martedì 21 Aprile 2026 - 06:29:11

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Drivalia allarga la famiglia CarCloud

CarCloud
Con la nuova formula CarCloud Family di Drivalia, la EMC Sei GPL e la Fiat 600 Hybrid offerte in abbonamento - foto © Drivalia

Il panorama della mobilità contemporanea è sempre più orientato verso formule flessibili e tecnologicamente evolute.

In questo scenario Drivalia amplia l’ecosistema CarCloud introducendo il nuovo abbonamento Family.

Dopo il successo delle formule City e New Arrivals, la strategia del gruppo punta su due direttrici tecniche ben precise – efficienza energetica e comfort di guida – con particolare attenzione alla diffusione di motorizzazioni GPL di primo impianto e trasmissioni automatiche.

Una scelta tutt’altro che casuale, in un contesto in cui l’oscillazione dei costi energetici continua a influenzare le decisioni di privati e flotte aziendali.

L’approccio modulare di CarCloud si inserisce in un trend consolidato: la trasformazione dell’automobile da bene di proprietà a servizio evoluto, on demand e aggiornabile nel tempo.

Tecnologia accessibile per mobilità evoluta

Il nuovo piano Family introduce due modelli progettati per coniugare versatilità dimensionale, efficienza e contenuti tecnologici avanzati, con un canone mensile di 539 € IVA inclusa.

Il primo modello è l’EMC Sei Bi-Fuel GPL un SUV urbano che rappresenta un caso interessante dal punto di vista tecnico, grazie all’adozione di un impianto GPL di primo equipaggiamento integrato direttamente in fase di produzione.

Questo aspetto non è secondario, poiché i sistemi OEM garantiscono una perfetta integrazione con la gestione elettronica del motore, ottimizzando combustione, affidabilità e durata dei componenti.

L’alimentazione Bi-Fuel benzina/GPL consente di ridurre il costo chilometrico, abbattere le emissioni di CO₂ e particolato, mantenere autonomia elevata grazie al doppio serbatoio e beneficiare di accessi facilitati in molte ZTL.

La disponibilità della trasmissione automatica contribuisce inoltre a migliorare l’efficienza nei contesti urbani stop&go, grazie a strategie di cambio marcia ottimizzate dall’elettronica di gestione.

Il secondo modello è la Fiat 600 Hybrid, un MHEV con cambio automatico a 6 rapporti.

Il pacchetto Family include la nuova vettura Fiat dotata di sistema Mild Hybrid 48V con integrazione tra motore termico e unità elettrica.

La tecnologia MHEV consente il recupero di energia in frenata, il supporto elettrico nelle fasi di accelerazione, il funzionamento in modalità elettrica nelle manovre a bassa velocità e la riduzione dei consumi fino al 10-15% rispetto a un motore tradizionale equivalente.

Il cambio automatico a 6 rapporti con doppia frizione ottimizza l’efficienza energetica mantenendo continuità di coppia, migliorando comfort NVH (Noise, Vibration, Harshness) e qualità percepita di guida.

Modello Alimentazione Tecnologia elettrificata Cambio Target utilizzo
EMC Sei Benzina + GPL nessuna elettrificazione automatico o manuale famiglia, commuting urbano-extraurbano
Fiat 600 Hybrid benzina Mild Hybrid 48V automatico 6 rapporti mobilità urbana evoluta
Fiat Pandina Hybrid benzina Mild Hybrid manuale accesso entry-level CarCloud

La porta d’ingresso al mondo dell’abbonamento auto

Rimane centrale il pacchetto City Planet, che propone la Fiat Pandina 1.0 Hybrid a 369 € mensili.

Una soluzione progettata per chi desidera accedere alla mobilità in abbonamento con investimento contenuto ma contenuti tecnici aggiornati, grazie alla micro-elettrificazione del powertrain.

La logica industriale è democratizzare l’accesso alla mobilità evoluta, mantenendo elevato il livello di digitalizzazione del servizio.

Mobilità as-a-service con il servizio CarCloud

Dal punto di vista sistemico, CarCloud rappresenta un esempio concreto di Mobility-as-a-Service (MaaS) applicato al contesto automotive tradizionale.

L’abbonamento include 2mila km mensili, la copertura RC Auto con Kasko e furto, la manutenzione ordinaria e straordinaria, la possibilità di cambio veicolo con 48 ore di preavviso, la durata flessibile fino a 12 mesi e la disdetta senza penali dopo il primo mese.

Interessante l’integrazione con l’ecosistema elettrico Drivalia: nei primi tre mesi, a Torino e Lione, l’abbonamento include 24 ore mensili di car sharing elettrico E+Share, segnale di una strategia orientata alla intermodalità energetica.

Il ruolo del GPL nella transizione energetica

Il ritorno di interesse verso il GPL, soprattutto in configurazione OEM, mette in evidenza una tendenza spesso sottovalutata.

Infatti, la transizione energetica non procede esclusivamente per salti tecnologici radicali, ma anche attraverso soluzioni incrementalmente sostenibili, economicamente accessibili e compatibili con l’infrastruttura esistente.

In questo scenario, il GPL rappresenta indubbiamente una tecnologia matura e un’alternativa economicamente efficiente, ma anche un’opzione immediatamente disponibile su larga scala e un ponte verso l’elettrificazione completa.

Drivalia vuole interpretare il momento del mercato, offrendo soluzioni tecniche diversificate ma coerenti con l’obiettivo di ridurre il Total Cost of Mobility per l’utente finale.

Rete, infrastrutture e digitalizzazione

La società del gruppo CA Auto Bank continua a investire nello sviluppo dei Mobility Store, veri hub fisico-digitali della mobilità contemporanea.

Con oltre 1.900 punti di ricarica installati, Drivalia dispone attualmente della più ampia rete privata elettrificata in Italia, elemento strategico per supportare la progressiva diffusione di veicoli BEV e PHEV.

L’approccio omnicanale – voucher digitale, prenotazione online, gestione via app – dimostra come il settore stia evolvendo verso una integrazione tra piattaforme digitali, servizi energetici e offerta automotive.

La flessibilità come nuova forma di proprietà

L’evoluzione della mobilità non si misura più soltanto in cavalli o autonomia elettrica, ma nella capacità di offrire soluzioni adattabili alle esigenze mutevoli degli utenti.

Il successo delle formule in abbonamento suggerisce che il concetto stesso di automobile stia cambiando natura, passando da oggetto statico a piattaforma dinamica di servizio.

L’introduzione del pacchetto Family dimostra come la tecnologia possa essere declinata in modo pragmatico, senza inseguire esclusivamente la soluzione più radicale, ma privilegiando un equilibrio tra sostenibilità, accessibilità e semplicità d’uso.

In fondo, la vera innovazione non è solo elettrica o digitale, ma è rendere la mobilità più intelligente, più modulare e più vicina alle esigenze reali di chi guida ogni giorno.

I Subsonica e Alfa Romeo accendono le OGR di Torino

Le grandi navate industriali delle OGR di Torino, con le loro arcate di ferro e mattoni, si sono riempite ancora una volta di corpi, luci e frequenze per l’apertura di “Cieli su Torino 96 26”, il tour con cui i Subsonica celebrano trent’anni di carriera.

Quattro date, tutte esaurite in pochi giorni, a conferma di un legame che resiste al tempo e si rinnova sotto il palco, una notte dopo l’altra.

Il debutto del 31 marzo ha dato il tono al progetto di un live compatto e potente, perché i Subsonica non guardano indietro, semmai rilanciano.

La scaletta tiene insieme epoche diverse, ma il suono resta proiettato in avanti, tra elettronica e visioni urbane, e ogni volta il pubblico risponde con la stessa intensità, trasformando il concerto in un organismo in continuo movimento.

Anche la seconda serata, il 1° aprile, ha confermato la stessa tensione, mentre l’attesa cresce per le repliche del 3 e 4 aprile.

Alfa Romeo on stage

Accanto alla band torinese, Alfa Romeo firma la propria presenza come “Official Mobility Partner” dell’intera rassegna. Non è da considerare un semplice supporto logistico, ma di una partecipazione che si inserisce nella storia della città e delle sue infinite trasformazioni.

Nel cortile delle OGR, tra ingressi e pause, l’attenzione converge su Alfa Romeo Junior, scelta come vettura simbolo dell’iniziativa.

Compatta, sportiva, con linee nette e riconoscibili, la Junior è il punto di accesso al mondo del Biscione per una generazione abituata a muoversi tra linguaggi diversi.

Non a caso rappresenta già una quota significativa delle vendite del marchio, attestandosi tra i modelli premium più richiesti del segmento.

Il merito è anche di una gamma articolata: versioni completamente elettriche, ibride a trazione anteriore e integrale, pensate per adattarsi a esigenze e stili di vita differenti.

Musica e brand

Il dialogo con il pubblico della musica non è episodico: Alfa Romeo negli ultimi mesi ha costruito una presenza sempre più riconoscibile in contesti culturali e sonori, scegliendo interlocutori capaci di parlare alle nuove generazioni senza filtri.

La collaborazione con i Subsonica si muove in questa direzione: intercettare un immaginario fatto di ricerca e identità.

E non è un caso che Samuel, voce storica della band, sia stato protagonista poche settimane fa di un DJ set al “m2o Morning Club” di Milano, evento di cui Alfa Romeo è main sponsor.

In quell’occasione, alla “Fabbrica del Vapore”, era esposta una versione speciale della Junior Ibrida Edizione Milano Cortina 2026, ulteriore tassello di una strategia che intreccia mobilità e design urbano.

Ancora prima, il marchio aveva preso parte al “C2C Festival”, appuntamento di riferimento per la musica avant-pop europea, contribuendo a rafforzare il posizionamento di Torino come capitale creativa.

Una città, un ritmo

Sul palco delle OGR, intanto, i Subsonica continuano a fare ciò che li ha resi un caso unico nel panorama italiano. Fin dagli esordi hanno mescolato elettronica, rock e suggestioni digitali, anticipando tendenze e costruendo un linguaggio riconoscibile.

Trent’anni dopo, quella spinta non si è esaurita: i loro concerti restano spazi in cui l’energia si libera.

E Torino, città industriale per antonomasia, ha imparato a reinventarsi trovando nelle OGR uno dei suoi simboli più riusciti: un luogo dove produzione e cultura si incontrano, dove passato e futuro dialogano.

Le ultime due serate del tour promettono la stessa intensità delle prime.

Non serve aggiungere molto altro: basta entrare, lasciarsi attraversare dal suono e guardare come, ancora una volta, Torino riesca a muoversi insieme, seguendo lo stesso ritmo.

 

Benvenuti nel futuro, premendo un tasto

Ammettiamolo: per qualche anno, l’industria automobilistica ha deciso di smettere di fare auto per creare gadget. Elon Musk si esaltava dicendo: “guardate come siamo futuristi noi di Tesla”, e il mercato rispondeva: “bella idea, la voglio anche io”.

E nel sonno profondo dei regolatori gli automobilisti si sono ritrovati a dover frugare tra sottomenu software per attivare i tergicristalli mentre pioveva a dirotto in autostrada.

Il design aveva definitivamente vinto sulla fisica e l’estetica era riuscita a sconfiggere perfino il buon senso: per qualche anno l’industria ha imitato Tesla come si imita il compagno di classe più figo, senza chiedersi se stia facendo qualcosa di intelligente.

Il simbolo del progresso

Eppure la prima Model S del 2012 era ancora un compromesso accettabile: display centrale, sì, ma anche leve, pulsanti e persino maniglie vere sulle portiere, alcune ereditate direttamente dalla Mercedes.

Con i modelli successivi, la logica è scomparsa del tutto, lasciando interni così spogli da sembrare corsie ospedaliere.

Lo schermo gigante era diventato il simbolo per eccellenza del progresso, e i designer di interni lo avevano adottato con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto una nuova religione.

Peccato che chiedesse ai fedeli di distogliere lo sguardo dalla strada per cambiare la temperatura dell’abitacolo.

I numeri che imbarazzano un’industria

Uno studio dell’AAA del 2017 aveva già messo in cifre il problema: i conducenti trascorrono in media quaranta secondi a interagire con gli schermi durante la guida.

A 40 km/h, è un tempo sufficiente per percorrere la distanza di cinque campi da calcio.

Abbastanza perché qualcosa vada storto.

I dati di mercato raccontano la stessa storia da un’altra angolazione. Un’analisi condotta su 92.000 acquirenti americani ha rilevato che i sistemi di infotainment sono la caratteristica più problematica delle auto nuove, con più reclami nei primi novanta giorni di possesso rispetto a qualsiasi altro componente del veicolo.

La maggior parte riguarda l’usabilità: funzioni banali come luci, tergicristalli e regolazione della temperatura spostate su touchscreen che richiedono più passaggi, attenzione e pazienza, tre dettagli che appartengono a questo tempo.

Hyundai, in un suo sondaggio del 2024, ha scoperto che i guidatori si sentono “stressati e infastiditi” quando devono navigare menu digitali per fare cose che una volta richiedevano un nanosecondo e un ditino.

L’associazione automobilistica tedesca ADAC ha misurato un punteggio medio di usabilità dei veicoli pari a 2,7 nel 2025, in peggioramento costante dal 2,3 del 2019.

Una tendenza che va nella direzione sbagliata da anni, senza che nessuno si sia mai chiesto perché.

Qualcuno ha provato a offrire una via d’uscita con il riconoscimento vocale, spacciato come alternativa più sicura ai touchscreen.

Una meta-analisi che raccoglie 43 studi ha però chiarito che anche l’interazione vocale peggiora le prestazioni di guida rispetto a quella che non richiede attività secondarie: aumenta i tempi di reazione, influisce negativamente sul mantenimento della corsia, riduce il rilevamento dei pericoli.

È meglio dei touchscreen, certo, ma comunque distrae ancora rispetto al non dover interagire con nulla.

Alla fine, la soluzione al problema non era spostare l’interfaccia dall’occhio all’orecchio, ma molto più semplicemente rimetterci le mani sopra.

Nel senso letterale del termine.

Quando arriva il regolatore

Il mercato non ha sistemato la mira, ci ha dovuto pensare la regolamentazione, con la lentezza che la contraddistingue.

L’EuroNCAP ha aggiornato i suoi criteri a partire da gennaio 2026: chi vuole conquistare le cinque stelle deve garantire la presenza di comandi fisici per frecce, tergicristalli, luci di emergenza, clacson e chiamata SOS.

Non è un obbligo di legge in senso stretto, ma il punteggio dell’ente europeo è uno strumento di marketing che i costruttori usano nelle campagne pubblicitarie, e nessuno si può permettere di sacrificarlo sull’altare di una plancia minimalista.

L’ANCAP australiana si è mossa nella stessa direzione, con requisiti analoghi che entreranno in vigore a breve.

La Cina, nel frattempo, non si è limitata alle raccomandazioni: Pechino ha già vietato le maniglie delle portiere interamente elettroniche a partire dal primo gennaio 2027, imponendo il mantenimento di uno sblocco meccanico di emergenza, e sta elaborando norme più ampie che rendono obbligatori i comandi fisici per le funzioni essenziali, con il requisito esplicito che siano “azionabili a vista”, senza distogliere lo sguardo dalla strada.

Una formula burocratica che descrive esattamente ciò che una manopola del volume ha sempre fatto, senza che nessuno si fosse mai preso la briga di scriverlo in un regolamento. La NHTSA americana sta indagando su analoghi problemi legati alle portiere nelle Model Y e Model 3.

Il grande pentimento

Lentamente e con la riluttanza di chi ammette un errore costoso, i costruttori se ne stanno accorgendo. Volkswagen ha fatto la mossa più esplicita: il capo del design Andreas Mindt ha dichiarato pubblicamente che spostare tutto sul touch è stato un errore.

Sulla Golf 8 restyling i comandi capacitivi al volante, criticati da un numero imbarazzante di clienti, sono stati sostituiti da pulsanti fisici separati.

Lo stesso vale per Tiguan e Passat, dove le superfici a sfioramento lasciano il posto a interruttori che si premono, si sentono e danno un riscontro tattile.

Mercedes ha sostituito i cursori touch sulle razze dello sterzo con interruttori tradizionali sulle nuove generazioni, a partire dalla CLA.

Hyundai ha promesso manopole fisiche per le funzioni più usate, con l’obiettivo di ridurre lo stress del guidatore. BMW mantiene grandi schermi panoramici ma garantisce tasti dedicati per le funzioni di emergenza.

Persino Tesla, la madre di tutti gli schermi, starebbe valutando di reintrodurre le classiche leve per gli indicatori di direzione su alcuni modelli, in risposta alle pressioni dei propri clienti oltre che delle autorità.

Il papà dell’iPhone che odia i touchscreen in auto

La voce più autorevole e più ironica di questa storia è di chi sugli schermi ci ha costruito una carriera: Jony Ive, ex capo del design di “Apple”, l’uomo che ha inventato l’iPhone, il dispositivo che più di qualsiasi altro ha convinto il mondo che il touchscreen fosse la risposta a ogni domanda.

Ive, che ha progettato anche gli interni della nuova Ferrari Luce insieme a Marc Newson, ha dichiarato ad Autocar che i grandi touchscreen centrali sono “semplicemente la tecnologia sbagliata” per i comandi principali in auto.

E se l’inventore del touchscreen che dice che il touchscreen in auto non avrebbe mai dovuto esistere, allora il dibattito si è chiuso a doppia mandata.

Ferrari ha capito la lezione

La Ferrari Luce è, in questo senso, l’esempio più elegante di come si possa tenere insieme tecnologia e buon senso senza sacrificare nessuno dei due.

L’abitacolo ha uno schermo centrale dal profilo squadrato e un quadro strumenti digitale, ma ha anche levette fisiche sotto lo schermo per il climatizzatore, i sedili riscaldati e le funzioni di accesso rapido.

Abbondanti finiture in alluminio, un’estetica che guarda al passato senza rinnegare il presente, e la filosofia di fondo che Ive ha descritto come progettare qualcosa che i conducenti “possano utilizzare in modo intuitivo, apprezzare e usare in sicurezza”.

Sia chiaro, nessuno chiede di tornare all’era dei cruscotti infestati da cinquanta pulsanti identici, ma almeno di riconoscere che alcune funzioni, quelle che si usano ad alta velocità, necessitano di una risposta immediata e tattile, qualcosa che la memoria muscolare possa gestire senza coinvolgere la vista.

Perché una manopola del volume si gira senza guardare, la barra di scorrimento di uno schermo no.

E la forma torna a seguire la funzione

Il futuro dell’auto, dicono gli esperti, sarà leggermente più analogico di quanto i designer avessero immaginato durante gli anni dell’ubriacatura da touchscreen.

Le norme cinesi ed europee, insieme alle pressioni dei consumatori e all’evidenza scientifica accumulata in un decennio di studi, stanno convergendo verso la stessa conclusione: i noiosi vincoli di sicurezza e usabilità torneranno a ispirare un design efficiente e funzionale, come dovrebbe essere.

Un concetto, che a dire il vero era già conosciuto molto prima che qualcuno inventasse il touchscreen, ma ci sono voluti morti, indagini federali, regolamenti internazionali e la testimonianza dell’inventore dell’iPhone per ricordarlo.

Monaco, la fabbrica del futuro BMW operativa da agosto

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La BMW i3, basata sulla piattaforma Neue Klasse, sarà prodotta a Monaco: come cambia la fabbrica tra AI e produzione elettrica - foto © BMW

Quando un costruttore come BMW decide di reinventare il proprio stabilimento storico, non si tratta di un semplice aggiornamento industriale.

Si tratta di digitalizzazione, uso diffuso dell’AI e produzione elettrica totale.

Con l’avvio della produzione in serie della nuova BMW i3 – secondo modello della piattaforma Neue Klasse – lo stabilimento di Monaco entra ufficialmente in una nuova era tecnologica, diventando uno dei simboli più concreti della transizione verso la mobilità elettrica avanzata.

Infatti, a partire da agosto il sito bavarese darà il via alla produzione della nuova generazione di veicoli elettrici, ponendo le basi per un futuro in cui, dal 2027, usciranno dalle linee esclusivamente modelli BEV (Battery Electric Vehicle).

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Un passaggio strategico che consolida il ruolo della visione BMW iFACTORY come base dell’industria automobilistica 4.0.

La Neue Klasse parte dalla fabbrica

Lo stabilimento di Monaco è stato oggetto di un investimento di circa 650 milioni di euro.

Denaro destinato a trasformare un impianto ultracentenario in un hub produttivo altamente digitalizzato e orientato all’elettrico.

La modernizzazione ha interessato circa un terzo della superficie complessiva, con la realizzazione di un nuovo reparto carrozzeria, una nuova area di assemblaggio, nuove infrastrutture logistiche multilivello e aggiornamenti tecnologici delle linee esistenti.

Il risultato è una fabbrica più efficiente, flessibile e pronta per la produzione della piattaforma Neue Klasse, caratterizzata da una architettura progettata per ridurre la complessità industriale.

Secondo Peter Weber, responsabile dello stabilimento, l’avvio della produzione della BMW i3 consentirà una riduzione dei costi complessivi di circa il 10% rispetto all’attuale generazione.

Efficienza, sostenibilità, digitalizzazione

Il sistema produttivo BMW iFACTORY si fonda su tre pilastri principali.

Innanzitutto l’efficienza, ottenuta con la standardizzazione globale delle linee e riduzione complessità produttiva.

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Quindi la sostenibilità, grazie al recupero dei materiali, processi eRTO per la depurazione dell’aria.

Infine la digitalizzazione, con AI per controllo della qualità, digital twin e tracciamento dei parametri veicolo.

La filosofia “local for local” rafforza inoltre la supply chain, riducendo dipendenze logistiche e ottimizzando tempi di approvvigionamento.

Carrozzeria 4.0 con 800 robot e digital twin

Uno degli elementi più avanzati del nuovo impianto è il reparto carrozzeria, sviluppato attraverso tecnologia di gemello digitale – digital twin.

Questo modello ha consentito di simulare e ottimizzare l’intero processo produttivo prima ancora della costruzione fisica delle linee.

Qui operano circa 800 robot industriali con un livello di automazione pari al 98% con importanti innovazioni come la riduzione delle fasi di giunzione a cinque step, il sistemi ASI (Automated Surface Inspection), il controllo qualità tramite AI e la standardizzazione globale utensili e presse.

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Nel reparto presse, ogni giorno vengono prodotti decine di migliaia di componenti in acciaio e alluminio, con recupero e riutilizzo degli scarti per nuove bobine, secondo le logiche dell’economia circolare.

Verniciatura intelligente con meno energia, più precisione

Il reparto verniciatura rappresenta uno dei punti di maggiore innovazione energetica.

Numerose le tecnologie utilizzate: dal sistema eRTO elettrico per la depurazione dell’aria al recupero di calore dai processi, dalla riduzione del consumo idrico all’AI per identificare difetti superficiali fino a sistemi ASP per la correzione automatica dell imperfezioni.

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Queste tecnologie permettono di migliorare qualità percepita e sostenibilità, due parametri sempre più interconnessi nel ciclo produttivo BEV.

Assemblaggio digitale con 20mila parametri

L’area che un tempo produceva motori endotermici è stata completamente trasformata in una linea di assemblaggio digitale end-to-end.

Durante il montaggio, ogni BMW i3 trasmette fino a 20mila parametri produttivi in tempo reale, consentendo la tracciabilità completa del processo e l’ottimizzazione continua della qualità.

Ma questo sistema permette anche la manutenzione predittiva delle linee e la riduzione delle variabilità di processo.

Le postazioni di lavoro ergonomiche regolabili in altezza migliorano le condizioni operative degli addetti, mentre programmi di formazione specifici accompagnano la transizione verso competenze digitali avanzate.

Logistica multilivello, 2,5 milioni di componenti al giorno

La logistica è stata completamente ripensata per adattarsi alla posizione urbana dello stabilimento.

Ogni giorno vengono movimentati circa 2,5 milioni di componenti, con un obiettivo di consegna diretta alle postazioni di assemblaggio pari al 70%.

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Anche in questo caso sono numerose le innovative soluzioni adottate come una struttura logistica multipiano, robot intelligenti e AGV, una torre di controllo digitale per coordinamento flussi e un’automazione del 60% delle operazioni logistiche.

Il risultato è una riduzione significativa delle distanze di trasporto interne e una maggiore velocità di approvvigionamento delle linee.

Batterie Gen6 ed e-drive

Il nuovo impianto di assemblaggio batterie di Irlbach-Straßkirchen fornirà accumulatori ad alta tensione Gen6, sviluppati con approccio zero difetti e controlli qualità basati su AI.

Parallelamente, il motore elettrico Gen6 sarà prodotto nello stabilimento di Steyr, in Austria, dove vengono realizzati rotore, statore, inverter e trasmissione.

La produzione avviene in ambienti clean room ad alta precisione, mentre il sito di Landshut fornisce i componenti strutturali in alluminio.

La fabbrica come manifesto industriale

Lo stabilimento di Monaco rappresenta oggi molto più di un semplice sito produttivo-

È un laboratorio di integrazione tra ingegneria digitale, automazione avanzata e sostenibilità industriale.

La Neue Klasse è certamente una piattaforma tecnica, ma anche un ecosistema industriale completamente ripensato per affrontare le sfide della mobilità elettrica globale.

In un’epoca in cui l’automobile diventa sempre più software-defined, la fabbrica assume un ruolo centrale nella definizione della qualità percepita e dell’efficienza tecnologica.

Il futuro dell’automotive nasce nei centri stile o nei reparti R&D, e prende forma lungo linee di produzione dove dati, robotica e competenze umane convergono.

E proprio a Monaco, tra storia industriale e visione digitale, BMW dimostra come la trasformazione elettrica non sia soltanto una questione di propulsione, ma una rivoluzione culturale e tecnologica che ridefinisce il concetto stesso di automobile.

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Point S, ogni alba una nuova insegna

Aprire oltre un punto vendita ogni ventiquattr’ore. Non è il ritmo di una multinazionale che brucia liquidità per conquistare quote di mercato a colpi di acquisizioni miliardarie, ma la velocità con cui “Point S” sta crescendo nel 2026, anno in cui il colosso indipendente dei pneumatici spegne 55 candeline.

Un traguardo che, nel settore dell’aftermarket, suona quasi come una provocazione: crescere così in fretta, e per di più senza rinunciare all’anima indipendente che ha sempre contraddistinto il marchio.

Dagli inizi di gennaio a oggi, 116 nuovi centri assistenza hanno scelto di entrare nella rete. Un dato apparentemente amministrativo, che racconta una realtà ben diversa: ogni mattina, da qualche parte nel mondo, un’officina, un gommista o un centro di assistenza veicoli ha appeso per la prima volta l’insegna “Point S” sulla propria facciata.

E poi il giorno dopo, e quello dopo ancora.

Un 2025 da record come trampolino

Il 2026 conferma la già potente accelerazione dell’anno scorso. Nel 2025, Point S aveva accolto nella propria rete ben 389 nuovi affiliati (quasi uno al giorno anche allora, ma su scala annuale) segnando il risultato migliore della sua storia cinquantacinquennale.

Un traguardo che aveva sorpreso gli analisti del settore, e che il 2026 sembra intenzionato a superare con disinvoltura.

Fondato in Francia nel marzo 1971, in un’epoca in cui l’automobile stava trasformando radicalmente le abitudini di mobilità degli europei, Point S ha costruito la propria identità su un principio semplice ma complicato da replicare: mettere insieme la forza contrattuale di una grande rete con la flessibilità e la prossimità al cliente tipiche delle realtà locali.

Cinquantacinque anni dopo, quel principio non solo regge, ma sembra più attraente che mai.

Il network conta oggi oltre 7.000 punti vendita distribuiti in 54 paesi, numeri che lo collocano stabilmente tra le reti indipendenti più estese al mondo nel settore dei pneumatici e dei servizi automotive.

Un’infrastruttura globale che si traduce, per gli automobilisti e per le flotte aziendali, in un accesso capillare a servizi che vanno dalla vendita e montaggio degli pneumatici alla manutenzione ordinaria e straordinaria dei veicoli.

La forza del modello indipendente

In un panorama dominato da grandi catene che espandono la propria presenza attraverso acquisizioni dirette e controllo centralizzato, Point S ha scelto di non acquisire officine, ma di aggregarle.

Gli operatori locali mantengono la propria identità imprenditoriale, il proprio nome, la propria clientela costruita negli anni.

In cambio, ottengono l’accesso a qualcosa che da soli difficilmente potrebbero permettersi: contratti internazionali con i principali fornitori di pneumatici e componenti, infrastrutture di marketing strutturate, programmi di supporto tecnico e sistemi gestionali collaudati su migliaia di punti vendita.

Un pacchetto “chiavi in mano” — come lo definisce la stessa azienda — che abbassa sensibilmente le barriere d’ingresso senza imporre la logica rigida e spesso soffocante del franchising classico.

L’affiliato non compra un format preconfezionato: entra in una rete, porta con sé la propria esperienza e il proprio radicamento territoriale, e trova dall’altra parte strumenti per competere su scala globale.

Un dettaglio tutt’altro che trascurabile, in un momento storico particolarmente complesso per le officine indipendenti.

La varietà del parco veicoli circolante si sta moltiplicando a una velocità senza precedenti: auto elettriche e ibride con architetture elettroniche sofisticate, sistemi ADAS sempre più pervasivi, piattaforme tecnologiche che cambiano di generazione in generazione.

Stare al passo richiede investimenti continui in formazione, attrezzature diagnostiche e aggiornamento delle competenze, una serie di costi che le realtà più piccole, se lasciate sole, faticano a sostenere senza mettere a rischio la sostenibilità economica.

È in questo panorama che il modello Point S dimostra il suo valore più concreto, non solo come strumento di crescita commerciale, ma come risposta strutturale a una pressione che il mercato sta esercitando sull’intera filiera dell’assistenza indipendente.

Un’espansione che guarda a nuovi territori

La crescita del 2025 e del 2026 non ha interessato soltanto i mercati in cui Point S era già presente e consolidata.

Una parte significativa delle nuove aperture ha riguardato territori inediti, dove il marchio ha fatto il suo ingresso per la prima volta, o mercati in cui la presenza era ancora limitata.

Questo doppio binario, rafforzare le posizioni acquisite ed esplorare nuove geografie, riflette una strategia di sviluppo che non si accontenta di presidiare le aree di comfort.

La domanda di servizi automotive qualificati e affidabili è in crescita ovunque, trainata dall’aumento del numero di veicoli in circolazione, dalla complessità dei sistemi da gestire e da una clientela sempre più attenta e informata.

L’espansione geografica porta con sé anche una diversificazione operativa che, se gestita male, potrebbe rivelarsi un punto di debolezza.

Ma se organizzata come si deve diventa un ulteriore elemento di resilienza: una rete presente in 54 paesi è per definizione meno vulnerabile alle crisi locali e più capace di trasferire competenze e best practice da un mercato all’altro.

Un anniversario che guarda avanti

Cinquantacinque anni sono un traguardo ragguardevole in qualsiasi settore. Nel mondo dell’automotive, dove le tecnologie si trasformano rapidamente, i margini si assottigliano e la concorrenza si fa più aggressiva ad ogni ciclo di mercato, sono la dimostrazione che un modello di business può resistere alle turbolenze senza perdere la propria identità, e anzi rafforzarla nel tempo.

Point S entra nel suo 56° anno con oltre 7.000 punti vendita, una rete in accelerazione e un posizionamento che risponde alle esigenze di un mercato in rapida evoluzione.

Arriva in Italia XPENG P7+ con ricarica 5C e comfort premium

XPENG
XPENG P7+ arriverà in Italia a giugno: una fastback elettrica con ricarica in 12 minuti - foto © XPENG

L’elettrificazione dell’automobile non è più soltanto una questione di batterie e autonomia.

Il salto evolutivo passa oggi dalla capacità di elaborare dati, apprendere e migliorare nel tempo.

In questo scenario si inserisce la nuova XPENG P7+, fastback 100% elettrica progettata fin dall’origine come piattaforma software-defined, pronta a sbarcare in Europa (in Italia da giugno) con un prezzo di partenza di 46.170 euro chiavi in mano.

Dopo la première al Motor Show di Bruxelles, la nuova proposta del costruttore cinese punta a conquistare il pubblico europeo con un mix di design elegante, architettura elettronica avanzata e soluzioni di ricarica ad altissima potenza.

XPENG
foto © XPENG

Tutti elementi che testimoniano la crescente convergenza tra automotive, intelligenza artificiale e high-tech.

Architettura elettronica al centro dell’esperienza

Il cuore tecnologico della XPENG P7+ è rappresentato dal chip proprietario Turing, progettato per garantire una potenza di calcolo fino a 750 TOPS – tera operations per second.

Un valore che colloca la fastback tra i veicoli con maggiore capacità computazionale del segmento, abilitando funzioni avanzate di assistenza alla guida e un’evoluzione continua delle funzionalità tramite aggiornamenti OTA.

La logica è quella ormai tipica delle piattaforme software-defined vehicle (SDV). L’hardware viene concepito per supportare applicazioni future, riducendo l’obsolescenza tecnologica e ampliando il ciclo di vita del veicolo.

Tra le funzioni supportate la percezione ambientale avanzata, la gestione predittiva della dinamica di guida, l’assistenza attiva al cambio corsia, il parcheggio automatizzato multi-scenario, la condivisione dati di rischio tra veicoli…

XPENG
foto © XPENG

Il sistema XPILOT 2.5 integra una sensoristica articolata con radar millimetrici, telecamere multiple e algoritmi di fusione dati, offrendo una guida assistita di livello evoluto e progressivamente migliorabile.

Ricarica ultrarapida 10-80% in circa 12 minuti

Uno degli elementi più rilevanti per l’utilizzo quotidiano è la compatibilità con ricarica 5C DC ad alta potenza, capace di portare la batteria dal 10 all’80% in circa 12 minuti nelle condizioni ottimali.

Le batterie LFP sono di nuova generazione e abbinate a un sistema di gestione termica evoluto.

Capacità batteria 61,7 – 74,9 kWh
Autonomia WLTP fino a 530 km
Consumo medio da 15,2 kWh/100 km
Potenza ricarica DC fino a 446 kW
Architettura ricarica 5C fast charge

Un risultato che riduce significativamente il gap di praticità rispetto ai powertrain endotermici, soprattutto nell’uso professionale o nei lunghi viaggi.

Una fastback europea nello spirito

Dal punto di vista progettuale, la P7+ interpreta il concetto di fastback in chiave contemporanea, con una carrozzeria aerodinamica caratterizzata da un coefficiente di resistenza di 0,211 Cd.

Le grandi dimensioni – oltre 5 metri di lunghezza e passo di 3 metri – permettono di ottenere un’abitabilità ai vertici della categoria.

Lunghezza 5071 mm
Passo 3000 mm
Bagagliaio 573 – 1931 litri
Carico trainabile fino a 1.500 kg

Il risultato è una configurazione che si avvicina alla versatilità tipica delle station wagon europee, pur mantenendo una linea slanciata e dinamica.

Comfort premium e sostenibilità dei materiali

L’abitacolo rappresenta un ulteriore elemento distintivo della P7+, con una forte attenzione alla qualità percepita e al benessere a bordo.

Tra le caratteristiche principali i sedili in pelle Nappa traforata con ventilazione e massaggio, il rivestimento del tetto in microfibra effetto cashmere, l’illuminazione ambientale a 256 LED, il sistema audio a 20 altoparlanti e la filtrazione dell’aria N95 con sensore PM2.5.

XPENG
foto © XPENG

L’attenzione alla sostenibilità emerge nella scelta di processi produttivi a basso impatto ambientale, con l’eliminazione di trattamenti tradizionali come la cromatura ad acqua.

L’isolamento acustico è stato sviluppato con 62 interventi mirati, 26 materiali fonoisolanti e 36 elementi fonoassorbenti, contribuendo a creare un ambiente di viaggio particolarmente silenzioso.

Telaio e dinamica

La piattaforma tecnica adotta uno schema sospensivo sofisticato, con all’anteriore un doppio braccio oscillante e al posteriore un multilink a cinque bracci, con un controllo continuo dell’ammortizzazione (DCC).

L’obiettivo è garantire un equilibrio tra comfort e precisione di guida, coerente con le aspettative del pubblico europeo.

La gamma è articolata con diversi livelli di prestazioni dichiarate.

Versione Potenza 0-100 km/h
RWD Standard 245 CV 6,9 s
RWD Long Range 313 CV 6,2 s
AWD Performance 503 CV 4,3 s

Valori che confermano l’approccio trasversale del modello, pensato per utilizzo familiare, professionale e business mobility.

Produzione europea e rete in espansione

Un aspetto strategico riguarda la produzione locale presso Magna Steyr a Graz, in Austria, partner industriale che contribuisce a rafforzare la presenza del marchio nel continente.

In Italia la distribuzione è affidata ad ATFlow, con una rete che punta a raggiungere 40 sedi entro il 2026, supportata da un hub ricambi europeo con tempi di disponibilità dichiarati tra 24 e 48 ore.

Interessante anche la partnership con Electrip, che include 3.020 kWh di ricarica per i clienti 2026 e condizioni agevolate sulle infrastrutture interoperabili.

La nuova frontiera della mobilità software-defined

La P7+ rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione dell’automobile verso piattaforme intelligenti, dove software, AI e capacità computazionale diventano elementi determinanti tanto quanto motore e telaio.

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foto © XPENG

Nel 2025 XPENG ha consegnato oltre 429mila veicoli a livello globale, con una crescita significativa in Europa, dove la domanda di veicoli elettrici ad alto contenuto tecnologico continua a espandersi.

La sfida, oggi, non è più soltanto migliorare autonomia o prestazioni, ma ridefinire il rapporto tra conducente e veicolo, trasformando l’auto in un sistema capace di apprendere, aggiornarsi e adattarsi nel tempo.

Se l’automobile del Novecento era una macchina meccanica, quella del XXI secolo è sempre più un dispositivo intelligente su ruote.

La XPENG P7+ sembra voler interpretare proprio questo passaggio epocale, diventando una piattaforma evolutiva destinata a cambiare nel tempo, insieme con chi la guida.

E forse è proprio questa la vera rivoluzione silenziosa dell’elettrico: non il motore, ma la mente digitale che lo governa.

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foto © XPENG

I Nemici del Drake in mostra al MAUTO

I Nemici del Drake. Enzo Ferrari e le scuderie inglesi è la mostra tematica a cura di Carlo Cavicchi e Mario Donnini con Maurizio Cilli ospitata dal MAUTO dal 2 aprile all’11 ottobre.

Una storia inglese lunga… 23 auto 

Saranno 22 monoposto di Formula 1 e la mitica Mini Morris a raccontare una stagione di sperimentazione tecnica e libertà formale, tra rischi estremi, forti rivalità e decise identità visive che hanno disegnato nuovi immaginari culturali.
Il fatto che Enzo Ferrari chiamasse le squadre inglesi che battevano regolarmente le sue monoposto ‘i garagisti’, appare essere l’unica, ironica, arma nelle mani di chi era incapace di battere la concorrenza sul piano tecnico e dell’innovazione.
Un periodo estremamente prolifico nel quale ‘i garagisti’ sperimentarono nuove soluzioni tecnica, l’utilizzo di materiali innovativi, applicarono l’aerodinamica ai loro veicoli e insegnarono una metodologia che gli altri Costruttori dovettero copiare, per mantenere il passo.
Una rivoluzione che rientrava in un contesto più ampio, quando l’Inghilterra della ‘Swinging London’ era all’avanguardia nella musica, nella moda, nella fotografia e nel cinema, definendo un periodo di straordinaria vivacità e ottimismo, caratterizzato da un’esplosione di creatività.

La ricostruzione di un’epoca di creatività culturale

L’allestimento restituisce il contesto culturale e sociale della Gran Bretagna del tempo, quello della Swinging London.

Un periodo di straordinaria vivacità e ottimismo, caratterizzato da un’esplosione di creatività nella musica, nella moda, nella fotografia, nel cinema e, naturalmente, nello sport.

Con l’obiettivo di restituire l’atmosfera di un’epoca, la mostra intreccia la storia dell’automobilismo con quella delle sue icone, attraversando le tendenze culturali e stilistiche del tempo e raccontandole in specifiche sezioni.

Le vetture esposte

Dalla svolta epocale della Ferrari 246 e della Cooper T51, alla maturazione tecnica rappresentata dalla Ferrari 156 fino all’affermazione del nuovo corso con:

  • Brabham BT20,
  • Cooper T81-Maserati,
  • Lotus 72,
  • Lotus 56B,
  • March 701,
  • Tyrrell 005,
  • McLaren M23,
  • Shadow DN1.

Una stagione di sperimentazione senza precedenti che trova espressione nelle visionarie

  • March 761,
  • March 2-4-0,
  • Surtees TS19,
  • Brabham BT45,

fino all’evoluzione verso nuove filosofie progettuali con

  • Theodore TR1,
  • Arrows A2,
  • Williams FW07,

per arrivare alle soluzioni più estreme e controverse della

  • Lotus 88B,
  • Brabham BMW BT54.

Il percorso chiude idealmente con la modernità della

  • McLaren MP4/5

e con la svolta tecnologica introdotta dalla Ferrari 640, che segna a suo modo la resa di Ferrari che la farà progettare in Inghilterra.

Anche caschi e tute

In esposizione anche 28 caschi, 4 tute – indossate rispettivamente da Jim Clark nel 1965, da Jackie Stewart e da Vittorio Brambilla nel 1972 e da Riccardo Patrese nel 1978 -, i programmi delle gare – uno per anno dal 1958 al 1988, ognuno dei quali arriva da un Gran Premio diLerente nei 5 continenti – e il motore Ford Cosworth DFV, definito “una rivoluzione con le candele accese“: progettato nel 1967 da Keith Duckworth e Mike Costin con il sostegno lungimirante della Ford Motor Company, debuttò sulla Lotus 49 voluta da Colin Chapman.

Benedetto Camerana, Presidente MAUTO:

Il motorismo sportivo, la storia e la cultura delle competizioni sono temi centrali nella missione pubblica del MAUTO”.

“Dopo la grande mostra Ayrton Senna Forever, dedicata nel 2024 a una grande stella dello sport, portiamo i nostri visitatori in una straordinaria immersione storica nella Formula 1, con un inedito parallelo tra le opposte culture del motorismo sportivo italiano e anglosassone”.

“Nuovamente guidati da Carlo Cavicchi, oggi con Mario Donnini e con lo sguardo di Maurizio Cilli, raccontiamo lo scontro di visioni tra Enzo Ferrari, simbolo del motorismo italiano, alfiere della tradizione, e la rivoluzione britannica che dagli anni ’60 impone nella Formula 1, e allo stesso Ferrari – provocatoriamente rinominato Drake dai team inglesi – un modello alternativo fondato su innovazione tecnica, motori ‘customer’ e centralità dell’ingegneria”.

“Questa rivalità epocale è affiancata e stimolata dalla parallela rivoluzione culturale della Swinging London, che dall’incoronazione di Elisabetta II nel 1953 propone al mondo un nuovo lifestyle anticonformista, nella moda, nella musica, nelle arti visive”.

Una mostra che testimonia per il MAUTO il consolidamento del proprio posizionamento internazionale

Prosegue Camerana: “Attraverso il coinvolgimento di prestigiose istituzioni e collezionisti, il progetto ha attivato una rete di collaborazioni ampia, articolata e profondamente qualificata, che testimonia la fiducia e il riconoscimento di cui il Museo gode nel panorama culturale globale”.

“Il patrocinio dell’Ambasciata britannica e del Ministero della Cultura sottolinea inoltre la rilevanza culturale e diplomatica dell’iniziativa, rafforzando il dialogo tra Italia e Regno Unito e confermando il ruolo del MAUTO come piattaforma generativa di relazioni strutturate e durature”.

“In questo contesto, la mostra non solo racconta una stagione straordinaria della Formula 1, ma restituisce anche il più ampio respiro della rivoluzione culturale britannica”.

“Quella stessa energia che, tra innovazione tecnica, libertà progettuale e fermento creativo, ha attraversato la società inglese influenzando musica, design e immaginario collettivo”.

“Un dialogo tra ingegneria e cultura che il Museo interpreta e valorizza come parte integrante della propria missione”.

Carlo Cavicchi, curatore della mostra ‘I nemici del Drake’:

Sbucavano dal nulla assemblando le loro monoposto in maniera anticonvenzionale, dando un calcio alla tradizione delle vetture con i musi lunghissimi e praticamente niente dietro”.

“Nascevano in locali striminziti, con mezzi economici ridotti, poche maestranze, niente catene di montaggio da alimentare e neppure vetture stradali, ferme nei piazzali, da vendere”.

“Peggio ancora: non progettavano nemmeno il motore, ma ne prendevano uno sul mercato, possibilmente quello più funzionale e dal costo accessibile, poco importava se fosse lo stesso dei diretti rivali”.

“Ferrari li chiamava con fastidio “garagisti”. Loro replicavano appellandolo “Drake” da Francis Drake il famoso pirata, un vero e proprio mito ma con una esistenza individuale inconsistente dal punto di vista umano: senza affetti, senza figli, senza veri amici. Scaramucce verbali e scontri al calor bianco“.

Mario Donnini, curatore della mostra ‘I nemici del Drake’:

In trenta anni di corse, dal 1958 al 1988, esplode una guerra planetaria tra il patriarca delle corse Enzo Ferrari che punta tutto sui cavalli del motore, e un gruppo di piccoli costruttori inglesi, i quali sopperiscono alla mancanza di potenza dei loro propulsori con una creatività prodigiosa, furba e a tratti spregiudicata, una sintesi da Leonardo da Vinci, Diabolik e James Bond”.

“Lottando col Drake, gli inglesi, da lui definiti semplici garagisti, si superano sciorinando 4 ruote motrici, turbine, monoscocche, motori portanti, ali immense, minigonne, martinetti, eSetto suolo, doppi telai e quant’altro, scrivendo la leggenda della Formula 1”.

“Un’epopea fino a oggi impalpabile e rimpianta, ma, grazie a questa mostra, finalmente catturata e cristallizzata in un contesto spettacolare, che ne restituisce anche il magnetismo culturale: un sostrato così imbevuto di Swninging London, di rivoluzioni psichedeliche e di colori e calori rimpianti, che per una volta ritornano. In una mostra-evento che, come la Cometa di Halley, meraviglia e passa una volta nella vita“.

Maurizio Cilli, curatore della mostra ‘I nemici del Drake’:

La rivoluzione culturale britannica degli anni Cinquanta e Settanta non ha un centro preciso, non ha un manifesto. Nasce da un’urgenza, un’energia collettiva e caotica — dall’errore che diventa stile”.

“In quegli anni l’Inghilterra è stata per il resto del mondo un modello di fascinazione irresistibile: il luogo in cui la cultura popolare si trasformava in linguaggio universale”.

“Il mio saggio per il catalogo segue questa traiettoria: imprevedibile, irriproducibile, sempre in fuga da sé stessa, dal silenzio cerimoniale dell’incoronazione di Elisabetta II fino al fragore delle rivolte di Brixton, attraverso la musica, i corpi, le immagini e le strade di Londra”.

“TOO FAST TO LIVE TOO YOUNG TO DIE, e anche il titolo dell’installazione video realizzata insieme a Gabriele Piana, il tentativo di restituire quella stessa irrequietezza nel presente: un organismo visivo generativo che rielabora found footage e filmati d’archivio senza mai ripetersi, governato da un programma che produce ogni volta un’esperienza visiva diversa“.

Rainer W. Schlegelmilch. Photo credits Giorgio Perottino

I nemici del Drake attraverso le le foto di Rainer W. Schlegelmilch/Project Room

Completa l’esposizione una selezione di 34 fotografie di Rainer W. Schlegelmilch, noto come “RWS”, considerato uno dei più grandi fotografi della Formula 1.

Le sue immagini sono celebri per la straordinaria qualità e per l’intensità emotiva che riescono a trasmettere.

L’attenzione per l’inquadratura, la sensibilità alla luce e la capacità di cogliere l’istante decisivo fanno di Schlegelmilch un maestro assoluto, capace di trasformare la velocità, la tensione e il rischio delle corse in un racconto visivo potente e senza tempo.

Photo credits Bin Jia

Collezione ASI Bertone: da oggi esposta all’Heritage Hub di Stellantis

Fortemente voluta dal presidente ASI Alberto Scuro e auspicata da Roberto Giolito, Head of Stellantis Heritage Italia, l’esposizione della Collezione ASI Bertone presso gli ampi locali di via Plava, in cui è raccontata la storia dei brand italiani che fanno capo al Gruppo Stellantis, è finalmente realtà.

Grazie all’accordo tra l’ASI (Automotoclub Storico Italiano) e Stellantis Heritage, il grande pubblico potrà ammirare anche la Collezione ASI Bertone, acquisita e posta sotto tutela dall’ASI nel 2015.

L’esposizione conta 66 esemplari realizzati tra gli anni ’60 e i primi anni 2000 e comprende iconiche auto di serie, modelli di stile, prototipi e show-car in rappresentanza di venti marchi automobilistici internazionali.

Ogni pezzo racconta la storia dell’eccellenza costruttiva, dell’incessante ricerca creativa e dell’evoluzione delle concept-car realizzate nel Centro Stile Bertone in ogni decade.

Dal mese di marzo l’Heritage Hub è visitabile tutti i giorni (tranne il lunedì) previo acquisto del biglietto online al seguente link, con la possibilità di scegliere tra visita autonoma nei giorni feriali o visita guidata nel fine settimana.

Alberto Scuro, Presidente ASI:

“Siamo davvero contenti e soddisfatti di questa nuova collaborazione perché fin dall’inizio l’obiettivo era quello di riportare a Torino un patrimonio che appartiene alla città e al Piemonte”.

“Bertone fa parte dei grandi nomi del car-design e dello stile cui Torino ha offerto terreno fertile per uno sviluppo senza pari al mondo”.

“Dopo aver acquisito la Collezione nel 2015, già posta sotto la tutela del Ministero della Cultura affinché non potesse lasciare l’Italia né essere divisa, con questo definitivo ritorno all’ombra della Mole possiamo dire di aver completato la nostra missione di tutela, salvaguardia e promozione”.

“Il tutto accade in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione dell’ASI per una combinazione simbolica che ci rende orgogliosi del nostro operato e della rete sistemica sempre più efficace creatasi con molti altri stakeholder del territorio, con le istituzioni, le aziende e gli enti che continuano a credere nel valore culturale ed economico dell’automotive piemontese”.

“Torino rinnova il suo status di capitale mondiale del motorismo storico”.

Roberto Giolito, Head of Stellantis Heritage Italia:

“La missione dell’Heritage HUB è raccontare, attraverso una prospettiva evolutiva, oltre cento anni di storia dell’automobilismo intimamente connessa alla città di Torino”.

“L’ingresso della Collezione ASI Bertone rafforza ulteriormente il ruolo dell’Heritage HUB come polo di riferimento unico nel panorama museale, capace di narrare le tappe fondamentali dell’evoluzione tecnologica e del design in vari ambiti: dalle competizioni all’ecologia, dalle fuoriserie alle utilitarie che hanno contraddistinto la storia della mobilità nel mondo”.

“Siamo particolarmente orgogliosi di prendere parte a questo progetto, offrendo a un pubblico sempre più ampio l’opportunità di scoprire e riscoprire la straordinaria storia italiana attraverso le vetture che vanno ad arricchire la collezione già presente nei nostri spazi”.

La Collezione ASI Bertone

Le origini della Collezione risalgono all’inizio degli anni ’70, quando Nuccio Bertone ebbe un’intuizione che si sarebbe rivelata preziosa, soprattutto per le generazioni future.

La nuova sede di Caprie, inaugurata il 15 ottobre 1972 a pochi chilometri da Torino, offriva lo spazio necessario per ospitare la raccolta.

I prototipi più innovativi non sarebbero più stati destinati alla demolizione, ma avrebbero rappresentato l’Azienda negli anni a venire.

A questi prototipi, Bertone avrebbe aggiunto la sua collezione personale, composta dalle auto a lui più care.

Si parte dagli anni ’60…

La mostra all’Heritage Hub si apre con l’Alfa Romeo Giulia Sprint del 1963, modello che riunisce in sé la doppia anima della Bertone: quella che vive nel Centro Stile e quella che sostiene la produttività industriale della Carrozzeria, attiva per molti anni con linee di montaggio dedicate a piccole e grandi serie.

Rimanendo negli anni ’60, spiccano in Collezione la Lamborghini Miura S del 1967 e la Runabout del 1969.

Per la decade successiva si possono citare alcuni modelli andati in produzione come la Lamborghini Espada (1970), la Fiat Dino Coupé (1970), la Lancia Stratos (1975), la Fiat X1/9 (1977) o la Ferrari 308 GT4 (1978, l’unica Ferrari prodotta in serie disegnata nel Centro Stile Bertone), affiancati a prototipi come la Suzuki Go (1970), la Citroën Camargue (1972), la NSU Trapeze (1973), la Ferrari Rainbow (1976) o la Volvo Tundra (1979).

Sono gli anni nei quali la direzione del Centro Stile Bertone fa capo al maestro del car-design Marcello Gandini, tra i primi a dettare inedite linee geometriche che avrebbero cambiato completamente i connotati del concetto stesso di automobile.

… si passa dagli anni ’80…

In questa sezione ci sono proposte avveniristiche come la Chevrolet Ramarro (1984), la Citroën Zabrus o la Lamborghini Genesis (1988), in contrapposizione ad auto per il grande pubblico come la Opel Kadett Cabriolet (1983) e la Fiat Ritmo Cabriolet (1986), per arrivare ad una supercar universale come la Lamborghini Countach Quattrovalvole (1987).

Nei successivi anni ’90, Bertone è tra le prime realtà automotive ad approcciare il tema della propulsione elettrica. Una visione decisamente avanzata ma allo stesso tempo concreta, il cui punto più elevato viene raggiunto con la Bertone Z.E.R. (Zero Emission Record) che nel 1994 e 1995 segna numerosi primati mondiali.

Elettrica è anche la sportiva Bliz del 1992, pensata per il puro divertimento su strada alla stregua di un go-kart carenato.

Degne di nota sono numerose altre coupé granturismo come:

la Lancia Kayak (1995),

la Opel Slalom (1996),

l’Alfa Romeo Bella (1999);

come pure alcune varianti multiuso allestite sulla base di modelli Fiat di serie come la Cinquecento, la Punto e la Bravo che hanno generato la Rush (1992), la Racer (1994) e la Enduro (1996).

… e si finisce nel terzo millennio

E’ del 2000, la Bertone Slim pensata per l’ambiente urbano e dotata di un corpo vettura ristretto che richiama la fusoliera aeronautica.

Ci sono poi le monovolume Opel Filo (2001) e Cadillac Villa (2005), che esprimono il piacere e il confort di vivere l’auto come la propria casa.

Non possono mancare altre sportive purosangue – concetto ben radicato nel DNA Bertone – come

  • la Birusa (2003),
  • la Aston Martin Jet 2 (2004),
  • la Jaguar B99 TT (2011).

Il contesto dell’Heritage Hub Stellantis

L’edificio in cui sono custoditi questi esemplari storici è di circa 15.000 metri quadrati ricavati nella storica Officina 81 di Via Plava a Torino, uno degli impianti di produzione meccanica FIAT all’interno del comprensorio industriale di Mirafiori.

Al centro dello spazio espositivo figurano 64 vetture storiche, suddivise in 8 aree tematiche:

  • Records and Races, le protagoniste che hanno trionfato sui principali circuiti di tutto il mondo;
  • Concepts and Fuoriserie, vetture rarissime e straordinari pezzi unici;
  • Archistars, i modelli che hanno rivoluzionato l’architettura dell’automobile, pur rispettando i dogmi di produttività e funzionalità;
  • Eco and Sustainable, che accoglie le vetture la cui progettazione più si è distinta nel rispetto dell’ambiente;
  • Small and Safe, modelli che hanno saputo unire sicurezza e dimensioni contenute;
  • Style Marks, vetture che hanno fatto la storia del design;
  • Epic Journeys, le protagoniste di viaggi indimenticabili;
  • The Rally Era, le “belve”  italiane dell’epoca d’oro delle corse su strada e sterrato.

Accanto ai marchi FIAT e Lancia trova spazio una selezione di modelli Alfa RomeoAutobianchi e Abarth, insieme a sezioni speciali come quella dedicata alle storiche FIAT dell’Arma dei Carabinieri, con 16 vetture che raccontano mezzo secolo di collaborazione.

Al fondo del padiglione, infine, è presente un’area riservata ai motori, rappresentati da oltre trenta tra i più importanti propulsori – dal celebre 4 cilindri della “serie 100” ai prototipi elettrici, a turbina e persino a vapore – che testimoniano un secolo di ingegno e sperimentazione dei marchi italiani del Gruppo.

Chi ha acceso per primo la Luce? Intervista a Umberto Palermo

Luce
Umberto Palermo, fondatore di Mole Urbana, Mole Costruzioni Artigianali e Umberto Palermo Design - foto © Mole Urbana

Il dibattito attorno al nome Luce recentemente scelto da Ferrari per la sua prima vettura elettrica, ha riacceso una questione tanto delicata quanto coinvolgente.

La domanda di fondo è: quanto conta l’anteriorità di un progetto quando un nome diventa improvvisamente conteso?

Luce
foto © Mole Urbana

Abbiamo già approfondito il tema su Auto Tecnica, dove abbiamo analizzato un fatto che si inserisce in un contesto più ampio che riguarda identità industriale, proprietà intellettuale e dinamiche tra grandi costruttori e realtà indipendenti.

Per entrare ancora più nel dettaglio di questo interessante tema, abbiamo intervistato Umberto Palermo – fondatore di Mole Urbana, Mole Costruzioni Artigianale e Umberto Palermo Design – per parlare con lui dei risvolti tecnici e culturali della vicenda, partendo dal concept elettrico da lui presentato nel 2016 con una visione industriale che ha poi portato alla nascita di una microcar urbana sostenibile.

“Luce” un concept diventato percorso industriale

In questi giorni si è parlato molto del nome “Luce” e della questione che la riguarda.

Lei richiama il principio di anteriorità su un nome oggi associato anche a una nota casa automobilistica. Che cosa si sente di dire?

Luce
foto © Mole Urbana

Nel 2016 ho creato un’automobile di nome Luce, una sportiva elettrica nata come concept ma pensata fin dall’inizio come progetto destinato a vivere oltre il momento espositivo, anche attraverso la realizzazione di one-off.

Per questo, quando oggi si parla di questa vicenda, ritengo che non si possa dimenticare il tema del pre-uso e dell’anteriorità, perché non si parla di un nome immaginato ieri, ma di un progetto reale, presentato pubblicamente e costruito nel tempo.

Luce
foto © Mole Urbana

Per me Luce non è mai stata un’auto pensata per restare ferma in un museo o per essere soltanto ricordata. Io non disegno automobili per contemplarle e basta, lo facio per poterle vedere evolvere, crescere, andare su strada.

Quella visione del 2016 ha rappresentato, di fatto, una breccia iniziale in un percorso che in dieci anni mi ha portato a sviluppare una visione concreta dell’elettrificazione, fino alla nascita di Mole Urbana, di una fabbrica e di un’attività industriale reale.
Oggi, proprio perché i tempi sono più maturi, la mia volontà sarebbe quella di continuare a sviluppare anche il progetto Luce, che resta certamente un prodotto di nicchia, ma che vorrei poter portare avanti senza che gli vengano tarpate le ali a priori.

Questo, per me, è il punto centrale: non impedire a qualcuno di fare qualcosa, ma non essere impedito io nel proseguire un percorso nato molto prima.

Tutela giuridica e buon senso, un equilibrio possibile

Intende quindi andare fino in fondo per vie legali per difendere l’anteriorità del progetto Mole Luce?

Luce
foto © Mole Urbana

Parto sempre da un principio, cioè che il buon senso dovrebbe guidare qualsiasi azione, sia di difesa sia di confronto.

Non sono una persona nata per vivere nelle aule di tribunale, perché la mia natura è quella di creare, progettare, costruire. Per questo continuo ad auspicare una soluzione fondata sul rispetto reciproco, sulla misura e su una logica da gentlemen.
Detto questo, è anche vero che esistono momenti in cui il buon senso, da solo, non basta e diventa necessario tutelare in modo serio il proprio percorso professionale.

Luce
foto © Mole Urbana

Non ne faccio una questione economica, e nemmeno una polemica personale. Ne faccio una questione di principio, di coerenza e di rispetto verso il lavoro portato avanti in questi anni. Se un nome, un progetto e una visione sono stati espressi pubblicamente prima, ritengo che questo meriti attenzione e non possa essere trattato come qualcosa di irrilevante o facilmente sacrificabile.

Per questo la mia posizione non nasce per attaccare, ma per difendere. E mi auguro che, anche nel pieno delle tutele giuridiche, resti sempre aperta la possibilità di una soluzione civile, equilibrata e rispettosa delle parti.

Registrazione del marchio e responsabilità industriale

Ferrari le ha bloccato il nome “Luce” o la registrazione del nome?

Esistono atti pubblici consultabili e chiunque può esaminarli nelle sedi opportune.

Quello che posso dire è che non registrai il nome Luce nel 2016 quando presentai la vettura, perché quel progetto ebbe da subito una diffusione importante: stampa, televisioni, web, attenzione pubblica. E quella diffusione non si è fermata a quell’anno, ma ha accompagnato il progetto nel tempo.

Sono perfettamente consapevole del fatto che la registrazione del marchio da parte mia sia avvenuta il giorno successivo alla presentazione del nome da parte di Ferrari. Non lo nego affatto. Ma è stato un gesto nato anche dalla percezione, improvvisa e forte, che un percorso costruito nel tempo, fondato su un principio di anteriorità e di pre-uso, potesse essere trattato come se fosse svanito nel nulla.

È stato, in questo senso, un atto di tutela, quasi istintivo, ma non arbitrario. Un modo per ribadire che dietro quel nome esisteva già una storia precisa, pubblica e documentata.
Non ho mai immaginato di creare problemi a qualcuno, ma allo stesso tempo rappresento un’azienda e ho il dovere di difenderne il percorso, i segni distintivi e la continuità. Da questo punto di vista, la registrazione è stata anche il riflesso di una responsabilità: quella di non restare immobile davanti al rischio che un progetto nato anni prima venisse improvvisamente privato del suo spazio.

Il valore simbolico di un nome

Se dovesse essere costretto a non usare il nome “Luce”, quale sarebbe la sua opinione?

Luce
foto © Mole Urbana

Se la legge imponesse una scelta di questo tipo, la rispetterei, prevarrebbero il rispetto delle decisioni e la consapevolezza di doverne prendere atto.

Ma sarebbe inevitabile provare una forte delusione. Non soltanto sul piano personale o professionale, ma anche su un piano più ampio, perché verrebbe meno l’idea che tra operatori, grandi o piccoli, possa ancora esistere un dialogo fondato su correttezza, onorabilità e reciproco riconoscimento.

La mia preoccupazione più grande, in casi come questo, è il messaggio che potrebbe passare alle nuove generazioni. E cioè che alla fine contino più i cavilli, i pesi dimensionali e la forza dei grandi apparati rispetto al valore di un percorso costruito nel tempo.

Vorrei invece che mia figlia – e con lei chi verrà dopo – crescesse con l’idea opposta: che la grande industria possa essere linfa, ispirazione, esempio, e non qualcosa che rischia di bloccare sul nascere progetti più piccoli ma autentici.

Per questo spero sempre che si possa trovare una strada di equilibrio. Mi auguro di poter raccontare un giorno a mia figlia Luce che l’automobile che le ho dedicato non è stata fermata da una contrapposizione, ma ha trovato il proprio spazio nel rispetto reciproco, nella libertà di espressione e nella dignità del lavoro di ciascuno.

Dal caso Lamborghini alla cultura del confronto

Per questo caso viene richiamato l’episodio di Ferruccio Lamborghini. Si rivede in quella dinamica tra il piccolo costruttore e il grande nome dell’automobilismo?

Non potrei mai paragonarmi neppure lontanamente a Ferruccio Lamborghini, se non per la passione profonda condivisa per l’automobile e per il desiderio di trasformare un’idea in un progetto reale.

In vicende come queste, un maggiore equilibrio tra le parti potrebbe dare un significato diverso a tutto. Forse, in quel caso, proprio quella durezza contribuì a trasformare una ferita in una grande storia industriale. Io, più modestamente, continuo a credere che il buon senso, il rispetto reciproco e la capacità di ascolto possano ancora evitare che una divergenza diventi uno scontro sterile.

Quando il nome diventa cultura

Il caso Luce dimostra come, nell’industria automobilistica contemporanea, anche un nome possa racchiudere una visione tecnologica, culturale e industriale.

Non si tratta soltanto di proprietà intellettuale, ma di identità progettuale, continuità creativa e riconoscimento del lavoro.

Nel passaggio dall’idea al prodotto, dalla matita alla fabbrica, la storia di Mole Urbana racconta quanto l’elettrificazione stia aprendo spazi a nuovi protagonisti. In questo scenario, il dialogo tra grandi costruttori e realtà indipendenti può diventare un fattore di crescita reciproca.

Perché l’innovazione, spesso, nasce proprio nelle zone di confine tra intuizione e determinazione. E talvolta, anche una semplice parola può illuminare una strada.

Luce
foto © Mole Urbana

Heritage e hypercar elettriche all’AMTS 2026 di Torino

AMTS
All'AMTS 2026 ben 32mila visitatori tra hypercar elettriche, tuning e innovazione - foto © AMTS 2026

Il successo di un salone automotive non si misura soltanto dal numero di visitatori, ma dalla sua capacità di interpretare il cambiamento tecnologico dell’industria.

In questo senso AMTS (Auto Moto Turin Show 2026) ha superato le aspettative con 32mila visitatori in tre giorni, una crescita del 20% rispetto al 2025.

Numeri che hanno trasformato il Lingotto Fiere in un laboratorio dinamico dove heritage, tuning, elettrificazione e guida autonoma convivono senza contraddizioni.

L’evento organizzato da GL events Italia e gemellato con l’omonimo show di Budapest, ha occupato oltre 90mila metri quadrati tra padiglioni indoor e aree esterne, confermando Torino come uno dei poli europei più interessanti per la cultura tecnica dell’automobile.

Il pubblico ha premiato un format che integra spettacolo, ingegneria e sperimentazione tecnologica, con esperienze immersive capaci di avvicinare appassionati, studenti e professionisti della filiera.

Dall’heritage analogico alla mobilità software-defined

Uno degli elementi distintivi di AMTS 2026 è stata la capacità di raccontare il passaggio dall’auto meccanica all’auto software-defined attraverso una narrazione concreta, fatta di veicoli iconici e prototipi avanzati.

AMTS
foto © AMTS 2026

All’ingresso del salone, la presenza di una Lancia Stratos del 1976 dimostra come l’ingegneria delle competizioni continua a influenzare le architetture moderne, soprattutto in termini di distribuzione delle masse, rigidità torsionale e gestione termica dei powertrain.

Accanto al mito rallystico, la Dodge Charger HEMI del 1970 utilizzata nel film Fast and Furious ha ricordato come il V8 big block americano abbia contribuito a definire un immaginario tecnico fondato su cilindrate elevate e sovralimentazione volumetrica.

Alpine A390, architettura tri-motore e dinamica vettoriale

Tra le novità più interessanti dal punto di vista ingegneristico si è distinta la nuova Alpine A390, sport fastback elettrica caratterizzata da una configurazione a tre motori e trazione integrale.

L’architettura tri-motor consente un controllo estremamente sofisticato della coppia, permettendo una gestione vettoriale indipendente sugli assi e una risposta dinamica assimilabile a sistemi torque vectoring evoluti.

Questa configurazione mette in evidenza come la sportività elettrica non sia più definita soltanto dalla potenza massima, ma dalla capacità di gestire la distribuzione della coppia in tempo reale attraverso algoritmi predittivi.

Restomod e cultura progettuale, reinterpretare senza tradire

La sezione Special Car ha offerto un panorama significativo delle moderne tecniche di restomod, disciplina che combina conservazione del patrimonio industriale con aggiornamenti funzionali mirati.

Tra le protagoniste la Kimera EVO 038 “Aura”, evoluzione ingegneristica della Lancia 037 con materiali compositi avanzati, la Grassi 044, reinterpretazione contemporanea con telaio alleggerito e la Lancia 037 NordMende, esemplare unico che testimonia il valore storico delle livree motorsport.

Il restomod rappresenta oggi un banco di prova per soluzioni tecniche innovative applicate a piattaforme analogiche, come componenti strutturali in fibra di carbonio, sospensioni regolabili a cinematica variabile e sistemi frenanti carboceramici adattati a telai storici.

Vehicle Valley Piemonte e guida autonoma

Il contributo del progetto Vehicle Valley Piemonte ha messo in evidenza la solidità della filiera regionale, affiancando icone storiche a prototipi sperimentali come la hyper GT elettrica Battista Anniversario.

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foto © AMTS 2026

Particolarmente interessante il Living Lab ToMove, iniziativa della Città di Torino focalizzata sulla mobilità urbana automatizzata.

Tra i dimostratori erano presenti ADone, piattaforma autonoma per il trasporto passeggeri, e LastMed, rover dedicati alla logistica sanitaria.

Dal punto di vista tecnico, questi sistemi utilizzano architetture basate su sensor fusion multi-layer (LiDAR, radar, telecamere), algoritmi di percezione basati su reti neurali convoluzionali e sistemi V2X per comunicazione infrastrutturale

Tuning evoluto per aerodinamica, materiali e identità digitale

L’Oval Lingotto si è confermato anche il centro nevralgico della personalizzazione con la tredicesima edizione di ETT – Expo Tuning Torino.

Circa 300 vetture selezionate hanno mostrato come il tuning contemporaneo si stia evolvendo verso un approccio ingegneristico più sofisticato, che include diversi aspetti, dallo studio CFD per componenti aerodinamici aftermarket all’additive manufacturing per parti custom, dall’integrazione HMI personalizzata allo sviluppo di wheel design ottimizzati per raffreddamento freni.

La spettacolarizzazione della tecnica

Sold out per le attività dinamiche di AMTS 2026, in particolare il Taxi Drift nella Motul Arena, dimostrazione pratica dei principi di controllo del sovrasterzo mediante gestione combinata di angolo di sterzo, modulazione coppia motrice e trasferimenti di carico longitudinali.

Grande attenzione anche per i test drive di veicoli elettrici e motocicli, tra cui modelli Tesla, Omoda, Jaecoo, Yamaha, BMW Motorrad e Talaria.

La crescente partecipazione del pubblico a queste attività mette in rilievo un trend chiaro: l’esperienza diretta resta uno strumento fondamentale per comprendere la transizione tecnologica.

La storia diventa infrastruttura culturale

Il collegamento con la Pinacoteca Agnelli ha permesso ai visitatori di accedere alla storica Pista 500, trasformata in giardino pensile e spazio espositivo.

La possibilità di percorrere il circuito a bordo di una Fiat Balilla rappresenta un esempio virtuoso di valorizzazione del patrimonio industriale, dimostrando come l’heritage possa diventare un asset strategico per la divulgazione tecnica.

AMTS come piattaforma di convergenza tecnologica

L’edizione 2026 conferma AMTS come un evento capace di raccontare la trasformazione dell’automobile in sistema complesso, dove convergono elettronica di potenza, software embedded, intelligenza artificiale, design parametrico, sostenibilità dei materiali… e molto altro ancora.

Torino, storicamente legata alla produzione automobilistica, dimostra di poter assumere un nuovo ruolo come hub di sperimentazione multidisciplinare.

In un’epoca in cui la mobilità evolve verso modelli sempre più interconnessi e digitalizzati, eventi come AMTS non rappresentano soltanto una celebrazione della passione motoristica, ma diventano spazi di dialogo tra industria, ricerca e cultura tecnica.

Il rombo dei motori, oggi affiancato dal silenzio degli inverter, continua a raccontare una storia di innovazione.

Una storia che non riguarda soltanto la velocità, ma la capacità dell’ingegneria di interpretare il cambiamento senza perdere identità.

Torino, ancora una volta, dimostra che il futuro dell’automobile passa anche dalla memoria della sua meccanica.

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