
Chissà, magari prima o poi fissare le luci di stop dell’auto che precede diventerà una disciplina olimpica. In fondo ci va pazienza e abnegazione, ma soprattutto allenamento e disciplina, perché dopo una giornata di lavoro, quando l’orologio segna ormai le 17, sulla soglia del terzo semaforo lampeggiante e prossimi al quarto ricalcolo del navigatore, senza l’ombra di un vigile “here from eternity”, le extrasistole saltano come il corpo di ballo del Bolshoi di Mosca. È inevitabile.

Eppure, quella piccola pazza cosa chiamata traffico fa parte dell’esperienza quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo.
Una certezza puntualmente trasformata in numeri dal “TomTom Traffic Index”, il rapporto che ogni anno ricorda quante giornate della vita si investono — senza interessi — nella sottile arte dell’attesa.
Detto in altro modo, l’indice misura un dettaglio molto semplice e altrettanto crudele: quanto tempo in più serve ogni anno per spostarsi in città rispetto ad un mondo ideale in cui le strade scorrono libere.
Un mondo, per inciso, che nessuno ha mai visto, con esclusione forse di alcune strade sui massicci del Sudamerica e un’altra manciata di luoghi impervi per definizione.
Palermo, capitale italiana della pazienza

In cima alla classifica italiana svetta Palermo, che non conquista solo un primato statistico, ma una vera e propria identità urbana. Qui il traffico non è mai un imprevisto ma una parte del paesaggio, come il mare di Mondello, il Monte Pellegrino e il pane con le panelle della “Vucciria”. Il livello di congestione supera il 50% e, tradotto in termini umani, significa che ogni automobilista palermitano regala al traffico quasi quattro giorni all’anno.
Un tempo che si potrebbe utilizzare, nell’ordine, per imparare una nuova lingua, iniziare e finire una serie TV, giocare a padel, o, più realisticamente, guardare in silenzio le bollicine che salgono di una bottiglia d’acqua minerale gassata.
Segue Milano, che anche quando “migliora” ha il primato di riuscire a farlo peggiorando l’umore collettivo. Qui la congestione cala di poco, ma il tempo perso resta comunque da record: oltre 136 ore buttate, più o meno cinque giorni e mezzo all’anno.
La velocità media è talmente bassa che la città italiana simbolo di efficienza, produttività e business, si trasforma in un gigantesco esperimento di immobilità organizzata.
Nelle ore di punta, quindici minuti sono appena sufficienti per coprire meno di cinque chilometri, abbastanza per riflettere sulle proprie scelte di vita, ma non sufficienti per arrivare puntuali a qualsiasi appuntamento.
Roma, Catania, Firenze e Napoli completano il quadro con leggere variazioni sul tema: miglioramenti timidi, peggioramenti strategici e quantomeno la certezza che la coda non discrimina, anzi, è una delle poche cose realmente democratiche rimaste oggigiorno.
Nel resto del mondo va anche peggio

Ma anche lasciandosi alle spalle lo stivale italiano, il panorama è una sorta di Olimpiade dell’ingorgo. Città del Messico domina indiscussa la scena mondiale grazie alla cifra record di 184 ore perse ogni anno nel traffico, seguita da metropoli come Bengaluru e Dublino, rispettivamente in India e in Irlanda, due posti dove il tempo da immolare è di 168 e 191 ore e ogni spostamento, diventando una prova di resistenza psicologica.
Immancabile nella classifica anche Londra, dove le ore a cui i sudditi di Sua Maestà devono addio sono 141 per ogni anno.
Certo, in confronto le città italiane sembrano quasi dei posti da sogno, visto che si assestano tutte dopo la metà della classifica, ma se qualcuno riesce a gioirne ce lo faccia sapere e in cambio provvederemo ad avvisare l’ASL più vicina.
Il vero prezzo della coda

In realtà c’è ben poco da scherzare, e dietro l’ironia il conto resta salatissimo: il traffico costa tempo, denaro, salute e aria pulita. Ogni ora persa significa produttività che svanisce, carburante che si consuma inutilmente, denaro che evapora, stress che si accumula e angoscia che cresce.
Ma non basta ancora, perché gli assessorati alla viabilità dei comuni a volte sembrano divertirsi a complicare ulteriormente la situazione aggiungendo a sorpresa zone a traffico limitato, cantieri cervellotici o nuove corsie per le biciclette, peraltro inutili visto che tanto i ciclisti viaggiano compatti sui marciapiedi.
Tecnologia, speranza e realtà
Secondo gli esperti, la tecnologia può essere d’aiuto con l’analisi dei flussi, le simulazioni, la pianificazione intelligente e l’IA predittiva.
Tutto vero, ma senza una politica della mobilità seria il destino comune sarà un giorno di trasformare questo pianeta in un unico ingorgo globale senza più confini.
Va da sé: il Traffic Index non è solo una classifica, ma lo specchio di metropoli vive, animate, zeppe di persone, vetrine e neon, ma spesso ferme e immobili dove l’unica cosa che resta da fare è guardare le luci di stop dell’auto davanti.
E pensare che forse è meglio, molto meglio, smettere di pensare.
















