Tra costi del petrolio e retromarce, piani che possono costare cari

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Auto in Europa e petrolio, il piano dei costruttori può costare 74 miliardi - foto © Pixabay

Nel pieno della transizione energetica – e con i prezzi dei carburanti ancora sotto pressione – l’industria automobilistica europea chiede una pausa.

Ma secondo Transport & Environment (T&E), questa frenata rischia di trasformarsi in un clamoroso autogoal economico e tecnologico.

Infatti, secondo un’analisi dell’organizzazione l’eventuale allentamento degli obiettivi UE sulle emissioni di CO₂ potrebbe tradursi in fino a 74 miliardi di euro in più di importazioni di petrolio tra il 2026 e il 2035.

Un documento “riservato” che scuote Bruxelles

Il punto di partenza è un documento interno dell’ACEA, inviato ai ministri dell’Ambiente europei e analizzato da T&E.

La proposta dei costruttori si muove lungo tre direttrici tecniche molto precise.

La prima è la media quinquennale delle emissioni: passare da una valutazione su 3 anni (Commissione UE) a 5 anni.

E poi lo stop all’aggiornamento dello “utility factor” per le ibride plug-in.

E infine target 2035 più flessibili, con riduzioni inferiori e sistemi di crediti.

Tradotto in termini industriali, tutto ciò significa più margine per vendere motori termici e plug-in, meno pressione per accelerare sull’elettrico.

Secondo T&E, si tratta di un “indebolimento significativo” della roadmap europea.

Che cosa cambia davvero

Parametro cruciale ma poco noto, lo utility factor misura quanto una plug-in hybrid viene effettivamente usata in modalità elettrica.

Bloccarne l’aggiornamento significa, in sostanza, continuare a sottostimare le emissioni reali delle PHEV e mantenere artificialmente basse le medie di CO₂ delle flotte.

Secondo T&E, le conseguenze sul mercato sarebbero nette.

Scenario Quota BEV al 2030
Normativa attuale ~57%
Proposta ACEA ~21%

Questo implica un rallentamento drastico della diffusione delle auto elettriche a batteria.

Il conto (salato) del petrolio

Il dato più eclatante resta quello economico, con più di 74 miliardi di euro di importazioni di greggio.

Per T&E, il motivo è semplice, con meno auto auto elettriche sono necessari più carburanti fossili, e con più carburanti fossili ne deriva una maggiore dipendenza energetica.

Il tutto in un contesto già fragile, segnato da volatilità dei prezzi e tensioni geopolitiche.

Economia e impatto climatico

L’analisi di T&E va oltre il costo energetico e stima anche un impatto ambientale significativo con oltre 2,4 gigatonnellate di CO₂ tra 2026 e 2050 equivalenti a oltre 5 anni di emissioni dell’intero parco auto UE.

Un dato che, in chiave tecnica, mette in evidenia come piccoli aggiustamenti regolatori possano generare effetti cumulativi enormi sul lungo periodo.

Competitività dell’Europa Vs. la Cina

C’è poi un tema meno evidente ma altrettanto cruciale, quello della competizione industriale.

Rallentare l’elettrificazione significherebbe per T&E ritardare economie di scala sulle piattaforme BEV, perdere terreno rispetto ai player asiatici e rallentare l’arrivo di modelli elettrici accessibili.

Secondo T&E questo potrebbe ampliare il divario competitivo con la Cina, oggi leader nella filiera delle batterie e della mobilità elettrica.

Non abbassare la guardia!

La posizione di T&E è netta e la sua richiesta chiara: mantenere gli attuali target CO₂, accelerare la diffusione dei veicoli elettrici, limitare il ruolo delle ibride plug-in.

Una scelta industriale prima ancora che ambientale

La questione non è solo climatica, ma industriale, tecnologica, geopolitica.

Da un lato c’è la tentazione di rallentare, per proteggere margini e modelli di business consolidati.
Dall’altro, la necessità di accelerare, per non restare indietro in una trasformazione che ormai non è più opzionale.

Il paradosso è evidente perché nel tentativo di guadagnare tempo, l’Europa rischia di perderne molto di più. E più che una crisi petrolifera, questa è per T&E una crisi di visione.

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