Petrolio, elettricità, geopolitica e mobilità

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La storia dell’energia (e della sua distribuzione e del suo utilizzo) è scandita da choc geopolitici.

Dalla crisi petrolifera del 1973 alla guerra in Ucraina, ogni conflitto ha lasciato un segno profondo sul modo in cui il mondo produce e consuma energia.

Oggi, con l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, il sistema energetico globale torna a scricchiolare.

Anche questa volta – come in passato – la domanda è complessa, perché ancora non è chiaro se la nuova crisi nel golfo Persico rafforzerà la dipendenza da petrolio e gas oppure accelererà la corsa verso le rinnovabili e l’elettrificazione.

La ricerca di una risposta e di interventi da parte delle istituzioni e dell’industria anche questa volta è tutt’altro che semplice e coinvolge logistica globale, tecnologie di accumulo, geopolitica industriale e inevitabilmente il futuro della mobilità.

Hormuz, collo di bottiglia dell’energia mondiale

Al centro di questa nuova, ennesima crisi c’è lo stretto di Hormuz.

Un braccio di mare tra Iran e Oman che è uno dei più importanti “colli di bottiglia” energetici del pianeta.

È uno snodo critico per la geopolitica e il commercio globale perché il suo blocco rallenta drasticamente (se non addirittura azzera) il flusso di merci ed energia.

Da questo lembo di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto (GNL).

Dopo l’attacco militare contro l’Iran e le successive ritorsioni, il traffico marittimo nell’area è stato fortemente compromesso, con gravi rischi per le catene di approvvigionamento energetico globali.

Gli effetti sui mercati sono stati quasi immediati con aumenti per il gas fino al 20% e, come possibile ipotesi di scenario, il petrolio a oltre 100 dollari il barile.

Dallo scoppio delle ostilità il Brent ha già superato i 90 dollari al barile, riaprendo lo spettro di una nuova crisi energetica globale.

L’effetto domino sull’Europa e la sua mobilità

Dopo lo choc del gas russo nel 2022, il sistema energetico del nostro continente è ancora fragile e politici e economisti osservano la situazione con particolare apprensione.

La crisi iraniana minaccia di colpire soprattutto il GNL proveniente dal Golfo, da cui dipendono molti Paesi europei.

Le conseguenze possibili potrebbero essere l’aumento del prezzo dei carburanti (in modo molto più evidente del solito immediato, e vergognoso per i consumatori, rimbalzo verso l’alto), la crescita delle bollette elettriche e una maggiore inflazione industriale.

Per il settore automotive questo significa soprattutto costi energetici più alti per produzione e logistica, con possibili ricadute sui prezzi dei veicoli e sull’elettrificazione della mobilità.

Non è un caso che gli analisti paragonino questa situazione agli effetti economici dell’invasione russa dell’Ucraina.

Il paradosso della guerra che accelera le rinnovabili

La vera ironia geopolitica è che un conflitto legato anche agli equilibri del petrolio potrebbe accelerare l’abbandono dei combustibili fossili.

Infatti, quando il prezzo del petrolio sale diventano più competitive tecnologie alternative come il fotovoltaico, l’eolico e l’idrogeno verde.

Diversi analisti ritengono che proprio l’instabilità del prezzo dei combustibili fossili possa spingere governi e industrie ad aumentare gli investimenti nelle rinnovabili.

E altri osservatori sono certi che il conflitto dimostrerà ancora una volta che la sicurezza energetica non può basarsi su fonti concentrate in aree geo-politicamente instabili.

Batterie, idrogeno e reti intelligenti

Dal punto di vista tecnologico, la crisi energetica globale può avere un impatto diretto su due filiere strategiche.

La prima è quella dell’accumulo, in quanto con più rinnovabili nel mix energetico cresce il bisogno di sistemi di stoccaggio di batterie stazionarie o per l’idrogeno.

Nuovi modelli energetici prevedono anche lo stoccaggio di idrocarburi sintetici prodotti da surplus rinnovabile, come “buffer energetico” pluriennale per il sistema elettrico.

La seconda filiera è quella dell’idrogeno verde per l’industria, che potrebbe diventare un vettore fondamentale per la siderurgia, il trasporto pesante e la chimica.

Molti modelli energetici europei prevedono infatti un forte aumento dell’idrogeno per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.

Tutte tecnologie che saranno fondamentali anche per sostenere l’elettrificazione della mobilità.

L’auto elettrica torna al centro?

Ogni crisi petrolifera ha storicamente accelerato l’innovazione automobilistica.

Negli anni Settanta sono arrivati motori più efficienti, nei primi anni Duemila il downsizing diffuso e oggi dalle ceneri della guerra potrebbe riemergere come una fenice l’elettrificazione.

Del resto se il petrolio dovesse stabilizzarsi sopra i 100 dollari al barile, l’auto elettrica tornerebbe ad acquisire un forte vantaggio economico rispetto ai veicoli termici.

Ecco quindi che vivremmo una accelerazione della diffusione dei BEV, un rafforzamento degli investimenti nelle batterie e un aumento della domanda di rinnovabili. Fenomeni in parte già osservati dopo la crisi energetica europea del 2022.

Inflazione energetica e rallentamento industriale

Non tutto però gioca a favore della transizione energetica.

Un aumento troppo rapido dei prezzi dell’energia può rallentare gli investimenti industriali, aumentare i costi delle tecnologie green e ridurre il potere d’acquisto dei consumatori.

Inoltre molte tecnologie della transizione (dalle batterie ai pannelli fotovoltaici) dipendono da catene di approvvigionamento globali che potrebbero essere destabilizzate dal conflitto.

Una lezione già vista nella storia

La guerra nel Golfo Persico è indubbiamente un gravissimo evento geopolitico, e allo stesso tempo può diventare un gigantesco “stress test” per il sistema energetico mondiale.

Ogni volta che una crisi scuote i mercati del petrolio ecco che arriva la solita domanda: quanto è fragile un’economia costruita su fonti concentrate in poche regioni del pianeta?

Forse la vera conseguenza di questo conflitto non sarà l’ennesima oscillazione del prezzo del barile, ma la consapevolezza più diffusa che l’energia del futuro dovrà essere meno geopolitica e più tecnologica.

E in questo scenario la mobilità – elettrica, connessa e sempre più integrata con la rete energetica – potrebbe diventare uno degli attori decisivi della nuova sicurezza globale, non solo energetica ma anche sociale.