
Per andare da Darwin ad Adelaide, dal nord al sud dell’Australia, bisogna mettere in conto 4 ore di aereo o 48 di treno.
Oppure prendere fiato e imboccare la “Explorers Way”, più o meno 3.000 km immersi nell’outback australiano, un “nowhere” desertico e inospitale ricoperto di sale che ha fatto da scenario alla saga distopica di “Mad Max”.
Ogni due anni, una fucina di idee e soluzioni
È il percorso che ogni due anni affronta chi partecipa al “Bridgestone World Solar Challenge”, non una gara per scavezzacollo in cerca di adrenalina ma una competizione aperta esclusivamente a vetture solari realizzate da aziende hi-tech, start-up e soprattutto università di tutto il mondo, che schierano i migliori cervelli a disposizione, messi al lavoro su materiali compositi, software e aerodinamiche.

Non a caso, il mondo dell’automotive sbircia più o meno velatamente a quello che succede ogni due anni in Australia, a parte i giapponesi di “Bridgestone”, che credono fortemente nelle potenzialità di un concentrato simile di idee e tecnologie.
Per l’occasione hanno ideato pneumatici con tecnologia “Enliten” ultraleggeri (1,4 kg appena) realizzati per il 65% con materiali rigenerati come carbon black e acciaio di recupero che garantiscono una resistenza ridotta al minimo ma una durata massima di 800 km di cui i team devono tener conto nelle strategie di gara.
In pratica non si tratta di mostrare cosa può fare un’auto mossa dall’energia del sole, perché quello è un concetto assodato, quanto piuttosto trascinare la ricerca verso i limiti conosciuti e immaginare soluzioni che da qui a qualche decennio potrebbero cambiare il concetto di mobilità e a ruota le sorti del pianeta.
Le insidie dell’inverno australe

La 17esima edizione, in scena dal 24 al 31 agosto scorsi, nel pieno dell’inverno australe che significa il 20% in meno di sole e più vento, schierava ben 34 team da tutto il mondo, autori e registi dei veicoli divisi in due categorie: ben 26 nella “Challenger Class”, riservata alle monoposto più leggere e veloci, con 6 mq di pannelli fotovoltaici e una batteria da 3 kWh, e altre 8 nella “Cruiser Class”, per le “vetture” con un minimo di due posti immaginate per un uso quotidiano e dotate di batterie da 15 kWh da ricaricare di notte.
Al traguardo sono arrivati in 17, tutti all’inseguimento di “Nuna 13”, prototipo del team olandese “Brunel” che per coprire il percorso ha impiegato 83 ore mantenendo una velocità media di 86,6 km/h. Secondo posto per il “Team Twente”, ancora da Paesi Bassi, e al terzo “Innoptus”, veicolo della KU Leuven belga.
L’Italia s’è desta


Il nostro Paese ha fatto la propria parte con due squadre: “Onda Solare”, team del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna che ha firmato la “Emilia 5.9”, solar car in fibra di carbonio al peso di 400 kg rigorosamente rosso corsa, in onore della tradizione motoristica italiana, dotata di due motori elettrici sulle ruote posteriori, batteria da 15 kWh e autonomia di 500 km ad una media di 55 km/h.
Ottavo posto nella Cruiser per la “Thalia” realizzata dalla “Archimede”, una start-up siciliana che ha potuto contare sul supporto tecnico della Dallara.

Proprio il team della Emilia 5.9, composto da 18 fra ingegneri, ricercatori, studenti e volontari, si è aggiudicato il terzo posto assoluto dalla Cruiser Class, malgrado un intoppo burocratico abbia permesso al veicolo di sbarcare in Australia solo tre giorni prima della gara.
A precedere sul podio il team italiano “Sophie 8X” del “VTC Solar Car Team” di Hong Kong e il prototipo estone “Solaride III Enefit”.















