
Solo investendo in innovazione tecnologica si può crescere.
Un teorema valido per ogni azienda, e ancor di più per l’industria dell’automotive.
Eppure il 57% delle aziende italiane delle filiera auto, non prevede di investire in innovazione di prodotto neanche un euro nei prossimi tre anni.
Immobilismo è la parola chiave della Survey 2025 dell’Osservatorio TEA presentata al Ministero delle imprese e del made in Italy (MIMIT), che mette nero su bianco, le risposte date da 448 imprese della filiera automotive.
Una percentuale cresciuta del 9% rispetto al 2024; quasi 6 aziende su 10 restano a guardare dalla finestra, mentre l’industria dell’auto, altrove, si muove con grande rapidità.
In Cina è stata talmente veloce, che nel Piano quinquennale di Pechino si è deciso di rallentare e puntare all’export delle auto elettriche e ibride per non saturare il mercato interno, da qui si capisce perché quello europeo è preso d’assalto da brand asiatici.
Il peso dell’attesa mentre il mondo accelera
A casa nostra però, le tensioni geopolitiche costanti, la transizione energetica insicura, la domanda debole del mercato europeo, incutono timore alle nostre imprese che cercano la zona di comfort, investendo su quello che conoscono già.
Infatti, il report di TEA guidato dal Center for Automotive & Mobility Innovation della Venice School of Management – Università Ca’ Foscari, ci dice anche che il 42% non investe neanche in innovazione di processo nel triennio, mentre il 52% della filiera resta su componenti “invarianti” rispetto al powertrain, ovvero non direttamente legati né al motore termico né a quello elettrico.

Sarà stata solo una frenata strategica in attesa di sapere che cosa avrebbe deciso o cambiato Bruxelles sulle auto elettriche?
Il beneficio del dubbio è lecito, visto che proprio allo scoccare della fine del 2025 la Commissione UE ha sviato dallo stop alle auto endotermiche al 2035, abbracciando una strada più cauta. Il report, infatti, è stato realizzato prima di quella data.
Ma restiamo su questa fotografia, da cui, nonostante le molte ombre, emerge una luce evidente, quasi un faro.
Chi investe nell’elettrico cresce
Quel 15,4% di imprese che stima di fare innovazione di prodotto per i veicoli full electric, vede una crescita nel comparto occupazionale dell’1,8% contro una contrazione dei posti di lavoro dell’automotive tradizionale del 4,9%.
“Questo lavoro – sottolinea Fabio Pressi Presidente di Motus-E presente alla conferenza di presentazione al Ministero – deve indirizzare il trend dell’industria per capire come saranno le tecnologie del futuro. Lo studio di TEA riflette ciò che pensa il settore dell’automotive rispetto all’elettrificazione”.
E prosegue: “Oggi il 75% delle aziende ha prodotti che non sono solo termici, ma elettrici, anche se molte non hanno business plan capaci di pianificare strategie a lungo termine. A livello globale un’auto su tre ha la spina per la ricarica, significa che è ormai è iniziato il trend di trasformazione. Ma noi dobbiamo aiutare la filiera a capire come dirottare gli investimenti per crescere”.
Per l’industria italiana “si tratta di un’opportunità, a patto – aggiunge Francesco Zirpoli, direttore dell’Osservatorio TEA – di non considerarla un’inversione di rotta: la transizione resta guidata dagli investimenti in digitalizzazione, automazione ed elettrificazione, già fortemente avanzati soprattutto in Asia e sui quali l’Italia non può restare indietro”.
Il paradosso dell’innovazione senza competenze
Paradossalmente, proprio le aziende più innovative che puntano sulla mobilità elettrica soffrono nella ricerca di personale specializzato.

In particolare non si trovano ingegneri specializzati in elettronica di potenza, energetici, meccatronici, progettisti software, gestione energetica, specialisti in IA.
Di fatto, la tanto sbandierata intelligenza artificiale, ormai entrata anche nelle auto, per le aziende del settore sembra quasi un’illustre semi-sconosciuta.
Infatti, il suo utilizzo ha un impatto minimo nell’ottimizzazione dei processi produttivi per l’80% delle aziende del campione, mentre il restante 20% (di cui il 61% investe in innovazione EV) ritiene che l’IA avrà un ruolo positivo.
Tutto questo, sconta la difficoltà dell’intero sistema Italia nel saper intercettare il cambiamento del mercato, e spingere le nuove generazioni a formarsi nelle professioni del futuro.
Ora, per sostenere la transizione e preservare la competitività della filiera, dalla Survey 2025 di TEA emergono anche alcune richieste chiare da parte delle imprese che si rivolgono all’apparato governativo e statale
Tra le priorità assolute ci sono la riduzione del costo dell’energia per gli impianti produttivi, la semplificazione burocratica legata agli investimenti. Interventi ritenuti più urgenti rispetto ai soli incentivi alla domanda.
Urso rilancia l’automotive europeo
A chiudere la presentazione della Survey 2025 dell’Osservatorio TEA, l’arrivo del ministro Adolfo Urso.
Il responsabile del ministero delle imprese e del made in Italy ha sottolineato la necessità di “un grande lavoro di riforme che finalmente si è aperto in Europa, di cui l’Italia è protagonista”.

Urso sottolinea la necessità di una soluzione al problema industriale dell’auto a livello europeo: “E stiamo provando a risolverlo in Europa. Abbiamo avuto ragione: quando presentammo il nostro non-paper nel settembre 2024 eravamo tra i pochi a chiedere che si riaprisse il dossier sulla revisione del regolamento CO2. Dobbiamo costituire le maggioranze in Europa, lo stiamo facendo e lo dimostra il documento congiunto con la Germania, il lavoro fatto con la Francia e con gli altri paesi che hanno condiviso le nostre posizioni”.
Il ministro Urso nei prossimi giorni aprirà il tavolo sull’automotive italiana al MIMIT e il 12 febbraio sarà di nuovo a Bruxelles, per allargare le maglie europee. Su che cosa? “La neutralità tecnologica è un dossier importante, dobbiamo avere autonomia strategica nelle batterie, oggi siamo in mano ad altri attori che in dieci anni hanno sviluppato questo comparto”.
Ma Urso rilancia anche il ricorso ai biocarburanti per l’auto e per l’industria, anche se per per restare veramente competitivi, conclude il ministro si deve investire in “siderurgia, chimica, microelettronica, IA settori importanti per l’industria dell’auto italiana ed europea”.











