martedì 19 Maggio 2026 - 01:12:58

Home News Attualità Polvere bianca sul volante

Polvere bianca sul volante

Parcheggio di Vingone, autostrada A1, 6 maggio 2026. È mattina. Gli agenti della Polizia Stradale, affiancati da colleghi di Austria, Slovenia, Croazia e Belgio, hanno appena finito di smontare il loro laboratorio mobile.

Più di 100 i veicoli controllati, 120 persone, 90 infrazioni contestate, 75 test antidroga eseguiti. Di questi, cinque sono risultati positivi alla cocaina, tre italiani e due extracomunitari che trasportavano merci sull’asse portante d’Italia con la neve sotto il naso. E non è una sorpresa.

Il vizio del chilometro

Chi guida un autoarticolato conosce bene la della stanchezza: turni infiniti, notti in cabina, scadenze impossibili e una logistica che non perdona i ritardi.

E per qualcuno, non tutti, sia chiaro, la cocaina, in questo universo parallelo che scorre sull’asfalto mentre il resto del paese dorme, è diventata una soluzione: tiene svegli, annulla la fatica e trasforma sei ore insostenibili in qualcosa più gestibile.

Il problema è che si tratta di un’illusione. A 90 km/h su un mezzo da 40 tonnellate, un secondo di distrazione o un colpo di sonno possono cancellare tutto nel raggio di qualche centinaio di metri.

Il commissario capo Davide Pani, che ha coordinato le operazioni, ha definito sicurezza stradale e legalità nel lavoro “due facce della stessa medaglia”.

Una frase che fotografa esattamente il punto: il problema non è solo il singolo camionista che si fa una riga per arrivare a destinazione. È il meccanismo che produce quella scelta.

La legge cambia idea

Nel 2024, il Codice della Strada viene riformato con la mano pesante del ministro Salvini il quale, tra le polemiche, si trova persino a battibeccare con Vasco Rossi sulla nuova stretta.

L’articolo 187 smette di punire chi guida “in stato di alterazione psico-fisica” e inizia a punire chi guida semplicemente “dopo aver assunto” stupefacenti.

Una differenza sottile che nasconde un abisso giuridico: nella nuova formula, è potenzialmente perseguibile anche chi ha fumato uno spinello settimane prima.

I giudici di Siena, Macerata e Pordenone si rivolgono alla Corte Costituzionale. La Consulta, pochi giorni fa, non boccia la norma ma la piega.

Stabilisce che la punibilità scatta solo quando l’assunzione è abbastanza recente e intensa da compromettere la guida: bisogna che le sostanze rilevate nei liquidi corporei siano “generalmente idonee, sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, a determinare in un assuntore medio un’alterazione delle condizioni psico-fisiche”.

In pratica, la Corte reintroduce di soppiatto il concetto di alterazione effettiva che la riforma aveva tentato di eliminare.

Il Codacons approva tecnicamente ma teme le ricadute sulla sicurezza. I Radicali italiani attaccano frontalmente: la norma, dicono, finisce per essere “incostituzionale nella misura in cui” richiede un accertamento di effettiva incapacità, ma lo fa attraverso analisi tossicologiche invece che valutazioni mediche.

“Una conclusione che lascia interdetti”, scrivono. Anche chi era favorevole alla stretta non è del tutto soddisfatto.

La legge è cambiata, poi è stata reinterpretata, poi è stata corretta in via amministrativa con una circolare dell’aprile 2025 tra i Ministeri dell’Interno e della Salute.

Tre anni di aggiustamenti per approdare a qualcosa che somiglia vagamente al punto di partenza.

Il problema del test sbagliato

C’è un’altra crepa nel sistema, e arriva dagli Stati Uniti, dove i test rapidi antidroga, quelli salivari e colorimetrici usati anche in Italia come primo accertamento, stanno alimentando un dibattito scientifico sempre più acceso.

Ricercatori dell’Università della Pennsylvania hanno pubblicato dati che contraddicono le dichiarazioni dei produttori: se questi ultimi sostengono che il margine di errore si aggira intorno al 4%, lo studio indipendente lo colloca tra il 15% e il 38%.

Il Dipartimento di Investigazione di New York ha rilevato tassi di errore addirittura tra il 79% e il 91% in alcuni istituti penitenziari.

Le storie che emergono da questi dati non sono astratte. Shai Werts, ex quarterback universitario, viene fermato in Carolina del Sud per eccesso di velocità: un test rileva tracce di cocaina sul cofano della sua auto, viene sospeso dalla squadra, la sua reputazione va a pezzi. Salvo poi scoprire che si trattava di escrementi di piccione.

In Illinois, Dartavius Barnes viene fermato con le ceneri della sua bambina morta a due anni: i poliziotti analizzano le polveri nonostante le sue richieste di non farlo, e dichiarano di aver trovato metanfetamina o ecstasy.

La California ha già risposto con una legge: i test rapidi possono essere usati, ma da soli non bastano per arrestare nessuno.

In Italia, il sistema prevede già un doppio accertamento, il precursore salivare e poi un’analisi di conferma in laboratorio.

Ma i casi americani spalcano le porte ad una domanda che vale anche qui: quanta fiducia merita un test che, in condizioni reali, può sbagliare quasi una volta su tre?

Tir e laboratori mobili

Tornando alla A1, la risposta istituzionale va nella direzione giusta: più controlli, cooperazione europea e tecnologie precise.

Il laboratorio mobile della Polizia Stradale non si limita al test salivare di prima battuta: in caso di positività preleva due campioni, uno analizzato sul posto e uno inviato per la conferma definitiva.

Le sanzioni per chi viene trovato positivo con conferma sono pesanti: ritiro immediato della patente, possibile revoca, conseguenze penali e la possibilità di perdere il lavoro, con licenziamento per giusta causa.

È un deterrente reale. Ma da solo non basta a rispondere alla domanda che resta sullo sfondo: perché un lavoratore sceglie di mettersi alla guida di 40 tonnellate con la cocaina in corpo? La risposta, probabilmente, non sta nel laboratorio mobile.