La prima Harley-Davidson che viaggia a biodiesel, l’idea di uno studente universitario

Fra una transizione elettrica e una rivincita dell’idrogeno, passando per bolle a tempo come il Gpl, di tanto in tanto tornano agli onori delle cronache anche i biocarburanti.

Così è definita una categoria di combustibili scientificamente divisi in due scuole di pensiero: da una parte quelli di prima generazione, ottenuti dalle biomasse di ciò che sembra la ricetta di un minestrone vegano: grano, mais, bietola, canna da zucchero e olio di palma. Dall’altra quelli più evoluti, derivati da scarti alimentari, olii esausti e rifiuti organici.

Se i primi non hanno mai convinto del tutto, perché produrli significa immolare troppo terreno alle colture necessarie alla catena alimentare, i secondi sono quelli più allettanti, perché significano anche trovare una soluzione ad un altro problema attualissimo: i rifiuti. Eppure, secondo i dati “IFP Énergies Nuovelles”, nel 2023 il biodiesel ha rappresentato solo il 4,8% dei carburanti stradali utilizzati nel mondo intero.

L’idea del giovane Alex

Alex Jennison, studente alla University of British Columbia certe cose le ha imparate a memoria, così bene da aver deciso di mettere nome e volto ad un esperimento che al momento non sembra avere eguali al mondo: dotare una Harley Davidson di un motore diesel in grado di funzionare con olio di frittura esausto.

L’obiettivo: dare una nuova spinta ai biocarburanti derivati dagli scarti alimentari, pronti all’uso e senza alcun bisogno di infrastrutture, colonnine e terre rare, e forse proprio per questo dimenticati troppo in fretta nel nome di nuove voci di guadagno.

Alex, come le celebri formiche che nel loro piccolo eccetera, aiutato da un piccolo drappello di amici-colleghi di corso, ha scelto una “Heritage Softail” del 1999, uno dei modelli stradali “Custom” realizzati dal marchio di Milwaukee a partire dalla metà degli Ottanta, l’ultimo dotato di motore e cambio separati, dettaglio che avrebbe semplificato la modifica.

Un piccolo diesel agricolo

Al posto del Twin Cam 88 da 1.450 cc, la squadra sceglie di montare un “Kubota” D902-T a tre cilindri verticale con raffreddamento ad acqua, un motore compatto dotato di turbocompressore e privo di filtro antiparticolato, nato per equipaggiare mezzi di piccole dimensioni agricoli o da lavoro.

L’operazione non è semplice, e servono lunghi mesi di lavoro per mettere a punto una sostituzione che permetta alla più leggendaria delle moto americane di viaggiare utilizzando biodiesel prodotto da olio vegetale usato sottoposto ad un semplice processo chimico, come accade in molte aziende agricole.

Per onore della verità va detto: la Heritage Softail di Alex Jennison non si trasforma in una moto a zero emissioni, ma l’operazione ha comunque ridotto di un confortante 74% le emissioni di anidride carbonica rispetto ad un normale diesel.

Un viaggio dimostrativo

Alex, al momento, è impegnato in viaggio lungo gli States, un coast to coast pianificato nei dettagli che toccherà una quindicina di concessionarie, una decina di università e diverse cittadine: ad ogni sosta Alex racconta il suo progetto, spiega quanto il mondo ignori ingiustamente il biodiesel, ricorda che le aziende pagano addirittura per smaltire gli olii esausti e soprattutto mostra a tutti la sua Harley Davidson, poco prima di sparire all’orizzonte inghiottito dalla luce del tramonto, lasciando nell’aria un inconfondibile profumo di patatine fritte. Che magari farà pensare, ma per cominciare mette appetito.