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Škoda Peaq l’elettrico che ha spazio per tutti

automobile

Nel mondo dell’automobile i nomi non sono mai casuali.

Raccontano ambizioni, posizionamenti, visioni e quello scelto da Škoda per la sua futura ammiraglia elettrica, Peaq, richiama la parola inglese peak, vetta.

Un nome che anticipa l’intenzione del brand di portare al punto più alto la propria interpretazione di mobilità elettrica, spazio e funzionalità, racchiudendola in un SUV 100% elettrico a sette posti destinato a segnare una nuova fase nella strategia del marchio.

La prima mondiale è attesa per l’estate 2026, ma il percorso che porta a Peaq inizia molto prima, precisamente nella primavera del 2022, quando Škoda svelò il concept Vision 7S.

Si trattava del manifesto del nuovo linguaggio stilistico Modern Solid e, soprattutto, di un modo diverso di intendere l’auto elettrica: più razionale, più concreta, più orientata alla vita reale.

Elettrico, concreto, Škoda

Il Vision 7S era un laboratorio su ruote, pensato per anticipare soluzioni di design, architettura e interazione uomo-macchina destinate a diventare reali.

Peaq nasce esattamente da lì, dalla volontà di tradurre un concept visionario in un prodotto industriale maturo.

Il linguaggio Modern Solid si basa su tre pilastri fondamentali: robustezza visiva, con superfici pulite e volumi solidi; funzionalità dichiarata, dove ogni elemento ha uno scopo; sostenibilità integrata, non solo nei materiali ma nell’intero ciclo di vita.

Nelle intenzioni di Škoda Peaq sarà quindi molto più di un grande SUV elettrico, ma la sintesi più avanzata dell’identità contemporanea del marchio, applicata al segmento alto della gamma.

Spazio come valore tecnologico

In un’epoca in cui l’elettrificazione spesso impone compromessi, Škoda sceglie una strada diversa.

Usare la piattaforma elettrica per amplificare spazio e praticità, due valori storicamente centrali per il brand.

I sette posti reali non sono un dettaglio di marketing, ma un preciso statement progettuale. L’architettura elettrica consente infatti un pianale completamente piatto, maggiore libertà nella disposizione dei sedili, un migliore sfruttamento del passo e più volume utile per passeggeri e bagagli.

Peaq è pensata per famiglie moderne, ma anche per chi vive l’auto come strumento di lavoro, di viaggio, di avventura. Un’auto che non chiede di scegliere tra comfort e capacità di carico, tra tecnologia e semplicità d’uso.

La tecnologia elettrica di Peaq

Škoda non ha ancora diffuso dati tecnici definitivi, ma alcune indicazioni sono già chiare, anche alla luce dell’esperienza maturata dal marchio su piattaforma MEB del Gruppo Volkswagen.

Piattaforma Evoluzione MEB per modelli di grandi dimensioni
Batteria Capacità elevata, ottimizzata per autonomia e carichi
Ricarica Supporto a ricarica rapida DC di nuova generazione
Software Infotainment evoluto, OTA, interfacce semplificate
Sicurezza ADAS di livello avanzato per guida assistita

Un aspetto centrale sarà l’equilibrio tra innovazione digitale e usabilità, un tema caro a Škoda.

L’obiettivo dichiarato non è stupire, ma rendere la tecnologia davvero accessibile, intuitiva, concreta.

Simply Clever, anche nell’era elettrica

Uno dei tratti distintivi di Škoda è l’approccio Simply Clever, fatto di soluzioni intelligenti che semplificano la vita quotidiana.

Peaq non farà eccezione, anzi sarà il banco di prova per reinterpretare questo concetto in chiave elettrica.

È quindi lecito attendersi nuove soluzioni modulari per l’abitacolo, sistemi di gestione dello spazio flessibili, dettagli funzionali pensati per lunghi viaggi e utilizzo intensivo, materiali sostenibili ma resistenti, coerenti con l’uso familiare.

In altre parole, Peaq non dovrebbe essere un’elettrica “da salotto”, ma un’auto progettata per essere vissuta, giorno dopo giorno.

Peaq e la strategia globale Škoda

Il lancio della nuova ammiraglia elettrica si inserisce perfettamente nel programma Next Level – Škoda Strategy, che punta a posizionare il marchio tra i più diffusi in Europa entro il 2030.

Nel 2024 Škoda ha consegnato oltre 926mila vetture nel mondo, forte di una gamma sempre più articolata e di competenze industriali interne fondamentali, come lo sviluppo e la produzione di sistemi batteria, motori e componenti per la piattaforma MEB.

Peaq dovrà rappresentare quindi non solo un nuovo modello, ma un biglietto da visita tecnologico, capace di raccontare dove vuole arrivare Škoda nell’era dell’elettrico.

Una vetta che non è solo tecnica

Tutto questo rende simbolico – nelle intenzioni del brand – il nome Peaq.

Non è soltanto il vertice di una gamma, ma l’idea che la mobilità elettrica possa finalmente smettere di essere un esercizio elitario per tornare a essere un mezzo al servizio delle persone.

Spazio, praticità, tecnologia e sostenibilità, Peaq promette di mettere tutto questo in equilibrio, senza eccessi, senza rinunce.

Forse è proprio questa la vera vetta da raggiungere oggi, cioè un’auto elettrica che non chiede di cambiare stile di vita, ma che si adatta a quello che già abbiamo.

Nissan LEAF, l’elettrica che piace a tutti (e tutte)

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Nissan LEAF è la Migliore Auto Compatta al Mondo secondo le giornaliste del WWCOTY – foto © Nissan

Quando un’auto elettrica riesce a mettere d’accordo tecnica, design e usabilità quotidiana, il risultato non può che essere un riconoscimento di prestigio.

La nuova Nissan LEAF è stata premiata come Migliore Auto Compatta al Mondo dalla giuria del Women’s Worldwide Car of the Year (WWCOTY), confermandosi uno dei riferimenti assoluti nel panorama della mobilità elettrica globale.

Si tratta di un premio tutt’altro che simbolico.

Infatti, il WWCOTY è l’unico riconoscimento automobilistico internazionale assegnato da una giuria composta esclusivamente da giornaliste specializzate del settore auto: 84 professioniste provenienti da 54 Paesi.

Un osservatorio privilegiato, attento non alle mode ma ai reali bisogni degli automobilisti.

Un premio che guarda alla sostanza

Il valore del premio WWCOTY risiede nei criteri di valutazione.
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icurezza, qualità costruttiva, prezzo, design, facilità di guida, benefici per il cliente e impatto ambientale.

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Nissan LEAF è prodotta nello stabilimento di Sunderland – foto © Nissan

Nessuna “auto da donna” perché – come sottolinea la giuria – le auto non hanno genere, ma devono rispondere a esigenze universali.

Fondata nel 2009 dalla giornalista neozelandese Sandy Myhre, l’iniziativa WWCOTY nasce per amplificare la voce femminile nell’industria automotive e ribadire il ruolo della mobilità come strumento di libertà e opportunità.

In questo contesto, la nuova LEAF si è distinta per equilibrio complessivo e maturità progettuale.

Da pioniera a riferimento tecnologico

Arrivata alla terza generazione, Nissan LEAF porta sulle spalle un’eredità pesante.

Infatti, è stata la prima vettura elettrica di massa al mondo, capace di avvicinare milioni di automobilisti alla trazione a zero emissioni.

Oggi evolve, senza rinnegare la propria missione originaria: rendere l’elettrico accessibile, comprensibile e desiderabile.

Secondo Ivan Espinosa, Presidente e CEO di Nissan, questo riconoscimento rafforza l’impegno del marchio nel democratizzare la mobilità elettrica, offrendo un’auto capace di semplificare la vita quotidiana e ridurre le barriere di ingresso al mondo EV.

Gestione intelligente dell’energia

Uno dei punti di forza della nuova Nissan LEAF è l’evoluzione del sistema propulsivo.

L’auto è disponibile con batterie da 52 o 75 kWh, che consentono un’autonomia massima dichiarata fino a 622 km nel ciclo combinato.

Elemento chiave è il sistema intelligente di gestione termica della batteria, progettato per garantire prestazioni di ricarica costanti anche in condizioni climatiche estreme.

Questo sistema lavora in sinergia con il Route Planner di Google Maps, che individua le stazioni di ricarica lungo il percorso e precondiziona automaticamente la batteria alla temperatura ideale, massimizzando efficienza e velocità di ricarica.

Scheda tecnica

Potenza massima 160 kW (218 CV)
Coppia massima 355 Nm
Accelerazione 0–100 km/h 7,6 s
Batterie disponibili 52 kWh – 75 kWh
Autonomia max (WLTP) fino a 622 km
Piattaforma CMF-EV

Dinamica di guida evoluta

La nuova LEAF nasce sulla piattaforma modulare CMF-EV, la stessa utilizzata da Nissan Ariya.

Una base tecnica pensata specificamente per veicoli elettrici, con baricentro basso e distribuzione dei pesi ottimizzata.

Lo schema sospensivo prevede MacPherson anteriori e multilink posteriori, una scelta che privilegia comfort, stabilità e precisione di guida.

Il risultato è una compatta elettrica capace di muoversi con disinvoltura tanto nel traffico urbano quanto nei lunghi viaggi autostradali.

L’elettrico che guida con te grazie agli ADAS

Sul fronte dei sistemi di assistenza alla guida, Nissan LEAF mette a disposizione un’offerta completa.

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foto © Nissan

Il ProPILOT Assist con Navi-link mantiene la vettura in corsia, regola automaticamente la distanza dal veicolo che precede, legge i segnali stradali e adatta la velocità anche in funzione di curve e rampe, grazie ai dati del navigatore.

L’e-Pedal Step e la frenata rigenerativa regolabile consentono una guida fluida con un solo pedale. I livelli di recupero energetico sono gestibili manualmente tramite paddle al volante oppure automaticamente in base al traffico.

L’Around View Monitor 3D è l’evoluzione del sistema a 360°, offre fino a 8 viste selezionabili, incluse quelle degli angoli e delle ruote anteriori, per manovre millimetriche anche in spazi complessi.

La dotazione di sicurezza di serie comprende inoltre cruise control intelligente, assistenza al mantenimento della corsia e monitoraggio dell’attenzione del conducente.

Connettività Google e controllo remoto

All’interno, la nuova LEAF integra una suite Google completa, accessibile dai display da 14,3 pollici.

Google Maps, Assistant e Play Store diventano parte dell’esperienza di bordo, con comandi vocali naturali per gestire navigazione, climatizzazione e infotainment.

Grazie all’app NissanConnect Services, l’utente può interagire da remoto con l’auto: controllo dello stato della batteria, pianificazione della ricarica, climatizzazione dell’abitacolo e invio dei percorsi al navigatore.

Un riconoscimento che racconta il futuro

In questo caso il premio WWCOTY non celebra solo un modello, ma un percorso.

Nissan LEAF dimostra come l’auto elettrica possa essere tecnologicamente sofisticata ma intuitiva, efficiente ma coinvolgente, sostenibile senza rinunciare al piacere di guida.

In un settore spesso dominato da numeri e dichiarazioni, questo riconoscimento ricorda che la vera innovazione è quella che migliora la vita quotidiana.

E forse è proprio qui il segreto della LEAF, non stupire con effetti speciali ma convincere chilometro dopo chilometro, nel silenzio elettrico.

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foto © Nissan

Castrol con LION Smart per il raffreddamento diretto delle batterie

Castrol con LION Smart

Castrol annuncia una partnership strategica con LION Smart per definire lo sviluppo di un nuovo modulo di batterie all’avanguardia per applicazioni EV a elevate prestazioni.

L’accordo prevede la combinazone dell’innovazione del raffreddamento diretto delle batterie di LION Smart con i fluidi termici avanzati e le competenze nella gestione termica delle batterie di Castrol.

La partnership ha l’obiettivo di migliorare in modo significativo la gestione termica delle batterie di

  • autovetture,
  • camion,
  • sistemi di accumulo di energia a batteria (Battery Energy Storage System, BESS),

attraverso il raffreddamento diretto delle batterie.

Castrol punta sulle tecnologie di raffreddamento diretto delle batterie e sull’innovazione dei fluidi per batterie

Si tratta di un approccio all’avanguardia, che facilita la ricarica e la scarica rapida delle celle immerse in un fluido dielettrico leggero.

I fluidi termici Castrol ON per veicoli elettrici saranno utilizzati per consentire una dissipazione più efficiente del calore, incrementare la densità di potenza e contribuire a una maggior durata e sicurezza delle batterie.

Questo nuovo modulo di batterie è stato progettato per offrire un sistema di raffreddamento avanzato.

Il design modulare garantisce una distribuzione uniforme della temperatura e un gradiente termico ridotto all’interno della cella.

La struttura è studiata per massimizzare la superficie di contatto sottoposta a raffreddamento attivo, mentre il sistema di un “fusibile a cella singola” contribuisce a limitare la propagazione di eventuali effetti causati da un cortocircuito interno.

A seguito delle innovazioni introdotte in questo modulo batteria, LION Smart è stata in grado di compiere passi avanti significativi nella gestione della temperatura delle batterie.

Ne deriva che il modulo è in grado di migliorare l’efficienza dei veicoli ibridi plug-in (PHEV) grazie a:

  • livelli più elevati di recupero energetico,
  • una maggiore potenza a fronte di un costo di sistema inferiore,
  • un aumento della sicurezza operativa.

La collaborazione è stata presentata in occasione del recente Battery Show Europe

In questa sede gli esperti di Castrol e LION Smart hanno illustrato la tecnologia, mostrandone il potenziale nel migliorare significativamente le prestazioni delle applicazioni PHEV grazie a un raffreddamento più efficiente e un migliore equilibrio termico.

Matthias Donner, vicepresidente di Advanced Mobility & Industrial Products di Castrol:

“Il raffreddamento diretto delle batterie è una tecnologia rivoluzionaria per le prestazioni e la sicurezza dei veicoli elettrici e questa collaborazione è un passo significativo verso l’applicazione nel mondo reale”.

“Collaborare con LION Smart ci consente di dimostrare tutto il potenziale dei fluidi termici Castrol ON per veicoli elettrici nei sistemi di batterie avanzati”.

“Insieme stiamo contribuendo a plasmare un futuro in cui i veicoli elettrici possono ricaricarsi più rapidamente e durare più a lungo, operando in modo più efficiente anche in condizioni estreme”.

Michael Geppert, Head of Engineering di LION Smart:

L’architettura dei nostri sistemi di batterie è progettata per superare i limiti delle prestazioni elettriche nelle applicazioni ad alta potenza e l’esperienza di Castrol nel raffreddamento diretto delle batterie rappresenta la combinazione perfetta”.

“Questa partnership rafforza il nostro impegno a fornire soluzioni di nuova generazione che soddisfino le crescenti esigenze del settore della mobilità elettrica”.

Suzuki ha danzato al Bol On Ice 2026

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Suzuki al Bol On Ice 2026: tecnica, eleganza e valori sul ghiaccio - foto © Suzuki

C’è un filo sottile che unisce l’eleganza di una piroetta sul ghiaccio alla precisione di un sistema meccanico progettato al millimetro.

Un filo fatto di controllo, equilibrio, sensibilità e rispetto delle forze in gioco.

È lungo questa… lama che Suzuki è stata protagonista al Bol On Ice 2026, lo spettacolo sul ghiaccio andato in scena sabato 10 gennaio 2026 all’Unipol Arena di Bologna, giunto alla sua quinta edizione.

Un evento che ha saputo fondere sport, danza e spettacolo, ma anche valori profondi, condivisi da oltre dieci anni dal costruttore giapponese e dal mondo degli sport del ghiaccio. Una presenza, quella di Suzuki con il modello Swift a volteggiare sul ghiaccio, tutt’altro che simbolica.

Un affascinante spettacolo sul ghiaccio

Il pubblico dell’Unipol Arena ha assistito a una serata di grande suggestione.

Serata costruita come un racconto emotivo fatto di musica, coreografie immersive e performance tecniche di altissimo livello.

Protagonista Carolina Kostner, campionessa olimpica e plurimedagliata del pattinaggio artistico italiano, tornata a Bologna dopo la partecipazione del 2019.

Accanto a lei, un cast internazionale che ha offerto uno spaccato significativo del pattinaggio contemporaneo:

  • Mikhail Shaidorov, argento ai Mondiali 2025
  • Aleksandra Boykova e Dmitrii Kozlovsky, quarti alle Olimpiadi di Pechino 2022
  • Aleksandr Selevko, vicecampione europeo
  • I giovani interpreti della ice dance Vasilisa Kaganovskaya e Maxim Nekrasov
  • Philip Warren, noto per uno stile spettacolare e non convenzionale

Lo spettacolo è stato trasmesso in diretta su RaiPlay (dove è ancora visibile) e in differita dalle 23 su RaiSport, ampliando ulteriormente la platea di un evento che ha rappresentato una vera anteprima emotiva delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, ormai alle porte.

Suzuki e gli sport del ghiaccio: affinità elettive

Dal 2013 Suzuki è Main Partner della FISG (Federazione Italiana Sport del Ghiaccio), una collaborazione che va ben oltre la sponsorizzazione.

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Una serata di spettacolo con Suzuki Swift, Carolina Kostner e un cast internazionale – foto © Auto Tecnica

Il pattinaggio artistico, come tutte le discipline sul ghiaccio, è una sintesi estrema di velocità, precisione ed eleganza. Esattamente gli stessi concetti che guidano lo sviluppo tecnico dei modelli Suzuki.

Il controllo su una superficie a bassissimo coefficiente d’attrito, la capacità di gestire le forze in modo progressivo e prevedibile, la sensibilità nel dosare potenza e traiettoria.

Sono competenze che accomunano un atleta sul ghiaccio e un veicolo progettato per essere sicuro ed efficiente anche nelle condizioni più critiche.

Non è un caso che Suzuki abbia costruito negli anni una solida reputazione su trazioni integrali compatte, leggerezza strutturale e motorizzazioni efficienti, soluzioni tecniche che trovano una sorprendente analogia concettuale con il mondo del pattinaggio.

Tecnica, controllo ed efficienza

Si potrebbe addirittura creare un parallelismo concreto tra il pattinaggio su ghiaccio e l’ignegneria della Suzuki.

All’equilibrio dinamico degli atleti, si può contrapporre la distribuzione ottimale delle masse dei veicoli; alla sensibilità del gesto, la risposta progressiva di telaio e motore; al controllo della traiettoria sui pattini, i sistemi di trazione e stabilità; All’efficienza del movimento la riduzione di attriti e consumi; al rispetto della superficie, l’approccio sostenibile alla mobilità. E si potrebbe continuare ancora a lungo…

Questo approccio tecnico-filosofico spiega perché Suzuki continui a investire in discipline che esaltano la qualità del movimento più che la forza bruta.

Oltre un secolo di evoluzione tecnica

Fondata nel 1909 a Hamamatsu da Michio Suzuki, la Casa giapponese ha attraversato oltre un secolo di innovazione.

Lo ha fatto adattandosi ai cambiamenti tecnologici e sociali senza mai perdere coerenza progettuale.

Dalla Power Free del 1952 alla pionieristica Suzulight del 1955, dalla nascita del Jimny nel 1970 fino alla Vitara del 1988, Suzuki ha costruito la propria identità su veicoli leggeri, intelligenti e accessibili.

Una filosofia che ha trovato una nuova espressione con la presentazione della eVITARA, primo modello 100% elettrico del marchio.

Ancora oggi Suzuki continua a sviluppare soluzioni orientate all’efficienza globale, non solo energetica ma anche industriale e ambientale, con una visione che mette al centro l’equilibrio tra mobilità e pianeta.

Un ghiaccio che riflette il futuro

Il Bol On Ice 2026 oltre che uno spettacolo è stato lo specchio simbolico di ciò che significa muoversi con consapevolezza e rispetto.

Sul ghiaccio come sulla strada, la vera evoluzione non è andare più forte, ma farlo meglio.

Suzuki, con la sua presenza, ha ricordato che la tecnologia più avanzata è quella capace di emozionare senza dimenticare la responsabilità.

E mentre le luci dell’Unipol Arena si spegnevano sulle due Swift parcheggiate sul ghiaccio, restava la sensazione che, proprio come una perfetta traiettoria sul ghiaccio, anche il futuro della mobilità passi dall’armonia tra tecnica, uomo e ambiente.

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foto © Auto Tecnica

Jurassic-G, l’icona Mercedes intrappolata nel tempo

In una celebre scena del primo “Jurassic Park”, quello datato 1993, un miliardario con la smodata passione per i dinosauri mostra ai suoi ospiti un’ambra che racchiude una zanzara al cui interno è stato estratto il Dna di un essere preistorico che sta per essere ricreato in laboratorio.

Una scena che sembra ripetersi, anche se con conseguenze molto meno gravi, per un’idea del 2018 venuta in mente al marchio Mercedes: rinchiudere una Classe G 280 GE del 1979 sotto una colata di 40mila litri di resina trasparente.

Un’auto sospesa

Immobile, silenziosa, separata dal mondo da una massa trasparente che la isola e la esalta, un testimone muto che per una volta non racconta una storia di velocità o di prestazioni, ma di eterno.

Ed è proprio su questo concetto che Mercedes-Benz ha costruito una delle operazioni di storytelling più radicali degli ultimi anni.

L’installazione – costata 9.000 ore di lavoro – ha trasformato un oggetto industriale in un monumento.

La vettura è stata calata in uno stampo gigantesco, immersa gradualmente, lasciata solidificare per settimane e infine “liberata” dall’impalcatura che la conteneva.

Ciò che resta è un parallelepipedo imponente, pesantissimo, che ricorda la bacheca di un museo più che un prodotto commerciale.

Un’icona messa in pausa

La scelta del modello non è casuale: una 280 GE che risale al primo anno di produzione, quando la Classe G nasceva come mezzo funzionale, spartano, lontano anni luce dall’oggetto di status che è diventato oggi.

Congelare proprio quell’esemplare significa fissare un punto di origine e dichiarare che tutto ciò che è venuto dopo — lusso, tecnologia e varianti estreme — poggia su fondamenta rimaste perfettamente intatte.

Secondo Gunnar Güthenke, uno dei responsabili del progetto, il senso dell’operazione sta proprio nel rendere visibile ciò che normalmente resta a livello astratto: l’anima di un modello, e ribadire che la Classe G può anche cambiare, aggiornarsi e affinarsi ma non si dissolve mai.

E la resina è la metafora perfetta perché non rappresenta una prigione, ma una lente che amplifica il progetto originario.

Tra scultura e racconto

Dal punto di vista visivo l’effetto è ipnotico. La trasparenza permette di cogliere ogni dettaglio — le superfici, le proporzioni, la posizione inclinata — mentre l’assenza di movimento mette in pausa il tempo.

Ma dietro l’impatto scenografico si nasconde una costruzione narrativa molto precisa, perché l’installazione non celebra il passato, ma lo utilizza come leva perfetta per rendere credibile un futuro in cui la Classe G dovrà confrontarsi con l’elettrificazione, nuovi formati e con un pubblico dal palato assai diverso.

Il ponte verso la Baby

È in questo contesto che si inserisce l’annuncio della Baby G elettrica, attesa fra quest’anno e l’inizio del prossimo.

Una versione compatta non in scala ma con piattaforma propria, espressamente pensata per un mondo urbano a zero emissioni, ma chiamata a portare a spasso l’eredità di un nome carico di significati.

Congelare l’antenata serve anche a questo: rassicurare, perché nonostante il cambio di scala e di tecnologia, l’essenza di uno de 4×4 più tosti in circolazione non sarà dispersa.

Il blocco di resina diventa una sorta di patto implicito con il pubblico: possiamo cambiare tutto, purché non venga intaccato ciò che rende riconoscibile la Classe G al primo sguardo.

Fascino e ambiguità

Naturalmente, un’operazione di questo tipo non è priva di dubbi: l’uso massiccio di materiali sintetici stride con la retorica della sostenibilità che accompagna la transizione elettrica.

Da una parte c’è chi lo legge come un cortocircuito comunicativo dall’altra chi ci vede una provocazione consapevole e volutamente eccessiva, coerente con un’icona che ha sempre fatto dell’estremo una cifra distintiva.

In ogni caso, l’obiettivo è centrato. La Classe G intrappolata nella resina non passa inosservata e non si limita a essere guardata, ma pretende una riflessione.

Ad esempio su cosa renda un’auto un simbolo, su come si costruisce la memoria industriale e su quanto sia sottile il confine tra celebrazione e spettacolarizzazione.

La Classe G nella resina è un oggetto da museo, una provocazione visiva e un manifesto di marca.

Un modo per dire, anche mentre il settore cambia pelle, che alcune icone non si rottamano, ma si conservano.

E perché no, magari sotto una colata di ambra artificiale, ad aspettare che fra qualche millennio un miliardario bizzarro decida di farla tornare in vita.

Addio all’auto di proprietà, l’Italia sceglie il noleggio

C’è stato un tempo in cui comprare un’auto era un rito fondamentale di passaggio fra l’adolescenza e la maturità, un simbolo di autonomia che per lungo si è trasformato in uno dei più efficaci status-symbol.

Ma quello stesso rito è ormai un bagaglio sempre meno attraente che ad ogni giro di calendario diventa più costoso, tanto è vero che nel 2025 in Italia un’auto su tre di nuova immatricolazione è stata presa a noleggio, in una dinamica che non si limita soltanto più solo alle flotte aziendali ma tocca anche i privati, sempre più attenti a costi, rischi e innovazione.

La corsa del noleggio

Secondo un’elaborazione dei dati del Ministero delle Infrastrutture realizzata dall’Aniasa (Associazione Nazionale Industria dell’Autonoleggio) con il supporto di “Dataforce”, nel 2025 il mercato dell’auto visto nel suo complesso ha rallentato (-2,4%), mentre il comparto del noleggio continua a correre, con le immatricolazioni totali cresciute del 10,7% rispetto all’anno precedente e circa 525.000 veicoli targati tra auto e veicoli commerciali leggeri.

La quota del noleggio ha raggiunto il 30,6% dell’intero mercato, un traguardo che solo gli esperti più attenti avrebbero saputo pronosticare fino a pochi anni fa.

Perché l’auto in affitto piace

Le motivazioni dietro questo boom sono tante, ma bene o male convergono tutte verso un unico punto: l’incertezza dell’acquisto oggi pesa più dell’entusiasmo di ieri.

Le normative europee sull’ambiente hanno imposto limiti stringenti e cambiamenti repentini, rendendo poco chiaro cosa sarà consentito e cosa vietato in futuro.

E nessuno, a conti fatti, vuole ritrovarsi con un’auto invendibile o difficile da usare, mentre il noleggio offre l’opzione più semplice di tutte: tenerla finché conviene, per poi restituirla.

In questo senso, il noleggio rappresenta una risposta pratica ai dubbi che stringono al collo il mondo dell’automotive: l’incertezza normativa su emissioni e utilizzo, i prezzi d’acquisto in continua crescita e il rischio di svalutazione legato a tecnologie e regolamenti futuri.

Chi guida la ripresa

Nonostante il peso storico delle flotte aziendali, la dinamica di crescita più interessante riguarda i privati, che nel 2025 hanno rappresentato circa il 20,9% delle immatricolazioni per noleggio a lungo termine (contro quote inferiori negli anni precedenti), avvicinandosi ai livelli pre-Covid del 2021. È la testimonianza che sempre più automobilisti vedono il noleggio non come un ripiego, ma come una strategia di autoprotezione.

Complessivamente, il noleggio a lungo termine ha segnato un +11,6%, mentre quello breve vola addirittura ad un +19,3%.

In valore assoluto, per le Passenger Cars (auto) il noleggio si conferma dinamico, mentre il comparto dei veicoli commerciali leggeri (VCL) mostra qualche lieve difficoltà: -3,34% sul totale, con un calo sia nel lungo termine (-1,34%) sia nel breve (-16,1%).

Le più amate da chi noleggia

La classifica dei modelli più noleggiati racconta una curiosa mappa dei gusti, perché nel noleggio a lungo termine svetta la Fiat Panda (19.400 immatricolazioni, +2,2%), seguita da Volkswagen Tiguan (13.683, +25,9%), BMW X1 (10.412, +15,8%), Renault Clio (8.178, +42,6%) e Peugeot 3008 (8.132, +92,6%)

La Panda resta regina per semplicità e diffusione, ma è il balzo dei SUV compatti e delle citycar ad attirare l’attenzione, indizio di un mercato che mescola la praticità ad un desiderio di guida che sia comunque più moderno.

La situazione si ribalta nel noleggio a breve termine, dove a salire sul gradino del podio più alto è la BYD Seal U (5.635), che al debutto conquista il primo posto piazzandosi davanti a MG3 (5.482, +1.208%), Fiat Panda (4.669), Peugeot 208 (4.439, +379%) e Fiat 600 (4.371).

Il dominio di modelli appena lanciati o cresciuti in popolarità (come BYD e MG) indica la funzione fondamentale del noleggio come canale utile per la scoperta del prodotto, più che una semplice alternativa all’acquisto.

Tra i veicoli commerciali leggeri non ha rivali Fiat Doblò (+81,6%), seguito da Ducato e Transit, mentre nel breve termine è l’Iveco Daily a mantenere il primato nonostante il calo delle immatricolazioni.

Tra benzina, ibrido ed elettrico

Sul fronte delle alimentazioni, il noleggio riflette la transizione in corso ma senza forzature, così nel lungo termine la benzina (incluse mild-hybrid) resta la più diffusa con il 41% delle immatricolazioni, mentre il diesel scende sotto il 28%.

Le ibride full e plug-in rallentano il sorpasso di mercato, ma segnano una crescita complessiva del 97,8%, con una quota del 22,6% nel long rent.

Le elettriche crescono costantemente (circa +39,4% nel 2025) e si attestano attorno al 7% del noleggio a lungo termine, un valore più alto rispetto al totale mercato ma ancora lontano dai picchi auspicati.

Nella formula a breve termine, la benzina domina (circa 44% della quota), seguita da diesel, full hybrid e plug-in, con i veicoli commerciali leggeri saldamente orientati verso il diesel anche se le elettriche crescono.

La bussola della mobilità futura

Il boom del noleggio non è solo un fenomeno statistico. È la spia di una trasformazione profonda: le auto si usano e si lasciano, proprio come molte capita a molti altri oggetti nella nostra quotidiana.

Non è solo questione di costi o di normative, ma di un cambiamento culturale prima ancora che industriale, perché storicamente l’auto per gli italiani è sempre stata molto più di un oggetto di proprietà, quasi ‘una di famiglia’ a cui spesso viene attribuito perfino un nomignolo.

Giocoforza, in un’epoca di cambiamenti velocssimi, dove normative, tecnologia e bisogni personali sembrano correre più veloci delle risposte, la libertà di cambiare diventa un valore tangibile.

Con quasi 1,6 milioni di veicoli ad uso noleggio (auto + veicoli commerciali) circolanti alla fine del 2025, di cui oltre il 13% elettrificato, il noleggio si prepara a cambiare pelle, passando da semplice comparto dell’automotive a vero pilastro strutturale della mobilità italiana dei prossimi anni.

Brembo frena anche le emissioni

Brembo
La sede di Brembo, eccellenza italiana nella sostenibilità automotive, al Kilometro Rosso di Bergamo - foto © Brembo

Nel mondo dell’automotive ad alte prestazioni, il nome Brembo è da sempre sinonimo di potenza sotto controllo.

Ma anche di decelerazioni impeccabili e di tecnologia estrema applicata alla sicurezza.

Da oggi la società con sede nel bergamasco dimostra che saper frenare bene non significa solo dominare la pista o la strada.

Significa anche rallentare l’impatto ambientale dell’industria. E farlo meglio di tutti.

Brembo è infatti l’unica azienda italiana ad aver ottenuto la doppia “A” da CDP – il massimo riconoscimento nelle categorie Climate Change e Water Security – sulla base dei dati 2024 presentati nel suo Annual Report.

Un risultato che non solo conferma la leadership del Gruppo in ambito ESG (Environmental, Social, Governance), ma segna anche un miglioramento rispetto all’anno precedente, in un contesto in cui i criteri di valutazione diventano ogni anno più stringenti.

Il “crash test” globale della sostenibilità

CDP è oggi il principale riferimento internazionale per la misurazione della trasparenza e dell’azione ambientale di aziende, città e organizzazioni.

I suoi rating, che vanno da D- ad A, sono assegnati sulla base di questionari estremamente dettagliati che analizzano vari temi.

Dalle strategie di contrasto al cambiamento climatico alle gestione delle risorse idriche, dalle politiche contro la deforestazione a qualità, tracciabilità e coerenza dei dati ambientali.

Ottenere una “A” significa dimostrare non solo buone intenzioni, ma azioni misurabili, strutturate e integrate nei processi industriali.

Ottenerne due, nello stesso anno, è un risultato rarissimo. In Italia, Brembo è l’unica ad esserci riuscita.

Meno CO₂, più efficienza, numeri dietro il risultato

Il riconoscimento CDP non nasce da dichiarazioni di principio, ma da una trasformazione concreta dei processi produttivi.

Solo nel 2024 Brembo ha registrato una riduzione dell’8% delle emissioni di CO₂ rispetto all’anno precedente. Un dato ottenuto grazie a due leve principali.

Il miglioramento della qualità dei dati ambientali, con sistemi di raccolta e controllo sempre più raffinati e l’ottimizzazione dell’efficienza dei processi produttivi, dall’uso dell’energia alla gestione dei materiali.

In un settore energy-intensive come quello della componentistica automotive, si tratta di un risultato tutt’altro che scontato.

L’acqua come risorsa strategica

Uno degli aspetti più interessanti – e tecnicamente rilevanti – riguarda la gestione delle risorse idriche.

Brembo ha sviluppato, tra gli altri, il progetto “Re-Water” nello stabilimento messicano, un sistema che consente di riutilizzare le acque reflue trattate all’interno dei cicli produttivi.

I benefici del progetto Re-Water

Ambito Impatto
Ambientale Riduzione del prelievo di acqua dolce
Industriale Continuità operativa anche in aree a stress idrico
Economico Minori costi di approvvigionamento
Sociale Impatto positivo sul territorio locale

Una soluzione che dimostra come sostenibilità e competitività industriale non siano opposte, ma profondamente interconnesse.

Un impegno globale, coordinato e scientifico

La doppia “A” CDP è il risultato di un lavoro corale che coinvolge tutti i 39 siti produttivi Brembo in 18 Paesi.

I dati ambientali sono raccolti localmente e poi elaborati da un team centrale multidisciplinare composto da ingegneri, chimici e scienziati ambientali, con l’obiettivo di garantire coerenza, accuratezza e verificabilità.

Come ha dichiarato Andrea Rocco, Chief Sustainability & Risk Officer di Brembo:

Ogni anno CDP alza il livello di analisi con requisiti sempre più stringenti. Questo risultato conferma l’impegno di tutte le persone Brembo nel ridurre l’impatto ambientale del Gruppo attraverso azioni concrete e mirate”.

Dalla Formula 1 alla mobilità del futuro

Fondata nel 1961, Brembo è oggi leader globale nei sistemi frenanti ad alte prestazioni per auto, moto e veicoli commerciali.

Inoltre, è protagonista da oltre 50 anni nel motorsport con più di 1.000 titoli vinti.

Un know-how che si estende anche al mondo delle due ruote, delle biciclette da competizione e, dal 2025, alle sospensioni premium grazie all’acquisizione di Öhlins.

Il tutto guidato da una visione chiara che in Brembo chiamano “Turning Energy into Inspiration”, cioè trasformare l’energia – anche quella dissipata in frenata – in innovazione, esperienza di guida e oggi sempre più in responsabilità ambientale.

Quando la tecnica incontra l’etica

In un’epoca in cui la sostenibilità rischia spesso di ridursi a slogan, il caso Brembo dimostra che anche un’azienda profondamente legata alla performance può diventare un laboratorio avanzato di industria responsabile.

Frenare meglio, oggi, significa anche fermarsi a riflettere su come si produce, su quanta acqua si usa, su quanta CO₂ si emette.

E se il futuro della mobilità sarà davvero più sostenibile, probabilmente passerà ancora una volta… da un impianto frenante Brembo.

Formula E dal torpore all’estasi, in Messico una gara che non ti aspetti

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Il vincitore in Messico è stato Cassidy su Citroën - foto © Formula E

DALL’INVIATO

Prima un ePrix di noia (2, ma rivendico il diritto ad essa), poi lo spettacolo puro (10).

Il secondo ePrix della stagione 12 della Formula E è stato decisamente “piatto” nella prima parte.

Eccezion fatta per quello che sembra essere stato un errore del pilota della Envision Sébastien Buemi (4) – che aveva guadagnato la pole grazie alla penalizzazione inflitta a Taylor Barnard (Ds Penske) per aver superato i cordoli – che già alla prima curva era andato lungo, ma proprio lungo (2), è successo poco.

Avvio soporifero, errore clamoroso e poco altro

La Porsche (5), data per favoritissima a Città del Messico per via dei suoi precedcenti, si è insediata la comando con Pascal Wehrlein (6 per il piazzamento finale, sesto) e Nico Müller (5, nono all’arrivo) e che ha provato a tenere in mano la corsa.

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foto © Formula E

Ma né Edoardo Mortara (Mahindra), voto 8 per essere arrivato secondo e per la terza volta sul podio nelle ultime sette gare, né gli altri glielo hanno permesso.

Nella seconda metà è successo di tutto, nemmeno il tempo di prendere appunti: forse quanto di più bello possa offrire il campionato elettrico.

Quando la corsa si accende

A mio giudizio, naturalmente sindacabile, i protagonisti sono stati due.

Il vincitore, quel Nick Cassidy (10, ovviamente) che Stellantis (9 e forse anche di più perché guida tutte e tre le classifiche) ha sfilato a Jaguar e che ha ingaggiato anche per il Wec, partito 13/o dopo una qualifica da dimenticare in fretta autore di una rimonta senza sbavature.

Il neozelandese ha un fiuto particolare per i recuperi impossibili.

E il debuttante Pepe Martì (10 anche a lui, che motivo nelle prossime righe), che alla sua seconda gara è andato a punti, settimo.

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foto © Formula E

Non è tanto il piazzamento che conta, ma come lo ha raggiunto.

Ossia dopo l’incidente con effetti speciali di San Paolo, dopo aver accusato problemi alla monoposto nelle prove, dopo essere stato costretto a partire dal fondo per via della sanzione inflittagli dai commissari a causa della disattenzione brasiliana e aver anche dovuto passare dai box alla fine del primo giro e stare fermo 10” per la sostituzione di diversi componenti della sua monoposto.

La sua partecipazione sembrava destinata ad essere puramente simbolica. Grazie alla Safety Car è rientrato nel gruppo, che ha poi risalito.

E alla fine non sembrava nemmeno troppo contento, tra l’altro dopo essersi dato un obiettivo oltre modo ambizioso: andare a punti nella metà delle gare.

Dopo due ePrix sono in linea” mi ha detto dopo aver ringraziato la scuderia Cupra Kiro (8) che ha riparato la monoposto. Umile e concentratissimo. Motoristicamente parlando mi ha conquistato.

Cassidy, Martì e il pubblico, lo stesso voto: dieci

Un altro 10 va al pubblico, tradizionalmente non solo numeroso, ma anche caloroso: a Città del Messico si trovano tutti bene.

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foto © Formula E

Anzi, ci metto pure la lode, al pubblico, perché è affettuoso con i piloti, praticamente con tutti.

Nissan (7) ha piazzato due piloti nella Top 10: sia il campione in carica Oliver Rowland (8, due podi in due gare), sia Norman Nato (6, di incoraggiamento), decimo.

La Jaguar Tcs, di nuovo sfortunata con lo “speronamento” di Antonio Felix da Costa (senza voto, anche se per la qualifica meriterebbe l’insufficienza), sembrava poter dire la sua con Mitch Evans (4) che ha lottato per le posizioni migliori ed è poi sparito dai radar, undicesimo.

Il costruttore britannico è ancora fermo a quota zero.

Prossima fermata: America

Il terzo ePrix si corre negli Stati Uniti di Trump (0), sul circuito che ospita anche la Formula 1 (5, meno scontata di prima, ma troppo prevedibile, “linciatemi” pure), vicino all’Hard Rock Stadium il 31 gennaio.

Me la guarderò in televisione.

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foto © Formula E

Arriva l’arbitro assicurativo per RC auto e polizze

“Una polizza assicurativa copre tutto, tranne quel che accade”. La frase è dello scrittore americano Arthur Bloch, ma la sensazione raccontata è pressoché universale: quante volte l’assicurazione si rivela una rata fissa da pagare e una valanga di postille che consentono alle compagnie di lavarsene le mani?

Ma anche questo risvolto poco piacevole potrebbe avere i tempi contati, perché dopo anni di attesa, rinvii e lavori preparatori, debutta finalmente l’arbitro assicurativo.

Nella terra dei litigi

Dal 15 gennaio, il sistema di tutela dei clienti delle assicurazioni si arricchisce di un nuovo tassello con l’entrata in funzione di un nuovo organismo ideato per gestire le controversie tra utenti, compagnie e intermediari in modo più rapido e meno oneroso rispetto alla giustizia ordinaria.

Un cambio di passo che promette di ridurre tempi e costi del contenzioso, ma che fin dal debutto è chiamato a confrontarsi con numeri potenzialmente molto elevati.

Il settore assicurativo è da anni uno dei terreni più litigiosi che ci siano.

Lo dimostrano i dati sui reclami: oltre 113mila nel solo 2024, una massa critica che rende facile immaginare un forte afflusso di ricorsi verso il nuovo strumento.

Finora, in assenza di un accordo diretto con la compagnia, l’unica alternativa concreta era spesso il tribunale, con procedure lunghe e spese difficilmente sostenibili per molti cittadini.

Un canale alternativo per i conflitti assicurativi

L’arbitro nasce per colmare questo vuoto e il suo compito è offrire una soluzione stragiudiziale alle liti che nascono dai contratti assicurativi, seguendo un modello già sperimentato in ambito bancario e finanziario, ma per l’occasione adattato al mondo delle polizze.

Qui, infatti, il rapporto non è quasi mai diretto: tra cliente e compagnia si inserisce spesso un intermediario, che può rendere più complessa la ricostruzione delle responsabilità.

L’organismo è gestito dall’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni), che ne cura anche la struttura operativa.

L’idea di fondo è doppia: da un lato alleggerire il carico immenso che pesa sui tribunali, dall’altro offrire ai consumatori uno strumento concreto per far valere i propri diritti senza affrontare un percorso giudiziario tradizionale.

Costi contenuti e tempi definiti

Uno degli elementi che rendono l’arbitro particolarmente attrattivo è la semplicità della procedura: il ricorso può essere presentato direttamente dal cliente, senza l’assistenza di un avvocato, e comporta un contributo di 20 euro, che viene restituito se la decisione è favorevole.

Una volta avviata la procedura, il caso viene esaminato da un collegio composto da cinque membri, chiamati a pronunciarsi entro sei mesi, mentre per i fascicoli più complessi è prevista una proroga ma comunque limitata nel tempo.

Una tempistica che segna una netta discontinuità rispetto ai tempi ciclopici della giustizia civile.

Prima di arrivare all’arbitro, però, è necessario un passaggio obbligato: il cliente deve aver presentato un reclamo formale alla compagnia o all’intermediario, e se dopo 45 giorni non arriva alcuna risposta, o se la risposta non è ritenuta soddisfacente, allora il ricorso diventa ammissibile.

In caso contrario, la domanda viene respinta.

Dall’RC auto alle polizze vita

Le controversie destinate a confluire più numerose davanti all’arbitro riguardano l’RC auto, un ambito tradizionalmente ad alta conflittualità.

In questi casi il valore massimo della controversia è fissato a 2.500 euro, una soglia che intercetta una vasta platea di utenti.

Ma l’arbitro potrà occuparsi anche di polizze danni e assicurazioni vita, incluse quelle con contenuto finanziario più marcato, come le “index linked” e “unit linked”, prodotti assicurativi legati ai mercati finanziari.

Tuttavia, proprio su queste polizze, che si collocano in una zona di confine, non si escludono sovrapposizioni con altri organismi di risoluzione delle controversie.

Sarà la natura specifica del problema sollevato a determinare, di volta in volta, quale arbitro sia competente.

Decisioni non obbligatorie, ma visibili

Le pronunce dell’arbitro non hanno valore vincolante. Le compagnie possono scegliere di non conformarsi alla decisione, anche se il sistema introduce una forma di pressione indiretta: i casi di mancato adeguamento saranno resi pubblici, con la pubblicazione dell’inadempimento sul sito dell’arbitro per un lungo periodo con evidenza anche sulle pagine online della compagnia interessata.

Una scelta che punta a valorizzare la trasparenza e la reputazione come strumenti di tutela del cliente.

In ogni caso, una volta conclusa la procedura arbitrale, sia il consumatore sia la compagnia conservano la possibilità di rivolgersi al giudice ordinario.

Una partenza graduale, sotto osservazione

Nella fase iniziale l’arbitro assicurativo opererà con un solo collegio, con sede a Roma. Una partenza prudente, pensata per garantire coerenza nelle decisioni e uniformità nelle procedure, passaggio necessario per verificare l’effettiva capacità di reggere un elevato numero di ricorsi, uno dei primi banchi di prova del nuovo organismo.

Se l’esperimento funzionerà, l’arbitro potrebbe diventare un pilastro stabile del sistema di tutela dei consumatori, contribuendo a rendere più equilibrato il complicato rapporto tra assicurati e compagnie.

Sarà la volta buona?

Jeremy Clarkson, l’eretico dell’elettrico

C’è chi cambia idea con il vento, chi sostituisce l’auto a ogni incentivo statale e poi c’è Jeremy Clarkson, che cambia marcia solo se sotto il pedale dell’acceleratore c’è un motore grosso, rumoroso e meglio ancora se è un otto cilindri.

Nell’eterno e divisivo dibattito sulla mobilità elettrica, il celebre giornalista britannico resta una voce fuori dal coro, rumorosa quanto un V8 lanciato in autostrada.

Editoriali al vetriolo sulle colonne del prestigioso “Times”, interviste senza filtri, recensioni che sembrano atti d’accusa, ad ogni apparizione Clarkson non si limita a criticare l’auto elettrica, ma mette in discussione l’intera architettura del marketing che l’ha accompagnata negli ultimi anni.

Un racconto, come sappiamo, intriso di slogan green, promesse politiche e visioni futuristiche che, secondo lui, si sono scontrate troppo in fretta con una realtà ben diversa.

Il suo mantra è semplice, quasi brutale: “Siamo esseri umani, quindi fondamentalmente ci piace che la vita sia il più comoda possibile.

Non amiamo gironzolare per sei negozi diversi quando possiamo trovare tutto ciò che ci serve al supermercato.

E non vogliamo perdere un’ora a ricaricare un’auto elettrica quando abbiamo passato gli ultimi 50 anni a riempire il serbatoio di benzina in un paio di minuti.

Forse se l’auto elettrica fosse più economica la prenderemmo in considerazione. Ma non lo è per niente”.

Una frase all’apparenza banale, ma che racchiude il senso profondo della sua posizione, perché per Clarkson il problema dell’elettrico non è solo tecnologico, ma umano: chiedere alle persone di cambiare abitudini, tempi e aspettative non è progresso.

È imporre una colossale rottura di maroni.

Dall’entusiasmo collettivo al brusco risveglio

Secondo Clarkson, il settore automotive ha vissuto una sorta di luna di miele con l’elettrico. Cinque anni fa, ricorda, tutte le grandi case automobilistiche promettevano un futuro a batterie, annunciando in modo trionfale date precise per dare l’addio ai motori termici.

Poi qualcosa ha iniziato ad incrinarsi, tanto è vero che oggi molti costruttori stanno rallentando, riscrivendo in fretta e furia strategie e investimenti con approcci decisamente più prudenti.

Non si tratta di un ripensamento ideologico ma economico, perché i costi restano elevati, i margini molto sottili e la domanda è più fredda di quanto avessero previsto gli uffici commerciali.

E Clarkson lo sottolinea con il suo infallibile sarcasmo anglosassone: l’auto elettrica è stata venduta come inevitabile, ma non come desiderabile.

E senza desiderio, nel mondo dell’auto non si va lontano.

La filiera delle batterie e l’ingombro cinese

Uno dei nodi centrali, spesso ignorato nel dibattito pubblico, è quello della “supply chain”, la famigerata catena di approvvigionamento.

La produzione di batterie dipende in larga scala soltanto dalla Cina, che controlla l’estrazione di materie prime come litio, nichel e cobalto, dirige le fasi di raffinazione e assemblaggio e soprattutto ha un costo della mano d’opera bassissimo.

Un dominio industriale che rende Europa, Stati Uniti e Giappone strutturalmente meno competitivi, se non tagliati fuori dai giochi.

Clarkson lo dice senza giri di parole: “Non sono in grado di competere”, aggiungendo che la dipendenza non è solo economica, ma geopolitica.

Affidare il futuro della mobilità a una filiera che dipenda da un solo e unico polo produttivo significa esporsi a rischi enormi, soprattutto in un mondo sempre più instabile sul piano commerciale e strategico.

Consumatori scettici e governi confusi

Ma se l’offerta arranca, la domanda non corre. Clarkson insiste su un punto che spesso viene liquidato con sufficienza: ai clienti l’auto elettrica, molto semplicemente, non piace abbastanza.

Non per una mancanza di coscienza ambientale, ma per una questione di praticità: tempi di ricarica lunghi, autonomia percepita come limitata, prezzi elevati e un quadro normativo in continuo mutamento a cui è difficile star dietro.

Il caso delle ibride plug-in, colpite nel Regno Unito da una doppia tassazione su carburante ed elettricità, è per Clarkson emblematico.

Un esempio di politica miope che, nel tentativo di massimizzare il gettito fiscale, finisce per scoraggiare proprio quelle soluzioni di compromesso che avrebbero potuto accompagnare una transizione graduale.

Petrolio, tabù e ipocrisie

Clarkson ama poi toccare un nervo scoperto: il petrolio. Contrariamente a quanto si racconta, non sta affatto finendo: le riserve del Mare del Nord, ricorda, sono ancora abbondanti.

Perché allora demonizzarle, invece di usarle come ponte verso tecnologie migliori? Perché accelerare una transizione che rischia di essere più ideologica che razionale?

È qui che la sua critica diventa più aspra non contro l’ambiente, ma contro l’idea che la politica possa sostituirsi alla scienza.

Secondo Clarkson, l’innovazione vera non sta nelle batterie, ma nel miglioramento dei motori, dei carburanti sintetici, delle soluzioni ibride intelligenti.

La storia, dice, dimostra che è sempre stata la scienza – e non la politica – a risolvere i problemi.

“Salsicce vegetariane” e auto senza anima

Ma è quando passa dalla teoria alla pratica che “Jezza” – come lo chiamano i fan – diventa ancora più feroce. La sua recensione della Mercedes-Benz G 580 elettrica è passata alla storia: un’auto pesantissima, scomoda, paragonata a una “salsiccia vegetariana”, ovvero la pallida copia di qualcosa che ha perso la propria anima.

Togliere il motore a un’auto, per lui, equivale a fare piazza pulita dell’identità.

Eppure, anche stavolta, emerge un paradosso interessante, perché Clarkson non esclude l’elettrico in assoluto, ne contesta piuttosto l’imitazione del passato.

Secondo lui, l’auto elettrica potrebbe avere un futuro solo se smettesse di fingere di essere ciò che non è. Se diventasse un oggetto diverso: un gadget, una piattaforma creativa, qualcosa capace di fare ciò che un’auto tradizionale non potrà mai fare.

Profeta controcorrente o dinosauro irriducibile?

C’è chi lo considera un nostalgico, chi un provocatore professionista, chi addirittura un ostacolo culturale al cambiamento.

Eppure, molte delle sue previsioni – come quelle sulle auto cinesi ai tempi di “Top Gear” – si sono rivelate sorprendentemente lungimiranti. Da buon esperto Clarkson sbaglia toni, esagera, provoca e forse irrita, ma spesso centra il punto meglio di molti altri.

In un dibattito che scalda gli animi sempre di più, la sua voce resta scomoda ma utile, perché ricorda che la transizione ecologica non è solo una questione di emissioni e target, ma di persone, abitudini, emozioni e desideri.

E finché l’auto elettrica sarà percepita come un elettrodomestico a pile imposto dall’alto qualcuno continuerà a preferire il rumore, l’odore e la meravigliosa imperfezione di un motore termico.

Jeremy Clarkson non guiderà mai un’elettrica, lo ha detto e ribadito chiaramente più volte, e il suo rifiuto ostinato ha riacceso la polemica fra quanti la pensano come lui e quelli invece convinti che il concetto di auto debba cambiare, prima che gli sconvolgimenti climatici trasformino il corso dell’umanità.

Per cui, come sempre accade a chi sa di essere un personaggio divisivo, da una parte gli sono piovute critiche e insulti di chi lo considera alla stregua di uno degli ultimi cavernicoli a difendere l’auto intesa come un’epica avventura che il pianeta non può più permettersi, mentre dall’altro in suo soccorso sono arrivati migliaia di nostalgici, quelli che ancora sognano la leva del freno a meno quando fuori inizia a nevicare e storcono il naso se un’auto elettrica li affianca senza emettere alcun rumore. Pardon, melodia.

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