
Ce l’avevano venduta come la rivincita dei Millennials e della Gen Z, gente giovane ma più tosta della crisi che invece di rinunciare a beni essenziali come l’automobile, preferiva condividerla.
Generazione sharing, la chiamavano gli esperti, convinti che l’auto condivisa, da prenotare, guidare e lasciare dove si voleva senza preoccuparsi di bollo, assicurazione e manutenzione, avrebbe mandato l’auto di proprietà nelle bacheche dei musei dell’economia.
Il tempo dell’auto propria da chiudere in garage sembrava finito, accantonato, superfluo, e gli italiani erano pronti a rinunciare alla propria auto, storicamente qualcosa di sacro e intoccabile almeno quanto la mamma, la pensione e le ferie.
La realtà, ben diversa, relega il pacchetto per intero alla voce “supercazzola”, l’ennesima: quel che per gli utenti ha funzionato – almeno all’inizio – si è trasformato in un problema per le aziende che hanno investito nel settore, abboccando a previsioni che più sbagliate non si poteva.
L’uscita di “Zity” da Milano, la decisione di “Enjoy” di abbandonare il parcheggio libero e la progressiva riduzione delle flotte non sono scelte isolate, ma tasselli di una crisi più profonda, che riguarda l’intero modello di business del car-sharing.
Un futuro annunciato che non è mai arrivato
A raccontare il declino dell’auto condivisa sono soprattutto i numeri: secondo il rapporto di Aniasa, l’associazione nazionale dell’autonoleggio e della sharing mobility, nel 2023 i noleggi di auto condivise in Italia erano circa 5 milioni.
Nel 2024 sono scesi a 4,2 milioni, confermando una tendenza negativa ormai consolidata.
Gli iscritti ai servizi restano 1,2 milioni, ma gli utenti realmente attivi – quelli che usano l’auto con continuità – non superano i 330mila.
Dati che, presi isolatamente, in fondo potrebbero sembrare ancora significativi.
Ma il confronto con il periodo pre-pandemia è impietoso: prima del Covid i noleggi annuali sfioravano i 10 milioni.
Nel giro di pochi anni il mercato si è più che dimezzato, cancellando le aspettative di crescita che avevano accompagnato il boom iniziale del settore.
Prezzi in aumento e utilizzo che cambia
Alla base del progressivo addio degli italiani ci sono diversi sintomi. Da un lato, il car sharing è diventato più caro, tariffe al minuto più alte e costi accessori hanno reso il servizio meno competitivo, soprattutto per chi lo utilizzava per spostamenti brevi.
Dall’altro, è cambiato anche il modo di usare queste vetture: la durata media dei noleggi è quasi raddoppiata negli ultimi cinque anni.
Un dato che avvicina il car sharing a un noleggio tradizionale, snaturandone in parte la funzione originaria.
A incidere è stato anche il successo di mezzi alternativi come monopattini elettrici e biciclette in condivisione, ormai preferiti per tragitti brevi e urbani, più economici e immediati.
Auto malmesse e utenti insoddisfatti
C’è poi il tema, tutt’altro che secondario, dello stato dei veicoli. Le lamentele degli utenti sono frequenti: auto danneggiate, piccoli incidenti non segnalati, problemi tecnici, interni sporchi.
Un’esperienza che, in molti casi, non è all’altezza delle aspettative.
Dal canto loro, le aziende denunciano costi di manutenzione sempre più elevati e una certa incuria di una parte degli utenti, probabilmente gli stessi che abbandonano i monopattini dove capita.
A questo si aggiungono furti e vandalismi, che colpiscono non solo le vetture ma anche accessori e componenti.
Il risultato è che oggi in Italia circa 3.330 auto in sharing – quasi la metà dell’intera flotta – risultano inutilizzabili, un dato che fotografa in modo plastico la difficoltà in cui è piombato il settore.
Un servizio che vive solo in due città
Un altro elemento critico è la forte concentrazione geografica. In Italia il car sharing è, di fatto, un servizio utilizzato quasi esclusivamente a Milano e Roma, che insieme coprono oltre il 70% dei noleggi complessivi.
Nel resto del Paese la diffusione è assai limitata, rendendo difficile per le società raggiungere volumi sufficienti a garantire economie di scala.
Questa polarizzazione ha effetti diretti sui conti: meno utilizzo significa meno ricavi, mentre i costi fissi – flotte, personale, manutenzione, tecnologia – restano elevati.
Un circolo vizioso che finisce per riflettersi anche sui prezzi, rendendo il servizio ancora meno attrattivo.
Conti in rosso e ritirate dal mercato
Secondo Assosharing, ogni veicolo in flotta genera una perdita media di circa 400 euro al mese, a cui vanno aggiunti costi operativi molto alti.
Non sorprende che molte aziende stiano ridimensionando o abbandonando il settore. E attenzione, perché non si tratta di un problema solo italiano.
Zipcar ha annunciato l’uscita dal Regno Unito, nonostante una base di 650 mila iscritti, Zity ha già lasciato Parigi e Lione e si prepara ad abbandonare anche Madrid.
In Italia, il mercato si è ormai concentrato su pochi operatori: Enjoy, con un modello rivisto e meno ambizioso, e Free2move, nata dalle ceneri di Share Now e passata nel 2022 sotto il controllo del gruppo Stellantis.
Quella che doveva essere una delle risposte più innovative alla mobilità urbana, oggi sembra un esperimento riuscito a metà.
















