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Velomobili, cronache del dopobomba

Velomobili

Velomobili, cronache del dopobarba. I progressi nel campo delle batterie e le conseguenti migliori prestazioni dei motori elettrici hanno reso possibili realizzazioni ibride interessanti, come le “velomobili a pedalata assistita”. Si tratta di soluzioni per la mobilità urbana “green” che però sono ancora troppo costose.

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La copertina con cui apparve per la prima volta in Italia, nella collana Urania di Mondadori, il romanzo “Cronache del dopobomba” di Philip K. Dick. Vi si ipotizzava una civiltà postatomica nella quale gli unici mezzi di trasporto possibili erano le biciclette e i loro derivati.

 Nel periodo della Guerra Fredda (1947-1991) si viveva nel cosiddetto “equilibrio del terrore” determinato dagli smisurati arsenali delle due superpotenze, stracolmi di bombe atomiche. Perciò la Bomba per antonomasia era la bomba atomica, per la precisione la sua incarnazione più potente, cioè quella all’idrogeno o termonucleare. In questo clima, il fantasioso scrittore Philip K. Dick creò il romanzo “Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb”, titolo che gli aveva dato per scimmiottare quello del film “Il Dottor Stranamore” di Stanley Kubrick (“Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb”). In Italia il libro di Dick apparve nel novembre 1965 con il titolo “Cronache del dopobomba” ed ebbe successo, tanto che il termine “dopobomba” entrò nell’uso per indicare un’ipotetica civiltà sopravvissuta all’olocausto nucleare o anche un’epoca post-tecnologica.

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La Virtual Cycles Pedalist, prodotta a San Diego, è una velomobile a pedalata assistita, in grado di trasportare il guidatore ed un passeggero e, eventualmente, un bambino.

Delle diverse edizioni del libro ci rimasero impresse le immagini di copertina nelle quali si vedevano delle specie di biciclette o di ricsciò, unici veicoli possibili dopo la catastrofe. Fortunatamente l’umanità non è stata così folle e fino a oggi la Terza Guerra Mondiale non c’è stata ma una categoria di veicoli basati sulla trazione muscolare – oltre le biciclette – esiste ed ha ottenuto anche una sia pur minima diffusione. Ci riferiamo alle velomobili che oggi hanno la possibilità della “pedalata assistita”, la categoria che gli anglosassoni chiamano HEHV (Human-Electric Hybrid Vehicle).

Questi mezzi apparvero nel corso degli anni Ottanta e non è nostra intenzione passarne in rassegna la storia o gli aspetti tecnici, anche perché sono obiettivamente tutti piuttosto simili tra loro, sia nell’aspetto sia nelle tecnologie. Vogliamo, invece, parlare di tre modelli, due perché nuovissimi ed uno perché oggetto di rilancio, tutti particolarmente sofisticati. Ci riferiamo all’americana Virtue Cycles Pedalist, alla giapponese Bridgestone ed alla tedesca Fine Mobile Twike.

La Pedalist
La Pedalist, costruita dalla Virtue Cycles di San Diego (California), specialista in biciclette, è stata presentata quest’autunno ed è una velomobile dalla formula “trike” nella variante detta “tadpole” (a girino, cioè con due ruote avanti ed una posteriore centrale). Il design è accattivante anche se non si discosta da altre realizzazioni di questa categoria: in pratica è un uovo, schiacciato nel senso della larghezza che è limitata a 89 cm per adattarsi alle piste ciclabili. Il piccolo veicolo ha una carrozzeria in policarbonato, pesa tra 68 e 90 kg e può accogliere due adulti più un bambino, con seggiolini in tandem, o il bagaglio (se non vi è il terzo seggiolino ci possono stare fino a dieci batterie di ricambio). La pedalata è assistita mediante un motore elettrico da 750 W, alimentato da batterie a ioni di litio da 32 Amp a 48 V; il cambio della ciclistica è a otto rapporti e la velocità è limitata, secondo le norme americane per avere la classificazione come bicicletta con motore ausiliario, a 32 km/h; l’autonomia con la sola alimentazione elettrica è di 80 km. Caratteristica della velomobile Pedalist è il prezzo più contenuto rispetto alle concorrenti: 3.499 dollari nella versione a pedali (senza motore) e 4.499 dollari per quella completa di motore ma si parla di contatti con grandi catene di distribuzione per poter praticare prezzi più bassi.

Il progetto Bridgestone
Di questa velomobile, fresca di presentazione al Tokyo Motor Show (29 ottobre – 8 novembre 2015), si può dire ancora molto poco: non è neppure certo il suo nome che potrebbe essere Tourstage (un marchio Bridgestone di accessori per il golf). Presentata personalmente da Shungo Fujita, il designer dello specialista giapponese dei pneumatici che ne è anche l’ideatore, è stata pensata per gli spostamenti degli atleti nel villaggio olimpico dei Gioghi del 2020. Si può solo dire che è monoposto, con la capacità di portare uno zaino o una sacca da golf, ha un motore da 600 W e, per ragioni normative, la sua velocità è autolimitata a 30 km/h.

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All’ultima edizione del Tokyo Motor Show la Bridgestone ed il designer Shungo Fujita hanno presentato questa “trike”, pensata in special modo per le Olimpiadi del 2020; si tratta di una monoposto, dotata di una sacca da golf sistemata posteriormente.

La Twike
Il nome della velomobile della tedesca Fine Mobile deriva da Twin e Bike e, a differenza degli altri due tipi descritti, non ha la formula “tadpole” ma ha una singola ruota direzionale davanti. La sua concezione è molto più antica di quella delle altre e, infatti,, si deve ad un gruppo di studenti svizzeri che la disegnarono per la World Expo di Vancouver (Canada) del 1986 e vinsero un premio per l’ergonomia. La Trike I di allora era esclusivamente a pedali. Negli anni successivi nacque la Trike II, costruita con l’intervento dell’Alosuisse-Lonza Holding. Vi fu un cambio di marchio e nel 1995-1996 la Twike III, prodotta dalla Twike AG, con motore elettrico ausiliario, si vendette in 190 esemplari. Nel 1998 il progetto è stato rilevato dalla tedesca Fine Mobile GmbH che commercializza oggi la Power Trike o Trike 3, con un motore elettrico asincrono da 7 kW e con un cambio ciclistico a cinque rapporti. Sono previsti diversi tipi di batterie con le quali l’autonomia massima varia tra 130 e 275 km. Il veicolo ha un telaio in alluminio con carrozzeria in materiale termoplastico Luran S, ha due posti più bagaglio e i suoi “dati vitali” sono: lunghezza 2,65 m, larghezza 1,20 m, altezza 1,25 m, peso a vuoto 200 kg, peso limite in ordine di marcia 505 kg; la velocità massima è dichiarata in ben 85 km/h. La nota dolente è il prezzo, indicato in 12.000 euro.

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La tedesca Fine Mobile propone la Twike, una velomobile che sembra una vera e propria automobile, anche grazie ai due posti affiancati; nell’abitacolo vi sono due coppie di pedali in modo che entrambi gli occupanti possano contribuire alla trazione.

Quella della velomobile a pedalata assistita può essere solo una scelta dettata da una motivazione filosofica per chi ama una vita “green”, perché allo stesso prezzo si possono acquistare molte auto dei primi segmenti e, se ci si rivolge all’usato, ci si può togliere anche qualche sfizio. Ma certamente queste considerazioni non sfiorano neppure la mente di chi ama pedalare e viaggiare con il solo fruscio delle ruote sull’asfalto.