
Sorpresa: l’auto del futuro somiglierà sempre meno ad un’auto. Sarà un veicolo, questo sì, ma dal design spinto, avveniristico e perfino monolitico, con interi pensati per coccolare e rilassare i passeggeri durante il percorso da A andrà verso B, ovviamente affrontato da sola, in piena autonomia, senza alcun bisogno di intervento umano.
È il riassunto dei pensieri sottili e sofisticati insieme dei giovani laureandi dello Master in Trasportation Design dello IED, impegnati per un anno intero nella tradizionale tesi di fine corso, quella che dopo tanta teoria li porta a cimentarsi sul campo, rispettando leggi della fisica e richieste dei costruttori, esattamente ciò che faranno trovando lavoro nel settore.
Il tempo della mobilità
Dal 26 marzo al 3 maggio, il MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile ospita “TIME. A Manifesto for Future Mobility”, una mostra immersiva che riassume l’anno più creativo del corso questa volta concluso con una concept a guida autonoma nata nei laboratori torinesi dello IED in collaborazione con Tesla.
Un progetto che diventa un’analisi non tanto su come ci muoveremo, quanto piuttosto su come interpreteremo il movimento da qui ad una manciata d’anni.
Per i giovani designer, messi alla prova dagli input che arrivavano dalla sede californiana di Tesla, il veicolo del futuro è destinato a smettere di essere un semplice e banale mezzo di trasporto per trasformarsi in un ambiente mobile.
Nel tempo che verrà, evocato dagli studenti del Master in Transportation Design il tempo del tragitto non sarà più una parentesi da subire, ma una ghiotta risorsa da sfruttare.
Quella che loro hanno definito la “25esima ora” di una giornata, sottratta al traffico e restituita alla vita, alle relazioni, al pensiero o anche al dolce far niente di godersi il viaggio, perché no. Un tempo che non compare in agenda ma cambia il senso stesso dello spostarsi.
Tutto, tranne che un’auto
TIME non ha volante, pedali e tantomeno i maxi-display che oggi dominano gli abitacoli. Non è che li rifiuta per nostalgia, ma per una precisa scelta progettuale: l’esperienza è pensata per essere fluida, quasi invisibile nella sua componente tecnologica, e la guida autonoma è il presupposto, non il tema centrale.
Il risultato è un corpo vettura che sembra scolpito in un unico blocco con volumi netti, superfici continue, geometrie che giocano sul filo della simmetria tra fronte e retro.
Il segno distintivo è un cuneo strutturale — un omaggio alla tradizione del design italiano — che unisce tetto, parabrezza e posteriore in un unico tratto. A interrompere la massa compatta, un elemento laterale a forma di clessidra che diventa la firma visiva del progetto.
Gli elementi luminosi attraversano l’auto in verticale e orizzontale, richiamando il linguaggio stilistico delle Tesla attuali, mentre le ruote quasi scompaiono: più evocate che mostrate, sembrano cavità nella carrozzeria, come se il movimento fosse possibile grazie ad una forza invisibile.
Dall’esterno razionale all’interno umano
Se la pelle esterna è algida e quasi architettonica, l’abitacolo ribalta la prospettiva.
Qui dominano colori caldi, superfici morbide, configurazioni aperte, come dev’essere per un progetto partito dall’interno per poi svilupparsi verso l’esterno: una logica che, secondo i progettisti, diventerà sempre più centrale nel design delle auto autonome.
Gli schermi invadenti lasciano il posto a proiezioni attivate solo quando necessario, mentre il resto del viaggio si trasforma in una parentesi di quiete, concentrazione o socialità.
Non un catalogo di funzioni predefinite, ma uno spazio che si adatta alle attività di chi lo abita.
Lo sguardo di Musk
La concept è frutto di cinque mesi di sviluppo intensivo del progetto, con revisioni settimanali seguite dai designer Tesla e pare visionato anche da Elon Musk in persona, mentre i team creativi dell’azienda hanno fatto più visite nella sede torinese dello IED.
Una collaborazione che, nelle parole della direttrice Paola Zini, ha offerto agli studenti un contesto reale per riuscire ad immaginare ciò che ancora non esiste.
Non è la prima volta che l’istituto coinvolge grandi marchi: negli anni le concept car in scala 1:1 realizzate dagli studenti sono nate anche con la collaborazione di Ferrari, Pagani, Mitsubishi, Alpine e Suzuki.
Un’esperienza che, dati alla mano, si traduce in opportunità concrete: l’80% dei diplomati trova lavoro entro quattro mesi.
La mostra come racconto del metodo
Al MAUTO, TIME non è esposta come semplice prototipo ma come punto d’arrivo di un percorso. L’allestimento — firmato da Francesco Librizzi Studio con identità visiva di FIONDA e direzione creativa di PEPE Fotografia — guida il pubblico tra installazioni visive e sonore, riflessioni e scenari futuri.
Tra le voci coinvolte nel racconto, figure come Alessandro Lago, Lowie Vermeersch, Lorenza Bravetta e Carlo Ratti, chiamate a dire la propria sulle trasformazioni della mobilità urbana, delle infrastrutture e dei servizi, per offrire al visitatore attraversa non solo la vista di un oggetto, ma uno sguardo su un vero ecosistema di idee.
Nel cuore del percorso emerge anche il ruolo delle nuove tecnologie progettuali: gli studenti hanno utilizzato “DIGIPHY”, piattaforma sviluppata da Granstudio che integra realtà virtuale e supporti fisici, permettendo di testare soluzioni in modo dinamico e interattivo.
Un laboratorio globale nel cuore di Torino
Dal 1994 la sede torinese dello IED è diventata un punto di riferimento internazionale per la formazione nel Transportation Design, con oltre 300 studenti iscritti ai corsi dedicati alla mobilità, più della metà dei quali provenienti dall’estero.
Un contesto multiculturale che trasforma la ricerca progettuale in terreno di confronto continuo con l’industria.
Alla fine, il risultato dello sforzo di un 13 giovani provenienti da ogni parte del mondo è una speranza più che una domanda: se il futuro dell’auto sarà davvero autonomo, a cambiare sarà soprattutto il modo in cui torneremo a vivere il tempo.
E questa, è un’ottima notizia.


















