
Quasi 20 milioni di cani e gatti vivono nelle case italiane: buona parte di loro sale regolarmente in auto per andare dal veterinario, per il weekend o per seguire la famiglia in vacanza.
Ma pochissimi lo fanno assicurati a qualcosa, ed è qui che un attaccamento sentimentale fra l’uomo e il suo migliore amico incontra la fisica, una scienza che non fa sconti.
In caso di impatto o frenata a 50 km/h, il peso di un animale si moltiplica fino a sessanta volte: un beagle da 10 kg diventa, nell’istante dell’urto, un corpo da 600 kg che si sposta nell’abitacolo senza preavviso e senza direzione prevedibile.
Le conseguenze sono presto dette: danni gravi a se stesso e agli altri passeggeri.
I numeri che nessuno vuole sentire
Un’indagine condotta da “Statista” su cinquemila proprietari di cani e gatti in dieci Paesi, commissionata da “Tavo Pets”, mostra un quadro sconfortante.
In Italia, nell’arco di un anno, più di una persona su due ha viaggiato con il proprio animale senza alcun sistema di ritenuta, e una su tre ha subito almeno una distrazione alla guida causata proprio dall’animale.
E quando si è verificato un incidente, o si è sfiorato, nel 59% dei casi il pet ha riportato ferite o fastidi.
Il dato che colpisce di più, però, è quello sulla percezione: il 78% degli incidenti è avvenuto con animali non assicurati, eppure il 58% dei proprietari ritiene che i sistemi di ritenuta siano superflui se il proprio cane o gatto rimane calmo durante il viaggio.
Un animale fermo non è detto che sia tranquillo
Tra il 60 e il 70% dei cani e dei gatti mostra in auto segnali di disagio. Alcuni sono evidenti (ansimazione, agitazione, guaiti), altri molto meno: immobilità, tremori, ipersalivazione.
Un animale che si è bloccato sul sedile non sta necessariamente godendosi il paesaggio, spesso ha solo paura.
Cane e gatto, peraltro, reagiscono in modo diverso. Il primo tende ad attivarsi, a cercare contatto, a spostarsi, il gatto invece si blocca o si spaventa e risponde meglio quando gli stimoli visivi e sonori vengono ridotti al minimo.
In entrambi i casi l’instabilità dell’abitacolo non fa che amplificare l’ansia: superfici scivolose, curve improvvise, la sensazione di perdere il controllo del proprio corpo aumentano stress e rischio di traumi.
Il trasportino come tana
La soluzione più efficace, e anche la più sottovalutata, è il trasportino omologato, introdotto con gradualità. Non come costrizione, ma come una tana mobile che l’animale impara ad associare a sicurezza.
Un animale contenuto non scivola nelle curve, non cade durante le frenate e non soffre l’instabilità che amplifica la nausea da movimento.
Trasformarlo in abitudine richiede in media dalle due alle quattro settimane, e la regola fondamentale è di non forzare mai: obbligare l’animale a entrare nel trasportino genera paura e compromette il futuro.
Meglio introdurlo quando l’animale è a riposo, associarlo a premi e momenti piacevoli, fare brevi viaggi di prova verso destinazioni gradite e non solo verso la clinica veterinaria, che nella memoria di molti animali occupa un posto tutt’altro che rassicurante.
Sul fronte pratico, è preferibile evitare pasti abbondanti nelle ore precedenti alla partenza, per ridurre il rischio di nausea, mentre l’acqua va sempre garantita con soste regolari nei percorsi più lunghi.
Nei viaggi estivi l’attenzione alla temperatura è fondamentale: l’abitacolo può diventare pericoloso in pochi minuti sotto il sole, anche con i finestrini socchiusi.
Lo standard poco conosciuto
Sul mercato esistono oggi trasportini sottoposti a crash test e certificati secondo la normativa ONU ECE R129, la stessa richiesta per i seggiolini auto dei bambini.
Un parallelismo non casuale: suggerisce che la sicurezza degli animali in auto non è una nicchia per appassionati, ma un capitolo della sicurezza stradale che semplicemente non è stato ancora preso sul serio.
















