
L’esperimento è semplice: basta prendere un italiano qualsiasi, metterlo in macchina e chiedergli di darsi un voto per come guida. La risposta tipica sarà quella impanata con la modestia, tipica della specie italica: non meno di 7,8 su 10.
Un automobilista bravo, responsabile e attento che usa le frecce, allaccia la cintura e non beve. Un modello, via.
Poi, di seguito, è sufficiente chiedergli cosa pensa degli altri automobilisti, quelli che incontra ogni giorno e con cui condivide strade, sorpassi, semafori e parcheggi.
A quel punto calerà il silenzio, il più delle volte seguito da un sospiro: “Una vergogna”.
Il gap tra l’autovalutazione e il giudizio sul prossimo è di 2,6 punti, ed è il dato più comico della questione.
La quinta edizione della “Ricerca sugli Stili di Guida” commissionata da “Anas”, più di 4mila interviste e 5mila osservazioni dirette su dodici strade italiane, è la foto di un Paese in cui tutti conoscono le regole, le approvano con entusiasmo, poi però si siedono al volante e fanno più o meno quello che gli pare.
È una ricerca seria, metodologicamente rigorosa, come tiene a precisare il professor Marcello Chiodi, presidente della Società Italiana di Statistica. I risultati, però, hanno la tipica costruzione di una barzelletta.
Croce & vivavoce
Partiamo dal dato principale: solo il 41,9% degli italiani usa correttamente lo smartphone alla guida, ovvero con assistente vocale o bluetooth.
Sembra poco solo perché in effetti è poco.
Il 14,6% digita il numero prima di attivare il vivavoce, che è un po’ come lavarsi le mani con i guanti, l’8,9% guida con il telefono in mano e il 34,5% non lo usa mai.
Il 75% degli intervistati ritiene lo smartphone pericoloso alla guida, ma questo significa che tre quarti del campione sa perfettamente cosa non si dovrebbe fare, ma una parte lo fa lo stesso e non per ignoranza ma per quello che gli psicologi chiamano bias ottimistico, più o meno traducibile nel solito “tanto a me non capita”.
I soggetti più indisciplinati, registra la ricerca, sono i guidatori di veicoli a noleggio, quelli che non pagano l’assicurazione di tasca propria, seguiti dai meno esperti e dai motociclisti.
Incidentati e impuniti
Tra chi ha dichiarato di aver avuto un incidente negli ultimi due anni, il 7,9% del campione, il 90,8% ammette di usare il cellulare alla guida, contro il 65% della media generale.
Ma vale la pena ribadire il concetto: chi ha già avuto un sinistro usa il telefono più degli altri. Come se l’incidente, anziché funzionare da deterrente, abbia lasciato come strascico l’idea di un dispetto.
Con una certa coerenza, tra chi ha avuto un incidente il gradimento per il nuovo Codice della Strada scende dal generale 86% al 76,9%. Più si è a rischio, meno si accetta la regola.
Vale anche per i giovani, i motociclisti e i guidatori di veicoli a noleggio, gente che conosce le norme (81%), le approva in astratto (86%), ma fatica enormemente ad accettarle quando si tratta della propria condotta.
È una “frattura selettiva”, come la chiama pudicamente la ricerca, in pratica il principio per cui le regole sono valide e gli altri devono rispettarle, e che diamine.
L’illusione delle strade di casa
Il 76,3% degli intervistati ammette che guidare in un luogo familiare abbassa la soglia di attenzione, un’autocritica lodevole se non fosse che solo il 31,6% sa indicare i contesti in cui bisognerebbe essere più concentrati.
In compenso il 41,5% non è d’accordo con questa premessa e il 27% non risponde, forse perché era distratto.
Il risultato è che il pericolo massimo si annida vicino casa, dove ci si sente più sicuri. L’attenzione è “adattiva”, scrive Anas: diventa massima col maltempo o nei pressi di un autovelox e minima sotto casa propria, su strade che si conoscono a memoria.
Un quadretto preciso di come funziona la mente umana sotto pressione o in sua assenza.
Frecce 8,5, frecce degli altri 5,4
I numeri sul divario tra autopercezione e percezione altrui meritano uno spazio a parte. Gli italiani si assegnano 8,5 per l’uso degli indicatori di direzione e agli altri concedono 5,4, si attribuiscono 8,4 per la guida sobria riservando al resto del genere umano 5,5, si concedono il 7,8 personale per il rispetto dei limiti di velocità, lasciando gli altri al 4,9, per finire si assegnano 7,8 sull’uso del cellulare, relegando il resto del pianeta a 4,8.
Un meccanismo secondo cui ogni automobilista è contemporaneamente il guidatore più responsabile della carreggiata o lo spettatore più indignato di tutti gli altri.
Chiodi lo spiega con efficacia: “il pericolo viene percepito come qualcosa causato dagli altri”, ma la sostanza è che siamo un popolo convinto di meritarsi una corsia preferenziale, in tutti i sensi.
La buona notizia è che il gap complessivo è sceso da 2,9 a 2,6 punti rispetto al 2024, significa che stiamo diventando leggermente meno ipocriti, il che è già qualcosa, anche se il margine di miglioramento rimane assai generoso.
Monopattini, terrore diffuso
Il 68,6% del campione valuta il monopattino elettrico come un mezzo pericoloso. I giovani tra 18 e 24 anni gli assegnano 5,5 su 10, quasi la sufficienza, gli over 65 si fermano a 3 e il 76,5% non lo usa e non ha nessuna intenzione di farlo.
Le colpe, secondo gli intervistati, ricadono sull’imprudenza dei conducenti (55,1%), la mancanza di protezioni (37,2%), l’uso sui marciapiedi e aree pedonali (36,5%), la scarsa visibilità nel traffico (32,9%) e la conoscenza approssimativa del codice stradale (29,3%), per finire con il 57,4% secondo cui le norme attuali sono troppo permissive.
L’angolo delle buone notizie
Sarebbe ingeneroso tralasciare qualche stilla di positività come ad esempio l’uso delle cinture di sicurezza posteriori, ad esempio, passate dal 24,3% del 2022 all’attuale 64,7%, quaranta punti percentuali in tre anni, mica cotiche.
Le cinture anteriori sfiorano ormai la quasi-universalità, con il conducente al 91,1% e il passeggero al 95,4%, il mancato rispetto del divieto di sorpasso è sceso dal 17% del 2022 al 14,3% attuale, un calo lento ma costante.
Resta sullo sfondo la “Vision Zero europea”, zero morti sulle strade entro il 2050, citata dall’AD di Anas Claudio Andrea Gemme come l’orizzonte verso cui puntare.
Un obiettivo nobile, e la distanza che separa l’Italia dal traguardo si può tranquillamente misurare nei 2,6 punti di gap tra come pensiamo di guidare e come guidiamo davvero.











