
L’Italia ha finalmente deciso di prendere sul serio il patto che corre tra gli automobilisti e l’autostrada: paghi il pedaggio, ottieni in cambio un servizio decente. E se il servizio è una colonna di tre ore sotto il sole di agosto, qualcosa verrà restituito.
È una notizia storica, che parte dalla delibera n. 211/2025 dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti, secondo cui dal 1° giugno 2026 i concessionari autostradali dovranno rimborsare gli utenti in caso di ritardi da cantieri o blocchi del traffico.
Le regole sono precise e introducono per la prima volta un principio elementare: se il servizio non viene erogato, il prezzo va rinegoziato. Anche se solo parzialmente e per di più in teoria.
Quanto ritardo per essere risarciti
Per i cantieri, il rimborso dipende dalla lunghezza del percorso, con una logica che premia, se così si può dire, chi percorre tratte più brevi. Sotto i 30 km il rimborso scatta comunque, indipendentemente dal ritardo accumulato: basta che il cantiere ci sia e che abbia prodotto un disagio documentabile.
Tra 30 e 50 km servono almeno 10 minuti di ritardo, oltre i 50 la soglia sale a 15 minuti.
L’importo non è uguale per tutti e viene calcolato con coefficienti stabiliti dall’Autorità, che tengono conto dell’impatto effettivo del cantiere sul percorso e dello scostamento rispetto ai tempi ordinari di percorrenza. Per dirla come va detta, più si soffre e più si recupera.
In questa prima fase, però, il meccanismo funzionerà soltanto per i percorsi interamente gestiti dallo stesso concessionario, mentre chi attraversa tratte con più gestori dovrà aspettare il prossimo 1° dicembre, probabilmente perché coordinare due concessionari richiede sei mesi in più.
Cosa è escluso
Per i blocchi totali della circolazione la tabella è ancora più netta, e finalmente scritta in un italiano comprensibile anche senza assistenza legale. Il blocco tra 60 e 119 minuti equivale al rimborso del 50% del pedaggio, tra 120 e 179 minuti si scende al 75%, e oltre le tre ore di fermo totale il rimborso diventa integrale.
Va da sé che non tutte le emergenze rientrano nei casi rimborsabili: sono esclusi i cantieri emergenziali aperti per incidenti, eventi meteo o idrogeologici straordinari e interventi di soccorso.
Esclusi, almeno per ora, anche i cantieri mobili, quelli che avanzano di qualche centinaio di metri ogni settimana lasciando una scia di birilli arancioni.
E naturalmente, se sulla tratta è già applicata una riduzione generalizzata del pedaggio, il rimborso non è dovuto.
Come si chiede il rimborso
Ogni concessionario dovrà mettere a disposizione almeno una sezione dedicata sul proprio sito web, un numero telefonico o sportelli fisici di assistenza.
L’utente presenta la domanda e il concessionario ha 20 giorni di tempo per comunicare se accoglie o rigetta la richiesta, con motivazione scritta in caso di diniego.
I rimborsi vengono accreditati solo se superiori a 10 centesimi ed erogati al raggiungimento della soglia minima di 1 euro.
Chi ha un abbonamento per percorsi abituali potrà recedere dal contratto se i lavori riducono sensibilmente la fruibilità del tragitto, ottenendo la restituzione della quota non goduta.
È un dettaglio che vale soprattutto per chi ha investito denaro in un abbonamento annuale.
La delibera prevedeva inoltre la creazione di una app unica nazionale, uno strumento centralizzato attraverso cui presentare le richieste per qualsiasi concessionario senza doversi orientare tra siti diversi, ma l’app, almeno al momento, non esiste.
Gli utenti che vogliono fare richiesta dovranno arrangiarsi con i canali tradizionali fino a nuovo ordine.
Ma chi paga i rimborsi?
Fin qui, tutto sommato, la notizia è positiva. Poi arriva il “Codacons” a guastare la festa sottolineando un punto critico che la delibera contempla con una serenità ammirevole: i concessionari autostradali potranno recuperare interamente i costi dei rimborsi aumentando le tariffe dei pedaggi nelle annualità successive.
Per i ritardi da cantiere, il recupero è al 100% fino al 2027, al 75% nel 2028, al 50% nel 2029, al 25% nel 2030. Per i blocchi del traffico, il recupero è totale se il concessionario dimostra forza maggiore e rispetto degli obblighi informativi.
Tradotto in lingua corrente, l’automobilista riceve il rimborso con la mano destra e lo paga di nuovo, con gli interessi, con la sinistra.
Secondo il Codacons, il rischio concreto è che l’intera operazione si traduca in un trasferimento di costi dagli automobilisti agli automobilisti, con i concessionari nel mezzo nella comoda posizione di chi gestisce il flusso senza subire alcuna conseguenza economica.
Una vittoria parziale
Nonostante le contraddizioni, il principio introdotto rimane significativo. Per chi percorre quotidianamente la A10 Genova-Ventimiglia, la A12 Genova-La Spezia, o le tratte nelle Marche e in Abruzzo, arterie note per cantieri che si trascinano da anni, si tratta del primo riconoscimento che il disagio subito ha un valore economico misurabile.
La vera prova, però, sarà nella praticità del sistema. Un diritto al rimborso che richiede moduli complicati, attese, esclusioni, rigetti e un’app che ancora non esiste rischia di rimanere sulla carta.
E la sfida, ancora una volta, non è aprire i lavori, ma provare a finirli.











