzo e comportamento dell’impianto frenante con l’obiettivo di rendere smart #2 la city car più agile e intuitiva del segmento, capace di muoversi nel traffico con naturalezza quasi istintiva.

Nello stesso tempo, altri centri di sviluppo stanno affrontando test fondamentali per l’industrializzazione.

Si tratta dei crash test e della sicurezza in caso di collisione, dell’affidabilità delle sospensioni e dei sistemi software, delle prestazioni e della longevità delle batterie, dell’efficienza della climatizzazione in condizioni climatiche estreme.

Tutti passaggi obbligati per un’auto che, pur piccola, ambisce a standard premium.

Il futuro prende forma con il design Mercedes-Benz

Se la tecnica guarda alla razionalità, il design vuole promettere nuove emozioni.

Smart #2 sarà infatti completamente ridisegnata dal team Mercedes-Benz, dentro e fuori.

Le proporzioni compatte restano, ma l’identità stilistica sarà proiettata nel futuro, con superfici più pulite, firme luminose evolute e un abitacolo digitale pensato per una mobilità urbana sempre più connessa.

È qui che la nuova smart gioca una partita importante. Vorrà dimostrare che una city car può essere non solo pratica, ma anche desiderabile.

Un’icona che si reinventa

La world premiere di smart #2 è confermata per la fine del 2026, e l’attesa cresce.

In un mercato che spesso confonde la mobilità urbana con compromessi al ribasso, smart sceglie invece un’altra strada, quella del ritorno al principio, reinterpretando il progetto con la tecnologia di oggi.

Forse è proprio questo il messaggio più interessante di smart #2.

Il futuro dell’auto urbana non sta nel diventare più grande o più complessa, ma nel fare meglio ciò per cui è nata. Muoversi in città, con intelligenza, efficienza e un pizzico di carattere.

Come trent’anni fa, ma a emissioni zero.

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foto © smart

Changan, il brand cinese che ha studiato in Italia

È vero, visto in modo semplicistico “Changan” non è altro che l’ennesimo marchio cinese pronto ad invadere le strade italiane ed europee.

Ma questa volta c’è qualcosa di diverso, dettagli che stonano un po’ di fronte alla solita fretta di creare clamore & fatturare che è un po’ la cifra dell’automotive.

Base italiana nella capitale del design

Il primo indizio è sufficientemente illuminante: Changan ha preso casa in Italia nel 2003, creando a Rivoli – nella prima cintura di Torino – un Design Center di 3.100 mq, con tanto di aree secretate, che da più vent’anni si prepara al passo ufficializzato proprio in questi giorni: presentarsi agli occhi degli italiani e di quelli spagnoli, seconda fase del progetto “In Europe for Europe”, una discesa che finora ha toccato Germania, Regno Unito, Serbia, Norvegia, Portogallo e Grecia.

La lunga epopea di un colosso

Il secondo indizio è la storia scritta finora, che significa un lungo percorso iniziato nel 1862 come piccola fabbrica di armi per l’esercito diventato uno dei quattro colossi cinesi dell’automobile, con 117 filiali, 21 stabilimenti, 16 centri di ricerca e sviluppo, 180 laboratori e 110mila dipendenti ai quattro angoli del pianeta che una manciata di giorni fa hanno celebrato il traguardo dei 30 milioni di veicoli prodotti.

Visti i tempi che corrono, una sorta di record da incorniciare.

Una storia secolare iniziata a Chongqing, ancora oggi sede del quartier generale di “Changan Automobile Group”, una metropoli modernissima con 4 milioni di abitanti, poco conosciuta da queste parti e nata alla confluenza del fiume Azzurro e lo Jialing.

Una fase di studio necessaria

Una fase preparatoria lunghissima e anomala, necessaria per pianificare un’architettura commerciale che immagina per ogni regione italiana un punto vendita e tre o quattro show room con assistenza after-sales, ognuno collegato ad un magazzino ricambi che sta sorgendo a Verona.

Ma soprattutto, un arco di tempo che è stato concesso agli oltre 300 designer di 31 Paesi diversi per studiare e affinare il diverso palato degli automobilisti europei partendo da Torino, la città dove ancora oggi si respira l’aria buona del design italiano.

Una scelta a doppio senso di marcia, visto che proporre in patria qualcosa che profuma d’Italia ha un forte appeal anche sul pubblico cinese.

A proposito: come da buona tradizione orientale, il nome del brand è l’incontro di due termini cinesi: “Chang”, ovvero di lunga durata, e “An”, pace e stabilità.

Un cappello che sotto lo slogan “Smart you Future”, riunisce diverse linee di prodotto che a stretto giro diventeranno familiari sulle strade italiane: “Deepal”, “Oiyuan” e, in seguito, “Avatr”, la declinazione luxury del marchio.

Due Suv, per iniziare come si deve

Il punto più visibile della road-map silenziosa sono due Suv 100% elettrici di segmento Premium, entrambi concepiti a Rivoli, l’antipasto di un affondo pianificato nei dettagli che nel giro di tre anni porterà nella gamma Changan una sequenza di 8 modelli.

Deepal S05, la “piccola”

Il modello al momento più piccolo della gamma è C-Suv elettrico che ha debuttato all’edizione 2025 dell’IAA Mobility di Monaco.

Lunga 4,59 m, larga 1,9 e alta 1,6, vanta un look sportiveggiante decisamente piacevole fatto di linee e proporzioni morbide, pulite e dinamiche, con dettagli sia interni che esterni sintomo di ricercatezze stilistiche come le maniglie esterne a filo carrozzeria e un imponente tetto in vetro da 1,9 mq.

Il passo di 2,88 m si traduce in spazio abbondante per gli occupanti e i bagagli, con un frunk anteriore da 159 litri e un bagagliaio posteriore che parte 492 per arrivare a 1.250.

A completare gli interni una console centrale isolata a doppio strato da 13 litri e ben 34 vano portaoggetti disseminati lungo l’abitacolo, un tripudio di morbida pelle vegana che riveste volante e sedili.

La plancia, chiaramente di ispirazione “Tesla”, concentra ogni tipo di comando sul sistema “Intelligent cockpit”, un display da 2,5K ultra-HD orientabile da 15,4” che lascia a chi guida i dati essenziali sull’head-up display personalizzabile con realtà aumentata.

Il sistema, basato sulla piattaforma “Qualcomm” con aggiornamenti on-the-air, assicura i soliti collegamenti Apple e Android e racchiude 17 sistemi di assistenza Adas con funzioni di guida autonoma di livello 2.

Disponibile in due varianti, con trazione posteriore o integrale, nel primo caso presenta un motore elettrico sincrono a magneti permanenti sull’asse posteriore con 200 kW di potenza e 290 Nm di coppia.

L’AWD aggiunge un secondo motore sull’asse anteriore da 120 kW e 212 Nm.

Per entrambe batteria LFP ad alta tensione da 68,8 kWh e tecnologia “Golden Shield”, per un’autonomia dichiarata di 485 per la due ruote motrici e 445 per l’integrale, e 180 km/h di velocità massima.

Deepal S07, grandi forme per grandi viaggi

La sorellina più grande, lunga 4,75 m, larga 1,93 e alta 1,62, non differisce molto dalla precedente, se non per dettagli che la puntano verso l’alto di gamma.

Superfici fluide, linee eleganti, ed elementi a Led come la lunga fascia che attraversa il posteriore, sono elementi utili a dare carattere.

All’interno, lo stesso display orientabile da 15,4” è reso ancora più potente dal chipset Qualcomm “Snapdragon 8155”, che oltre a trasferire sull’head-up display le informazioni necessarie a chi è alla guida, include i comandi gestuali e gestisce un sistema di telecamera a 360° con visuale trasparente del telaio per facilitare i parcheggi e una dotazione completa di Adas.

Nell’abitacolo, la cura dei dettagli si fa sartoriale e di chiara ispirazione navale, con dettagli raffinati come i finestrini privi di cornice, le tendine parasole elettriche e il discreto tasto di apertura delle portiere sul bracciolo in simil legno.

Le misure catastali maggiori ritoccano anche la capacità del funk (125 litri) e quella del bagagliaio (da 510 a 1.385).

Sotto ai sedili si estende una batteria agli ioni di litio ternaria da 79,97 kWh con percorrenza dichiarata di 475 km (ciclo WLTP) e monitorata di continuo da un sistema di diagnostica machine learning che controlla temperatura e tensione.

A beneficiarne è il motore da 160 kW con 320 Nm di coppia e 180 km/h di velocità massima.

Test su strada

La prova, per quanto insufficiente con tempo e percorrenza per riuscire a testare la vettura in modo completo e articolato, ha confermato l’idea di due Suv piacevoli da guidare e reattivi quando serve.

La vocazione è prettamente familiare e da lungo viaggio, dove chi viaggia è coccolato da una particolare silenziosità, perfino superiore a quella che d’ufficio garantiscono le vetture elettriche.

I prezzi

La S05, disponibile in tre versioni (Pro, Max e AWD), è proposta – rispettivamente – a 36.900, 39.900 e 42.990 euro, mentre la S07, un modello per un solo allestimento, sale a 44.990.

Entrambe sono coperte da garanzia 7 anni/160.000 km sul veicolo e 8 anni/200.000 km sulla batteria.

Il mondo in coda: le città dove il traffico ingoia più tempo

Secondo il mafioso cinematografico Johnny Stecchino, alias Roberto Benigni, “Il problema di Palermo è il traffico”.

In effetti, dal 1991 ad oggi la congestione urbana del capoluogo siciliano risulta fra le più alte d’Italia, ma se può servire da magra consolazione, Palermo è in buona compagnia.

Lo raccontano i dati del “Global Traffic Scorecard 2025”, un recentissimo rapporto realizzato dalla “Inrix”, agenzia statunitense specializzata nell’analisi dei trasporti globali che ogni anno tira giù i conti al pianeta Terra.

I parametri che contano

A passare sotto il setaccio della Inrix sono i dati triennali di circa 900 città di 36 Paesi al mondo, Italia compresa.

Per tutte, a rientrare nei calcoli sono la velocità media nella “rush hour”, l’ora di punta, quell’arco di tempo che tutti vorrebbero evitare senza mai riuscirci, la rapidità dell’ultimo miglio nelle consegne dei corrieri e, dulcis in fundo, le ore perse alla guida, con fegato e bile comodamente adagiati sul cruscotto.

Cinque giorni persi all’anno

Ci sono città che svettano sulle altre per ora buttate nell’abitacolo, come Istambul, dove gli automobilisti perdono 118 ore all’anno.

Due settimane e mezzo passate con gli occhi fissi sui colori dei semafori, tendendo per buona una settimana lavorativa media di 40 ore.

Il resto della top ten

Al secondo posto Chicago, la metropoli americana affacciata sul lago Michigan dove le ore smarrite per sempre scendono – si fa per dire – a 112.

E ancora Città del Messico (108 ore all’anno), Philadelphia (101) e Città del Capo (96). A completare la magica ton ten del tempo perso Dublino (95), Londra (91), Parigi (90) e Los Angeles (87).

La capitale inglese, in particolare, è responsabile di circa il 50% di tutti i ritardi nel traffico del Regno Unito, con un costo totale stimato in 3,85 miliardi di sterline e una media di 942 pounds (1.130 euro al cambio attuale) sborsate da ogni automobilista.

Tutto questo perché ovviamente, la congestione del traffico ha un riflesso importante sull’economia, con costi elevati strettamente legati al tempo perso, al carburante sprecato e ad un indice di produttività ridotto al minimo.

In Germania, nel solo 2023, il problema del traffico è stato valutato in una perdita secca pari a 3,6 miliardi di euro.

A proposto di Italia

Anche il nostro Paese fa quel che può: con 76 ore perse all’anno Roma guadagna in classifica la posizione numero 17, mentre Milano si assesta alla 24esima piazza con 67 ore andate in fumo.

Mantenendo la concentrazione sul Bel Paese, seguono Brescia (57 ore), Firenze (51), Bergamo (55), Palermo (eccola, finalmente), con 48, Napoli (43), Varese (52) e Torino (44).

Ma è curioso scoprire che secondo il report, dalla fine della pandemia in poi i dati annuali della congestione continuano ad aumentare in modo esponenziale ad ogni giro di calendario, come se la gente avesse l’impellenza di recuperare il tempo perso durante il lockdown.

E non è finita, perché le previsioni mondiali parlano di un trend in aumento ancora più marcato nei prossimi anni che lascia poche speranze ai polmoni del mondo intero.

E alla porzione di vita da passare chiusi nell’abitacolo: soli, tristi e con la prostata che chiede pietà.

BMW Serie 3, mezzo secolo di innovazione

BMW
BMW Serie 3, 50 anni di produzione globale e innovazione industriale - foto © BMW

Per chi ama le auto, la BMW Serie 3 non è soltanto un modello, è un’icona che da 50 anni racconta l’evoluzione dell’automotive premium.

Per chi lavora nell’industria, invece, la Serie 3 rappresenta qualcosa di ancora più significativo.

È una piattaforma produttiva globale, un laboratorio tecnologico diffuso su quattro continenti, un banco di prova continuo per i processi industriali del BMW Group.

Infatti, dal 1975 la Serie 3 è stata assemblata oltre 18 milioni di esemplari in 18 stabilimenti distribuiti in 13 Paesi.

Una cifra impressionante, resa possibile dalla celebre filosofia produttiva BMW iFACTORY che combina efficienza, digitalizzazione, sostenibilità e una flessibilità quasi totale.

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E oggi, alle soglie dell’ottava generazione, la storia della Serie 3 si prepara a compiere un nuovo salto, con la prima versione completamente elettrica, attesa nel 2026 come parte della Neue Klasse.

Monaco, dove tutto è iniziato

Lo stabilimento BMW di Monaco non è solo il luogo in cui la Serie 3 è nata.

È anche il punto in cui molte innovazioni industriali del gruppo hanno preso forma per la prima volta.

Infatti, fin dagli anni Settanta e Ottanta BMW sperimentò in questo stabilimento soluzioni che oggi diamo per scontate.

Come per esempio i sistemi di trasporto aereo dei componenti, le saldatrici programmabili e riconfigurabili, l’introduzione massiccia di robot industriali.

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foto © BMW

Basti pensare che già nel 1982 il tasso di automazione del reparto carrozzeria superava il 90%.

Negli anni successivi, Monaco è diventato un piccolo ecosistema digitale, con simulazioni di linea basate su dati real-time, controlli qualità potenziati da IA, anelli logistici autonomi e sistemi di verniciatura avanzati a polvere e ad alta efficienza.

Grazie a questo approccio, la Serie 3 è stata per decenni il modello su cui BMW ha sperimentato i propri processi del futuro.

Motore della globalizzazione BMW

Negli anni Ottanta e Novanta, BMW iniziò progressivamente ad aprire nuovi hub produttivi per avvicinarsi ai mercati locali.

E quasi sempre il modello introduttivo era proprio lei, la Serie 3.

Tra gli stabilimenti più significativi ricordiamo Dingolfing (dal 1980), Ratisbona (dal 1986), Rosslyn, Sudafrica (dal 1984) e Spartanburg, USA (dal 1994).

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foto © BMW

Non era solo una questione logistica. Produrre localmente significava creare competenze, filiere, valore aggiunto regionalizzato, a partire da un modello abbastanza flessibile da adattarsi a tecnologie, normative e materiali differenti.

Un modello per ogni nuova fabbrica

Dal 1986 in poi, la BMW Serie 3 diventa la chiave universale con cui aprire e far partire gli stabilimenti del BMW Group nel mondo.

Spartanburg, Lipsia, San Luis Potosí e la joint venture BBA a Shenyang hanno iniziato la loro storia industriale costruendo una Serie 3.
Un modello declinato in numerose configurazioni, come b
erlina, Touring, Coupé e Cabrio (poi migrate alla Serie 4), M3, versioni ibride plug-in e 100% elettriche dedicate al mercato cinese.

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foto © BMW

Questa modularità produttiva è stata uno dei fattori chiave che ha permesso a BMW di mantenere i propri standard qualitativi in contesti produttivi molto diversi.

La Serie 3 oggi, una famiglia globale

La settima generazione, introdotta nel 2018, viene prodotta a Monaco (Germania), Shenyang (Cina), San Luis Potosí (Messico), stabilimenti regionali di Chennai (India), Rayong (Thailandia), Araquari (Brasile) e in siti partner in altri Paesi.

E tra poco, come parte della Neue Klasse tornerà anche a Dingolfing, dove verrà costruita dal 2026 la prima Serie 3 completamente elettrica.

Sette generazioni di Serie 3

Generazione Modelli principali Stabilimenti Periodo
Berlina Monaco, Dingolfing 1975–1983
Berlina, Cabrio, Touring, M3 Monaco, Dingolfing, Ratisbona 1982–1994
Berlina, Coupé, Cabrio, Touring, Compact, M3 Monaco, Dingolfing, Ratisbona, Spartanburg, Rosslyn 1990–2000
Berlina, Coupé, Cabrio, Touring, Compact, M3 Monaco, Dingolfing, Ratisbona, Rosslyn 1997–2006
Berlina, Coupé, Cabrio, Touring, M3 Monaco, Ratisbona, Rosslyn, Dadong, Lipsia 2004–2013
Berlina, Touring, Gran Turismo, M3 Monaco, Dingolfing, Ratisbona, Rosslyn, Tiexi 2011–2021
Berlina, Touring, M3, i3 (Cina) Monaco, Ratisbona, Rosslyn, Tiexi, San Luis Potosí Dal 2018

Il futuro elettrico di un’icona meccanica

La transizione che attende la Serie 3 non è solo tecnologica, è identitaria.
L’arrivo nel 2026 della
Serie 3 nata elettrica significa architettura 800V, nuovi pacchi batteria più densi e modulari, efficienza di produzione migliorata fino al 50% e processi ancora più automatizzati e digitalizzati.

È un passaggio simbolico perché l’auto che più di ogni altra ha rappresentato la filosofia BMW “Freude am Fahren” entra in una nuova era mantenendo le sue radici.

Mezzo secolo di vita, eppure sempre nuova

In 50 anni la Serie 3 ha attraversato rivoluzioni tecnologiche, crisi energetiche, nuove geografie industriali.

Ha accompagnato la storia del Gruppo BMW come un filo continuo, adattandosi senza perdere identità.

E forse è proprio questa la sua forza, non essere soltanto un’auto, ma un ponte tra passato e futuro, tra analogico ed elettrico, tra stabilimenti storici e nuove fabbriche globali.

Mentre si prepara alla sua ottava vita, la Serie 3 continua a raccontare qualcosa che va oltre la tecnologia.

L’idea che innovare non significa abbandonare ciò che siamo stati, ma portarlo più lontano.

BMW
foto © BMW

Meta Electronics riparte da Certina Group: un nuovo piano industriale fra storia, competenze e innovazione

Meta Electronics inaugura una nuova fase della propria storia industriale con l’ingresso in Certina Group, segnando un passaggio che va ben oltre il semplice cambio di proprietà.

Per l’azienda emiliana, realtà storica nella componentistica elettronica per veicoli, si tratta dell’avvio di un percorso di rilancio fondato su trasformazione tecnologica, continuità industriale e valorizzazione delle competenze maturate in oltre mezzo secolo di attività.

Dall’after market alla telematica, dall’e-mobility ai servizi di engineering — compreso l’intero ciclo di Testing e Validazione — la nuova proprietà punta su una strategia che integra storia del marchio, qualità dei prodotti, know-how e utilizzo dei propri laboratori certificati come leve principali per riconquistare competitività nel settore automotive.

50 anni di eredità tecnologica

Meta Electronics rappresenta da decenni un riferimento nella digital e power electronics: caricabatterie di bordo, convertitori DC/DC per veicoli elettrici e ibridi, sistemi integrati e dispositivi avanzati per la protezione e il monitoraggio remoto dei veicoli.

Le tecnologie sviluppate dall’azienda sono oggi impiegate dai principali car maker mondiali e integrate in milioni di mezzi, un patrimonio industriale e umano che il gruppo tedesco Certina considera la base per il rilancio.

“Meta Electronics porta con sé un know-how ingegneristico straordinario, frutto di decenni di ricerca e collaborazione con i migliori costruttori automotive globali – assicura Giovanni Santamaria, Partner Certina con responsabilità su Italia e area IT – questo patrimonio è il punto di partenza della nostra strategia.

Oggi si apre una fase nuova, costruita su innovazione, qualità e sostenibilità finanziaria e industriale”.

Continuità, sviluppo e un’offerta end-to-end

A confermare l’impostazione del nuovo piano è Alessandro Moret, Managing Director di Meta Electronics: “L’ingresso di Certina non cancella la storia, ma la mette al centro esatto di un progetto di rilancio strutturato, orientato alla sostenibilità e al ritorno alla competitività.

Il piano prevede il rafforzamento dei punti di forza storici — after market, safety & security, telematica, e-mobility — e l’ampliamento dei servizi offerti ai clienti automotive e di componentistica”.

Moret sottolinea inoltre il valore della capacità interna di progettazione integrata: hardware, software, firmware e cybersecurity, unite a laboratori specializzati e accreditati ISO 17025 che consentono di effettuare test automotive ad alta potenza.

“Una caratteristica che ci distingue nel mercato e ci consente di offrire un servizio end-to-end, dal concept alla produzione di serie”.

Un nuovo dialogo con partner e stakeholder

I primi passi del nuovo corso sono già in atto: la società ha riattivato i contatti con gli stakeholder storici e avviato nuove collaborazioni destinate a giocare un ruolo chiave nella ripartenza.

Una rete di relazioni che, nelle intenzioni della nuova proprietà, costituirà uno degli elementi portanti per ricostruire slancio commerciale e fiducia nel marchio.

Con l’ingresso in Certina Group, Meta Electronics è pronta ad affrontare una fase di rilancio che coniuga tradizione e innovazione, con l’obiettivo dichiarato di tornare a essere un protagonista internazionale nelle tecnologie elettroniche nella mobilità del futuro.

Hyundai e gli oceani, onde che cambiano il futuro

Hyundai
Hyundai e Healthy Seas: cinque anni di innovazione sostenibile e tutela degli oceani - foto © Hyundai

Per una volta parliamo di un costruttore automobilistico ma non dei suoi modelli, almeno non direttamente.

Quando trattare di sostenibilità diventa concreto, misurabile e soprattutto replicabile, il messaggio arriva più lontano, a volte fino ai… fondali marini.

È il caso della partnership tra Hyundai Motor Company e Healthy Seas, che nel 2025 festeggia cinque anni di un’alleanza diventata un riferimento globale per tutela ambientale, economia circolare e responsabilità industriale.

La collaborazione – nata appunto nel 2021 e oggi attiva in Europa, Corea e Stati Uniti – ha raggiunto le 320 tonnellate di rifiuti marini rimosse tra reti abbandonate, plastiche e rifiuti derivati da acquacolture in disuso.

Ma quello che colpisce è che questi scarti tornano in vita, trasformandosi in componenti utilizzati anche a bordo dei modelli Hyundai.

Da rifiuto a risorsa grazie al progetto Hyundai

Healthy Seas nasce per proteggere gli ecosistemi marini rimuovendo reti e materiali dispersi che rappresentano una minaccia per biodiversità e habitat.

Le cosiddette “ghost nets” (le reti fantasma) continuano infatti a pescare anche quando sono abbandonate, diventando trappole silenziose per flora e fauna.

Grazie al supporto di Hyundai, queste attività si sono trasformate in un vero programma internazionale.

Immersioni tecniche, operazioni costiere, recuperi profondi e perfino la bonifica dei pericolosi “ghost farm”, siti di acquacoltura dismessi che rilasciano plastica e microinquinanti nei mari.

Hyundai
foto © Hyundai

Il materiale recuperato affronta poi una filiera di trasformazione basata sulla rigenerazione.

Le reti idonee vengono inviate ad Aquafil, dove diventano filo ECONYL, il nylon rigenerato che Hyundai impiega, per esempio, per i tappetini di alcuni modelli europei, come le Ioniq 5, 6 e 9, la Inster, la Santa Fe e la Nexo a Fuel Cell.

Un esempio tangibile di economia circolare applicata all’automotive, dove il concetto di sostenibilità diventa parte integrante del prodotto.

Educare chi guiderà il futuro

Il progetto non si limita al recupero dei rifiuti, alla sua base c’è la volontà di educare le nuove generazioni.

In cinque anni, quasi 4.900 studenti hanno partecipato a workshop, attività immersive e sessioni in realtà virtuale dedicate alla tutela marina.

La collaborazione si è ampliata grazie alla partnership con la Technical University of Munich (TUM).

È nato così l’innovativo SVan, un laboratorio mobile basato su Hyundai Staria che porta nelle scuole robotica, tecnologia e soluzioni concrete per il monitoraggio e la conservazione degli oceani.

È un modello di divulgazione scientifica che integra ingegneria, ambiente e mobilità sostenibile: una combinazione difficile da trovare altrove.

Cinque anni di crescita continua

Il percorso del programma è scandito da tappe che mostrano la crescita costante dell’iniziativa.

L’avvio nel 2021 in sette Paesi europei con la prima bonifica di una fish farm abbandonata a Itaca (Grecia).

Nel 2022 ritorno a Itaca per un intervento su larga scala, debutto in Corea e prime attività educative nel Regno Unito.

Nel 2023 estensione negli Stati Uniti e prima pulizia del lago di Ocrida, sito Unesco.

Nel 2024 tre ghost farm recuperate in Grecia e lancio di corsi universitari dedicati alle fish farm dismesse.

Infine, nel 2025 presentazione del progetto all’Ocean Conference e riconoscimento ufficiale durante una sessione virtuale dell’UN Ocean Conference.

Un percorso che dimostra come industria e ONG possano collaborare in modo efficace senza limitarsi a campagne di immagine.

Un progetto che va oltre la sostenibilità

La partnership si inserisce nella strategia CSV – Creating Shared Value di Hyundai, fondata su tre pilastri: Earth, Hope e Mobility.

I primi due sono al centro delle attività con Healthy Seas, con la tutela diretta del pianeta e il coinvolgimento delle comunità.

L’obiettivo non è solo proteggere gli oceani, ma costruire un modello di mobilità che integri responsabilità ambientale, tecnologia e partecipazione sociale.

Una sostenibilità che non si limita al prodotto, ma parte dalla filiera e arriva alle persone.

Onde che cambiano rotta

In un settore automobilistico sempre più competitivo (e spesso concentrato su batterie, potenze e autonomie) la storia di Hyundai e Healthy Seas ci ricorda che l’innovazione non vive solo nei centri R&D o nelle linee di produzione.

A volte inizia da un tuffo in profondità, da una rete recuperata, da un gruppo di studenti che osserva un robot muoversi dentro un furgone trasformato in laboratorio.

Forse è questa la sfida più grande dell’automotive moderno: costruire auto rispettando un mare che non guidiamo, ma che ci guida verso un’idea di progresso che sa ancora meravigliare.

Hyundai
Un progetto con programmi educativi globali, esempio concreto di mobilità sostenibile – foto © Hyundai

L’auto regna sovrana nelle province italiane

Secondo l’ultima instant survey di Areté, la mobilità nelle province italiane continua a parlare soprattutto il linguaggio dell’automobile. Nonostante gli sforzi per incentivare alternative più sostenibili, i mezzi pubblici arrancano e la micro-mobilità rimane confinata ai margini. E c’è di più: sei italiani su dieci si dicono favorevoli alle restrizioni per i diesel Euro 5 nei centri cittadini.

L’auto, tra scelta e necessità

Gli italiani, va detto, non sembrano affatto pronti a rinunciare alla propria auto. Per gli spostamenti quotidiani, l’auto personale è percepita non solo come la soluzione più comoda, ma quasi come l’unica praticabile. La nuova ricerca Areté, “La mobilità dell’altra Italia”, conferma una realtà già nota: fuori dalle grandi metropoli, l’auto è ancora la colonna portante della mobilità.

Dopo aver analizzato le abitudini dei cittadini di Roma e Milano, Areté ha allargato lo sguardo su un campione di dieci città di provincia con meno di 250mila abitanti, i comuni medio-piccoli che rappresentano la vera ossatura del Paese, dove vive circa il 70% degli italiani.

Mezzi pubblici fanalino di coda

La fotografia scattata lo scorso novembre è netta: il 67% degli intervistati si muove principalmente in auto. I mezzi pubblici si fermano a un modesto 12%, pari a pedoni e spostamenti a piedi (12%), mentre micro-mobilità, bici ed e-bike totalizzano appena l’8%.

A spingere verso il volante è soprattutto il fattore tempo: il 54% sceglie l’auto perché garantisce rapidità. Ma pesa, e anche parecchio, la percezione di un trasporto pubblico poco affidabile e ancor meno capillare (29%). Risultato, non stupisce che solo il 36% degli intervistati si dichiari soddisfatto del servizio offerto.

Diesel Euro 5: sì alle restrizioni

La survey ha sondato anche un tema caldo: il bando alla circolazione dei diesel Euro 5 in alcune aree urbane. Il 60% del campione approva l’idea. Le ragioni? Migliorare la qualità dell’aria (55%), rispettare i parametri europei (21%) e ridurre il traffico nei centri storici (24%).

Curiosamente, pur frequentando spesso il centro, molti cittadini ritengono che il divieto non modificherà in modo significativo le proprie abitudini. I contrari, invece, puntano il dito contro due aspetti: un impatto ritenuto nullo sull’inquinamento reale e il rischio di un duro colpo economico per le famiglie, costrette a cambiare auto o a virare verso soluzioni di mobilità più costose.

Il futuro? Auto, ma non solo

Uno sguardo al domani: se l’auto continuerà a farla da padrona (il 50% degli intervistati è convinto che resterà il mezzo principale) si intravedono segnali di una graduale transizione. Il 24% prevede di utilizzare maggiormente il trasporto pubblico, il 13% pensa di muoversi soprattutto a piedi e cresce, almeno nelle intenzioni, l’appeal della bicicletta e delle e-bike, che potrebbero passare dal 5% al 9%. Una rivoluzione lenta, lentissima. Ma qualche pedale inizia a muoversi.

Con la partnership Nissan-Sonatus l’IA sale a bordo dei veicoli

Nissan
Nissan e Sonatus insieme per una IA che rivoluziona il collaudo dei veicoli e accelera lo sviluppo dei nuovi modelli - immagine © Nissan-Sonatus

Il futuro dello sviluppo automotive non arriva con il rombo di un motore, ma con un flusso silenzioso e continuo di dati.

E nel Nissan Technical Centre Europe (NTCE) di Cranfield, in Inghilterra, quella che fino a ieri sembrava una promessa sta diventando operatività quotidiana.

La nuova partnership tra Nissan e Sonatus – azienda californiana specializzata in software per veicoli e sistemi basati su intelligenza artificiale – segna infatti un cambio di passo nell’evoluzione dei processi di collaudo.

Con meno test su strada e più diagnostica intelligente si raggiunge un approccio che non solo riduce tempi e costi, ma avvicina di fatto l’industria alla logica dei software-defined vehicles, ormai asse portante della mobilità elettrica.

Come funziona la nuova diagnostica intelligente

L’accordo ruota attorno a due strumenti chiave, il Collector AI e il Sonatus AI Technician.

Si tratta di piattaforme capaci di acquisire, normalizzare e interpretare in tempo reale i dati raccolti dai sistemi di bordo con sensori, centraline elettroniche (ECU) e strumenti diagnostici avanzati.

Il passo avanti non è solo nella quantità dei dati, ma nella loro qualità.

Infatti, la piattaforma confronta il flusso attuale con i dataset storici, rilevando pattern anomali e isolando automaticamente potenziali guasti.

È un po’ come se il veicolo “sapesse” riconoscere i segnali deboli di un malfunzionamento prima ancora che questo emerga nei tradizionali test.

Impatto sui tempi di sviluppo

Uno dei risultati più impressionanti riguarda la riduzione dei tempi di investigazione sui problemi.

Processo Prima dell’IA Con IA Sonatus Riduzione
Diagnosi anomalie ~14 giorni ~2 giorni -85%
Dipendenza da veicoli test Alta Molto ridotta

Ciò significa che gli ingegneri del NTCE non devono più attendere la disponibilità di veicoli fisici per verificare anomalie complesse.

La maggior parte del lavoro si sposta sul terreno digitale, trasformando il collaudo in un processo continuo, iterativo e molto più preciso.

Verso il Juke elettrico e la nuova generazione di Leaf

Questa tecnologia non è un esercizio accademico, ma un tassello operativo del piano Re:Nissan.

Si tratta del programma di rilancio orientato all’efficienza, alla rapidità decisionale e alla collaborazione con partner tecnologici esterni.
Gli strumenti di diagnosi intelligente saranno dunque integrati nei programmi di test dei futuri modelli elettrificati, tra cui le n
uove Nissan Leaf e la Juke 100% elettrica.

Sono modelli in cui la gestione software sarà ancora più centrale, complice la crescente complessità delle architetture elettriche ed elettroniche (E/E Architecture) e l’avanzare dei sistemi di guida assistita evoluti.

Il punto di vista dei protagonisti

David Moss è il Senior Vice President R&D Nissan AMIEO.

Lavorare con Sonatus – così sintetizza il valore dell’accordo – significa accelerare le analisi e prendere decisioni più rapide, mantenendo la qualità ai massimi livelli”.

Un concetto ribadito dall’altro lato del tavolo da Alexandre Corjon, Senior Vice President e Technical Fellow di Sonatus: “L’ingegneria lungimirante di NTCE sta ridefinendo lo sviluppo dei veicoli, stabilendo un nuovo standard per l’innovazione”.

Due visioni che convergono su un’idea fondamentale: l’auto del futuro non si costruisce solo con acciaio e batterie, ma con dati e algoritmi.

L’IA al CES 2026, il banco di prova del pubblico

Nissan e Sonatus porteranno il loro ecosistema di diagnostica intelligente al CES 2026 di Las Vegas.

Lo presenteranno con dimostrazioni dal vivo dedicate alla raccolta dati e alle capacità predittive del sistema.
Uno scenario ideale non solo per mostrare la tecnologia, ma per farne percepire il potenziale.

Dalla manutenzione predittiva alle logiche di rilascio software over-the-air, fino a una progettazione realmente basata sui dati.

Un nuovo modo di costruire le auto

L’accordo tra Nissan e Sonatus non introduce solo strumenti, ma indica un cambiamento culturale.
Significa accettare che i cicli di sviluppo tradizionali – lunghi, sequenziali, fortemente dipendenti dai prototipi – non siano più adatti a un settore in cui i modelli cambiano piattaforma software durante la loro stessa vita commerciale.

La vera novità sta nell’aver spostato il baricentro dai test fisici ai test intelligenti, capaci di “ascoltare” continuamente il veicolo, prevedere i suoi problemi e trasformare la ricerca e sviluppo in un flusso molto più fluido.

È un passaggio epocale e, come spesso accade nella tecnologia, il cambiamento è silenzioso.

Arriva in forma di codice, ma lascia un segno profondo nel modo in cui immaginiamo la mobilità.

Nissan
Nissan e Sonatus uniscono software e intelligenza artificiale per ridurre i tempi di collaudo, migliorare la diagnostica e velocizzare lo sviluppo dei futuri modelli elettrici come Leaf e Juke – immagine © Nissan-Sonatus

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