mercoledì 20 Maggio 2026 - 07:00:09

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L’Europa ha salvato l’autoradio (grazie all’Italia)

Le case automobilistiche avevano escogitato un sistema furbo, silenzioso ed elegante per tagliare i costi senza che nessuno se ne accorgesse troppo: togliere l’antenna.

Quella protuberanza un tempo alta e oggi decisamente più sinuosa che permette di sintonizzarsi su una radio senza bisogno di un abbonamento, una password o tre tacche di segnale.

La Opel Frontera aveva già trasformato la radio in optional a pagamento, e altri stavano seguendo la stessa strada, sostituendo i ricevitori FM e DAB+ con sistemi di infotainment basati esclusivamente sulla connessione internet.

L’autoradio, tecnologia sopravvissuta a decenni di nastri e algoritmi di Spotify, stava rischiando di capitolare davanti ad un menu touch con sedici sottocartelle.

L’Italia ha deciso di intervenire e nell’ottobre 2025 ha notificato a Bruxelles una modifica al Codice delle comunicazioni elettroniche: tutti i veicoli nuovi delle categorie M e N, trasporto persone e merci, dotati di connessione internet o di sistemi audio, dovranno essere predisposti anche per ricevere la radio analogica FM e la digitale DAB+.

Con un’aggiunta che rende la norma ancora più interessante: sia chiaro che neanche un aggiornamento software potrà disattivare la ricezione radiofonica.

La zona grigia

Per capire perché serviva una norma del genere, bisogna fare un passo indietro. Il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche del 2020 richiedeva già che le autoradio integrate nei nuovi veicoli fossero compatibili con la ricezione digitale terrestre. Sembrava una garanzia sufficiente, ma non era così.

La norma imponeva la compatibilità tecnica del ricevitore, ma non rendeva obbligatoria l’installazione fisica. In pratica, un costruttore poteva vendere un’auto tecnicamente compatibile con il DAB+ senza che ci fosse un’antenna.

Una scappatoia dalle dimensioni abnormi, attraverso la quale stava passando un numero crescente di modelli premium ed elettrici, sempre più orientati verso cruscotti digitali connessi e sempre meno verso la ricezione terrestre.

La norma italiana ha fermato la furbizia: non basta la compatibilità dichiarata, serve la presenza fisica del ricevitore e dell’antenna.

Non è solo nostalgia

Chi ha liquidato la vicenda come una battaglia combattuta dai fan delle hit parade si è perso un pezzo importante del ragionamento.

In Italia sono 35 milioni le persone che ascoltano la radio ogni giorno, e 26 di queste lo fanno in automobile, di gran lunga il primo ambiente di ascolto radiofonico del nostro Paese.

Per di più, oltre il 70% dell’ascolto radiofonico avviene in mobilità, e spostarlo per intero verso piattaforme digitali proprietarie non è un’evoluzione tecnologica, significa consegnare tutto nelle mani di servizi che profilano gli utenti, richiedono connessione dati, pretendono un abbonamento e, nelle zone senza copertura, semplicemente non vanno.

La radio broadcast, al contrario, è gratuita, democratica e funziona anche dove il segnale mobile non arriva, compreso il caso di blackout o calamità naturale.

C’è anche un elemento tecnologico che ha pesato sulla faccenda: il sistema ASA, Automatic Safety Alert, integrato nel DAB+, è in grado di inviare allerte geolocalizzate direttamente ai ricevitori delle automobili senza bisogno di connessione internet.

Eliminare l’antenna significa eliminare anche quello, e in caso di emergenza o calamità non è un dettaglio trascurabile.

L’allarme era suonato

L’Agcom aveva segnalato il rischio prima ancora che la norma prendesse forma. Secondo il Garante, alcune case automobilistiche stavano già eliminando i ricevitori tradizionali sostituendoli con interfacce USB pensate esclusivamente per le piattaforme digitali.

Le conseguenze non erano solo tecniche: la progressiva scomparsa delle autoradio rischiava di compromettere migliaia di posti di lavoro nel settore radiofonico e colpire al cuore il pluralismo dell’informazione, considerato un pilastro delle società democratiche.

A muoversi con decisione sul dossier era stata anche Confindustria Radio Televisioni, con la campagna “RadioInAuto”, che aveva messo in fila i numeri e il rischio con precisione matematica: l’evoluzione dell’infotainment verso ecosistemi chiusi basati esclusivamente sulla connessione IP rischia di compromettere non solo l’accessibilità della radio, ma anche la sua sostenibilità economica e il contatto con un pubblico in movimento.

Detto in modo ancora più chiaro: se la radio sparisce dall’auto, evapora anche dal mercato.

Il percorso a Bruxelles

La Commissione europea non ha accolto la proposta italiana con un applauso, la risposta iniziale è stata una richiesta di approfondimenti, ovvero un invito a spiegarsi meglio.

L’Italia ha tenuto il punto, sostenendo che la norma non è una restrizione tecnologica ma una garanzia di pluralismo e di libertà di accesso all’informazione.

Ha ricordato il peso dell’ascolto in mobilità, i rischi legati alla dipendenza dalle reti mobili, i costi per gli utenti, la profilazione, e ha tirato fuori il tema della sicurezza pubblica come argomento finale. La Commissione ha valutato la replica come soddisfacente e ha dato il via libera.

Per il presidente di Confindustria Radio Televisioni Antonio Marano, la conferma europea dimostra che l’Italia ha saputo difendere un principio di interesse pubblico prima ancora che industriale.

La presenza del sintonizzatore radio non è un dettaglio di design, ha sottolineato, ma una garanzia di accesso universale all’informazione e un elemento indispensabile per il sistema comunicativo.

Cosa manca

Il via libera europeo è un punto di arrivo importante, ma non chiude ancora la partita, serve il completamento dell’iter normativo italiano per trasformare il principio in obbligo definitivo per i costruttori.

L’ultima curva ancora da percorrere, mentre i produttori continuano a progettare le loro piattaforme.

La decisione di Bruxelles dimostra però che la transizione digitale dell’automobile non deve necessariamente tradursi nell’abbandono di tecnologie che funzionano quando le altre si inceppano.

L’auto del futuro avrà assistenti vocali e l’IA sul cruscotto, ma per legge dovrà portarsi dietro anche qualcosa di molto più antico e forse un po’ meno glamour: un’antenna.