
“La frenesia per la radio finirà a tempo debito”, aveva pronosticato Thomas Alva Edison, inventore e imprenditore americano che mal digeriva il clamore mondiale riscosso dall’invenzione di Guglielmo Marconi, per lui nient’altro che l’ennesimo emigrante italiano.
Ma malgrado la genialità che l’aveva accompagnato per tutta la vita, Edison si sbagliava, e anche di grosso, come raccontano i numeri snocciolati da “Audiradio”, secondo cui l’autoradio è la compagna di strada quotidiana per circa 30 milioni di italiani.

Un popolo di lavoratori che ogni mattina trova fra le frequenze un po’ di conforto al supplizio di dover salire in auto e affrontare code, traffico, semafori saltati e vigili che non ci sono mai quando servono.
La radio invece c’è, è una presenza discreta ma costante fatta di musica, notizie e voci che diventano familiari. Eppure, quel gesto così semplice rischia di non essere più garantito.
Lo scorso 13 febbraio, Giornata mondiale della Radio, il settore radiofonico ha lanciato l’allarme: la radio, così come l’abbiamo sempre conosciuta in auto, potrebbe perdere spazio o addirittura scomparire dai cruscotti di nuova generazione.
Non per mancanza di pubblico, ma per via delle scelte tecnologiche e commerciali dell’industria automobilistica.
La rivoluzione silenziosa dei cruscotti digitali

Le automobili di ultima generazione sono sempre più simili a enormi dispositivi digitali su ruote. Maxi schermi che basta sfiorare, sistemi di infotainment connessi alla rete e integrazione totale con lo smartphone.
Un ecosistema iperconnesso in cui la vecchia e cara radio tradizionale rischia di trasformarsi in un’opzione secondaria.
Alcuni modelli – soprattutto tra le elettriche, va detto – riducono o eliminano i ricevitori radio classici, sostituendoli con interfacce che privilegiano app e streaming online.
In altri casi la radio c’è, ma è “nascosta” in sottomenu poco intuitivi, lontana da quel tastino che per decenni ha reso l’ascolto istantaneo.
Un giro di boa che è anche culturale, con l’auto sempre più governata da software, dove ciò che non rientra nell’interfaccia tende a diventare così marginale da pretendere di dettare legge e cambiare le abitudini al mondo intero.
Internet non basta
Affidare l’ascolto alla rete significa introdurre variabili che la radio broadcast non ha mai avuto, perché la copertura internet non è uniforme soprattutto in zone rurali, montane o isolate.
E a questo vanno aggiunti i costi annessi fra traffico dati, abbonamenti e piani premium, quando al contrario la radio tradizionale resta gratuita e accessibile a chiunque, senza registrazioni o giga da tenere sotto controllo per non sforare.
Per ultimo, tanto vale infilarci dentro anche un tema dolente: le piattaforme digitali tendono a proporre contenuti creati con logiche commerciali, mentre la radio via etere offre un accesso diretto e non mediato.
Non solo intrattenimento
Ridurre la faccenda a una semplice preferenza sarebbe sbagliato, perché storicamente la radio significa informazione tempestiva, comunicazioni di emergenza, aggiornamenti in caso di calamità o di crisi, e la straordinaria capacità di funzionare anche quando altre reti sono in difficoltà la rende uno strumento fondamentale.
Non a caso, in altri Paesi il tema è già diventato politico: negli Stati Uniti, l’ipotesi di eliminare le frequenze AM da alcune vetture ha scatenato reazioni istituzionali proprio per il ruolo di queste bande nelle comunicazioni di sicurezza.
L’intervento delle istituzioni
Anche in Italia il dibattito è arrivato ai tavoli istituzionali, e l’autorità di regolazione del settore ha già segnalato il rischio che le nuove auto limitino l’accesso alle frequenze tradizionali.
L’attenzione si concentra sulla necessità di garantire la presenza sia della modulazione di frequenza del “Dab” digitale con sistemi capaci di passare dall’uno all’altro per assicurare la continuità di ascolto.
In Parlamento si discute di possibili tutele normative, mentre il mondo radiofonico sottolinea l’impatto occupazionale: il comparto offre lavoro a migliaia di professionisti tra giornalisti, tecnici, autori, speaker e personale amministrativo.
Una storia lunga oltre un secolo

La radio non è soltanto tecnologia, ma una memoria collettiva che ha raccontato guerre e mondiali di calcio, festival musicali e notti elettorali, rivoluzioni culturali e mode passeggere.
Nel 2024 è arrivata a celebrare cento anni di storia, mantenendo intatto un rapporto di fiducia e affetto con il pubblico grazie ad una forza basata sulla semplicità più democratica: basta accenderla e ascoltare, senza login e tasse di iscrizione.
Innovazione o sostituzione?
L’evoluzione dei sistemi di bordo è inevitabile e spesso migliora l’esperienza di guida, ma la domanda è se l’innovazione debba per forza sostituire ciò che funziona da più di un secolo.
Diversi esperti sostengono che radio broadcast e servizi online possono convivere senza problemi, la prima come infrastruttura universale e gratuita, gli altri come accessorio personalizzato.
Il bivio
Il futuro dell’autoradio si gioca tra strategie industriali e norme, ma se la tendenza attuale andrà avanti senza nessuna correzione di rotta, tra qualche anno accendere la radio in auto potrebbe non essere più un gesto garantito, ma un’opzione tra le tante.
O peggio ancora, un ricordo.
















