
Oltre al controllo doganale, la “Border Patrol” americana nasce per vigilare sui varchi e le lunghe frontiere statunitensi.
Un organo di controllo dotato di sistemi all’avanguardia di sorveglianza fissa e mobile che includono radar, sensori e dispositivi di visione termica, oltre a droni, aerei ed elicotteri per il costante pattugliamento aereo.

Un’inchiesta che sta facendo rumore
Fin qui nulla di strano, un normale corpo di polizia come tanti, se non fosse per il vaso di Pandora scoperchiato da un’inchiesta dell’Associated Press, che ha denunciato come la Border Patrol utilizzi le proprie tecnologie per seguire e monitorare gli spostamenti in auto di milioni di americani in tutti gli Stati Uniti.

In pratica, ha svelato la AP, la polizia di frontiera statunitense raccoglie da tempo in un database le targhe di tutti i veicoli in movimento che sono poi analizzate da un sofisticato sistema di analisi predittive e corredate da un fitto scambio di informazioni con le forze dell’ordine locali.
Molti i traffici sgominati
Messa alle strette da un’ondata di indignazione pubblica che parla di un “Grande fratello” automobilistico, la “CPB” (Customs and Border Protection), l’agenzia federale da cui dipende la polizia di frontiera, si è difesa spiegando che le targhe vengono lette secondo precisi criteri di prevenzione contro possibili minacce alla sicurezza nazionale e come contrasto ai traffici della malavita.
A dimostrazione dell’efficacia della procedura, la CPB cita diversi casi di corrieri della droga e contrabbando intercettati dalle forze dell’ordine.
Ma si è guardata bene dal fornire spiegazioni tecniche, aggiungendo invece che una legge permette alla Border Patrol di intervenire ovunque ritenga necessario, in barba alle canoniche 100 miglia di giurisdizione dai confini entro cui sarebbe autorizzata ad agire. Detto in altre parole: facciamo quello che vogliamo, e dove vogliamo.
I controlli causali che indignano
Il risultato sono numerosi casi di “whisper stops”, controlli stradali all’apparenza casuali e in realtà richiesti dalla Border Patrol seguendo quanto riportato dai sistemi di analisi predittiva, processo che analizzando dati storici, tecniche, statistiche, machine learning e IA identifica modelli e prevede possibili reati futuri.

Ma spesso sbaglia, come – al netto dei successi contro i traffici malavitosi – hanno imparato a proprie spese ignari cittadini statunitensi fermati e bloccati per ore dalla polizia perché un algoritmo si era incaponito su di loro, e faticava ad accettare di aver sbagliato.
Una questione di libertà
L’inchiesta ha aperto una voragine che ha finito per coinvolgere giuristi e costituzionalisti, scatenando le ire di organizzazioni per i diritti civili che parlano di un sistema che nel tempo avrebbe accumulato un’immensa quantità di informazioni su milioni di americani, così dettagliate da poter ricostruire per ognuno spostamenti, attività, passioni, perfino relazioni personali e immagini, visto che a tutto questo si aggiunge l’accesso completo ai sistemi di riconoscimento facciale.
Da giorni, fra gli stracci che volano senza sosta, c’è chi parla di “sorveglianza di massa” e chi definisce la vicenda come “Un perfetto esempio di un sistema che rischia di comprimere la libertà di movimento di milioni di persone”.
E questo, l’analisi predittiva non l’aveva previsto.
















