Mini John Cooper Works

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Quando si sale a bordo di una vettura sportiva è inutile negarlo, vengono alla mente la storia del marchio, le gesta dei suoi piloti e la leggenda che si è creata attorno alle imprese compiute. Fattori che contribuiscono ad accrescere il piacere di guida in quelli che, come noi, nutrono una sana passione per l’auto. Semplice suggestione, che spesso prende il sopravvento sulle reali sensazioni che si provano. Nel caso della nuova Mini John Cooper Works che abbiamo avuto la fortuna di guidare sulle strade della Toscana, siamo distanti anni luce dalla Mini Cooper S, l’icona degli anni ’60. Tuttavia lo spirito del passato c’è: John Cooper riuscì a trasformare un’utilitaria in una macchina da corsa e allo stesso modo oggi la nuova Mini John Cooper Works rappresenta la massima evoluzione sportiva di una vettura, la Mini One del 2001, che se non proprio utilitaria, non era certo figlia di un progetto nato per le corse. La Mini è stata ed è un successo, forse addirittura superiore alle aspettative, tanto da creare proseliti anche in casa nostra: non ci vuole molto a trovare analogia nel marketing e comunicazione di FCA per la 500… Pochi numeri inquadrano perfettamente il fenomeno Mini: dal 2001 sono state prodotte 3 milioni di vetture e di queste 264.000 sono venute in Italia, il 68% delle quali nella versione Hatchback, ovvero l’ormai iconica tre porte. Alla prima sono poi seguite versioni più grandi e spaziose, per le famiglie e il tempo libero, alle quali sono stati dati nomi diversi. Ma sono sempre comunque delle Mini. E nel primo trimestre di quest’anno le vendite sono salite, rispetto al 2014, del 9,41%. Più di così…

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JCW

Nata nel 2008, la John Cooper Works si è posta al top della gamma Mini, come ulteriore step sportivo della Cooper S. Oggi il motore è un 2 litri TwinPower Turbo di derivazione BMW con 231 CV (170 kW) e 320 Nm di coppia massima. La Cooper S, che monta il medesimo motore, eroga 192 CV. Va osservato che spesso l’immagine sportiva di queste vetture ne mette in ombra l’efficienza termodinamica, che invece per i tecnici Mini è altrettanto importante. L’iniezione diretta di benzina, il sistema di regolazione dell’alzata delle valvole VALVETRONIC e la fasatura variabile degli alberi a camme contribuiscono a controllare i consumi. La Mini JCW non consuma molto, se non si esagera con l’acceleratore, ovviamente.

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I dati ufficiali indicano 6,7 litri /100 nel ciclo combinato UE con emissioni pari a 155 gr di CO2 per chilometro. E col cambio Steptronic a sei rapporti con paddles al volante come sull’esemplare che abbiamo provato, si scende ancora: 5,7 litri e di 133 g/km, quasi il 20% in meno rispetto al modello precedente. Ovviamente nel rispetto della Euro6 e col contributo del dispositivo Start&Stop e di altri accorgimenti come il Brake Energy Regeneration (che attiva l’alternatore in rilascio aiutando la frenata e lo disattiva quando il motore è in spinta) e la gestione intelligente dei servizi. Quello che ci ha colpito è l’erogazione della coppia, che raggiunge il suo valore massimo a soli 1.850 giri/min e prosegue costante fino a 4.800 giri. La turbina posta vicinissima allo scarico e l’elettronica di controllo rendono la progressione continua e la spinta costante e corposa fin dai bassi regimi, come se la sovralimentazione avvenisse con un ‘volumetrico’. La generosità del motore è evidente adottando la mappatura GREEN, col cambio automatico che esegue la cambiata a basso numero di giri con, ovviamente, un vistoso taglio di potenza. Ma non è certo questa la mappatura che fa apprezzare la JCW. La SPORT è decisamente la nostra preferita (ma c’è anche l’intermedia MID): il feeling dello sterzo diventa più diretto, il motore cambia tono e lo scarico, la cui nota è stata sapientemente studiata, ci esalta nella cambiata, con un colpo secco dopo il ‘taglio’ e l’accattivante ‘scoppiettio’ in scalata. Perdonatemi, ma un po’ di entusiasmo non guasta… Il cambio automatico svolge egregiamente il suo compito, anche se quando si accelera a fondo all’uscita delle curve la risposta è un po’ più ‘indiretta’ di quella del cambio meccanico. O almeno così crediamo, poiché non abbiamo potuto verificarlo. In effetti non va dimenticato che l’elettronica contribuisce in modo determinante a trasmettere la potenza a terra nel modo più corretto, e questo potrà non piacere troppo ai più ‘puri’. C’è infatti il controllo di trazione (DTC) e il controllo del differenziale (EDLC) che annullano il tipico sovrasterzo delle trazioni anteriori con tanti cavalli. Schiacciate e aspettate: la vettura mantiene la linea anche senza ‘remare’ col volante. Il controllo dinamico si fa sentire in staccata e in percorrenza specie quando, come sulle stradine attorno a Siena, il fondo è piuttosto irregolare e ondulato: il DSC lavora tantissimo sui freni per mantenere l’assetto, riuscendoci brillantemente, ma sostituendosi alla sensibilità a chi guida che si sente un po’ ‘prevaricato’ dall’elettronica. Non è un male, questo, poiché con queste potenze chi non è troppo esperto rischia davvero di trovarsi in difficoltà. L’assetto è giustamente spostato verso il rigido, con reazioni un po’ brusche delle sospensioni sullo sconnesso, e i pneumatici 205/40 montati su cerchi da 18″ (opzionali rispetto ai 17″ di serie, con pneumatici 205/45) offrono un appoggio adeguato. Sempre in opzione c’è il Dynamic Damper Control che consente di selezionare due tarature delle sospensioni, sportivo e più votato al comfort.

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Per le sospensioni restano le MacPherson anteriori e il multilink posteriore che, come noto, ha un comportamento autosterzante e contribuisce in modo evidente all’inserimento in curva della vettura.

Ottimi i freni, targati Brembo. Un po’ esuberanti a bassissima velocità, salendo coi km/h diventano sufficientemente aggressivi, con l’ABS che interviene correttamente senza essere troppo invasivo. Siamo pur sempre di fronte a una vettura che pesa quasi 13 quintali a vuoto e che per fermarsi richiede quindi pinze e dischi da vera sportiva con tanto di prese d’aria dinamiche ricavate dove sulla Mini sono alloggiati i fendinebbia.

 

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Estetica inconfondibile

Le Mini si riconoscono da lontano e la JCW non è da meno. Senza essere troppo apparisciente, molti dettagli la differenziano dalla Cooper S. Specifici sono i gruppi ottici LED e l’impianto di scarico con doppi terminali speciali posti al centro. L’elenco delle parti speciali per aumentare il livello di personalizzazione segue i consueti parametri del marchio: troppo lungo elencarli, meglio lasciarli scoprire ai fortunati che si siederanno alla scrivania del concessionario per compilare l’ordine… All’interno, caratterizzato dalla consueta qualità costruttiva, anche nei dettagli, spiccano i nuovi sedili con poggiatesta integrali, per la prima volta adottati su una Mini. L’ergonomia è eccellente incluso il trattenimento laterale, importante su una vettura in cui la centrifuga si fa sentire spesso. L’aumento delle dimensioni generali della nuova Mini è ovviamente stata travasata anche sulla JCW, ma non si possono fare miracoli. L’abitabilità posteriore è quella che è, ma il vano bagagli ha comunque la discreta capacità di 211 litri. Sempre suggestivo il display centrale con la cornice che si illumina progressivamente coi giri motore. Un po’ piccolo, visto il tipo di vettura, il contagiri analogico, mentre è invece ben evidente l’indicatore del livello benzina.

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Ovviamente di livello anche le dotazioni di sicurezza che godono dell’esperienza acquisita dalla BMW in questo settore. Park Distance Control, Park Assistant, telecamera di retromarcia, Driving Assistant con regolazione attiva della velocità sono solo una parte della dotazione. E lo stesso vale per l’infotainment. Anche la radio Mini Boost può essere implementata con un sistema di altoparlanti HiFi Harman Kardon. Ma questo è un dettaglio. Appena avviato il motore l’abbiamo spenta: meglio godersi il rumore dello scarico in modalità Sport.

Ricca la gamma colori: la novità è il Rebel Green; a noi è piaciuto il Moonwalk Grey entrambi sono abbinati al tetto rosso. La Mini John Cooper Works in versione base (con cerchi in lega da 17″) costa 31,200 € CIM.

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