martedì 12 Maggio 2026 - 19:35:55

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L’onda lunga del conflitto travolge la gomma

Il conflitto che si è scatenato nel Golfo non è più una partita geopolitica, per quanto delicata, ma sta già incidendo in modo concreto sugli equilibri industriali europei.

A evidenziarlo è Fabio Bertolotti, direttore di “Assogomma”, intervenuto a “#FORUMAutoMotive”, tradizionale serbatoio di idee e confronti in scena in questi giorni a Milano, per commentare i dati dell’indagine realizzata dal Centro Studi dell’associazione sui prezzi delle materie prime.

Una rilevazione che, pur basandosi sulle risposte di circa un quarto delle imprese associate, è sufficiente per scattare una fotografia nitida sul paesaggio di un settore alle prese con un’improvvisa accelerazione dei costi e con un livello di incertezza che rischia di compromettere la programmazione.

Quando domina la paura

Secondo Bertolotti, al di là della crisi, l’incertezza è oggi il principale fattore di criticità per le aziende, perché non si tratta soltanto di gestire rincari più o meno consistenti, ma di trovarsi immersi in un contesto nel quale le variabili di mercato mutano con una rapidità tale da rendere difficile qualsiasi previsione strategica.

Una situazione che mette alla prova non solo la solidità finanziaria delle imprese, ma soprattutto la loro capacità di reagire a shock esterni che ormai si fanno sempre più frequenti.

Prezzi in salita, la dinamica già in atto

Sono i numeri a raccontare la situazione meglio di ogni altra parole: il 63% delle imprese segnala aumenti scattati dopo il 28 febbraio, con rincari che nella maggior parte dei casi oscillano tra il 3 e il 10%.

Ma con l’eccezione di alcune materie prime, come le gomme sintetiche NBR e polibutadiene, che hanno fatto registrare picchi fino al 50%, dando uno scossone ad un comparto caratterizzato dalla forte volubilità. Non sono episodi isolati, quanto piuttosto segnali di una mutazione in atto nelle dinamiche di approvvigionamento e nei rapporti di forza lungo la filiera industriale.

Ma c’è di peggio, perché l’aspetto più critico è che questi aumenti rappresentano solo la prima fase di una tendenza destinata a intensificarsi: dal 1° aprile sono previsti ulteriori rincari, già annunciati da molti fornitori, scatenando un’evoluzione che rischia di innescare un effetto domino sui costi di produzione, con ripercussioni che potrebbero estendersi a numerosi settori industriali, dall’automotive alla meccanica, fino ai beni di consumo.

Forniture opache e catene del valore sotto stress

Se l’aumento dei prezzi è il segnale più immediato della crisi, la mancanza di trasparenza nelle forniture è una minaccia altrettanto significativa.

Quasi la metà dei fornitori non comunica quotazioni né tempi di consegna e, in alcuni casi, sospende di accettare nuovi ordini, rendendo la gestione delle scorte e dei cicli produttivi ancora più complessa e costringendo le imprese ad operare in un contesto di forte incertezza.

Le cause sono tante. L’oscillazione dei prezzi petroliferi e dei derivati incide direttamente sui costi delle materie prime chimiche, mentre le difficoltà logistiche e l’aumento dei costi energetici aggravano ulteriormente la pressione sulle catene di approvvigionamento.

A tutto questo si aggiunge la scarsità di alcune materie prime di base, che contribuisce a ridurre la disponibilità e ad alimentare la spirale dei rincari.

Energia e trasporti, il vero impatto deve ancora arrivare

Un elemento spesso sottovalutato riguarda il fatto che i rincari attuali non incorporano ancora pienamente l’aumento dei costi energetici per la trasformazione industriale né quello dei trasporti.

Si tratta di variabili che potrebbero incidere in modo determinante nei prossimi mesi, spianando la strada ad ulteriori incrementi del prezzo finale dei prodotti. In altre parole, il settore si trova di fronte a una crisi “a più livelli”, nella quale gli effetti diretti del conflitto si combinano con fattori economici già in tensione.

Visto nel suo complesso, lo scenario rischia di mettere sotto pressione soprattutto le imprese di dimensioni medio-piccole, meno attrezzate per assorbire shock improvvisi o rinegoziare i contratti di fornitura, con la possibile conseguenza di un rallentamento degli investimenti e una profonda revisione delle strategie industriali, con effetti a cascata sull’intero sistema produttivo.

Europa, l’epicentro dei rincari

Un dato particolarmente significativo riguarda la geografia degli aumenti. Circa la metà delle segnalazioni proviene da forniture europee, uno dei segnali secondo cui il Vecchio continente sta assorbendo in modo rapido e diretto l’impatto delle tensioni internazionali.

E il fenomeno evidenzia come le catene del valore globali, pur essendo interconnesse, possano trasmettere gli shock con intensità diversa a seconda delle aree geografiche.

L’Europa, in questo contesto, è particolarmente esposta, visto che la dipendenza energetica e la forte integrazione industriale rendono il sistema produttivo più vulnerabile alle oscillazioni dei mercati globali, trasformando le crisi geopolitiche in fattori di instabilità economica interna.

Una crisi che ridisegna gli equilibri industriali

La situazione in atto sembra suggerire che l’impatto del conflitto nel Golfo potrebbe andare ben oltre la contingenza, contribuendo a ridisegnare gli equilibri industriali nel medio periodo.

Le imprese, dal canto loro, sono chiamate a ripensare strategie di approvvigionamento, politiche di investimento e modelli di gestione del rischio, perché in gioco non c’è solo la sostenibilità dei costi nel breve termine, ma la capacità di mantenere alta la competitività in un contesto internazionale sempre più delicato e instabile.

È in questo territorio che la gomma – materiale spesso invisibile al consumatore finale – diventa un indicatore sensibile delle tensioni che attraversano l’economia globale.

Mentre i mercati reagiscono alle notizie provenienti dal Golfo, le imprese europee si trovano a fare i conti con una realtà in cui i giochi geopolitici entrano a gamba tesa nei bilanci aziendali.