mercoledì 22 Aprile 2026 - 19:20:22

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Il diritto alla mobilità nel Giappone che invecchia

È un problema che ormai accomuna molti Paesi al mondo, soprattutto in Occidente, ma è nell’efficientissimo Giappone che il calo di natalità ha portato ad un preoccupante invecchiamento demografico.

Secondo stime recenti, il 30% dei giapponesi ha più di 65 anni, mentre i bambini con meno di 10 anni rappresentano un misero 10% della popolazione.

L’invasione dei nonni

Malgrado le politiche pro-natalità sempre più invoglianti varate dal Governo, invertire il processo non è semplice e neanche immediato, con conseguenze che vanno dallo scarso avvicendamento generazionale nel mondo del lavoro, che si traduce nella necessità di mantenere la popolazione anziana ancora attiva, per arrivare al numero crescente di pensionati che per le casse dello Stato è sempre più difficile sostenere.

Eppure, nell’attesa che il fenomeno cambi e i giardini si riempiano di bimbi che corrono e non di gran premi per deambulatori, il Paese del Sol Levante ha iniziato a prendere provvedimenti per supportare la pacifica invasione dei nonni.

Muoversi è diventato un problema

Tra i tanti problemi da risolvere uno riguarda la mobilità, di colpo diventata una nota dolente che non è più possibile sottovalutare.

Anno dopo anno, intere comunità rurali continuano a perdere abitanti e garantire a tutti la possibilità di spostarsi equivale a permettere il contatto con la vita quotidiana: cure mediche, lavoro, istruzione e relazioni sociali.

Secondo il “World Economic Forum”, oltre il 20% della popolazione giapponese vive a più di 500 metri da una stazione ferroviaria e a oltre 300 da una fermata dell’autobus.

Distanze che, in una società dove quasi il 30% dei residenti ha più di 65 anni, possono trasformarsi in barriere insormontabili.

Nelle zone interne, poi, il quadro si fa ancora più severo: taxi che cessano l’attività, linee di autobus ridotte o cancellate e un esilio forzato per chi non possiede un’auto o non è più in grado di guidare.

Zone che si spopolano

Sono i “transportation deserts”, i deserti dei trasporti, fenomeno che riguarda territori per lo più rurali in cui la mobilità evapora ogni anno di pari passo con il calo degli abitanti.

Un effetto che non produce solo disagi pratici, ma alimenta l’isolamento sociale soprattutto tra gli anziani, perché meno spostamenti significa limitare le occasioni di incontro, minore accesso ai servizi sanitari e una qualità della vita molto più fragile.

Trasporti pubblici in fuga

Una crisi che non colpisce soltanto i cittadini ma picchia duro anche con gli operatori dei trasporti. Una survey nazionale citata dal WEF mostra che il 55% delle aziende del settore – dove nel comparto degli autobus la quota sfiora il 70% – fatica a mantenere le rotte attuali.

Dal 2019 a oggi, oltre il 90% degli operatori di autobus e circa il 60% di quelli ferroviari hanno registrato un calo di autisti, tecnici e risorse.

Anzi, quattro aziende su dieci parlano apertamente della necessità di rivedere il business di sana pianta.

Davanti a questa tempesta perfetta – invecchiamento, spopolamento, carenza di manodopera – il Giappone ha scelto di non limitarsi a rattoppare il sistema esistente.

Al contrario, ha avviato una vera e propria riprogettazione della mobilità, puntando verso le tecnologie digitali.

Un team per risolvere i problemi

Nel luglio dello scorso anno il ministero dei Trasporti (MLIT) ha istituito la “Transportation Desert Resolution Headquarters”, una task force concentrata sulle aree sensibili, quelle in cui taxi e servizi a chiamata non sono disponibili nemmeno oltre i 30 minuti dalla richiesta. L’approccio va sul pratico: analizzare i bisogni locali e costruire soluzioni su misura, evitando modelli standard calati dall’alto.

A questa iniziativa si affianca il programma “Local Mobility DX: MaaS 2.0, che mira a digitalizzare la mobilità regionale lavorando su quattro pilastri: servizi, integrazione dei dati, modelli di gestione e standardizzazione dei processi.

Tra i progetti pilota selezionati spiccano quelli che tentano di scongiurare la frammentazione del settore.

Oggi ogni operatore utilizza sistemi, procedure e formati diversi: un mosaico inefficiente che rende difficile collaborare e innovare. Al contrario, creare uno standard permette di ridurre i cost e liberare risorse per nuovi servizi.

Simulazioni per valutare gli effetti

In questo quadro assai complicato si inserisce anche la collaborazione con “Fujitsu”, che sta sviluppando sistemi di simulazione avanzata per la gestione della mobilità regionale. Attraverso una sorta di “prova digitale”, amministrazioni e operatori possono testare scenari alternativi – cambiando flotte, percorsi e orari – e valutarne l’impatto prima di intervenire nel mondo reale.

È un cambio epocale, con meno decisioni basate sull’intuizione e più pianificazione guidata dai dati.

Le città laboratorio

Accanto alle politiche pubbliche, anche il settore privato sperimenta soluzioni radicali. L’esempio più significativo è “Woven City”, la città-laboratorio inaugurata da “Toyota Motor Corporation” su un’ex area industriale di oltre 700mila metri quadrati.

Qui la mobilità non è un servizio a sé ma una componente integrata del tessuto urbano: semafori che si adattano alla presenza dei veicoli, percorsi sotterranei per robot autonomi addetti alle consegne e alla gestione dei rifiuti e soluzioni pensate per convivere con una popolazione che ha – e avrà – sempre più bisogno di aiuto.

Non mancano i progetti che combinano servizi come veicoli condivisi, servizi sanitari e spazi di socialità.

Il messaggio finale è una sorta di monito al mondo intero, per ribadire che la mobilità del futuro non si misura soltanto in km di autonomia percorsi o in minuti risparmiati, ma nella capacità di tenere insieme i pezzi di una società che cambia. Piaccia o meno.

OnlyFans nel motorsport e il caso di Sara Fruncillo

Nel motorsport l’immagine non è mai neutra. Ogni sponsor racconta una visione, ogni logo su una tuta o su una livrea indica una direzione precisa.

È in questo spazio, dove tecnica e simboli convivono, che si inserisce la scelta di Sara Fruncillo di legare il proprio percorso sportivo a OnlyFans.

Una scelta che ha acceso un dibattito spesso più giudicante che analitico. Eppure, per comprenderla davvero, è necessario partire da un punto essenziale: chi è Sara Fruncillo, prima ancora dello sponsor.

Una pilota, per cominciare

Sara Fruncillo ha 27 anni ed è originaria di Avellino.

Il suo percorso nel motorsport nasce da una determinazione costruita nel tempo, lontano da scorciatoie o narrazioni comode.

Ha scelto di lavorare in autonomia, assumendosi il peso – e la libertà – di costruire il proprio sogno senza delegarlo ad altri.

Per continuare a correre e vivere il motorsport ogni giorno, Fruncillo ha svolto e svolge più lavori contemporaneamente, arrivando a gestirne fino a quattro.

Una necessità concreta per sostenere allenamenti, trasferte e preparazione fisica, con una caparbietà che racconta più di qualsiasi slogan.

Per lei il motorsport non è un’idea romantica, ma una pratica quotidiana. Nel suo percorso ha maturato esperienze in competizioni automobilistiche internazionali, confrontandosi con un ambiente tecnico, selettivo e spesso poco indulgente.

È questa immersione totale nel paddock a dare senso alle sue scelte, inclusa quella legata alla sponsorizzazione.

Non è un elemento che definisce l’atleta, ma una decisione strategica che si affianca a un’identità sportiva già costruita. Una scelta che mette sullo stesso piano barriere economiche e culturali, senza distinguere quali siano più facili o più comode da abbattere.

Perché OnlyFans entra nel motorsport

OnlyFans è una piattaforma digitale fondata nel 2016, basata su un sistema di abbonamento diretto tra creator e pubblico.

È diventata famosa soprattutto per l’ampio utilizzo nel settore dell’intrattenimento per adulti, una notorietà che ne ha segnato profondamente l’immagine pubblica.

Negli ultimi anni, però, il brand ha intrapreso una strategia chiara: uscire da una narrazione unica e posizionarsi anche in ambiti diversi, tra cui lo sport.

Il motorsport, per visibilità globale e valore simbolico, è uno dei contesti scelti per normalizzare la propria presenza e dialogare con un pubblico più ampio.

OF nel paddock, non un’eccezione

Un aspetto spesso ignorato nel dibattito è che la presenza di OnlyFans nel motorsport non è un’eccezione, né si limita ad un solo genere.

Nel panorama internazionale, il brand ha già affiancato diverse figure. Tra le donne, uno dei casi più noti è quello di Renee Gracie, pilota australiana tornata alle competizioni GT con il supporto di OnlyFans, così come Rebecca Busi, protagonista nei rally italiani e in competizioni internazionali di alto profilo come la Dakar.

Accanto a loro anche piloti uomini. Negli Stati Uniti, Josh Williams ha corso in NASCAR con OnlyFans come sponsor principale, con il logo ben visibile su auto e tuta, senza che questo diventasse un caso mediatico o morale.

Ed è qui che emerge una differenza difficile da ignorare. Quando lo sponsor è associato a un uomo, viene letto per quello che è: un brand.

Quando è associato a una donna, diventa improvvisamente qualcosa da giustificare, spiegare, valutare e soprattutto pagarne le conseguenze. Perché non è mai lo sponsor a fare rumore, ma lo sguardo con cui viene osservato.

Barriere, coerenza e scelte consapevoli

Il motorsport ama definirsi moderno, inclusivo e proiettato verso il futuro. Ma ogni cambiamento reale mette alla prova questa narrazione: alcune barriere sono celebrate quando cadono, altre restano in piedi perché rassicurano.

La scelta di Sara invita a una riflessione più ampia: la libertà di scelta ha senso solo se è coerente. Non può valere a intermittenza, né essere concessa solo quando non disturba.

Se si parla davvero di abbattere le barriere, allora bisogna farlo ovunque: nel lavoro, nella rappresentazione, nelle opportunità, senza permettersi di stabilire a tavolino quali siano più accettabili di altre.

Perché le barriere abbattute a metà non sono progresso, ma compromessi comodi perché tutto cambi senza mai cambiare nulla.

E quando si parla di donne e libertà, la posta in gioco non riguarda una sola categoria sola, ma tutti, nel loro insieme: smontare stereotipi e pregiudizi a metà non libera nessuno, e lascia intatto quello che giuriamo di voler cambiare.

Otto ore al volante e guida notturna obbligatoria, come cambia l’esame per la patente

La patente è sempre stata una conquista, una tappa fondamentale della vita destinata al bagaglio dei ricordi per tutto il resto dell’esistenza, insieme all’esame di maturità, la nascita di un figlio, la laurea e il primo bacio.

Certo, spesso le patenti erano prese grazie ad una sonora botta di “naticume”, tra un parcheggio improvvisato, qualche quiz mandato a memoria e uno stile di guida monacale tenuto a stento per compiacere gli inflessibili ingegneri della Motorizzazione.

Un cambio totale

Ma da quest’anno, l’esame per la patente B cambia pelle e lo fa in modo radicale: il nuovo decreto del 17 novembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale alla vigilia di Natale, ridisegna l’intero percorso di formazione degli aspiranti automobilisti rendendolo più lungo, strutturato e soprattutto più aderente alla realtà che ogni giorno incontra chi decide di avventurarsi sulle strade italiane.

L’obiettivo è aumentare la sicurezza puntando su una preparazione pratica più solida e meno affidata al caso o alla fortuna del giorno d’esame.

Più qualità

Una della novità è l’aumento delle ore di guida obbligatorie, che passano da sei a minimo otto: ognuna dovrà essere svolta esclusivamente in autoscuole abilitate e con istruttori certificati, inserita all’interno di un percorso formativo rigido e tracciato.

Le lezioni saranno organizzate in moduli da due ore, ciascuno focalizzato su competenze specifiche per evitare che la pratica si riduca a una sequenza casuale di giri in città, spesso poco rappresentativi delle difficoltà reali che un neopatentato incontrerà quando si troverà al volante da solo.

Dai comandi base agli ADAS

Il “Modulo A” è la porta d’ingresso al nuovo percorso: manovre fondamentali, conoscenza del veicolo, gestione delle emergenze e soprattutto familiarizzazione con i sistemi di assistenza alla guida (ADAS) come frenata automatica, mantenimento di corsia e sensori, avvisi non sono più optional da ignorare, ma strumenti da conoscere e saper usare correttamente.

Con il “Modulo B” si entra nel traffico urbano vero: precedenze, incroci, parcheggi, manovre complesse e attenzione agli utenti più vulnerabili della strada.

Qui l’esame smette di essere astratto e diventa quotidianità pura.

Autostrada e notte, le novità

Il vero salto di qualità arriva con il “Modulo C”, dedicato alla guida in autostrada e su strade extraurbane con velocità superiori ai 50 km/h: accelerazioni, sorpassi, immissioni e gestione delle alte velocità diventano finalmente parte integrante della formazione, dopo anni in cui i neopatentati erano obbligati a pericolosi “fai da te”.

Ancora più simbolico il “Modulo D”, interamente concentrato sulla guida notturna, con esercitazioni previste dopo le 20 o comunque mezz’ora dopo il tramonto e fino all’alba.

Un riconoscimento ufficiale del fatto che guidare di notte non è un dettaglio, ma una competenza fondamentale troppo spesso sottovalutata.

Fine delle guide “casalinghe”

Cambia anche il rapporto con la pratica privata, quella in compagnia di nonni, genitori o amici, perché la nuova normativa stabilisce che non sarà possibile esercitarsi con un accompagnatore privato prima di aver completato tutte le ore obbligatorie in autoscuola. Solo dopo aver concluso il ciclo ufficiale sarà consentito guidare fuori dalle lezioni, e comunque con limiti ben precisi.

Una scelta che vuole evitare abitudini sbagliate e garantire una base tecnica uniforme per tutti.

La patente nell’era digitale

Altro pilastro della riforma è la certificazione digitale: tutte le guide svolte saranno registrate sul Portale dell’Automobilista, gestito dalla Motorizzazione civile.

Al termine del percorso, l’allievo riceverà un’attestazione valida 18 mesi, utile anche in caso di bocciatura all’esame pratico.

I dati confluiranno nell’Anagrafe nazionale degli abilitati alla guida, rendendo il sistema più trasparente e uniforme su tutto il territorio nazionale.

Meno quiz, più strada

Il nuovo percorso si inserisce in una riforma più ampia dell’esame di guida, già anticipata nel 2025.

Come spiegato dal ministro Salvini, l’intenzione è superare un modello troppo legato ai quiz e alle crocette per arrivare a un esame “meno schematico e più realistico”, dove contano davvero l’esperienza e la capacità di affrontare il traffico.

Costi più alti

Il rovescio della medaglia è inevitabile: i costi aumenteranno, sia per il maggior numero di ore obbligatorie sia per gli adeguamenti già entrati in vigore nel 2025 sulle retribuzioni degli esaminatori.

Ma si punta su un ritorno concreto in termini di sicurezza, visto che nel 2025 la Polizia stradale ha ritirato più di 63mila patenti, con un aumento che sfiora al 66% rispetto all’anno precedente.

Risultati tangibili dell’aumento dei controlli su alcol e droghe, dell’inasprimento delle sanzioni per l’uso del cellulare alla guida e delle regole per i neopatentati, sintomi di una guerra sempre più dura contro l’indisciplina che ormai regna sovrana sulle strade.

Non più una semplice formalità

La patente non sarà più soltanto un fastidio burocratico, ma il risultato di un percorso più lungo e impegnativo con meno scorciatoie e improvvisazione.

Nella speranza che, girata la chiave di accensione, chi guida sappia davvero cosa sta facendo.

ASI (Automotoclub Storico Italiano) compie sessant’anni

Buon compleanno ASI!

L’Automotoclub Storico Italiano entra ufficialmente nel suo 60° anno di attività.

Era infatti il 25 settembre 1966 quando il Veteran Car Club d’Italia e la Federazione Italiana Auto Moto d’Epoca si unirono per fondare quella che oggi è l’associazione italiana di riferimento per la tutela e la promozione del motorismo storico.

Una federazione che conta 345 Club affiliati in tutta Italia, riunisce oltre 300.000 appassionati e valorizza l’importanza culturale, sociale ed economica del settore.

ASI è riconosciuto dallo Stato per la certificazione dei veicoli storici ed è un’organizzazione che opera mediante commissioni e gruppi di lavoro specifici per ogni settore, ma soprattutto rappresenta un mondo che ogni anno genera un indotto economico di oltre tre miliardi di euro a beneficio di una variegata e qualificata filiera produttiva, del turismo e del made in Italy.

Il 2026, sotto il segno del 60° anniversario, sarà intenso e ricco di iniziative.

Il motorismo in pista a Imola e Misano Adriatico

Il logo dell’ASI è caratterizzato dagli elementi distintivi di questo nuovo traguardo e affiancherà tutte le attività della Federazione, che culmineranno con il grande “ASI Fest” in programma dal 25 al 27 settembre al Misano World Circuit “Marco Simoncelli”.

Scenderanno in pista tutte le tipologie di veicoli storici per dare vita ad uno spettacolo dedicato al pubblico e agli appassionati, con esposizioni, esibizioni dinamiche, intrattenimento e momenti culturali.

Questo sarà solo il gran finale di un lungo carosello del 60° Anniversario, perché il primo evento in calendario è previsto domenica 8 marzo a Imola con “ASI Wo+Man Power”, iniziativa dedicata alla parità di genere nel mondo automotive.

Si inserisce in “WOW Women Motor” promosso dal Comune di Imola insieme all’Autodromo “Enzo e Dino Ferrari” come occasione di riflessione sul tema dell’inclusività in un evento ad ampio raggio.

Alberto Scuro, Presidente ASI:

“Viviamo in un periodo di grandi trasformazioni in cui il valore delle radici diventa ancora più decisivo per interpretare il futuro”.

“Dal 1966 ad oggi l’Automotoclub Storico Italiano ha intrapreso un viaggio in continua evoluzione: dalla passione di pochi è nata un’istituzione culturale nazionale, chiamata oggi a tutelare e trasmettere un patrimonio identitario che racconta l’ingegno, la creatività e la storia industriale del nostro Paese”.

“ASI alimenta ogni anno oltre 3.000 eventi dinamici, 1.000 appuntamenti culturali e altrettante iniziative sociali e solidali, difendendo il valore dei veicoli storici come beni culturali da preservare e non da penalizzare, contro semplificazioni e visioni ideologiche che rischiano di impoverire la memoria collettiva”.

“Siamo una forza compatta, animata dall’entusiasmo di 8.000 volontari consapevoli del proprio ruolo: quello di rappresentare una grande comunità che, ogni giorno, fa funzionare una macchina complessa e preziosa, custode viva di una parte fondamentale della cultura italiana, da consegnare intatta alle generazioni future”.

L’inflazione passa dal casello autostradale

Una delle certezze di ogni anno nuovo che arriva, oltre alla lista dei buoni propositi e alla voglia di mettersi a dieta per perdere i chili presi nelle feste, c’è un’altra certezza: gli aumenti delle autostrade.

Il 2026, ovviamente, non è da meno: dal 1° gennaio scorso, è scattata una nuova raffica di rincari di cui si è parlato ancora molto poco.

Forse perché 10 centesimi non sono abbastanza per fare notizia, non servono per aprire i telegiornali e scatenare le proteste.

Eppure proprio da lì passa l’ennesimo aumento del costo della mobilità per milioni di italiani.

+1,5%: poco? Nemmeno per idea

L’incremento medio, secondo quanto comunicato dal Ministero dei Trasporti, è dell’1,5%, un adeguamento tecnico adeguato all’inflazione quasi inevitabile, che però racconta molto più di quanto suggeriscano le percentuali.

A fare luce sui numeri reali è l’analisi di “Altroconsumo”, che ha monitorato 38 tratte strategiche della rete autostradale italiana.

Il risultato è un quadro articolato, fatto di rincari diffusi ma disomogenei, di differenze territoriali significative e di un impatto che cresce con la frequenza con cui si usano le autostrade, più che con l’importo del singolo pedaggio.

Rincari a macchia di leopardo

L’aumento medio rilevato dall’associazione è dell’1,1%, quindi leggermente inferiore al dato ufficiale. Un numero che, se isolato, potrebbe apparire quasi rassicurante, anche se il vero punto dolente non è di quanto aumentano i pedaggi in percentuale, ma da dove si sceglie di partire.

Gli aumenti, infatti, non colpiscono tutte le tratte allo stesso modo: in molti casi si traducono in 10 o 20 centesimi in più a viaggio.

È quanto accade su collegamenti molto trafficati del Nord come Dalmine–Milano Est, Bergamo–Milano Est o Trento Nord–Bolzano Sud, dove i rincari percentuali superano anche il 2%.

Percentuali che fanno impressione e spesso dipendono dalla struttura stessa del pedaggio: su tratte brevi, un aumento minimo — arrotondato al decimo — fa inevitabilmente “impennare” il dato percentuale.

Emblematico il caso della Agrate Brianza–Milano (A4): 10 centesimi in più bastano a far registrare un aumento all’apparenza consistente.

In valore assoluto, però, l’aggravio resta limitato, almeno per chi quell’autostrada la percorre una volta ogni tanto.

Il conto arriva a fine anno

La prospettiva cambia radicalmente se si guarda a chi l’autostrada la usa per lavorare. Per pendolari, lavoratori autonomi e piccoli operatori economici, quei 10 o 20 centesimi diventano una voce di spesa stabile.

Moltiplicati per circa 230 giorni lavorativi all’anno, si trasformano facilmente in 80, 90, talvolta oltre 100 euro in più a famiglia.

Una cifra che pesa, soprattutto in un contesto in cui il costo della mobilità è già sotto pressione tra carburanti, assicurazioni, manutenzione e parcheggi.

E pesa ancora di più dove le alternative di trasporto pubblico sono scarse o inefficienti, in particolare sulle direttrici extraurbane, dove l’autostrada non è una scelta ma una necessità.

Quanto costa davvero viaggiare

Per capire se un pedaggio è “caro” o “economico”, Altroconsumo ha utilizzato un parametro efficace: il costo ogni 100 km, utile per confrontare tratte di lunghezza diversa fotografando il costo dell’infrastruttura al netto degli ultimi aumenti.

È qui che emergono le vere criticità: la tratta Novara Est–Milano Ghisolfa supera i 14 euro ogni 100 km, mentre la Torino Rondissone–Novara Ovest sfiora la stessa soglia.

Valori nettamente superiori alla media anche in diverse tratte del Lazio, della Campania e lungo l’Adriatico, dove il costo resta stabilmente sopra i 10 euro ogni 100 km, collocando molte autostrade italiane tra le più care, indipendentemente dagli adeguamenti del 2026.

Un sistema poco omogeneo

L’indagine mette in luce anche un altro elemento: la scarsa omogeneità del sistema tariffario. Circa un terzo delle tratte analizzate non ha registrato alcun aumento nel 2026, come accade in diverse aree del Nord-Ovest e del Centro Italia, ma soprattutto in Sicilia, dove alcune autostrade restano gratuite.

Il risultato è una mappa dei pedaggi a geometria variabile, con forti differenze territoriali che non sempre sembrano legate alla qualità dell’infrastruttura, allo stato di manutenzione o ai servizi offerti agli utenti.

Un pendolare lombardo e uno siciliano, insomma, viaggiano su autostrade che rispondono a logiche tariffarie molto diverse.

Piccoli aumenti, grande impatto

Il 2026 non porta una stangata improvvisa ai caselli, ma spalanca le porte a qualcosa di più sottile: l’ennesimo micro-aumento che passa quasi inosservato ma nel tempo erode in modo profondo i bilanci familiari: 10 centesimi alla volta, senza clamore e senza titoli a nove colonne, ma con un effetto cumulativo che, per chi viaggia ogni giorno, è tutt’altro che trascurabile.

È il punto più preoccupante della vicenda: non tanto l’aumento in sé, ma che stia diventando pura normalità il costo crescente della mobilità.

LA MAPPA DEGLI AUMENTI

30 centesimi

A1 Firenze Sud-Roma Nord: 20 euro

A14 Napoli-Bari Nord: 21,60 euro

20 centesimi

A14-A1 Bologna Casalecchio-Firenze Nord: 8,90 euro

A4 Torino Rondissone-Novara Ovest: 11,50 euro

A14 San Lazzaro di Savena-Ancona Nord: 15,70 euro

A1-A24 Napoli Nord-Roma Est: 17,80 euro

10 centesimi

A4 Agrate Brianza-Milano: 1,70 euro

A4 Dalmine-Milano Est: 3,50 euro

A4 Bergamo-Milano Est: 3,80 euro

A22 Trento Nord-Bolzano Sud: 3,90 euro

A24 Valmontone-Roma Est: 4,20 euro

A1 Civitavecchia-Roma Sud: 4,70 euro

A4 Verona Est-Padova Ovest: 5,30 euro

A14 San Lazzaro di Savena-Ravenna: 5,70 euro

A22 Trento Centro-Verona Nord: 6,40 euro

A16 Napoli-Benevento: 6,70 euro

A4 Novara Est-Ghisolfa: 6,90 euro

A14 San Lazzaro di Savena-Rimini Nord: 8,20 euro

A14 Bologna Borgo Panigale-Verona Sud: 9,60 euro

A14 Ancona Sud-Pescara Nord: 10,60 euro

A7 Genova Bolzaneto-Milano Ovest: 10,70 euro

A4 Milano Est-Venezia Mestre: 22,30 euro

Nessun aumento

A18 Catania Nord-Messina: gratuita

A20 Messina-Buonfornello: gratuita

A20 Messina-Milazzo: gratuita

A14 Bologna Borgo Panigale-Modena Sud: 1,90 euro

A8 Malpensa T1-Milano: 1,90 euro

A4 Cavenago-Milano Est: 2,00 euro

A24 Tivoli-Roma Est: 2,20 euro

A2-A3 Napoli-Cosenza: 2,30 euro

A4 Capriate-Milano Est: 2,80 euro

A7 Pavia-Milano Est: 2,80 euro

A1 Ponzano Romano-Roma Nord: 2,90 euro

A4 Venezia Mestre-Padova Est: 3,10 euro

A8 Varese-Milano Nord: 3,60 euro

A21 Torino-Asti Ovest: 5,20 euro

A24 Teramo-L’Aquila Est: 5,40 euro

A14 Pescara Nord-Roma Est: 21,40 euro

Reinova, A&C Ecotech e BTS & Saker per il riciclo delle batterie

Reinova
Modern electric car with battery, x-ray vehicle chassis, 3D rendering

Reinova, polo di eccellenza nello sviluppo e validazione di componenti per la mobilità elettrica e ibrida, annuncia il completamento con successo della fase di test e l’avvio operativo del primo hub industriale integrato in Italia dedicato al riciclo totale delle batterie a ioni di litio.

Il progetto, frutto della partnership strategica con A&C Ecotech e il gruppo slovacco-coreano BTS & Saker, rappresenta oggi l’unica soluzione europea in grado di gestire l’intero ciclo di vita della batteria: dallo screening iniziale alla produzione di Black Mass ad altissimo grado di purezza.

Reinova

Una svolta tecnologica: purezza al 99,6% ed Economia Circolare

Dopo oltre un anno e mezzo di ricerca e sviluppo, la fase di trial condotta su due tonnellate di batterie esauste ha confermato l’efficienza di un impianto di triturazione e separazione d’avanguardia.

Il processo permette di ottenere una Black Mass con un grado di purezza del 99,6%, un valore che definisce un nuovo standard industriale per il riutilizzo dei materiali nobili.

L’hub è progettato per trattare le chimiche più diffuse sul mercato, NMC (Nichel-Manganese-Cobalto) e LFP (Litio-Ferro-Fosfato), che rappresentano circa il 98% del settore.

Attraverso questo impianto, è possibile recuperare e reinserire nella filiera produttiva materie prime critiche come litio, cobalto, nichel, oltre a rame, alluminio e metalli preziosi (oro e argento), trasformando il rifiuto in Raw Material pronto per la produzione di nuove celle.

Sinergia strategica e compliance europea

L’iniziativa si pone come risposta concreta al Regolamento UE 2023/1542, introducendo strumenti fondamentali come il Digital Battery Passport per garantire la tracciabilità e la sostenibilità dei materiali.

La collaborazione vede una suddivisione tecnica precisa dei ruoli:

  • Reinova: cura l’architettura di sistema, gli standard di sicurezza, lo screening/classificazione delle batterie e la tracciabilità digitale.
  • A&C Ecotech: gestisce il quadro regolatorio, la logistica del trasporto e il trattamento presso l’hub operativo nel Sud Italia.
  • BTS & Saker: fornisce le tecnologie avanzate di pre-trattamento (shredding) e l’esperienza operativa negli impianti pilota.

Giuseppe Corcione, CEO di Reinova:

reinova
Giuseppe Corcione

“Siamo orgogliosi di aver reso possibile ciò che molti ritenevano realizzabile solo in un arco di dieci anni”.

“Abbiamo progettato e messo a punto un impianto che non è solo un centro di stoccaggio, ma un vero e proprio generatore di valore”.

“Oggi Reinova e i suoi partner possono ritirare batterie su tutto il territorio europeo, processarle e vendere Black Mass di altissima qualità alle aziende petrolchimiche, chiudendo definitivamente il cerchio della mobilità sostenibile”.

 Impatto industriale e prospettive future

L’impianto vanta una capacità di pre-trattamento (CAPA) stimata in 12.000 tonnellate all’anno.

Il modello industriale, ora validato, è destinato a essere replicato su scala nazionale ed europea per abbattere i costi logistici e rafforzare l’autonomia dell’UE nell’approvvigionamento di metalli strategici, riducendo la dipendenza dai mercati extra-europei.

ATFlow accelera con nuove nomine alla guida della società

ATFlow
foto © ATFlow

Nel panorama automotive italiano – sempre più attraversato da elettrificazione, intelligenza artificiale e nuovi modelli distributivi – ATFlow accelera sul fronte organizzativo.

La società, specializzata nell’importazione e distribuzione di brand automobilistici tecnologicamente avanzati, annuncia un riassetto strategico del top management.

Obiettivo, sostenere la crescita dei marchi KGM, XPENG e INEOS Automotive sul mercato nazionale.

Le nuove nomine vanno nella direzione di una visione industriale chiara, orientata a innovazione, digitalizzazione e valorizzazione della rete.

Gian Leonardo Fea nuovo Chief Strategy Officer ATFlow

A guidare l’evoluzione strategica di ATFlow è Gian Leonardo Fea, che assume il ruolo di Chief Strategy Officer (CSO) e Consigliere Delegato.

Un profilo di esperienza, con oltre quarant’anni nel settore automotive, maturati tra consulenza, costruttori premium e importazione.

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Gian Leonardo Fea Chief Strategy Officer e Consigliere Delegato ATFlow – foto © ATFlow

Dopo una lunga carriera in Mercedes-Benz Italia, dove ha ricoperto la direzione generale dei marchi Mercedes-Benz, Smart, Chrysler e Jeep, Fea ha seguito progetti di sviluppo strategico per Jaguar Land Rover Europe, diventando poi Presidente di BAH, importatore JLR per la Polonia.

Rientrato in Italia, ha collaborato con Federauto ed è stato Presidente dell’Associazione Concessionari Mercedes fino al 2025.

Già Managing Director di XPENG Italia, oggi Fea assume una visione trasversale su tutti i brand rappresentati da ATFlow, con un focus preciso: nuovi business, evoluzione dei marchi e integrazione di modelli tecnologici avanzati, in particolare legati alla mobilità elettrica e software-defined.

XPENG e INEOS, la guida operativa passa a Giuseppe Rovito

La responsabilità operativa di XPENG e INEOS Automotive per il mercato italiano viene affidata a Giuseppe Rovito, nominato Managing Director e Consigliere Delegato di ATFlow.

Classe 1983, Rovito porta con sé un background fortemente orientato alla trasformazione dei modelli distributivi.

In BMW Italia, dove ha operato dal 2009, ha ricoperto ruoli in Sales, Commercial Planning e Distribution, contribuendo alla definizione delle strategie commerciali di BMW e MINI.

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Giuseppe Rovito, Managing Director XPENG e INEOS per il mercato Italia​ e Consigliere Delegato ATFlow​ – foto © ATFlow

Particolarmente rilevante l’esperienza come Head of Direct Sales Project, incarico che lo ha visto guidare – in coordinamento con BMW AG – lo sviluppo del nuovo modello di vendita diretta sul mercato italiano, all’interno di un team europeo.

Rovito è chiamato a gestire due marchi profondamente diversi ma complementari.

XPENG, brand premium tecnologico, fortemente orientato a IA, ADAS avanzati e veicoli software-centrici

E INEOS Automotive, costruttore britannico che ha riportato al centro l’off-road puro, reinterpretandolo in chiave moderna e industriale.

Marketing e brand strategy, Andrea Ferrari nuovo CMO

Completa il nuovo assetto Andrea Ferrari, che entra in ATFlow come Chief Marketing Officer per tutti i brand attuali e futuri.

Con oltre 25 anni di esperienza nel settore, Ferrari ha costruito la propria carriera tra Ferrari, Alfa Romeo, BMW Group e MINI, guidando attività di marketing, product management, comunicazione e sviluppo prodotto.

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Andrea Ferrari, Chief Marketing Officer KGM, XPENG e INEOS per il mercato Italia – foto © ATFlow

È stato inoltre Chief Marketing Officer di NIO e Direttore Commerciale Europe del Gruppo Keeway, maturando una profonda conoscenza dei mercati elettrici e premium.

In ATFlow, il suo compito sarà coordinare branding, comunicazione, customer experience e posizionamento, in un contesto dove tecnologia, storytelling e identità di marca diventano leve decisive tanto quanto il prodotto.

KGM, confermato Luca Ronconi

Nel segno della continuità, Luca Ronconi viene confermato Consigliere ATFlow con delega al brand KGM per l’Italia.

In questo modo viene assicurata stabilità e presidio su un marchio in fase di consolidamento e rilancio nel mercato europeo.

Il nuovo assetto di ATFlow mette in evidenza la precisa scelta di separare visione strategica, gestione operativa e costruzione del brand, in linea con le migliori pratiche dei gruppi automotive globali.

Un’organizzazione che riflette le sfide attuali, fatte di elettrificazione, intelligenza artificiale, vendita diretta, customer journey digitale e reti distributive sempre più consulenziali.

Una visione industriale

Come sottolineato da Mattia Vanini, Presidente di ATFlow, l’obiettivo è rafforzare il supporto agli imprenditori della rete e prepararsi a cogliere nuove opportunità di mercato. In un settore che cambia più velocemente dei cicli di prodotto, la qualità del management diventa un vero fattore competitivo.

Nel mondo automotive contemporaneo, l’innovazione non è più solo sotto il cofano o dentro una centralina.

È nei processi, nei modelli di business, nella capacità di leggere il futuro prima che diventi presente. Con questo riassetto, ATFlow sembra volerlo dire chiaramente: per guidare l’auto di domani, servono prima di tutto persone capaci di immaginarla.

Dacia Sandero, l’essenziale che sorprende

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La terza generazione di Dacia Sandero 2026 mette in mostra tecnologia essenziale e pragmatismo dinamico - foto © Dacia

La Dacia Sandero ha da tempo rotto gli stereotipi di “utilitaria economica” per trasformarsi in un oggetto di culto pragmatico e funzionale.

Giunta alla sua terza generazione (MY26), oggi non è solo la vettura più venduta in Europa nel segmento B tra i privati, ma anche un caso di studio interessante per chi ama l’equilibrio tra tecnologia accessibile, abitabilità reale e contenimento dei costi.

Essenziale ma curata

Il segreto della Sandero non è mai stato il lusso fine a sé stesso, ma la capacità di offrire contenuti concreti al giusto prezzo.

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Sandero dispone di un sistema multimediale touchscreen da 10” e un quadro strumenti digitale da 7” – foto © Dacia

La filosofia Dacia, sintetizzata dall’espressione “Essential but Cool”, punta a dotazioni utili e materiali resistenti piuttosto che a orpelli costosi.

L’abitacolo MY26, per esempio, è stato ridisegnato con tessuti resistenti, ergonomia rivista e un volante ottimizzato, pensato per ridurre l’affaticamento nei percorsi quotidiani.

Anche la connettività è stata aggiornata con un sistema multimediale touchscreen da 10” e quadro strumenti digitale da 7”.

Tecnica senza fronzoli

Dal punto di vista meccanico, la nuova Sandero è costruita su una piattaforma modulare moderna che favorisce robustezza e efficienza.

Le sospensioni anteriori sono MacPherson, quelle posteriori a ruote interconnesse che garantiscono un comportamento prevedibile sulle superfici irregolari.

Le motorizzazioni

Motore Potenza (CV) Alimentazione Cambio Note
SCe 65 65 Benzina Manuale 5 marce Base entry-level, semplice ed efficiente
TCe 90 90 Benzina turbo Manuale/CVT Buon equilibrio prestazioni-consumi
Eco-G 120 120 GPL/Benzina Manuale Flessibilità dell’alimentazione a gas
Hybrid 155 155 Ibrido E-Shifter Prestazioni più brillanti (in alcune versioni)

La gamma comprende versioni da motorizzazioni semplici per la mobilità urbana fino a varianti più ricche con sovralimentazione e tecnologia ibrida.

È il chiaro segnale che Dacia sta gradualmente abbracciando anche soluzioni più “tecnologiche” pur mantenendo i costi sotto controllo.

Spazio e versatilità

Nonostante le dimensioni compatte da circa 4,1 m, la Sandero offre un bagagliaio sorprendentemente capiente.

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foto © Dacia

Infatti, raggiunge i 328-410 litri di volume utile e sino a oltre 1100 litri con i sedili posteriori abbattuti.

L’abitacolo – con cinque posti ben sfruttabili e spazio per gambe e spalle allineato a modelli di segmento superiore – è un altro elemento che la rende interessante non solo come city car ma anche come vettura familiare leggera.

Tecnologia e assistenza alla guida

La filosofia progettativa e costruttiva di Dacia si riflette anche negli ADAS, perché i sistemi di assistenza alla guida sono presenti ma non invadenti.

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foto © Dacia

Troviamo limitatore di velocità, avviso di superamento corsia e frenata anticollisione, con livelli di equipaggiamento che crescono con la dotazione desiderata.

Da tempo la Sandero continua a salire di livello pur restando fedele al suo spirito. Una piattaforma moderna, servosterzo elettrico e tarature migliorate delle sospensioni, insieme a un leggero incremento delle dimensioni hanno aumentato qualità, comfort e stabilità.

Perfetta per i razionali

La Dacia Sandero è una vettura compatta perfetta per la mobilità razionale, la dimostrazione che la tecnica automobilistica può essere accessibile senza essere banale.

In un’epoca in cui le auto sono sempre più gadget tecnologici, la Sandero ci ricorda che l’essenza dell’automobile può essere ricerca di semplicità, affidabilità e utilità reale.

Una filosofia che parla non solo al portafoglio, ma alla testa di chi guida.

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foto © Dacia

A Monza debutta il primo A2A Power Hub

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Il Power Hub A2A di Monza, ricarica ultrafast, energia green e città intelligente – foto © A2A

A Monza la mobilità elettrica smette di essere solo un’infrastruttura e diventa ecosistema.

Con l’inaugurazione del primo A2A Power Hub, il gruppo lombardo firma un progetto che va oltre la semplice installazione di colonnine di ricarica.

Nel nuovo hub convivono alta potenza, gestione intelligente dell’energia, fonti rinnovabili, servizi digitali e riqualificazione urbana, in una visione che guarda alla città come piattaforma tecnologica integrata.

In un punto strategico per flussi di traffico e soste rapide, l’obiettivo è intercettare tanto chi ha bisogno di una ricarica ultrarapida prima di ripartire, quanto chi può permettersi tempi più lunghi, trasformando l’attesa in un’esperienza più evoluta.

Ricarica ad alta potenza ma non solo

Il cuore tecnologico dell’A2A Power Hub è rappresentato da una nuova dotazione di ricarica.

È stata pensata per coprire diverse esigenze operative, dalle auto elettriche di ultima generazione ai veicoli plug-in e urbani.

Colonnina Potenza Numero Punti di ricarica
Ultrafast DC 300 kW 5 10
City Plug AC 14 kW 1 2
Totale 6 12

Le colonnine ultrafast da 300 kW permettono, per i veicoli compatibili, di recuperare centinaia di chilometri di autonomia in pochi minuti, rendendo l’hub perfettamente allineato agli standard delle principali direttrici europee della mobilità elettrica.

La presenza della City Plug completa l’offerta, rispondendo a logiche più urbane e di sosta prolungata.

Tutte le infrastrutture sono alimentate da energia elettrica 100% green certificata, elemento chiave per garantire coerenza tra elettrificazione e reale riduzione delle emissioni.

Quando la ricarica diventa intelligente

Uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista tecnico è l’integrazione di un Energy Management System (EMS) avanzato, che coordina tre elementi fondamentali.

Il primo è l’impianto fotovoltaico da 11 kWp per l’autoproduzione da fonte rinnovabile; quindi un sistema di accumulo da 100 kWh, in grado di livellare i picchi di richiesta; e infine, una connessione alla rete elettrica, utilizzata in modo ottimizzato.

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foto © A2A

Il risultato è una gestione dinamica dei flussi energetici che consente di ridurre l’impatto sulla rete nei momenti di massima richiesta, massimizzare l’autoconsumo dell’energia solare, aumentare l’efficienza complessiva dell’infrastruttura.

In prospettiva, soluzioni di questo tipo rappresentano un tassello fondamentale per la scalabilità della ricarica ad alta potenza, soprattutto in ambito urbano.

L’Hub come spazio connesso

A2A ha lavorato anche sul fronte dell’esperienza utente, integrando tecnologie e servizi pensati per ridurre le frizioni tipiche della ricarica pubblica.

Per esempio, con il pagamento diretto tramite POS, senza necessità di app o abbonamenti, l’assistenza immediata attivabile in caso di necessità, la videosorveglianza in tempo reale, gestita da una control room dedicata.

Inoltre, è disponibile un QR Code interattivo per inviare segnalazioni e feedback direttamente al back office.

All’ingresso dell’area è presente un totem multimediale, che svolge una funzione informativa e allo stesso tempo di intrattenimento durante i tempi di attesa.

Logiche di computer vision consentono il rilevamento automatico dei veicoli e il monitoraggio in tempo reale dell’occupazione degli stalli, con indicazione dei tempi di sosta visualizzati sul totem.

Un passo concreto verso una ricarica sempre più “smart” e predittiva.

Riqualificazione urbana e sostenibilità ambientale

Il Power Hub di Monza si distingue anche per l’approccio urbanistico.

Il progetto ha previsto una riqualificazione completa dell’area, con interventi che vanno oltre la mobilità elettrica.

Per migliorare il drenaggio si è provveduto alla de-pavimentazione e pavimentazione permeabile.

Ci sono aree verdi pensate per ridurre le isole di calore urbane e una pensilina con recupero dell’acqua piovana, utilizzata per l’irrigazione.

Il risultato è uno spazio che non appare come un semplice “impianto tecnologico”, ma come un luogo rigenerato, funzionale e integrato nel tessuto urbano.

Il ruolo di A2A nella transizione elettrica

Il Power Hub è stato realizzato da A2A E-Mobility, la società del Gruppo dedicata allo sviluppo delle infrastrutture di ricarica.

Un tassello coerente con il Piano Strategico al 2035, che prevede la realizzazione di 16mila punti di ricarica pubblici a livello nazionale.

A Monza, in particolare, A2A gestisce già 286 punti di ricarica, di cui 140 City Plug, confermando una presenza capillare e una strategia orientata alla diversificazione dell’offerta in base agli scenari d’uso reali.

Oltre le semplici colonnine

Il Power Hub di Monza racconta bene come sta cambiando il concetto stesso di ricarica.

Non si tratta più solo di un gesto tecnico, ma di un’esperienza integrata, fatta di energia, dati, servizi e qualità dello spazio urbano.

È in luoghi come questo che si misura la maturità della mobilità elettrica, quando l’innovazione smette di essere promessa e diventa quotidianità.

E forse è proprio qui il vero salto culturale: non chiedersi più quanto tempo ci vuole a ricaricare, ma che tipo di città vogliamo mentre lo facciamo.A2A

Lo scooter che si crede un camper

Il principio è un po’ quello della lumaca, non tanto per la proverbiale lentezza, quanto piuttosto perché la natura l’ha dotata di un piccolo appartamento che si porta appresso per tutto il corso della vita.

Non è chiaro se la tenera lumaca abbia suggerito una di quelle idee che fanno alzare il sopracciglio e scorrere la gallery due volte per essere sicuri di aver capito bene: una start up del Guangdong, in Cina, ha trasformato uno scooter in un micro-camper su due ruote.

Non si tratta di un concept artistico e tantomeno di una supercazzola social, ma di un brevetto depositato l’estate scorsa che ha come obiettivo ridefinire – in formato tascabile – il concetto di abitazione mobile.

Il mezzo scelto come base è uno scooter molto noto anche in Europa, la “Honda PCX” (150 cc in Asia, 125 cc a queste latitudini), sul quale è stata saldata una cabina abitativa posteriore.

Niente rimorchio e niente roulotte trainata, il “modulo abitativo” è parte integrante del veicolo. Il risultato è un ibrido visivamente spiazzante a metà tra una moto, un furgone e un film post-apocalittico.

Il camper più piccolo del mondo?

Le immagini diffuse dai progettisti aprono le porte a un’infilata di dubbi: la cabina sembra troppo grande rispetto allo scooter, ma minuscola dentro al punto che è difficile immaginare un adulto sdraiato all’interno.

È probabile che la struttura sia estensibile o pieghevole, ma su questo – come su materiali, isolamento e meccanismi di apertura – l’azienda per ora mantiene il massimo riserbo.

L’idea nasce anche come risposta a un problema molto concreto legato al prezzo dei camper, sempre più cari. In Europa il prezzo medio sfiora ormai i 70mila euro, con l’effetto collaterale di trasformare il turismo itinerante in un lusso.

Questa volta, al contrario, il tentativo è di abbassare drasticamente la soglia di accesso all’abitazione mobile.

Tra genialità e rischio

Se l’intuizione è affascinante, le perplessità tecniche s aggiungono al resto delle perplessità. Il motore dello scooter sviluppa circa 15 CV, più che sufficienti per la città ma meno per gestire peso, aerodinamica e stabilità di una cabina così voluminosa.

Il carico, tutto concentrato sul posteriore, rischia di alleggerire l’avantreno, mentre vento laterale e curve strette potrebbero trasformarsi in un serio problema di controllo.

C’è poi il grande tema della sicurezza, visto che il brevetto non menziona cinture, sedili, sistemi di ancoraggio o protezioni passive.

Il trasporto di persone all’interno di una cabina di questo tipo, almeno nei mercati occidentali, non è nemmeno regolamentato.

Tradotto: l’omologazione, oggi, sembra ancora molto lontana.

Non solo campeggio

A rendere il progetto ancora più discusso è la possibile funzione sociale: l’azienda suggerisce che questo scooter-camper potrebbe diventare un rifugio temporaneo per persone senza fissa dimora o per chi è costretto a dormire in auto.

Un’idea che si inserisce nel dibattito sulla crisi abitativa globale, anche se – tra spazi ridottissimi, assenza di servizi e isolamento termico incerto – resta tutta da dimostrare la reale utilità pratica.

Un’idea che fa discutere

Prezzo, data di lancio e versioni definitive (si parla persino di una variante elettrica) restano ignoti. E a dirla tutta è anche possibile che questo progetto non arrivi mai davvero su strada.

Ma forse non è questo il punto, perché lo scooter-camper cinese funziona soprattutto come provocazione, apparecchiando una domanda scomoda e affascinante allo stesso tempo: quanto è possibile comprimere il concetto di casa? E fino a che punto si possono sacrificare comfort e sicurezza in nome della mobilità estrema?

Per ora resta un progetto utile giusto per fare un po’ discussione, e poco di più.

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