
Dai semafori fra il Centro Ricerche Fiat di Orbassano e gli stabilimenti Mirafiori, nelle periferie di Torino, ai corridoi della Casa Bianca, a Washington.
È il lungo viaggio dello “start&stop” sistema creato con il nobile obiettivo di risparmiare carburante e oggi adottato nel mondo intero.
Dal semaforo alla politica
Quella che per molti automobilisti è semplicemente la funzione “che spegne il motore al rosso” è finita al centro di una delle più ampie operazioni di deregolamentazione ambientale negli Stati Uniti, com’è stato definito. L’EPA (Environmental Protection Agency) ha scelto di eliminare i crediti ambientali “off-cycle”, cioé i bonus concessi ai costruttori che adottano tecnologie capaci di ridurre consumi ed emissioni nella guida reale.
Tra le tante tecnologie accreditate c’era proprio lo start&stop, che evita di un soffio il divieto ma perde il benestare normativo.
E non si tratta di un dettaglio da poco, parlando del mondo dell’auto, dove qualsiasi soluzione tecnica ha un costo e ogni grammo di CO2 ha un peso specifico nelle omologazioni, con gli incentivi a fare la differenza tra quel che diventa standard e ciò che resta opzionale.
Senza quel vantaggio regolatorio, montare lo start&stop diventa una scelta industriale e commerciale che visti i tempi equivale forse ad una condanna a morte al momento senza data di esecuzione.
Una tecnologia che divide
Poche innovazioni hanno polarizzato gli automobilisti come lo start&stop, per qualcuno un alleato del portafoglio e dell’ambiente per altri un fastidioso intruso della guida quotidiana.
Sempre parlando di divisione, c’è chi sostiene che grazie allo start&stop ha ridotto i consumi e chi invece gli addossa la colpa di aumentare il consumo della batteria.
Una reazione emotiva dovuto alle caratteristiche del sistema, ideato per intervenire nel delicato momento della ripartenza. Quel brevissimo istante di silenzio prima che il motore torni in moto, e che nella frenesia del traffico cittadino significa attimi preziosi persi, sufficienti per scatenare una strombazzata di clacson.
A contribuire alla fama di funzione “obbligatoria” il dettaglio di doverlo disattivare manualmente ad ogni avviamento.
Eppure la logica per cui è stato immaginato non fa una piega: un motore acceso mentre l’auto è ferma consuma carburante inutilmente e produce emissioni senza spostare il veicolo di un centimetro. Spegnerlo in quei momenti significa eliminare gli sprechi.
Quanto fa risparmiare davvero
I benefici dello start&stop variano molto a seconda dell’uso: in città, tra semafori, incroci e code, il sistema può attivarsi molte volte mostrando il meglio di sé con risparmi che in condizioni favorevoli possono arrivare a percentuali significative.
Nella guida extraurbana o autostradale, dove le soste sono rare, il vantaggio al contrario si assottiglia.
In termini economici non si parla di cifre miracolose, ma di risparmi progressivi che vanno calcolati nel tempo.
Un’idea nata a Torino
Il paradosso è che questa tecnologia oggi finita al centro di una polemica nei palazzi del potere di Washington è nata osservando il traffico torinese.
All’inizio degli anni Ottanta, al Centro Ricerche Fiat di Orbassano, l’ingegner Mauro Palitto decise di misurare quanto tempo un’auto restasse ferma durante un normale tragitto urbano: il percorso tra Mirafiori e Orbassano, circa 15 km, richiedeva 35 minuti, di cui almeno 12 passati immobili a semafori e incroci.
Da quell’osservazione nacque l’idea di spegnere automaticamente il motore durante le soste. Nel 1983 arrivò la prima applicazione di serie sulla Fiat Regata ES, acronimo di Energy Saving.
Il sistema, chiamato “Citymatic”, poteva essere escluso con un pulsante e faceva parte di un pacchetto più ampio di interventi su aerodinamica, rapporti del cambio e gestione del motore. I test dell’epoca indicarono risparmi urbani nell’ordine del 7%, numeri rilevanti per quegli anni.
Il mercato però non era ancora pronto, l’elettronica molto meno sofisticata e i costi più alti, e per di più gli automobilisti diffidavano di un’auto che si spegneva da sola.
Per anni lo start-stop restò una soluzione di nicchia.
Dalla diffidenza allo standard
La svolta è arrivata con il nuovo millennio: centraline più evolute, sistemi di avviamento rinforzati e normative ambientali sempre più severe hanno creato il terreno ideale per la diffusione dello start-stop, che nel giro di poco è passato da curiosità a presenza quasi fissa sulle auto nuove.
Oggi il sistema è integrato in modo raffinato, soprattutto sui modelli elettrificati, dove la transizione tra motore spento e acceso è spesso impercettibile.
Dietro le quinte
Le auto dotate di start&stop non sono semplicemente vetture tradizionali con una funzione in più, e per questo utilizzano batterie specifiche, progettate per sopportare molti più cicli di carica e scarica, e sistemi di avviamento dimensionati per numeri di riaccensioni di gran lunga superiori rispetto al passato.
Anche il software gioca un ruolo chiave, gestendo tempi e condizioni di spegnimento e riavvio.
Questo però comporta costi maggiori, perché le batterie dedicate sono più care e la sostituzione incide sulla manutenzione, con un bilancio finale che dipende dall’uso reale: tanto traffico urbano favorisce il risparmio, ma le percorrenze scorrevoli lo riducono.
Perché gli USA cambiano direzione
Negli Stati Uniti lo start&stop non era obbligatorio, ma fortemente incentivato dai crediti ambientali. Eliminando quei crediti, l’EPA rimuove la motivazione regolatoria principale per adottarlo.
La scelta si inserisce in una revisione più ampia delle politiche ambientali federali e viene presentata come un modo per ridurre vincoli e costi.
Nel breve termine cambierà poco, le auto nascono su piattaforme globali, molti modelli sono venduti in mercati con normative più severe, e differenziare troppo la produzione per un solo Paese può essere complicato. Inoltre, nei powertrain elettrificati lo start-stop è parte integrante del sistema.
Gli effetti reali si vedranno con le prossime generazioni di modelli, soprattutto quelli pensati esclusivamente per il mercato americano.
Europa, direzione opposta
Nel Vecchio Continente, invece, la traiettoria resta orientata alla riduzione delle emissioni: ogni grammo di CO2 risparmiato conta e lo start&stop rimane una soluzione semplice ed efficace per migliorare i valori ufficiali.
Questo significa che continuerà a far parte della vita quotidiana di molti automobilisti europei, disposti a perdere un secondo e subire un colpo di clacson, pur di rispettare qualche spicciolo e un po’ di ambiente.











