L’Italia è una repubblica fondata sulle rotatorie

Londra, Piccadilly Circus, 1819. Un urbanista guarda il traffico della capitale inglese e pensa: e se costruissimo un cerchio?

Duecento anni dopo, quell’idea ha colonizzato ogni incrocio d’Europa riproducendosi nelle periferie, nei centri storici, davanti a scuole, ospedali e quasi ovunque prima ci fosse un incrocio. La rotatoria è ovunque, e il mondo sembra continui ad arrotondarsi.

Ma c’è un punto nero: secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione Europea degli Automobilisti, tra il 2020 e il 2024 in Spagna le rotatorie hanno visto aumentare del 21% gli incidenti con feriti.

Nelle aree urbane, proprio dove i rondò si moltiplicano con entusiasmo, la crescita è stata del 31,6%.

Tirando le somme del quinquennio significa oltre 43mila incidenti, 309 morti e 54mila feriti.

Un’ossessione europea

È bene capire le dimensioni del fenomeno: la sola Francia conta oltre 500mila rotatorie, numero che sembra un errore ma non lo è.

Il Regno Unito ne ha più di 25mila e l’Italia si piazza terza al mondo con circa 18mila rotatorie, una ogni 308mila abitanti, superando nazioni geograficamente molto più estese.

Per trovare un rivale fuori dall’Europa bisogna spostarsi in Brasile, quarto nella classifica globale con quasi 12mila rotonde: Palmas, una città dell’interno, le ha adottate come principio urbanistico costruendo un’intera griglia urbana tenuta insieme dai cerchi.

In Italia il primato ha anche qualche record: la rotatoria più grande del Paese si trova in Puglia, lungo la SS 275 tra Tricase e Miggiano, nel Salento.

Nulla a che vedere con la “Magic Roundabout” di Swindon, nel Regno Unito, dove una rotonda con altre cinque più piccole all’interno stravince la classifica di peggiore al mondo.

E vale anche la pena ricordare che non tutte le rotatorie funzionano allo stesso modo: quelle di tipo europeo, con circolazione in senso antiorario, assegnano la precedenza a chi è già nell’anello.

Una distinzione che molti automobilisti ignorano serenamente, relegando il diritto di procedere degli altri alla voce varie ed eventuali.

La stramberia circolare

Sia chiaro: la rotatoria non rappresenta il male assoluto, perché i dati a favore esistono e sono persino convincenti.

A Cattolica, dopo l’introduzione sistematica delle rotonde, gli incidenti sono crollati da 1.800 a 300 in un solo anno. La provincia di Treviso ha investito 500 milioni di euro, inaugurato oltre 250 nuove rotatorie e dimezzato il numero di morti sulle strade nell’arco di un decennio.

In termini di incidenti mortali, il vantaggio rispetto agli incroci tradizionali è fuori discussione: meno velocità, nessuno scontro frontale e una forma che costringe a rallentare, almeno su questo gli esperti concordano.

Il problema arriva dopo, quando un comune vede i numeri e si entusiasma, iniziando ad installare rotatorie con la stessa cura con cui si appendono i manifesti elettorali: ovunque ci sia spazio, e magari anche dove non c’è.

Perché una rotatoria funziona solo se è progettata attorno al traffico reale di quella specifica intersezione, calibrando i volumi che arrivano dai diversi punti di accesso.

Ma quando l’equilibrio manca e si prova ad applicare una soluzione standard a una situazione che non lo è, il risultato non è la fluidità ma l’ingorgo.

E secondo una legge non scritta, quando il traffico si intasa gli automobilisti improvvisano e allora succedono cose non tanto belle.

L’Associazione Europea degli Automobilisti lo ripete da anni: ogni rotatoria dovrebbe nascere da una precisa analisi tecnica del contesto in cui viene inserita, non dall’ispirazione dell’assessore o dalla fretta di spendere i fondi pubblici entro fine anno.

L’eclissi della ragione

Merita un approfondimento l’elemento umano, perché sarebbe ingiusto scaricare tutto sulla geometria stradale.

L’automobilista che entra in una rotatoria attraversa una sorta di cortocircuito: dimentica le precedenze, ignora la freccia, sceglie la corsia sbagliata e quando deve uscirne taglia trasversalmente infischiandosene di tutto il resto.

La tradizione, da queste parti, vuole che si entri a velocità sostenuta e si freni di botto per poi ripartire di scatto: il comportamento di chi sa a mala pena che esiste una regola, ma non ricorda quale e nel dubbio improvvisa lasciando agli altri il compito di evitarlo.

Eppure le regole sono le stesse di qualsiasi altra strada a più corsie: chi è già in rotonda ha la precedenza, chi entra aspetta e chi cambia corsia lo segnala.

Sulla carta roba banale, nella realtà ogni rotatoria è un piccolo esperimento sociale di giro girotondo, casca il mondo e tutti giù per terra.

Non a caso, le cause principali degli incidenti in rotonda sono le stesse da decenni e non hanno bisogno di commenti: mancata precedenza all’ingresso, taglio della corsia in uscita, velocità eccessiva in avvicinamento.

Chi paga il biglietto

Ci sarebbe poi un capitolo che gli assessori preferiscono non leggere ad alta voce nei comunicati stampa inaugurali: le rotatorie riducono gli incidenti mortali e gravi per gli automobilisti, ma per i ciclisti il rischio raddoppia e per i motociclisti aumenta del 10%.

Sono dati che emergono da una ricerca su 15 città francesi che avevano convertito incroci semaforici in rondò.

Anche i pedoni vivono la faccenda pericolosamente, tanto è vero che in buona parte d’Europa sono stati aggiunti attraversamenti protetti ai margini della rotatoria.

Poi ci sono i cinquanta ipovedenti di Treviso che sono scesi in piazza per chiedere di risolvere un problema semplice ma neanche tanto: in una rotatoria le macchine non si fermano mai, il flusso è continuo e imprevedibile, e attraversare diventa un’impresa che richiede sensi che non tutti hanno.

Molti semafori, nel corso degli anni, sono stati attrezzati con segnalatori acustici che scandiscono il verde e il rosso in modo percepibile anche senza vederli, mentre le rotatorie, nella maggior parte dei casi, non offrono nulla.

Le linee guida tecniche dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti azzardano una soluzione: un attraversamento pedonale rialzato su ogni braccio della rotatoria, semaforo acustico a richiesta e pavimentazione tattile a terra.

E ora la domanda di rito: quante delle 18mila rotatorie italiane li rispettano? Meglio tacere.

Il mantra della fluidità

Togliere i semafori e costruire un rondò per fluidificare la circolazione è diventato il tormentone di ogni amministrazione che voglia sembrare dinamica senza affrontare il tema scomodo del trasporto pubblico.

Ha il pregio della semplicità e del risparmio, libera dalla manutenzione dei semafori e regala anche ai piccoli paesi il fascino di sembrare moderni.

Il dubbio, amletico o meno non importa, è capire cosa vogliamo: delle città a misura di persone o pensate per le auto?

Finché qualcuno non decide continueremo a girare, e ovviamente in tondo.