
Maria Weston Kuhn è una bella ragazza americana di 25 anni.
Vive nel Maine, ha decine di amici e cassetti pieni di sogni, un fidanzato e un corso di laurea in legge all’università, ma nella vita si è data una missione ben precisa.
Convincere la “NHTSA” (National Highway Traffic Safety Administration) ad adottare dei “dummies” – i manichini dei crash-test – con le fattezze femminili.
Non è una questione estetica, ma di sicurezza, perché riprodurre con fedeltà le differenze fra il corpo di un uomo e quello di una donna significa salvare o sacrificare vite umane.
Il giorno che le cambia la vita
La battaglia di Maria inizia nel 2019, quando durante una vacanza in Irlanda con la sua famiglia, l’auto a noleggio su cui viaggiavano viene travolta da un automobilista distratto.
Il padre e il fratello di Maria, malgrado occupassero i sedili anteriori ne escono totalmente illesi, mentre lei e sua madre finiscono in ospedale con diverse lesioni interne dovute alla stretta violenta delle cinture di sicurezza, che salvano loro vita ma provocano seri danni all’apparato intestinale.
Durante la lunga convalescenza, è la nonna di Maria ad inviarle un’inchiesta di “Consumer Reports” che faceva il punto su un dettaglio di non si parla mai, o comunque non a sufficienza: le enormi disuguaglianze di genere nei test di sicurezza degli incidenti.
A Maria basta poco per scoprire che gli standard del Department of Transportation (DOT) non prevedono l’utilizzo di un manichino con le fattezze femminili nei crash-test.
L’epopea dei crash-test dummies
I dummies utilizzati nel programma di valutazione delle auto nuove negli Stati Uniti rappresentano la serie “Hybrid III”.
Adottati nel 1976, dopo un passato allucinante in cui per i test si utilizzavano i cadaveri per poi passare ad animali vivi come scimmie e orsi, sono la replica di un uomo alto circa 170 cm e pesante 77 kg, affiancato da un fratello maggiore alto 188 cm e con 100 kg di peso.
La passeggera femminile, Miss Hybrid III, è invece la copia conforme di una donna alta 152 cm che pesa 50 kg appena.
Va da sé che dagli anni Settanta, la corporatura femminile è cambiata assai, rendendo del tutto inutile un manichino “che non tiene conto delle diverse proporzioni, della muscolatura e della massa ossea femminile”.
Come se ancora non bastasse, malgrado le donne rappresentino ormai più della metà degli automobilisti americani, il manichino femminile non viene mai testato al posto di guida durante i crash test frontali.
Per dovere di cronaca all’appello, nella famiglia dei dummies, vanno ancora aggiunti la replica di un bimbo di 6 anni (21 kg) e uno di tre (15 kg).
Esiste un manichino femminile molto più accurato della dummies family Hybrid III: il “THOR 5F”, creato dalla “Humanetics” di Farmington Hills, in Michigan, con la controparte maschile rappresentata dal “THOR-50M”.
Autorità contrarie a un female dummie
Due dummies cosparsi di sensori ma soprattutto studiati per riprodurre le differenze anatomiche fra uomo e donna in zone del corpo come collo, clavicola, bacino e gambe.
Eppure, malgrado le statistiche parlino di più di 3.000 donne morte in incidenti stradali tra il 2011 ed il 2021, secondo le autorità non ha alcun valore testare un “female dummie” più accurato.
A conforto della tesi, le autorità tirano fuori un rapporto del 2023 realizzato dall’IIHS (Insurance Institute for Highway Safety), secondo cui il THOR-5 sarebbe scarsamente preciso nel prevedere lesioni toraciche, nonostante l’aumento dei sensori.
Non è d’accordo la NHTSA, che si dice più soddisfatta dai risultati dimostrati dal THOR, molto più simili ai test che un tempo si realizzavano sui cadaveri.
Una lunga scia di morti evitabili
All’epoca, nessuno della famiglia Weston Kuhn si è reso conto che il loro incidente rientrava in una statistica ben più ampia, secondo cui le donne hanno il 73% di probabilità in più rispetto agli uomini di rimanere ferite gravemente nel corso dello stesso incidente.
“Immaginate vostra madre, vostra figlia, vostra moglie, una vostra collega, una vostra amica. Immaginate che un automobilista distratto la investa”.
“E immaginate di scoprire che il loro ferimento o la loro morte erano evitabili”.
“Ora immaginate che questo accade ogni anno a 467.985 famiglie nei soli Stati Uniti”.
“Ora immaginate di avere il potere di cambiare le cose: i nostri politici e le autorità di regolamentazione devono esigere che i manichini per i crash test rappresentino in modo efficace il corpo di un uomo ma anche quello di una donna, che è anatomicamente diverso, e questo fa un’enorme differenza in caso di incidente”.
Un muro di gomma
Insomma, più andava avanti nella sua crociata, più Maria si rendeva conto di essere entrata in una giungla intricata fatta di noncuranza, sciatteria e menefreghismo, alla faccia delle 1.300 donne che ogni anno muoiono sulle strade americane.
Ma sbattere i pugni sulle scrivanie degli impiegati serve a poco: grazie a un tirocinio presso l’ufficio di un senatore, Maria riesce a familiarizzare con i meccanismi in grado di far leva sulla politica e per la prima volta pubblica un articolo in cui racconta la sua vicenda e cosa sta cercando di fare perché nessuno viva più quello che ha passato lei.
E, a sorpresa, sono in molti quelli che cercano di mettersi in contatto con Maria: gente che ha perso familiari, donne inferme sopravvissute agli incidenti, politici e dirigenti di aziende automobilistiche che ammettono di conoscere il problema, ma di non avere gli strumenti adatti per poter cambiare le cose.
Tante voci per chiedere un cambiamento

È il momento in cui Maria capisce di non essere sola, una voce isolata contro il rumore del mondo intero.
Fuori, a pochi metri da lei, c’è tanta gente sconosciuta che ancora piange una morte evitabile o rimasta segnata per sempre da un incidente stradale.
Tante altre voci che, se messe insieme, possono diventare un coro, molto più difficile da mettere al silenzio.
Nasce così l’idea di “Drive US Forward”, associazione lanciata nel 2023 in occasione della Giornata Internazionale della Donna, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, responsabilizzare le giovani generazioni e pretendere che il Congresso approvi il progetto “She Drive Act”, che porta in dote un cambio di rotta epocale nelle regole dei crash-test.
Lo stesso giorno, per un caso fortuito, il Government Accountability Office degli Stati Uniti pubblica i risultati di un rapporto in cui giudica inadeguati i manichini per i crash-test utilizzati dal DOT, concedendo pochi mesi di tempo per colmare la lacuna.
Ad oggi, la battaglia di Maria non è ancora finita: mentre l’Europa, la Cina e il Giappone hanno adottato quasi subito i nuovi manichini THOR, gli Stati Uniti si rifiutano di farlo.
E Maria di dargliela vinta.
















