
Quello della mobilità è uno dei più discussi & discutibili fra i romanzi italiani mai scritti, in cui gli autovelox sono da sempre personaggi ambigui, perfidi e controversi.
C’è chi li considera veri guardiani della sicurezza e chi invece li vede come esattori spietati, dotati di un obiettivo fotografico.
Per l’ennesima volta, nelle scorse ore, il governo ha dichiarato di voler provare a riscrivere la trama della vicenda, introducendo una data destinata a segnare una linea temporale: il 2017, spartiacque tra un passato “incerto” e un futuro più regolato.
O quantomeno normale, diciamo.
Secondo la nuova impostazione, annunciata dal ministro dei trasporti Salvini nel corso del question time alla Camera, i dispositivi approvati dopo quell’anno sarebbero considerati automaticamente conformi ai requisiti di omologazione, mentre quelli precedenti potranno restare in funzione solo se adeguati agli standard tecnici più recenti.
Una decisione che dovrebbe mettere la parola fine a un’epoca di installazioni poco trasparenti, con apparecchi comparsi sulle strade come funghi dopo la pioggia e piogge di denaro contante finito improvvisamente nelle casse dei comuni.
A raccontare la vicenda si rischia di immaginare un mondo distopico dove l’unica regola è non avere regole, ambientato in un territorio disseminato di strumenti di cui quasi nessuno sapeva nulla.
Ognuno faceva e intascava quel che gli sembrava più giusto.
Per superare il caos, il ministero ha introdotto una piattaforma nazionale che consente di consultare i dati di ogni dispositivo autorizzato. Una sorta di “anagrafe dei velox” accessibile online, dove l’automobilista può verificare in autonomia se la multa ricevuta proviene da un apparecchio in regola.
Il censimento che non ti aspetti
Quando si sono accesi i riflettori su questa rete di controlli, la realtà è apparsa subito meno rassicurante del previsto. Su circa 11mila o poco più autovelox segnalati da nord a sud, meno di 4.000 risultavano registrati dagli enti locali.
E tra questi, solo una minima parte era allineata ai criteri del nuovo schema normativo.
Un dato che ha alimentato polemiche e timori, soprattutto per le conseguenze legali. In alcune città, le prefetture hanno preferito sospendere autorizzazioni già concesse, temendo ricorsi o contestazioni in vista di regole più stringenti.
Ma anche per evitare il rischio che multe emesse da dispositivi non perfettamente conformi possano diventare terreno fertile per battaglie giudiziarie e class-action, con effetti a catena sui bilanci pubblici e soprattutto sulla credibilità del sistema.
Il decreto fantasma
Il nuovo decreto sull’omologazione degli autovelox è ancora in fase di valutazione europea. Notificato alla Commissione all’inizio di quest’anno, dovrà attendere la fine del periodo di studio prima di diventare operativo, e fino ad allora si vive in una sorta di zona grigia dove a regnare sono l’incertezza e l’indecisione.
L’attesa non fa che rinforzare un nodo tipicamente italiano: si litiga si strumenti che non hanno ancora nulla di definitivo, mentre le strade continuano a essere percorse da milioni di veicoli ogni giorno.
La funzione dimenticata
Perché, detto in modo chiaro, nel mezzo di una guerra fatta di odio profondo e carte bollate, il rischio è di dimenticare il punto essenziale: gli autovelox, al di là di parole e posizioni politiche, come dimostrato da studi recenti, hanno dimostrato di poter ridurre in modo drastico il numero di incidenti e soprattutto la loro gravità.
Ed è un aspetto che raramente conquista i titoli di prima pagina, forse perché meno spettacolare del dare fiato a gente che si insulta e minaccia sui social.
Eppure, basterebbe pensare dietro ad ogni numero percentuale si nasconde un incidente evitato, una famiglia risparmiata da una perdita, una vita che prosegue.
Se fossimo un Paese vagamente normale e non abitato da gente che meriterebbe soggiorni alla neurodeliri, la discussione dovrebbe concentrarsi su come migliorare la trasparenza e l’efficacia dei controlli, non su come eliminarli.
La caccia alle assicurazioni fantasma
Se la questione autovelox infiamma gli animi, quella dell’evasione assicurativa rischia quasi di passare in second’ordine malgrado sia ad altissimo rischio. Lo scorso anno, secondo i dati della polizia stradale, su 1,5 milioni di veicoli controllati 30mila non erano in regola con l’assicurazione. Mica cotiche.
Il governo sta preparando una norma per contrastare la circolazione di veicoli privi di copertura obbligatoria RC, un fenomeno sempre più diffuso che coinvolge milioni di mezzi e incide sui costi sostenuti dagli automobilisti in regola.
Lo stratagemma proposto è di sfruttare al massimo tecnologie già diffuse, come le telecamere dei varchi urbani, i sistemi Tutor e i dispositivi di rilevamento automatico, per incrociare i dati delle targhe con i database delle compagnie assicurative.
Un sistema capace di individuare in tempo reale chi guida senza assicurazione andando a colpo sicuro per bloccarlo.
Il progetto, però, richiede una legge specifica e il coinvolgimento di più istituzioni, tra cui l’autorità di vigilanza assicurativa e il garante per la protezione dei dati personali, perché a rappresentare il principale ostacolo è la privacy: oggi le targhe possono essere registrate solo in presenza di un’infrazione, e ampliare la possibilità richiede un equilibrio delicato tra sicurezza e tutela dei diritti.
Tecnologia contro furbetti (e costi)
Dietro la crociata contro le auto non assicurate si nasconde una questione economica di enorme impatto: chi circola senza copertura non solo espone sé stesso e gli altri a rischi enormi, ma contribuisce a far aumentare i premi per tutti gli altri.
In caso di incidente, il risarcimento passa spesso attraverso il “Fondo vittime della strada”, trasformando una violazione individuale in un onere collettivo.
L’introduzione di controlli automatizzati potrebbe ridurre drasticamente il fenomeno, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di integrare la tecnologia con le norme giuridiche. Un’operazione complessa che richiede tempo, coordinamento e una discreta dose di serietà.
La politica del traffico permanente
Nel frattempo, il dibattito pubblico continua a oscillare tra promesse di un nuovo ordine e paure di altre spese e complicazioni, dando sempre più l’idea che la mobilità sia diventata un ring politico dove ogni tentativo di cambiare le cose si trasforma in una guerra santa. Una di quelle cose che sulla carta vogliono tutti, a patto però che a pagare siano gli altri.
















